L’ACQUARIO DI FANTOZZI

di Roberto Pecchioli

E’ proprio vero: chi determina il significato delle parole è padrone del mondo. Ne è una prova la polemica contro il primo ministro designato Giuseppe Conte, accusato di aver taroccato il suo curriculum. Premesso che la vicenda puzza di dossieraggio manovrato da qualche servizio riservato, preso atto che il docente pugliese non ha millantato titoli, ma solo indicato di avere seguito lezioni specialistiche, l’operazione ha comunque raggiunto il suo scopo. Abbiamo potuto verificare l’indignazione di   persone assolutamente non ostili al governo nascente, la loro perplessità. La frittata del discredito è riuscita.

Chi possiede il sistema di comunicazione impone come autentica ogni falsificazione, a pochissimo valendo ogni chiarimento successivo. Lo stesso termine curriculum, a rigore, significa corso della vita, ciò che si è fatto, non i titoli accademici o professionali posseduti. Ma si sa, tutto fa brodo, il regime si difende e il venticello dell’allusione negativa diventa arma impropria, clava nelle mani di servi a tassametro che mai hanno eccepito sull’incultura di potenti passati e presenti.

Forse aveva ragione Dario Fo quando sosteneva che “il padrone conosce mille parole e l’operaio trecento. Per questo è il padrone”. La migliore rappresentazione del concetto la offrì Paolo Villaggio con il personaggio di Fantozzi. Il mite ragioniere, già soldatino fedele all’azienda si trasforma in contestatore sulle piste del collega Folagra. Convocato dal “mega direttore galattico”, Fantozzi è messo nel sacco dal vecchio volpone che ribalta facilmente il suo lessico. Fantozzi grida contro i padroni, attacca gli sfruttatori in nome dei morti di fame. Calmissimo e quasi benevolo, il rappresentante del potere rovescia i termini: le giuste definizioni sono datori di lavoro, benestanti e classe meno abbiente.  Il ragionier Ugo osserva rapito l’acquario degli impiegati, una sorta di paradiso aziendale riservato ai dipendenti più fedeli e ubbidienti. Ammaliato, rinuncia alle sue idee deciso a conquistare un posto nell’acquario.

Siamo testimoni passivi di uno spettacolo organizzato nei minimi dettagli lontano da noi e contro di noi. Persino un curriculum serve per sviare il dissenso, ricondurlo alla grammatica – ovvero agli interessi – delle oligarchie dominanti. Da tempo ci hanno persuaso che l’accorpamento e la chiusura di fabbriche e uffici, con conseguenti licenziamenti massicci, è una benefica ristrutturazione. Recenti libri di testo tentano di convincere i ragazzini delle medie che la delocalizzazione industriale è cosa buona e giusta, mentre la precarietà di vita è un’opportunità, positiva mobilità, la spinta a diventare imprenditori di se stessi. Altri chierici del sistema stabiliscono, contro ogni evidenza naturale, che i generi non sono due, ma un numero mobile e imprecisato. Al fine di rendere più credibile l’assunto, decidono la sostituzione dei significanti: genere al posto di sesso, il gioco è fatto. Strutturalismo al potere.

Il mago Houdini non avrebbe fatto di meglio. Nel nostro caso, agli occhi del popolo credulone e disattento, curriculum è diventato sinonimo di titoli di studio. Il ministro dell’istruzione signora Fedeli millantò ben altro nel silenzio generale, ma milita nella parte giusta: per lei indulgenza plenaria unita all’irritazione contro chi adombrò l’inadeguatezza al ruolo della matura sindacalista toscana. Il rapporto tra masse e potere cambia nelle forme, non nella sostanza. Padrone è chi possiede il significato delle parole.

