Roberto Pecchioli
Il giudizio sul manifesto della repubblica tecnologica di Palantir anticipato nella prima
parte è assolutamente negativo, finanche allarmato. A cominciare dal titolo fuorviante.
Non di repubblica- spazio comune- né di tecnologia parla, ma di dittatura e tecnocrazia. Lo
Stato, perfino quello statunitense che “deve”continuare a dirigere il mondo, viene
rinchiuso in un meccanismo tecnologico, economico e in una dimensione militaristica che
lo contiene e lo incorpora, un agglomerato dominato dalla volontà di potenza privatizzata
da cui scompaiono completamente il popolo e il bene comune.
Nulla di diverso dalle teorizzazioni dell’ “illuminismo oscuro” in cui lo Stato si dissolve
all’interno del dominio delle grandi corporazioni aziendali. Colpisce solo in parte che la
teorizzazione parta da Alex Karp che si definisce libertario ed elettore democratico. Il
livello apicale del potere finge di dividersi per colpire unito.
la militarizzazione del sistema
ha uno stato maggiore: i CEO e i cervelli pensanti di Silicon Valley, cui incombe “ l’obbligo
di partecipare attivamente alla difesa della nazione. “ Cioè del grumo di potere che la
dirige. Basta con il soft power, il potere dolce che seduce ma non è abbastanza forte per
governare: ci vuole l’hard power, la forza bruta, sia pure dispiegata per via tecnologica,
inventando e vendendo a caro prezzo software sempre più potenti. La nuova frontiera del
potere duro è l'insieme di programmi e istruzioni che permettono ai dispositivi elettronici
di funzionare. La società intera deve essere disciplinata ed i funzionari pubblici devono
essere persuasi di essere gli evangelizzatori della nuova era. Nessun interesse per la libertà,
individuale e collettiva, né per la persistenza delle comunità .
L“era atomica sta finendo” a favore dei software, ma continua l’egemonia americana, in
persona della cupola tecnologica: una versione ancora più sfacciata del mondo neocons.
Palantir – che ricava due terzi del fatturato da contratti con le agenzie federali statunitensi-
indica chiaramente l’esistenza di avversari e la necessità di combatterli, con un ulteriore
salto di livello nel riarmo e ripristinando la coscrizione obbligatoria. I nemici sono
innanzitutto Russia e Cina. Non per motivi ideologici ( la retorica del “mondo libero” è solo
accennata) ma in quanto ostacoli all’instaurazione di un nuovo secolo americano. In quel
senso va letta la richiesta di restituire una certa indipendenza a Germania e Giappone, con
l’Italia le grandi sconfitte della seconda guerra mondiale. Non lasciamoci sviare
dall’apparente volontà di liberare quelle nazioni. Interessa soltanto che tornino al ruolo
storico di avversari geopolitici l’una della Russia, l’altro della Cina. Sempre sotto il
controllo americano e il tallone tecnologico di Silicon Valley.
Il punto 16 ammette con la massima franchezza il progetto tecnocratico. “La cultura quasi
sghignazza di fronte all'interesse di Musk per le grandi narrazioni, come se i miliardari
dovessero semplicemente rimanere nel loro ambito di arricchimento personale”. Bando
agli indugi, chi ha più denaro abbia tutto il potere , diriga il mondo e si sbarazzi della
fastidiosa escrescenza della volontà popolare, mediata dagli Stati di cui Big Tech intende
ereditare le funzioni, il governo delle corporations. Ai popoli spetta il compito di sempre:
consumatori e carne da cannone quando lo scontro diventa guerra aperta. In tutto questo
fa sorridere il richiamo ai “valori progressisti” diffusi dagli Usa e al lungo periodo di pace
garantito- a dire di Karp e soci- dalla potenza americana, non dall’equilibrio atomico. Un
semplice espediente retorico, poiché, avvertono, la “psicologizzazione della politica
moderna ci sta sviando”. Bisogna badare al sodo, dimenticare i principi del passato e
concentrarsi sull’unico progresso che conta, l’avanzamento tecnologico che permetterà di
costruire macchine sempre più potenti guidate da software più sofisticati, controllati e
posseduti da una cupola privata che, possedendo tutti i mezzi, determinerà tutti i fini. I
suoi.
