Ha ragione Johnson: la UE è il Reich. A sua insaputa.

Come ormai sapete, l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, che è a favore del Brexit, ha paragonato l’Unione Europea a  qualcosa che “Napoleone e Hitler hanno provato, ed è finita tragicamente:  l’Ue è un tentativo di fare lo stesso con metodi diversi”. Ora,  il fatto che l’Europa a trazione germanica sia un mostro oppressivo, dovrebbe essere ormai constatazione comune.  Invece si è assistito agli strilli indignati,  allo scandalo mediatico, in cui s’è distinta (come sempre) la “sinistra” nelle sue varie forme:  un caso tragicomico di conformismo che ormai è diventata psico-polizia: le “sinistre” cercano di vietare il dibattito, appena superi  la contingenza. Appena qualcuno  prova a discutere i fondamenti filosofico-politici della Europa come s’è venuta formando, ecco che si chiama la polizia. E’ il ben noto riflesso totalitario di ogni sinistra.

Non è quindi singolare che a  Londra sia il Guardian – il giornalino della sinistra chic – ad attaccare Johnson con più  artificiosa meraviglia e  fervore europeista – ossia conformista.  Tutto come consueto. Ma quando  ha chiamato l’ex sindaco,  per le sue posizioni, un “ignorante”, bisogna reagire. E’ la sinistra che dimostra la sua ignoranza: ignoranza del dibattito e delle fonti della critica di Johnson, effetto collaterale del  fatto che sopprime il dibattito pubblico si temi fondamentali.  La “fonte”  ignorata è proprio  inglese: John Laugland, uno dei maggiori pensatori  politici del nostro tempo, autore di una critica profondissima della cosiddetta Europa: The Tainted Source (la fonte inquinata) che ha come sottotitolo “le origini a-democratiche dell’idea di Europa”.

laughland

Vediamo di capirci.

L’Unione Europea, ci dicono gli europeisti, è nata per garantire “la pace”.  Così l’hanno voluta gli americani vincitori che affidarono a Monnet i fondi del Piano Marshall: sottrarre sovranità agli stati, altrimenti si faranno la guerra. In pratica, eliminare la politica dallo spazio europeo, creando una sede dove i conflitti non vengono composti, ma aboliti dalla tecnoburocrazia.

Non sapevano (gli ignoranti) che  questa visione era esattamente quella della Prussia di Federico il Grande.  La Prussia aveva bisogno di “pace”, scrisse Federico in un testo del 1705 inteso per i suoi successori, perché è circondata da troppi vicini  potenti [Francia, Russia, Impero absburgico]. E’ l’incubo prussiano di essere battuto da  una guerra su due fronti, da due avversari sui due confini: incubo giustificato  ( e tuttavia errore strategico in cui la Germania non ha cessato di cadere,  fenomeno singolare).

La “pace” al modo prussiano

La soluzione prussiana fu “la pace” coi vicini.  La “pace” prussiana comprendeva e richiedeva l’allontanare i suoi vicini dai propri confini, creandosi attorno   un “grande spazio” di “pace”.

E’  impressionante constatare come questa stessa  idea animasse –  due secoli dopo –  Helmuth Kohl, il cancelliere che ha firmato  il  Trattato di Maastricht e ci ha voluti tutti “dentro l’Euro”:  “Noi tedeschi abbiamo una ragione speciale per cui necessitiamo di una Europa unita. La Germania ha più vicini di che ogni altro  paese in Europa..” (febbraio 1996).  E’ l’incubo prussiano dell’accerchiamento;  lo stesso che tradì il massimo negoziatore tedesco di Maastricht, Horst Koehler: “Non c’è alternativa alla integrazione europea. Ogni altra scelta potrebbe far sì che le altre nazioni del continente, un giorno, si uniscano contro di noi” (intervista a Le Monde, 6 febbraio ’96).

Il punto paradossale è che la Prussia  volle creare attorno a sé la “pace”, evitando di farlo con la politica, evitando di apparire egemone. E soprattutto, evitando le responsabilità che vengono con l’egemonia politica. La Prussia unificò  piccoli regni e principati tedeschi,  sì, ma con lo Zollverein. Una unione doganale , dunque  economica, non politica; fondandosi sulla unità linguistica,  – ancora una volta una unità “culturale” e non politica.

Lo Zollverein fu una intuizione essenzialmente pacifica   alla prussiana: allontanava i nemici dai confini; il guaio è  che è stata il modello della unificazione d’Europa, che doveva avvenire (come voleva Monnet) in modo “inavvertito”. Quando lo Zollverein rese  grande ed economicamente superpotente la Germania, sorse il problema che la Germania non ha mai saputo risolvere, la sua  “impoliticità” di fondo:  non riconobbe la sua vera natura. Era un impero? O no?    E’ la falla che ha riconosciuto Henry Kissinger: “Il Reich di Bismarck non era uno stato nazionale, era un artificio, essendo essenzialmente una ‘grande Prussia’, [caratterizzata dall’] assenza di radici intellettuali”. Il militarismo tedesco, paradossalmente nasce da questo vuoto intellettuale e  dalla idea di “pace” prussiana; si sentiva insicura, la superpotenza che era diventata…

Perché era successo questo:  la Prussia non aveva unificato la legislazione dei paesi che via via inglobava nello Zollverein;  aveva lasciato ad ogni piccolo principato le sue.   In apparenza. Ma aveva imposto gli standard prussiani attraverso “normative” e “regolamenti” giustificati dall’integrazione economica:  standard industriali, norme commerciali,  armonizzazioni doganali…insomma esattamente come la  cosiddetta “Comunità”  divenuta  “Unione Europea”.

