Moriremo tutti comunisti

Danilo Quinto – 24.09.2020

Il 28 giugno del 1983, in occasione delle elezioni politiche che decretarono l’insuccesso della Dc allora guidata da De Mita, il fondatore del “Manifesto”, Luigi Pintor, s’inventò per la prima pagina un titolo che fece epoca: “Non moriremo democristiani”. Sottotitolo: “Se questo terremoto sveglia Pci e Psi”.

La “profezia” di Pintor si realizzò dieci anni dopo, con l’inchiesta “Mani pulite”. La DC si dissolse – così come Aldo Moro solo 5 anni prima aveva indicato dalla “prigione” delle Brigate Rosse con le sue lettere ai dirigenti di quel partito che avevano concorso a decretarne la morte – insieme a tutti gli altri partiti d’allora che davano vita al “pentapartito”.

Restò in vita il PCI, che nel frattempo aveva cambiato nome. La sua rete di potere e di sottopotere, che si era consolidata sin dal dopoguerra, sotto la guida di Togliatti e di un gruppo dirigente strettamente legato all’Unione Sovietica, stava per realizzare il suo obiettivo.

Nel 1994, solo la discesa in campo di Berlusconi impedì all’ideologia comunista di conquistare, oltre che strutturalmente, anche formalmente, il potere. Quell’ideologia, però, che conservava intatta la sua egemonia nella Scuola, nell’Università e in tutti gli apparti burocratici e della comunicazione, seppe dare una risposta coerente ed usò tutti i mezzi che aveva costruito nei decenni passati e che aveva a disposizione, per difendersi. Venne utilizzata, senza esclusione di colpi, la “via giudiziaria”.

Il post-comunismo riprese immediatamente nelle sue mani il Governo del Paese, portò a compimento il disegno di entrata nell’Unione economica europea, sottraendo allo Stato il diritto-dovere di emettere una propria moneta – una sottrazione che ledeva in maniera profonda il principio di sovranità – e, avvalendosi del contributo determinante dell’accordo con un’altra ideologia, quella catto-comunista, aderì alla moneta unica, facendo precipitare il Paese in una crisi economica irreversibile, governata da un’associazione privata, la Banca Centrale Europea e dalle èlites burocratiche di Bruxelles.

Quando Berlusconi tornò al potere, nel 2006, per rimanere fino al 2011, commise gli stessi errori dell’inizio della sua avventura politica. Non pensò di formare una classe dirigente e di avvalersi di buoni collaboratori – come qualsiasi buon imprenditore farebbe per la sua azienda – in grado di contrapporsi all’apparato comunista, di Stato e parastato (che non lo attaccò mai direttamente, proponendo una legge sul conflitto d’interessi, ma sempre “di traverso”, utilizzando ancora una volta la “via giudiziaria” e le campagne mediatiche condotte dai giornali più influenti del Paese).

Nel 2011 avvenne il “colpo di grazia”: un’oscura manovra, che tutto porta a ritenere non fosse di derivazione solo italiana, costrinse Berlusconi alle dimissioni e vennero varati – con il concorso determinante dell’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – una serie di governi “tecnici”, privi del consenso popolare, che condussero l’Italia all’esplosione del debito pubblico ed operarono in ossequio ai dettati dei potentati economico-finanziari europei. Il sostegno di parte consistenti del centrodestra a quei Governi, compreso quello di Renzi – dopo Monti e Letta – con il varo del “Patto del Nazareno” e con il “sogno” di un “Partito della Nazione” (quello che perseguiva Renzi con i referendum del 2016, poi naufragati), non fece altro che rafforzare l’egemonia culturale post-comunista, che ancora una volta non veniva combattuta sul piano dello scontro politico, ma veniva utilizzato il piano del compromesso, che in politica, come nella vita, è necessario, ma solo se le parti che lo praticano mantengono ciascuna, integra e intatta, la loro identità.