Gli esempi abbondano. Uno dei più creduti esempi di menzogna ripetuta sino a farsi verità (il maestro fu Goebbels) è che gli italiani vivano al di sopra delle loro possibilità. Per questo saremmo sommersi da un drammatico debito pubblico.  La realtà sta nel testardo potere dei numeri, giacché da decenni lo Stato realizza consistenti avanzi primari, ovvero spende assai meno di quanto potrebbe in quanto paga decine di miliardi annui di interessi sul cosiddetto debito. I salvatori della patria e dei conti pubblici, dall’ineffabile senatore a vita Monti (munito di impeccabile curriculum) all’emotiva professoressa Fornero sino al prode ministro Padoan non hanno invertito la rotta. I conti sono in sicurezza, recita il bollettino ufficiale, ma il debito aumenta costantemente e gli italiani stanno sempre peggio.

Il debito è la fake news per eccellenza, ma farlo capire alla massa è una missione impossibile quanto lo scudetto all’Empoli. Una volta tentammo un ragionamento con un esponente del ceto medio semicolto, nerbo del consenso al sistema. Osservammo che se esiste un debitore, ci deve essere un creditore. La risposta fu prontissima: sono le banche. Bene, ma chi ha dato i soldi alle banche? Noi, perbacco. Se questo fosse vero, saremmo indebitati con noi stessi, una partita di giro preoccupante, forse, ma non drammatica, come in Giappone che ha una banca centrale sovrana. Al contrario, siamo – saremmo- indebitati con un’entità chiamata mercati e in particolare con le banche centrali. Mercati e banche centrali hanno nomi e cognomi, diceva un economista scomparso misteriosamente, Federico Caffè, ma alla gente si fa credere che le mitologiche “autorità finanziarie” siano entità pubbliche. Banca d’Italia è una clamorosa fake news, giacché i suoi partecipanti sono istituti con nomi italiani (Intesa, Unicredit, eccetera) posseduti in gran parte da soggetti esteri speculativi.  I principali figurano tra gli azionisti di tutte le banche “italiane”: Black Rock, Vanguard, Hsbc.

Siamo indebitati con questi gentiluomini, ma qui casca l’asino, peggio del curriculum di Conte. Il debito mondiale è di 164 mila miliardi di dollari, due volte e mezzo il Prodotto Lordo, ossia di tutte le attività economiche del pianeta. E’ dunque evidente che lorsignori ci hanno prestato denaro che non rappresenta nulla, o meglio lo hanno creato ex nihilo. Eppure passa come la sparata di qualche cretino (populista!) che sia possibile cancellare 250 miliardi di debito pubblico italiano in mano alla BCE semplicemente perché essa lo ha finanziato stampando carta con cui ha acquistato altra carta e l’ha chiamata moneta attribuendosene la proprietà. Diavolerie di paranoici complottisti, pur se lo ha spiegato tranquillamente, negando controindicazioni, un esperto come Paul De Grauwe professore della London School of Economics, non un leghista delle alte valli in preda ai fumi dell’alcool.

La pratica del quantitative easing rappresenta egregiamente il concetto. I padroni del mondo ci vogliono tutti pesciolini nell’acquario di Fantozzi, quindi celano ogni cosa dietro parole nuove, criptiche, misteriose, scritte e pronunciate in una lingua iniziatica. Quantitative easing, acronimo QE, è la creazione di denaro contabile e scritturale da parte della Banca Centrale, ufficialmente per sostenere l’economia, in realtà per evitare il crac delle banche alle quali prestano il denaro a tasso pressoché zero. Il sistema creditizio si guarda bene dal fare prestiti all’economia reale e reinveste nel gigantesco azzardo chiamato mercato finanziario ovvero rastrella quote di bond pubblici. Miliardi di Fantozzi sudano per riprodurre un potere che li rende schiavi, sognando le meraviglie dell’acquario.

Il consenso drogato nei confronti di un sistema criminale, ma padrone innanzitutto della “narrazione” corrente, non è troppo differente dalla sicurezza con cui alcuni islamisti vanno incontro alla morte certi di trovare, nell’Aldilà, giardini dove scorrono ruscelli e le Urì, le fanciulle destinate al godimento dei beati.