Anche allora la  Prussia fece la Germania agendo   “al disotto” della politica, imponendo armonizzazioni e regolamenti (non leggi) che però uscivano dai ministeri prussiani, da teste prussiane  – ed ebbero come  effetto finale che fu il sistema giuridico prussiano quello che, inavvertitamente, si impose.

E  che  sistema giuridico era quello prussiano? Purtroppo, quella della grande caserma di Federico: regolamenti, non leggi.  Le leggi vengono  discusse e votate, accettate e respinte; i regolamenti militari, no.  Il sistema giuridico viene concepito (dal diritto romano in poi) come un corpus che dà ai cittadini la libertà, ossia  l’azione libera  nell’ordine (per esempio, legarsi volontariamente con contratti, senza che l’autorità ci metta bocca); la Prussia era governata da una struttura “di comando e obbedienza”.  E oggi   non vediamo lo stesso? Bruxelles ordinare all’Ungheria di prendersi migliaia di rifugiati altrimenti   infliggerà punizioni e multe? E’ che Bruxelles è il ventriloquio di Berlino, che concepisce il diritto come un insieme di regolamenti e di obbedienze, non di libertà e pluralismo.  Alla  prussiana.

 

Commenta Laughland: “L’impero germanico si supponeva dovesse servire a contenere la Prussia, ebbe l’effetto opposto”.   E’ l’equivoco in cui caddero gli europeisti alla Mitterrand:   facciamo la UE e l’unione monetaria per contenere la Germania, che dopo la sua unificazione era tornata la superpotenza temibile. Hanno  ottenuto l’effetto opposto.

Il Kaiser, europeista di ferro

 

In perfetta  buonafede, la Germania si è lasciata “contenere”. O meglio: in imperfetta malafede: sentendosi sollevato da ogni responsabilità.   Quindi legittimata ad agire da bottegaia  egoista, essendo l’egemone di fatto, ma non di diritto.

Anche questa furbizia è una costante. Negli anni precedenti alla Grande Guerra,  un cancelliere tedesco di nome Theobald von Bethmann-Hollweg,  concepì una unione doganale che comprendesse tutti i vicini, dalla Francia all’Austria-Ungheria, dalla Polonia all’Olanda e Belgio, dalla Svezia all’Italia; la chiamò Mitteleuropa. Ovviamente la concepì “come una zona di sicurezza che la Germania avrebbe dominato economicamente, ma non avrebbe annesso formalmente”: l’annessione avrebbe significato assumersi la responsabilità dei dominati.  Un grave peso, il fardello dell’impero – che la Germania non ha voluto. Meglio: di cui ha voluto i vantaggi, ma non i doveri.  Chiaramente fissati.

Tutti i responsabili tedeschi, “democratici” (come Walter Rathenau, non a caso un industriale, presidente della AEG) o no (Adolf), hanno voluto e teorizzato una unione europea  fondamentalmente  basata “sui comuni interessi” a protezione della Germania e della sua “pace”.  L’ex Kaiser Guglielmo, detronizzato dopo la disfatta tedesca del 1918, ormai in esilio da un trentennio, nel 1940 si entusiasmò per le conquiste di Hitler: “Stiamo  diventando gli U.S. d’Europa sotto guida tedesca! Un continente europeo unito, che mai avrei sperato di vedere!”.

Reichskanzler Adolf Hitler und der Deutsche Kronprinz Wilhelm von Preußen im Gespräch während der Feier vor der Garnisonkirche in Potsdam.
Reichskanzler Adolf Hitler und der Deutsche Kronprinz Wilhelm von Preußen (1933)

Chi più europeista di lui?  La stessa speranza di Mario Monti, di Padoa Schioppa, della Boldrini. Di Draghi e di Juncker.  E di Monnet, Delors  e Mitterrand, e Hollande.

Sì perché dopo aver illustrato il difetto  “politico” della Germania  che ne ha fatto l’egemone taccagno ed egoista che ci opprime,  che dire della incredibile stupidità giuridica, politica (e morale) degli “europeisti”  che non l’hanno fermata quando potevano?

Il punto di svolta è stato nel 1993.  Quando un gruppo di tedeschi (giustamente) esasperati del dirigismo autoritario della Commissione europea,  trascinarono il governo tedesco davanti alla  Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe accusandolo di violare la costituzione:   il trattato di Maastricht è incostituzionale perché viola la sovranità tedesca, il Cancelliere non può ratificarlo.

