“PRIMUM VIVERE”?

“Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà” (Luca, 9, 24),

“Potremmo pure smettere  di respirare… Magari lo soffochiamo” (cometa 18)

di Paolo Becchi su Libero, 02/04/2020

Non sappiamo ancora, ovviamente, in che cosa, quando l’epidemia sarà finita, le nostre abitudini saranno definitivamente cambiate, e quanto la “nuova normalità” sarà diversa da quella precedente. Staremo ancora a distanza di un metro dal nostro prossimo? Sarà vietato stringere la mano ad una persona che incontri per la strada o abbracciarla o baciarla sulle guance? Sentimenti come la pietà e la compassione esisteranno ancora? Gireremo anche questa estate alla spiaggia con guanti e mascherine?

Una cosa però è certa, per settimane, per mesi, abbiamo vissuto facendo della difesa della “nuda vita”, del solo fatto di rimanere in vita, il valore fondamentale, supremo, della nostra esistenza, superiore ad ogni altro valore, diritto, libertà, aspirazione. Primum vivere. È il pensiero che oggi accomuna tutti: da Zagrebelsky al postino. Non vivere bene. Non vivere all’altezza della nostra dignità di esseri umani.

Ma, se questa è la logica, allora dovremmo chiederci: perché proprio noi dovremmo “vivere”? Perché noi, e non invece il virus, che vogliamo che muoia al più presto possibile?

Mi spiego: se è la tutela della vita biologicamente intesa, della vita del vivente, il bene “primario” che va difeso e tutelato in modo assoluto, allora non andrebbe tutelata anche la vita del virus? Non è il virus un vivente, esattamente come lo siamo noi?

[mb – Il virus non è propriamente vivente, ti diranno gli scientisti e i pignoli. Ma il ragionamento non ne viene scosso per nulla. anzi di più: ci riduciamo a un semi-vivente, come il virus. ]

Si dirà: ma noi siamo uomini. Certo, ma se il “valore” in base al quale abbiamo deciso di sacrificare tutte le nostre libertà, e persino la dignità, è la vita, la “nuda vita”, allora in che cosa la nostra “nuda vita” dovrebbe essere “superiore” a quella di ogni altro vivente? Se il criterio è la vita in se stessa considerata, perché la vita di un uomo dovrebbe “valere” più della vita di un virus? Anzi: non si potrebbe dire, in fondo, che virus ed epidemie sono il mezzo con cui la natura si difende, difende la propria “vita”, il proprio essere vivente, contro l’uomo?

Sostengono questo, da anni, alcuni esponenti della cosiddetta deep ecology, l’ecologia profonda. E forse anche il silenzio di Greta, in questa vicenda, è sintomatico dell’imbarazzo in cui certo ecologismo, la difesa del clima, ecc. ecc. in queste circostanze può provare: in fondo, il virus non è la vita che si difende contro l’uomo?

Torniamo al punto, però, per sottolineare questo: che se ciò che ha “valore” è il mero fatto della vita, del restare in vita – e per “vita” non si intende altro che le funzioni vitali del vivente –, allora diventa a rigore impossibile discriminare, argomentare perché, tra la vita di un individuo umano e la vita del virus, debba prevalere la prima. E ciò per il fatto che non è l’essere dei viventi che ci rende uomini, che ci distingue dalla natura, che ci rende “superiori” a un virus.

Ed allora eccoci giunti al cortocircuito: siamo disposti a rinunciare, come abbiamo fatto, ad ogni nostro diritto, ad ogni nostra libertà, alla nostra stessa dignità pur di vivere, pur di sopravvivere, di rimanere in vita, vincendo la nostra battaglia contro il virus; ma, se è solo il fatto di vivere che conta, se è solo questo, allora stiamo, al contempo, dicendo che non c’è nessuna ragione per cui siamo noi a “meritare” di vivere, di rimanere in vita, contro la vita del virus. Perché anche il virus è vita che come noi vuole semplicemente continuare a vivere.

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