KEYNESISMO E MONETARISMO terza parte

UNA PAGINA FONDAMENTALE DELLA NOSTRA STORIA –
LA DISPUTA TRA KEYNESISMO E MONETARISMO QUALE MANIFESTAZIONE DEL PROBLEMATICO RAPPORTO TRA GIUSTIZIA E MERCATO
(Terza Parte) di Luigi Copertino

Linee ideali per una politica di equità sociale nel governo dell’economia di mercato

Nicholas Kaldor, dalle sue scoperte di economia monetaria, faceva derivare anche chiare conseguenze politiche e pratiche. Per l’economista anglo-ungherese gli obiettivi di una politica monetaria sociale, e quindi – aggiungiamo noi – etica, devono mirare a rafforzare l’economia reale, la produzione, l’occupazione, la formazione del capitale, il saggio di sviluppo, e non a mere finalità contabili, come il rigore o il pareggio di bilancio, eticamente legittime solo in presenza della piena occupazione. Insomma le politiche neoliberiste di austerità non sono solo inefficaci, economicamente e socialmente unilaterali, ossia favorevoli solo all’offerta ovvero al capitale, ma anche eticamente ingiuste.

I dati econometrici, codificati in forma grafica, presentati da Kaldor dimostrano che l’aumento della massa monetaria segue sempre l’aumento dei prezzi. Non, dunque, il contrario come affermato dalla teoria quantitativa sulla quale si basa il monetarismo. All’interno della massa monetaria la più sensibile alle variazioni dei prezzi è proprio la massa monetaria bancaria (M2). A fronte di un aumento dei prezzi dei beni, conseguente all’aumento dei costi di produzione, anche laddove le Banche centrali praticassero una politica monetaria restrittiva, con contenimento quantitativo della moneta legale in circolazione, famiglie ed imprese riuscirebbero egualmente a finanziarsi domandando al sistema bancario l’emissione di prestiti ossia di moneta bancaria. A meno di una crisi di fiducia, come accaduto nel 2008, che riduca la propensione delle banche ad esporsi, ossia a concedere prestiti e quindi a creare moneta bancaria, il sistema bancario, più delle autorità monetarie, è quello che risponde prontamente alla domanda di moneta richiesta dal mercato. Insomma, non è l’aumento di moneta a precedere e causare l’aumento dei prezzi, ossia l’inflazione, ma, al contrario, è l’aumento dei prezzi, per qualsiasi motivo, a precedere e causare, a “tirare”, l’aumento di moneta sottoforma, principalmente, di moneta bancaria.

Fin qui abbiamo illustrato le diverse teorie che si sono affrontate in tema di rapporto tra inflazione e disoccupazione. Ciascuna di esse coglie un elemento di verità anche se, con ogni evidenza, la teoria keynesiana, con gli apporti delle scoperte di economia monetaria effettuate da Nicholas Kaldor, spiega molto meglio sia quelle che sono le più plausibili cause dell’inflazione, le quali non risiedono esclusivamente e neanche prevalentemente nella quantità di moneta legale in circolazione, sia il reale funzionamento dell’attuale sistema economico.

La nostra preferenza per la teoria keynesiana, però, è determinata anche e soprattutto dalla sua maggior valenza etica e politica. Se, infatti, la scelta che si pone è tra l’accettare come ineluttabile un presunto “tasso naturale di disoccupazione” e tollerare, invece, un “tasso sostenibile di inflazione”, è evidente che, cristianamente, non si possa che scegliere la seconda opzione. Questa, infatti, è la scelta eticamente più giusta anche tenendo conto dell’andamento del ciclo economico che, generalmente, contempla una concatenazione e sequenza di molteplici periodi brevi e di sotto-cicli di crescita e di decrescita, sicché, da parte di autorità politiche responsabili, si porranno in essere, alternativamente, interventi di politica monetaria e fiscale keynesiani, per stimolare il mercato, e rallentamento o sospensione di tali interventi quando non c’è bisogno di stimoli. Insomma, bisogna tenere un piede sull’acceleratore ed, all’occorrenza, un altro sul freno, come del resto suggeriva lo stesso Keynes.

