Meloni la serva silura Cingolani da Leonardo su ordine USA

Margherita Furlan

Leonardo: Palantir ordina, Meloni silura Cingolani e il Dome

Terremoto al vertice di Leonardo. Roberto Cingolani, amministratore delegato del colosso italiano della difesa dal 2023, è stato sostituito a sorpresa dal governo Meloni. Al suo posto Lorenzo Mariani, dirigente interno da decenni; alla presidenza Francesco Macrì, profilo in area meloniana. L’ufficializzazione arriverà con l’assemblea del 7 maggio, ma i mercati hanno già emesso il loro verdetto: giovedì il titolo ha perso oltre il cinque per cento a Piazza Affari.

Il dato paradossale è che Cingolani viene rimosso mentre i numeri gli danno ragione. Sotto la sua gestione Leonardo è passata da circa 15 miliardi di fatturato nel 2022 agli oltre 20 miliardi del 2025, cavalcando l’ondata globale di riarmo. Lo stesso sottosegretario Fazzolari, indicato tra i principali scontenti, si è affrettato a smentire tensioni parlando di scelta «esclusivamente di natura industriale» e di un «nuovo contesto geopolitico». La formula usata, però, è rivelatrice: è cambiato, ha detto, «lo schema di gioco». E lo schema di gioco ha un nome preciso.

Si chiama Michelangelo Dome. È il progetto su cui Cingolani aveva scommesso pesantemente, definendolo a novembre scorso «il più grande programma di integrazione mai realizzato nell’industria della difesa». Una piattaforma che, grazie all’intelligenza artificiale, integra sensori terrestri, navali, aerei e spaziali per individuare e intercettare missili e droni: una cupola di difesa aerea europea. Sperimentazione prevista in Ucraina entro fine anno, piena operatività al 2030. Un prodotto italiano, pensato per il mercato europeo e NATO, in diretta concorrenza con i sistemi americani e israeliani.

Sul destino di Cingolani avrebbe pesato in modo decisivo il giudizio di Alden Global Capital, fondo considerato emanazione dell’area trumpiana e collegato a Palantir, la società di Peter Thiel. Palantir è il fornitore di riferimento del Pentagono per le piattaforme di intelligenza artificiale applicata alla difesa, lo stesso terreno su cui il Michelangelo Dome avrebbe offerto un’alternativa europea. Il sistema di Cingolani non minacciava solo Raytheon o Lockheed Martin sul piano dell’hardware: minacciava il software, il cervello algoritmico, ovvero il terreno su cui Thiel ha costruito il proprio impero e la propria influenza politica sull’amministrazione Trump.

Il quadro si fa così più nitido. In un momento in cui Washington usa la leva degli acquisti militari come strumento di pressione sugli alleati europei, e in cui l’architettura di targeting israelo-americana in Medio Oriente poggia in misura crescente su Palantir, un’industria italiana che costruisce una cupola di difesa integrata con IA proprietaria europea non è soltanto un concorrente commerciale: è un problema politico. A questo si aggiungono gli attriti interni: lo scarso feeling con i vertici militari italiani, la gestione delle nomine considerate poco allineate con il centrodestra, gli accordi con i francesi di Airbus e Thales, l’affidamento del dossier droni ai turchi di Baykar. Una serie di fughe in avanti che, sommate al dossier Dome, hanno fatto superare il limite di tolleranza.

L’Italia parteciperà ancora al progetto Michelangelo Dome, o è stato di fatto archiviato insieme al suo principale sponsor? Nessuna risposta ufficiale arriva da Palazzo Chigi, ma il messaggio implicito della sostituzione è già arrivato a destinazione. Cingolani aveva costruito un embrione di sovranità tecnologica italiana nel campo più strategico di tutti, quello dove si decide chi vede, chi colpisce e chi sopravvive nelle guerre del prossimo decennio. Lo ha fatto nel momento sbagliato, contro gli azionisti sbagliati. E ne ha pagato il prezzo per primo.