Accigliati censori imputano al professor Conte un passato sostegno al metodo di cura Stamina. Probabilmente Stamina non funziona, ma non si tratta di un imbroglio, piuttosto di una speranza svanita. Imbroglio è invece la legge chiamata bail in, significa salvataggio interno ma implica che correntisti e obbligazionisti paghino di tasca i debiti delle banche in cui incautamente hanno posto i risparmi. Applicano perfettamente la lezione di Orwell sul linguaggio invertito. Se la verità è menzogna, come nel mondo di 1984, che dire del lavoratore “intermittente”, cioè precario a chiamata, o della molto lodata flessibilità, ossia l’attitudine a piegarsi? Se poi riteniamo odiose le pratiche di caporalato, ci tranquillizziamo con le agenzie interinali: fanno le stesse cose, ma con la camicia pulita e compilando moduli.

Iniziò tanti anni fa, allorché parve brutto chiamare ciechi i privi della vista e i bidelli diventarono ausiliari scolastici. Passammo a evitare termini come invertito, poiché implica un giudizio negativo, ma l’omosessuale si trasformò presto in gay, gaio, allegro, felice. Una parola nuova ripetuta all’estenuazione modifica il paradigma. Si chiama trasbordo ideologico inavvertito: si cambia opinione senza accorgersene, magari c’è chi pensa che per essere felici sia opportuno rivolgere l’orientamento sessuale (altra acrobatica invenzione linguistica) agli uomini anziché alle donne, o viceversa.

Progressivamente, Fantozzi si è trasfigurato in Fracchia, l’omino incapace di sostenere le sue ragioni, che si avvolge nella poltrona diventata un letto di Procuste. Fracchia è sottomesso alle parole d’ordine del potere, è il servo che finisce per amare le catene, contento di pensare come il Signore. Il Mercato funziona da sé, esiste una mano invisibile che lo dirige verso il Meglio, a beneficio di tutti. Gli immigrati ci pagheranno le pensioni, mentre sono un costo; occorrono “riforme”, altro significante riverniciato. Il significato autentico è massacro sociale, privatizzazione di tutto, precarietà, abolizione delle identità.

C’è una parola difficile, da glossario specialistico e dal suono ostile, per descrivere la nuova dogmatica concettuale, teologumeno. Descrive una credenza o ipotesi teologica riferita come fatto storico. Nell’acquario di Fantozzi, abbondano le bugie o le asserzioni ideologiche spacciate per verità incontrovertibili. Carl Schmitt lo capì allorché affermò che le categorie politiche sono concetti teologici secolarizzati. E’ stato sostituito Dio con la Classe (marxismo) o con il Mercato (liberalcapitalismo), ma resta l’obbligo di credere per fede che sia bene ciò che piace a chi comanda, anche se brucia concretamente sulle carni, pure se, manifestamente, stiamo peggio di prima.

La nuova religione non fa miracoli, ma è riuscita a ribaltare la parola di Gesù nel Vangelo di Marco. Adesso è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un povero entrare nel paradiso terreno del consumo. Però può guardarlo con occhi desideranti, come Fantozzi osserva l’Acquario dopo la lezione del mega direttore che gli raccomanda di essere rispettoso e fedele. Deve essere, più o meno, quello che il presidente della nostra Repubblica pretende dal nascente governo in qualità di funzionario di concetto dei “superiori”. Il popolo vota male, presto troveranno il modo di impedirlo, per il nostro bene e con il nostro consenso di plebi felici e desideranti prigioniere dell’acquario.

Fantozzi, populista ante litteram, sintetizzò tutto al termine del cineforum aziendale: “La corazzata Potemkin è un cag… pazzesca! “ Novantadue minuti di applausi.

Roberto PECCHioli

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