La crisi della politica, determinò in quegli anni un “vuoto”, che fu colmato da un movimento costruito a tavolino da un comico e da un imprenditore In forza della sua proposta demagogica e populista, che si imperniava su un sentimento diffuso di “antipolitica” (come se la cosiddetta “società civile” fosse esente da ogni responsabilità rispetto alla disastrosa situazione del Paese, soprattutto in termini di corruzione ed illegalità diffusa), svolse un compito di “stabilizzazione del sistema”, fino a conseguire, nel 2018, un risultato elettorale di dimensioni inaspettate – soprattutto nel Sud – che lo costrinse a porsi il problema del Governo e della dialettica parlamentare, la cui importanza è stata sempre negata dal fondatore del M5S, che proprio in questi giorni ha proposto il “sorteggio” per la nomina degli eletti ed ha ribadito che lui non crede nel Parlamento, ma nella democrazia diretta. “Potere al popolo”, si diceva una volta.
Salvini, che nel frattempo aveva lavorato per trasformare la Lega da forza politica e sociale che esprimeva le istanze del Nord – in termini di autonomia, federalismo e produttività economica, rispetto ad un Sud che per ragioni storiche si è crogiolato da sempre nel becero spirito assistenzialista, di lamentela e di malgoverno – in una forza di respiro nazionale, pensò di realizzare un patto con i Cinquestelle. In quel momento, quella scelta era l’unica che potesse dare un Governo al Paese, ma avrebbe dovuto incardinarsi su alcuni essenziali presupposti:

  1. l’indicazione di un Presidente del Consiglio “figura terza” rispetto alle due forze in campo;
  2. una proposta seria e inequivocabile di uscita dall’Unione europea e, comunque, di non accettazione di alcun tipo di ingerenza della burocrazia di Bruxelles nelle scelte di governo di uno Stato sovrano;
  3. la formazione di un ceto politico in grado di competere, a tutti i livelli, politicamente e culturalmente, con i rappresentanti dell’ideologia egemonica, quella comunista;
  4. la valorizzazione – come ha più volte sottolineato il mio amico Maurizio Blondet – di collaboratori migliori del leader, delle loro idee e della loro esperienza (mi riferisco, in particolare, ad Alberto Bagnai e Claudio Borghi);
  5. la messa in campo di proposte di legge strutturali di riforma, a partire dalla giustizia, dalla scuola e dal lavoro. Questi presupposti sono mancati. Salvini ha politicamente fallito, affidandosi per giunta ad un livello di comunicazione mediocre e superficiale per la diffusione delle sue proposte, incentrando la sua azione di governo solo sul tema dell’immigrazione e pensando – sulla scorta dei risultati delle elezioni europee e dei successivi sondaggi – che la strada per i “pieni poteri”, come assai imprudentemente dichiarò da una delle spiagge che in quel periodo frequentava, fosse “spianata”. Senza avvertire in alcun modo le “trappole” che venivano preparate; senza utilizzare l’apparato dei servizi investigativi che erano sotto il suo comando di Ministro degli Interni; senza coltivare in modo costruttivo le relazioni internazionali, in particolare con gli Stati Uniti d’America; senza comprendere fino in fondo la forza del suo competitor, l’attuale Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sostenuto – come diventò di pubblico dominio, dopo la morte del cardinale Achille Silvestrini, nel mese di agosto 2019 – dai più alti esponenti della curia vaticana.

Il cambiamento della maggioranza di Governo – che fece resuscitare il PD, dopo le sconfitte elettorali del 2018 e del 2019 – venne ratificato dal Presidente della Repubblica, che preferì assecondare il progetto di Renzi, invece di restituire la parola agli elettori, in controtendenza rispetto al parere dei più illustri costituzionalisti. Un parere su tutti. Quello di Costantino Mortati, padre costituente, sul ruolo del Presidente della Repubblica, da “Istituzioni di Diritto Pubblico”, Cedam 1958, Pagg. 369-370: “Sembra più consono all’indole di governo parlamentare considerare la presunzione di concordanza fra corpo elettorale e parlamentare (presunzione che sta alla base della podestà di quest’ultimo di determinare l’indirizzo politico generale dello stato, vincolante gli altri organi) non assoluta, ma relativa, subordinata cioè alla possibilità di un accertamento in ogni momento della sua reale fondatezza. E poiché ciò è ottenibile attraverso la consultazione del corpo elettorale, da effettuare con lo scioglimento anticipato delle camere o con il referendum, occorre affidare ad un organo indipendente dal parlamento un compito siffatto, diretto alla constatazione di eventuali disarmonie fra corpo elettorale e parlamento. Tale organo dovrebbe essere appunto il Capo dello Stato, ed a lui pertanto rimane affidata quella parte della funzione del governo consistente in una suprema sopraintendenza dell’attività degli altri organi costituzionali, non allo scopo di indirizzarla in un senso o nell’altro intervenendovi attivamente, bensì solo per compiere presso gli organi stessi un’opera di segnalazione delle eventuali gravi disarmonie che potessero rilevarsi rispetto al sentimento o alle esigenze espresse dal popolo, o per effettuare un appello al popolo stesso, attraverso l’impiego dell’istituto dello scioglimento anticipato, quando vi siano elementi tali da renderlo necessario o anche solo opportuno”.

