Le bugie della Sea Watch. Tutte le bufale per favorire lo sbarco di immigrati in Europa

Francesca Totolo

 

Roma, 18 giu – In seguito al dissequestro tempestivo deciso dalla Procura di Agrigento, la nave battente bandiera olandese Sea Watch 3 della Ong tedesca, Sea Watch, è ripartita veloce da Licata verso la zona “ricerca e salvataggio” della Libia. Il 12 giugno, appena giunta in acque di competenza della Guardia Costiera libica, Sea Watch riceve una segnalazione dall’aereo da pattugliamento Colibrì di Pilotes Volontaires, in merito ad un gommone casualmente prossimo alla sua posizione. Disattivato il transponder (Sea Watch 3 è dotata di stazione AIS trasmettente), la nave dei “pirati umanitari” fa rotta verso le coordinate suggerite e, senza nemmeno informare il Centro di Coordinamento di Tripoli (regolarmente registrato presso l’Organizzazione Marittima Internazionale delle Nazioni Unite), trasborda 53 migranti.

La Guardia Costiera libica, che nel frattempo aveva assunto il coordinamento dell’operazione di salvataggio come da diritto internazionale, arriva sul posto, trovando il gommone già vuoto, nonostante fosse ancora perfettamente in galleggiamento, con motore funzionante (Operazione Sophia ha imposto a chi effettua i salvataggi di togliere il motore per evitare che venga riutilizzato dai trafficanti) e con diverse taniche di carburante a bordo.

Prova provata che quello effettuato da Sea Watch non è stato un salvataggioma un trasbordo di migranti che potrebbe configurarsi come favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Da questo momento, inizia il solito teatrino, supportato dalle ormai metodiche fake news, di Sea Watch e della stampa immigrazionista, per favorire lo sbarco in Italia dei 53 migranti.

Come evidenziato nel post, la Ong tedesca chiede un “porto sicuro” di sbarco anche al Centro di Coordinamento libico. Quando Tripoli risponde positivamente alla richiesta, concedendo appunto un porto ai 53 migranti, viene svelata tutta l’ipocrisia di Sea Watch. E il suo castello di fandonie crolla inesorabilmente.

La Ong tedesca nega la possibilità dello sbarco del “prezioso carico di esseri umani” (cit. Roberto Saviano), e fa rotta senza indugi verso Lampedusa, non prendendo nemmeno in considerazione la Tunisia, nonostante sia già stata definita più volte “porto sicuro” da Vincent Cochetel dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). Ricordiamo anche che Zarzis, a sole 67 miglia nautiche dal luogo del trasbordo, è una nota località balneare tunisina, visitata ogni anno da migliaia di turisti italiani ed europei.

Le motivazioni del rifiuto dello sbarco a Tripoli sono sempre le stesse bufale, ovvero le “torture” subite in Libia dai migranti. Paradossale che migliaia di migranti abbiano continuato a convergere volontariamente in quel Paese, per di più pagando profumatamente i trafficanti e di certo non scappando “da guerre e fame”, per poi essere sottoposti a “inimmaginabili violenze”.

La fake news sulle sofferenze subite dai migranti in Libia è proprio immortalata dalle fotografie scattate a bordo della Sea Watch 3: persone ben pasciute, tagli di capelli che sembrano freschi di parrucchiere, barbette curate, gli immancabili smartphone e cuffiette, e pure gli euro in tasca.

Dal momento della partenza dalla zona SAR della Libia, passando per l’arrivo davanti a Lampedusa, fino al ricattatorio permanere davanti all’isola italiana nonostante la notifica della Guardia di Finanza a bordo della Sea Watch del Decreto Sicurezza Bis (nel frattempo diventato legge) e del divieto di ingresso in acque italiane, la disinformazione dei media mainstream ha cercato di incoraggiare lo sbarco in Italia, con il solito strumento della retorica sedicente umanitaria. E non è bastato nemmeno lo sbarco di 10 immigrati ritenuti in condizione di fragilità dai medici della Guardia Costiera italiana (nuclei familiari con neonati, casi medici e donne incinte).

La più eclatante fake news, ribadita in ben due articoli, è quella pubblicata da Nello Scavo, giornalista di Avvenire, tra un dovrebbe e un potrebbeAbdul Rahman Milad, detto Al-Bija, ingaggiato dalla Guardia Costiera libica e finanziato dall’Italia.

Al-Bija, invece, dopo essere stato incluso nella lista dei criminali dal Procuratore Generale libico a Tripoli, per i reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e traffico di petrolio, è in fuga e si sarebbe unito al fronte LNA di Khalifa Haftar, come riportato da fonti governative libiche. Ricordiamo che, nel 2016-2017, Al-Bija era il comandante della Milizia di Zawiya che collaborava con i trafficanti, scortando i gommoni fino al luogo di rendez vous con le ONG e collaborando con queste nei trasbordi dei migranti.

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A Nello Scavo, già reporter “crocerista” a bordo della Mare Jonio di Mediterranea e membro di Reporters Sans Frontières (organizzazione finanziata da George SorosGoverno francese e Unione Europea), sono seguiti articoli di tanti “croceristi” accrediti dalle Ong: Valerio Nicolosi di TPI, lo scorso anno a bordo di Open Arms, Fabio Tonaccide La RepubblicaAngela Caponnetto della Rai e Monica Napoli di Sky TG 24, tutti e tre in passato a bordo di Sea Watch.

Ed è paradossale che Sky Tg24 abbia scelto come inviata proprio la Napoli per intervistare Matteo Salvini sulla questione Sea Watch, peraltro con domande tendenziose e pure mentendo sul fatto che la Ong tedesca non avesse chiesto lo sbarco anche alle autorità libiche.

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Non si comprende come l’Italia sia ancora sotto ricatto costante perpetrato dalle Ong, che giudicano i porti italiani come gli unici “porti sicuri”, e dalla disinformazione della stampa politicizzata e immigrazionista. E tutto ciò, nonostante il nostro Paese sia stato più volte accusato di razzismo e minacciato dell’invio di ispettori Onu da Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.

Piccola nota conclusiva personale: il mio impegno, riguardo alla battaglia per contrastare il business dei trafficanti di esseri umani e le morti in mare connesse, è giunto forte e chiaro anche in Libia, con un messaggio intimidatorio arrivatomi direttamente in posta privata su Facebook. È bastata una semplice occhiata agli “amici” di Ahmed, per capire chi fosse in realtà.

Ora capisco come alcuni giornalisti siano riusciti ad ottenere i video sulle presunte e mai provate torture subite dai migranti nei centri di detenzione governativi libici: i trafficanti si mettono direttamente in contatto con loro per “sensibilizzare” l’opinione pubblica europea e rimettere in moto la tratta di esseri umani.

Francesca Totolo