Proprio partendo da questa necessità di contemperamento ma soprattutto per conformare la politica economica alla giustizia distributiva ed all’equità, al fine di eticizzare ed umanizzare il mercato, per sua natura insensibile alle tragedie sociali dell’umanità, si deve iniziare seriamente a guardare con maggior attenzione ed interesse a forme ed ipotesi di relazioni industriali ispirate al principio partecipativo. La “partecipazione”, infatti, è l’unico strumento capace di tendere alla conciliazione, per quanto possibile, della conflittualità sociale, mediante il riavvicinamento tra capitale e lavoro, fino – questo dovrebbe essere il suo obiettivo finale, cui tendere nel tempo – a riunirli nelle stesse mani dopo che agli albori della modernità essi furono separati e contrapposti, quando proprio l’espansione del credito finanziario, con lo sviluppo delle lettere di cambio antesignane della cartamoneta, consentì l’originaria accumulazione capitalista nelle mani del ceto mercantile che assoldò, ed esproprio dei mezzi di produzione, gli artigiani, riducendoli a lavoratori salariati, nella fase proto-capitalista cui, con la Rivoluzione industriale, seguì il capitalismo vero e proprio.

In tal senso la “partecipazione” non può limitarsi solo alla partecipazione dei lavoratori agli utili netti, anche inizialmente mediante forme di salario di produttività, ma deve mirare, come obiettivo irrinunciabile, soprattutto alla partecipazione dei lavoratori alla gestione aziendale ed alla comproprietà del capitale. La partecipazione, non il comunismo, è la vera soluzione, l’unico rimedio eticamente giusto e politicamente praticabile al classismo economico prodotto dall’accumulazione capitalistica. Essa, inoltre, si appalesa in particolare come uno strumento efficace per evitare rischi inflattivi potenzialmente sottesi agli aumenti salariali senza, però, la passiva ed acritica accettazione del presunto naturale, ed inderogabile, “tasso di disoccupazione”. Senza, in altri termini, sottostare al ricatto della “riserva di manodopera”, l’“esercito industriale di riserva” ossia la massa di disoccupati, a disposizione del capitale per tenere bassi i salari e placare, con lo spauracchio della disoccupazione, le pretese dei lavoratori occupati.

Infatti, se non si vuole ricorrere all’indicizzazione dei salari al costo della vita, nella quale consisteva il meccanismo della rincorsa salari-prezzi che fu tipico della cosiddetta “scala mobile” negli anni ’70, perché, secondo alcuni, potenzialmente generatore di spinte inflazionistiche, è tuttavia invece possibile, senza rischi inflattivi, indicizzare i salari alla produttività, ferma rimanendo, però, in sede contrattuale, nel caso in cui il livello di produttività non sia tale da consentire il mantenimento del potere d’acquisto salariale rispetto al livello generale dei prezzi dei beni primari di consumo, la previsione di una clausola di riserva che stabilisca un calcolo di indicizzazione, ex post, dei salari all’aumento dei prezzi. Che è, più o meno, il sistema previsto dal nuovo contratto nazionale dei metalmeccanici che sembra si stia facendo strada anche in altri settori produttivi ma con il gravissimo difetto di non fare alcuna apertura, anzi di chiudere, alla partecipazione alla gestione ed alla comproprietà del capitale da parte dei lavoratori.

Naturalmente questa eticizzazione del mercato e dei rapporti capitale/lavoro non è certo la panacea universale per una buona economia, ma sicuramente ne è un ingrediente che non può mai mancare. Perché non può esserci economia degna dell’uomo se non sussiste uno suo stretto rapporto con la giustizia e l’equità. Ecco quindi perché è imprescindibile sperimentare soluzioni come quella partecipativa sopra accennata. L’autosufficienza del mercato, capace di autoregolarsi perché benefico e spontaneo allocatore di risorse nella pace e nel prosperità globali, è una universale menzogna sostenuta, contro ogni evidenza dei fatti, da tutti coloro, compresi i catto-cons, che difendono esclusivamente il punto di vista del capitale e ragionano soltanto osservando le cose dal lato dell’offerta.