La Corte di Karlsruhe decretò che no, Maastricht non intaccava la sovranità della  Germania e i diritti fondamentali dei tedeschi. Ma con la stessa pronuncia si proclamò la giudicatrice d’ultima istanza dei trattati europei e della loro conformità alla Costituzione tedesca. Una sentenza impeccabile. Ma anche il rovesciamento speculare di quarant’anni di (pseudo)giurisprudenza europea, che aveva sempre dato  il primato alle normative comunitarie sopra le leggi nazionali.

Anche la Germania aveva accettato per quarant’anni quella supremazia, accettando pecorilmente di ratificare   tutte le “normative”; era la Germania divisa, la Germania che si doveva far perdonare le sue colpe…E la Corte non era mai stata investita della questione.  Da quel momento, l’intero assetto dell’Europa è cambiato. Laughland: “Mentre tutti gli altri stati membri dell’Unione Europea sono ugualmente soggetti alla legge dell’Unione, solo la Germania ha dichiarato che è il suo diritto nazionale a prevalere, in caso di conflitto” tra i Trattati europei e  la sua Costituzione.

Insomma la Germania è l’unico paese sovrano in una Unione dove tutti gli altri  hanno ceduto pezzi giganteschi della propria sovranità,  e sono  incessantemente premuti a cederla tutta.  Da allora, la Germania rispetto ai paesi d’Europa ha assunto la medesima posizione della Prussia rispetto ai piccoli regni tedeschi del  Reich Germanico nel 1871.  Peggio: ogni ulteriore progresso verso “più Europa”,  ogni più  decisiva spinta verso il federalismo e la cessione di sovranità definitiva a cui ci spingono gli “europeisti”, non fa’ che rafforzare la  presa della nuova Prussia sugli altri e sulle leve di comando tecnico-amministrative.  Si determina un potere improprio ma imperioso, come dimostra il fatto che è Berlino  a darci i governi, a noi italiani; a multare l’Ungheria perché non accetta gli immigrati islamici; a  ridurre la Grecia alla fame recuperando  (da tutti noi stati-membri)  i 220 miliardi che le sue banche le avevano follemente prestato; ad  aver portato l’Europa alla deflazione perché vuole l’euro come “sua” moneta, non la moneta comune.

Ma questo,  mica è colpa della Germania.

E’ colpa nostra. Di tutti gli altri paesi e governi che non hanno capito (o fatto finta di non capire) che la sentenza di Karlsruhe cambiava la natura della “costruzione europea” come l’avevano voluta i “congiurati” dei tempi di Monnet. Più precisamente, che essa   interrompeva la cosiddetta integrazione (più o meno) alla pari.

Non è colpa della Corte di Karlsruhe, che ha riaffermato la sovranità  nazionale.  E’ dei nostri governi che non hanno fatto altrettanto  –  ciò che avrebbe configurato una “Europa delle patrie” come la auspicava  De Gaulle, innominabile dalla polizia del pensiero.

oalmeno, bisognava che l’arbitro fischiasse il rigore “Alt! La sentenza cambia le carte in tavola! Mettiamoci attorno al tavolo e rinegoziamo tutte le regole del gioco!”.

Ma dov’è, dov’era un smile arbitro? Forse  a Bruxelles? Ovviamente no: la tecnocrazia che domina dietro le quinte, senza legittimità democratica, non ha questo fischietto   arbitrale – se non quando glielo presta Berlino. E ciò perché essa non solo, secondo le istruzioni ricevute  nel 1945,spoglia gli stati della sovranità; ne  ha spogliato anche se stessa.   Nella convinzione (falsissima)  che sia la sovranità a creare i conflitti. La sovranità, ossia la politica: è quella che è stata esclusa per principio,  nella convinzione che eliminando la politica si elimina il conflitto.  Visione essa stessa “prussiana”,  dice Laughland, perché l’essenza del Politico sta nel riconoscere i conflitti, e  nella capacità di istituzionalizzarli  – per esempio riconoscendo l’opposizione politica  invece di silenziarla –  che è poi  il riconoscere che la Politica è irriducibile alla “tecnica amministrativa”, che non è “scientifica”, che è sempre “discutibile”…

Questa  è la fossa in cui gli “europeisti” ci hanno cacciato;  il nodo scorsoio in cui hanno ficcato le nostre teste;   e invece di pensare a come trarcene fuori, minacciano catastrofi economiche  e guerre se il Regno Unito ne esce, e danno a Johnson pure dell’ignorante.  Ma in lui agisce l’istintiva diffidenza britannica, la sagacia politica  stessa  per cui Londra nella UE c’è con un piede solo; una visione politica, piaccia   o no, che a noi  manca.

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Pensate solo a questo: se avviene il  Brexit, può cominciare un processo di liberazione anche per noi; se il referendum inglese fallisce,  la cosiddetta UE si rafforzerà, le sue catene diverranno inestricabili e più pesanti.  Per quanto spiaccia dirlo, confido negli inglesi: per antica esperienza,   sanno riconoscere una Prussia, quando ne vedono  risorgere  una.

 

 

 

 

 

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