DELLE MASCHERINE E DELLE SUPPOSTE

Un’espatriata

Nel Paese in cui vivo, l’autocertificazione per uscire di casa è inconcepibile. Il Cancelliere di Giustizia non lo consentirebbe.

Qui le mascherine non sono mai state obbligatorie. Quando un ministro ha tentato di proporle come mandatorie, è stato immediatamente messo alla berlina sui giornali. Un noto opinionista ha chiosato “chi ha paura può naturalmente indossarle, noi promettiamo di non schernirlo”. Il Primo Ministro, più equilibrato, ha spiegato che imporle avrebbe certamente danneggiato chi ha problemi respiratori o uditivi.

Durante il lockdown, alle famiglie era possibile uscire insieme, e insieme andare a fare la spesa. I supermercati hanno allungato gli orari di apertura, cosicché le persone avessero più spazio e tempo per gli acquisti, e venisse garantita agli anziani, la categoria a rischio, la fascia oraria mattutina.

Nella città in cui vivo, il sindaco ha spiegato che non avrebbe ridotto le corse dei mezzi di trasporto pubblico, perché la misura sarebbe stata controproducente, e perché finché I cittadini vedono passare l’autobus o il tram, sanno che la città è viva e che possono contare sul sostegno delle istituzioni. Il sindaco ha anche mantenuto aperte le mense delle scuole inferiori, perché a tutti i bambini, fossero figli dei lavoratori “in prima linea” o di famiglie più sfortunate, venisse garantito almeno un pasto caldo al giorno.

Sono certa che, dove mi trovo, un virologo che nel 2018 rilascia un’intervista al primo quotidiano nazionale raccontando di essere un ipocondriaco col terrore degli aghi, non diventerebbe il punto di riferimento nella lottaalvirus.

In questo Paese, l’introduzione delle misure di sicurezza sanitaria è stata graduale, e graduale è stato il ritorno alla situazione precedente. Il governo, durante lo stato di emergenza, ha disposto la chiusura e la successiva riapertura delle attività sempre con un certo anticipo, suppongo con l’obiettivo di permettere ad imprenditori e dipendenti di capire come riorganizzarsi.

Mio fratello, in Italia, ha saputo di dover tornare sul posto di lavoro la mattina stessa in cui ha riaperto i locali, perché la delibera che glielo concedeva era stata approvata, dopo tragicomico tiremmolla, nottetempo – col favore delle tenebre, direbbe qualcuno.

E’ evidente quale sia, in Italia, la considerazione in cui sono tenuti i lavoratori: un popolino senza diritti a cui negare improvvisamente il sostentamento e da rimobilitare a discrezione, poiché esso accorre al fischio come fanno i cani, pur di sopravvivere, pur di non perdere l’osso messo gentilmente a disposizione.

Bisogna correre prima che l’osso venga portato via da un altro cane, correre e approfittare del momento in cui il padrone, benevolente, toglie il guinzaglio e la “museruola di comunità”, concedendo quel po’ di autonomia sufficiente per mangiare e fare pipì. Per l’accoppiamento, seguire le linee guida della task force please, ché di randagi in giro ce n’è già troppi, ancora senza chip purtroppo – ma non per molto.

Almeno a Yulin, prima di consumarne le carni, i cinesi non gli raccontano la favola della costituzione più bella del mondo,

Se passa la proroga dello stato di emergenza, sarà chiaro che l’Italia è di nuovo, come spesso nella sua storia, un laboratorio alle prese con l’ennesimo esperimento  di natura socio-politica ed antropologica (il filosofo Agamben ha detto tutto in merito nel suo ultimo libro, “A che punto siamo?”).

Sarà chiaro che altri hanno colto l’occasione per risolvere il “problema Italia” (minaccia per l’unione europea, a causa della sua situazione economico-finanziaria e del suo velleitario e sgangherato sovranismo) trasformando il processo potenzialmente esplosivo in un’implosione, da cui si potrà trarre vantaggio.

Di recente ho rispolverato il saggio di Carlo M. Cipolla, quello intitolato “The Basic Law of Human Stupidity”, edito in Italia da Il Mulino come “Allegro ma non troppo”. Vi si trova una scherzosa (?) teoria sulla stupidità, ed una fenomenologia umana che prevede quattro categorie: sprovveduti, intelligenti, stupidi e banditi. Ecco, mi chiedo dove avrebbe collocato, Cipolla, i letzte menschen imbavagliati.

All’inizio ero sconvolta nell’osservare come gli italiani – un tempo lo scrivevo con la maiuscola, ma non mi pare più il caso – avessero così passivamente accettato di essere trattati come cani da riporto. Poi sono diventata furibonda. Ora inizio a fare pace con l’evidenza, e a pensare che siamo di fronte a giustizia: suum cuique tribuere, ognuno ha quel che merita, e gli italiani hanno tale supposta classe dirigente.

O meglio, tale classe dirigente supposta, perché i suoi interventi vanno a finire tutti nello stesso posto.

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