Un altro ingrediente indispensabile per una economia socialmente equa è, certamente, come si è visto, la sovranità monetaria statuale, nazionale o (con)federale. Solo se dispongono di sovranità monetaria le Comunità politiche sono in grado di evitare il vincolo debitorio esterno, che può diventare una tragedia sociale interna, e sono in grado di attuare, all’occorrenza, politiche di sostegno della domanda aggregata interna oppure operazioni di riacquisto del proprio debito estero e politiche anticicliche.

Sovranità monetaria non significa necessariamente moneta debole. Uno Stato, o una (con)federazione di Stati, può esercitare la propria sovranità monetaria anche allo scopo, se le condizioni lo consentano o lo esigono, di conservare una moneta forte. Infatti, non è sempre risolutivo stampare moneta in un contesto di debolezza della stessa , né è sempre risolutiva la svalutazione, neanche per i lavoratori, senza la sussistenza delle condizioni necessarie (innanzitutto la prevalenza delle esportazioni sulle importazioni nella bilancia commerciale). Sussistono, d’altronde, casi e situazioni nelle quali la svalutazione è necessaria o benefica ma come non esiste una regola aurea per la rivalutazione così non esiste una regola aurea per le svalutazioni e tutto dipende dalle concrete circostanze storiche e sociali del momento (10).

Circa la preferibilità di una moneta forte, rispetto ad una debole, la questione sta tutta nel fatto che, però, generalmente gli Stati a moneta forte sono anche gli Stati più mercantilisti, attenti oltre ogni misura al bilancio pubblico fino al rigorismo ed all’austerità. Sono Stati per i quali una politica anticiclica, per contrastare keynesiamente recessioni e depressioni, è inconcepibile perché le loro classi dirigenti vivono nel culto dogmatico della capacità autoregolatrice del mercato e quindi nella sua spontanea capacità di superare da solo le crisi. La Svizzera, ad esempio, piuttosto che stampare moneta per finanziarsi una certa misura di deficit, preferisce comprare fiumi di titoli europei per tenere basso il cambio. Al contrario, attualmente, Usa, Inghilterra e Giappone, quest’ultimo dopo aver troncato repentinamente con la precedente trentennale politica mercantilista, sono esempi di Stati a moneta forte che però all’occorrenza stampano sia per finanziarie il deficit sia per stimolare il mercato, con buoni risultati. Anche la Francia poteva considerarsi un Paese a moneta forte senza i complessi anti-keynesiani ai quali ora sembra soggetta per “contagio culturale tedesco”.

Non bisogna mai e poi mai dimenticare che lo Stato, o la (con)federazione, NON è una famiglia e NON è una impresa ma è la Comunità politica che deve assicurare l’equilibrio nella giustizia tra i ceti, e nel caso di (con)federazione anche tra i popoli, che ne compongono il complesso sociale organico, nazionale o plurinazionale. Compito dello Stato è agire in maniera anticiclica. Questo non deve affatto significare fare deficit indebitandosi sempre e comunque con i mercati finanziari. Lo Stato, o la (con)federazione di Stati, deve innanzitutto essere padrone della sua Banca centrale per essere monetariamente sovrano in modo, poi, da fare deficit, per la spesa di investimento e non prevalentemente per quella corrente (che comunque deve essere di miglior qualità puntando ad esempio sulla formazione permanente dei dipendenti pubblici), soltanto quando c’è bisogno di stimolo e, al contrario, fare surplus, con stretta monetaria, quando c’è bisogno di frenare. A seconda, appunto, del ciclo.

Se si indebita lo Stato, o la (con)federazione di Stati, proprietario della sua Banca centrale, deve farlo, in misura prevalente, con sé stesso o con il proprio popolo e non verso i mercati finanziari, in particolare se esteri. Lo Stato, o la (con)federazione di Stati, deve fuggire da ogni vincolo esterno che non sia strettamente inevitabile per condizioni storiche o geografiche o materiali. Ed anche quando si indebita con i mercati finanziari, lo Stato, o la (con)federazione di Stati, deve farlo in modo da indurli a mantenere bassi i tassi dando ad essi sicurezza circa la sua costante solvibilità, onde evitare speculazioni sui cambi o sui titoli di Stato. Sicurezza che non può dare se non controlla la propria Banca centrale.