Rispetto a questo contesto e ad una situazione che non aveva precedenti nella storia politica del Paese, il ruolo dell’opposizione di centrodestra – mi riferisco, in particolare, a quella che fa capo a Matteo Salvini e a Giorgia Meloni, perchè quel che resta dei berlusconiani è diventato politicamente insignificante – è stato pari a zero per oltre un anno. Ha lasciato inutilizzati gli strumenti dei regolamenti parlamentari, che le avrebbero consentito d’incardinare nel Paese una vera “resistenza” di fronte agli accordi di Palazzo. Si è rifiutata di prendere in considerazione un'”arma” che aveva a disposizione, quella delle dimissioni in massa dei parlamentari, che non avrebbe costituito la fotocopia dell'”Aventino” (altri tempi, quelli…), ma sarebbe stata un’occasione formidabile di esercizio della politica e della libertà di pensiero e di azione. Ha assecondato l’attività ordinaria imposta dal Governo, incentrata soprattutto sul ripristino di rapporti di sudditanza con l’Unione europea e con i suoi apparati. Quando è comparsa l’emergenza “Covid”, invece di opporsi in modo fermo ai DPCM che hanno leso in maniera gravissima diritti dei cittadini di rilevanza costituzionale, compreso il diritto all’esercizio del culto religioso e affidato la sorte del Paese e il “governo della paura” ad una sorta di “dittatura sanitaria”, si è defilata, strombazzando critiche, ma cercando ripetutamente di partecipare alle decisioni e di accordarsi, invece di proporre la costituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare su una gestione di una fase emergenziale che dura da 9 mesi, che richiederebbe un serissimo approfondimento. C’è da chiedersi: le leggono, questi cosiddetti leader del centrodestra, le dichiarazioni di clinici e scienziati che non appartengono all’establishment burocratico delle infinite task-force che sono state nominate? In questi giorni, il prof. Giulio Tarro, ha dichiarato: “Le persone sane asintomatiche non possono essere considerate contagiose. Il problema è sorto facendo i tamponi a tappeto con un’alta percentuale di falsi positivi. Assistiamo adesso alla diffusione non della patologia del Coronavirus, ma alla resistenza anticorporale per la stessa malattia. Purtroppo, il fine è quello di prolungare il lockdown per un’infezione le cui vittime sono inferiori da 100 a 500 volte i decessi quotidiani per patologie cardiovascolari = 600 e per patologie tumorali = 500. Sin dal 25 febbraio 2020, il Consiglio Superiore della Sanità aveva emesso un documento in cui solo ai sintomatici andava fatto il tampone per soggetti che avevano avuto contatti con pazienti positivi per COVID-19, oppure provenienti da aree di province, regioni, Paesi in piena fase epidemica. L’asintomatico non contagia perchè ha una bassa carica virale; inoltre, dobbiamo tenere presente sempre l’inaffidabilità dei tamponi come mezzo diagnostico, proprio rifacendosi al suo scopritore prof. Mullis, Premio Nobel, perchè misura un acido nucleico che potrebbe essere anche inattivo. A questo punto, dobbiamo tenere in considerazione l’illegittimità degli obblighi (per tamponi, test, mascherine e altro) per ordinanza o circolare o norma di carattere amministrativo e per decreto ministeriale che violi una legge. Pertanto sono provvedimenti per definizione illegittimi. Ovviamente, non esiste un trattamento sanitario obbligatorio. Infine, dobbiamo sempre tenere in considerazione i danni psicologici creati da questo continuo terrorismo”.

Infine, ed è storia degli ultimi giorni, l’opposizione ha consegnato al M5S una vittoria politica sul referendum per la riduzione del numero dei parlamentari, suggerendo ai suoi elettori di votare SI’. Questo è un suicidio politico. Non ci sono altre parole per definirlo. E’ un suicidio politico che oltretutto rende più agevole il proposito delle èlite di governare. Un minor numero di parlamentari si può manovrare meglio. Più in generale, un minor numero di persone che vivono, soprattutto anziane – ai bambini ci ha già pensato l’aborto di massa – determina da un lato un risparmio economico, dall’altro elimina molti problemi. Un maggior numero di migranti rende le masse che vivono in Occidente più obbedienti, servili e manipolabili di quanto già non lo siano.

Probabilmente, non ci si rende conto di quello che è già accaduto. Pintor aveva ragione. Non moriremo democristiani. Moriremo atei e comunisti o – peggio – catto-comunisti, di tanto in tanto con qualche “spruzzata di comicità” a buon mercato.

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