Il millenarismo evangelico come motore della politica estera americana

Esiste una cornice ideologica entro cui la guerra all’Iran non è soltanto una scelta strategica, ma un atto liturgico; non è geopolitica, ma escatologia applicata.

Comprenderla è la condizione minima per leggere correttamente ciò che sta accadendo nel Medio Oriente.

Il movimento che in italiano viene definito cristiano-sionismo conta circa cinquanta milioni di aderenti negli Stati Uniti. Non è una corrente marginale del protestantesimo americano: è una delle basi elettorali più solide della destra repubblicana, e la sua influenza sulle scelte di politica estera — dall’ambasciata spostata a Gerusalemme fino agli scenari aperti dall’operazione Epic Fury — è strutturale, non occasionale.

Le radici affondano nel dispensazionalismo del XIX secolo, elaborato dal teologo irlandese John Nelson Darby e diffuso negli Stati Uniti attraverso la Scofield Reference Bible, che tra il 1909 e il 1967 plasmò generazioni di evangelici americani con una lettura della storia sacra come sequenza di “dispensazioni” divine. Il nucleo teologico è semplice quanto dirompente: il ritorno del popolo ebraico nella Terra d’Israele è il segnale che precede il ritorno di Cristo, l’Armageddon e il Giudizio finale. Lo Stato di Israele, in questo schema, non è un’entità politica soggetta al diritto internazionale: è un adempimento profetico, una variabile indipendente rispetto a qualsiasi considerazione morale o giuridica.

Come ha riconosciuto Netanyahu stesso nel 1995, la creazione dello Stato d’Israele non sarebbe stata possibile senza il sostegno incessante del movimento cristiano-sionista — un’ammissione che vale come mappa del potere reale, più onesta di molti trattati diplomatici.

Le funzioni politiche di questa alleanza si rafforzano vicendevolmente: sul piano elettorale ha neutralizzato il tradizionale orientamento liberal della comunità ebraica americana; su quello ideologico ha consentito alla destra di capitalizzare la memoria della Shoah; su quello geopolitico ha fornito legittimazione sacrale al complesso militare-industriale in tutte le sue proiezioni in Medio Oriente, dall’Iraq del 2003 all’Iran di oggi.

Il millennio atteso non è il regno della pace evangelica. È un regime di dominio esercitato con «verghe di ferro», in cui la violenza del Giudizio appare non come tragedia da scongiurare ma come evento desiderato, che risolverà le contraddizioni della storia con la brutalità definitiva della redenzione. È in questa cornice che va letta certa retorica della Casa Bianca sull'”ora della libertà”: il linguaggio religioso che determina genuinamente la strategia. La differenza tra chi usa un mito e chi ci crede davvero.

Questa è la teologia che siede, invisibile, al tavolo delle decisioni più importanti del mondo occidentale. Finché non verrà nominata con precisione — non come curiosità folkloristica ma come forza politica operante — qualsiasi analisi geopolitica del presente resterà incompleta.

Nel video Paula White, consigliera di Donald Trump per le questioni di religione e fede (ufficialmente)

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