Infatti per indebitarsi con sé stesso o con il proprio popolo e per controllare in modo egemone la sua esposizione verso i mercati, lo Stato, o la (con)federazione di Stati, non ha che due possibilità: o stampa direttamente moneta oppure si riappropria del controllo, anche patrimoniale (nazionalizzazione), della sua Banca centrale in modo da obbligarla a monetizzare il fabbisogno pubblico.

Quando esiste piena e riconosciuta consapevolezza da parte dell’Autorità politica del proprio obbligo morale e giuridico, secondo regole ben stabilite, di non monetizzare, direttamente o mediante la potenza di creazione monetaria della propria Banca centrale, il fabbisogno pubblico se non, prevalentemente, per la sola spesa pubblica di investimento, allora anche i mercati finanziari esteri, nel caso di ricorso all’esposizione governativa verso di essi, sarebbero rassicurati e sarebbero indotti a praticare bassi interessi.

Tanto l’Autorità politica quanto i mercati finanziari, interni o esterni, sarebbero costretti ad un uso produttivo, ossia a favore dell’economia reale e dunque dei popoli, dello strumento monetario. In questo modo diventerebbe possibile anche aprire la via normativa alla subordinazione agli imperativi etici, giuridici e politici – gli unici che possono trasformare quello finanziario da potere luciferino, speculativo ed autoreferenziale, in un mezzo a servizio del bene comune dell’umanità – della stessa finanza privata e del sistema bancario che sarebbe doverosamente sottoposto a rigidi controlli, nel suo esercizio di creazione monetaria bancaria, affinché esso sia finalizzato esclusivamente a sostenere, finanziariamente, l’economia reale produttiva e non la speculazione autoreferenziale, nichilista e distruttiva.

Luigi Copertino

(Fine)

NOTE

10) Attualmente, per esempio, la svalutazione in corso dell’euro, anche quale conseguenza del Quantitative easing di Mario Draghi, nei confronti del dollaro non sembra avvantaggiare, allo stesso modo, l’intera eurozona. A partire dall’aprile 2014 l’euro ha perso circa il 20%, rispetto al dollaro, ma senza che questo abbia fatto ripartire in modo stabile l’economia. Certo ha evitato il peggio ma non ha risolto nelle sue cause profonde la crisi. Soluzione che deve essere prima politica. Infatti nell’attuale condizione di frammentazione dell’Unione Europea, la svalutazione euro/dollaro ha avvantaggiato ancora di più la Germania che esporta più facilmente verso i mercati esterni all’eurozona, avendo nel frattempo esaurito l’export interno per le note difficoltà dei Paesi in deficit finanziario. Nonostante il Quantitative easing e la svalutazione dell’euro, dunque, la asimmetria tra Germania in surplus finanziario e commerciale, della sua bilancia dei pagamenti, e gli altri Stati deficitari non è cambiato. Contrariamente alle fosche previsioni dei falchi della Bundesbank, annidati nel Board della Bce, alla Germania questa “svalutazione” ha apportato vantaggi, mentre ai Paesi deficitari dell’eurozona ha apportato solo piccoli e marginali benefici che serviranno soltanto per ripagare parte del debito alla Germania stessa. Il divario tra Germania e gli altri Paesi dell’eurozona sembra in tal modo destinato ad aumentare, e questo dimostra che non sempre le svalutazioni sono efficaci ma che la loro efficacia dipende da diverse variabili e circostanze. Essendo, in linea generale, la regola quella per cui le svalutazioni avvantaggiano le esportazioni (ma anche appesantiscono le importazioni), bisogna, prima di svalutare, fare il punto sulla propria potenzialità nell’export. La Grecia, ad esempio, che non è un Paese altamente esportatore, avrebbe potuto avere difficoltà da una svalutazione, anche se non è detto che sarebbe stato sicuramente così e nessuno può affermare con certezza matematica cosa sarebbe veramente accaduto in caso di Grexit. Tuttavia, siccome esiste una Giustizia superiore, l’egoismo tedesco potrà, nei prossimi mesi, trovare la sua sanzione a seguito della recente svalutazione dello yuan cinese, che imporrà un freno alle esportazioni germaniche verso la Cina. Forse, allora, la Germania sarà meglio disposta a riconsiderare l’intero ed iniquo attuale assetto dei rapporti nell’eurozona.

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