Assai insidiosa è la chiamata alle armi a Silicon Valley affinché “affronti la criminalità
violenta”. Tolleranza zero verso mafie, malviventi e cartelli della droga? Non proprio;
piuttosto la volontà di rendere più stringente la sorveglianza nei confronti della
popolazione con il pretesto della sicurezza. Legge e ordine, ma per loro e alle loro
condizioni. Torna in mente la fantasia cinematografica di Minority Report. I “precog” del
film sono esseri dotati di poteri psichici ( nulla impedirà che quelle facoltà provengano da
macchine intelligenti) in grado di prevedere eventi futuri, arrestando i potenziali colpevoli
prima che commettano un crimine. Di qui ai robot poliziotti comandati da remoto il passo
è breve.
Particolarmente interessanti, dal punto di vista metapolitico, sono gli ultimi tre punti del
manifesto. Per un verso appaiono come le uniche luci di un progetto inquietante, violento,
gelido e profondamente materialista. Dall’altro possono essere lette come espressioni di un
suprematismo intollerabile. Il punto 20 stigmatizza “ la diffusa intolleranza verso le
credenze religiose in certi ambienti”. Verissimo, ma andrebbe chiarito a chi alludano.
L’ateismo irreligioso della modernità occidentale è la bandiera delle avanguardie
transumane e postumane nutrite di materialismo scientista di cui i guru di Palantir sono
esponenti di primo piano. Di che cosa parlano, dunque, Karp e il suo socio Thiel che tiene
conferenze sull’Anticristo? Vogliono un ritorno dei principi trascendenti o, più
prosaicamente, intendono porre le basi per una simil religione immanente, o gettare ponti
verso talune oscure aspirazioni – assai potenti in America- di settori ebraici e
fondamentalisti evangelici?
Altrettanto, si vorrebbe applaudire la scorrettezza politica degli ultimi due punti. Le culture
non sono tutte uguali e devono essere sottoposte a giudizio critico. Vero. Ma non perché “
disfunzionali” o “regressive”. Il primo è un concetto legato essenzialmente all’economia e al
profitto, il secondo è un giudizio interno a una gerarchia di valori il cui centro è la categoria
di progresso ( tecnologico, materiale, non certo morale o spirituale). Noi non crediamo
affatto all’equivalenza di ogni cultura o visione della vita, ma non possiamo porre come
unico criterio discriminante i progressi ( definiti “vitali” ) della tecnologia.
Anche l’ultimo punto si presta a letture opposte. Se giustamente “ dobbiamo resistere alla
tentazione superficiale di un pluralismo vuoto e privo di significato” , che ha portato a
derive intollerabili come la cultura della cancellazione e l’oblio della verità naturale in
nome del più folle soggettivismo, non possiamo chiuderci in un fanatico dogmatismo
tecnologico. Parafrasando Amleto, ci sono più cose in cielo e in terra, Karp, di quante ne
sogni tutta la tua tecnologia. Ossia, i limiti della ragione umana e i rischi della sua
sostituzione con i software di intelligenza artificiale non possono essere sacrificati
sull’altare di una volontà di potenza fine a se stessa, dinanzi alla quale occorrerebbe
tornare all’origine della nostra civiltà, a Prometeo incatenato affinché non distrugga tutto.
Palantir e i suoi guru ci avvertono del declino delle culture nazionali in nome
dell’inclusività. “Inclusione in che cosa?” si chiede il manifesto. Sarebbe musica per le
orecchie di chi si è posto per anni la stessa domanda. Il fatto è che non di culture o idee
stanno parlando, ma di innalzare un progetto tecnocratico brutale, disumanizzato,
escludente per natura. La dittatura dei software cancella ogni residua razionalità umana;
l’affidamento totale all’Intelligenza Artificiale esclude, anzi espelle l’intelligenza umana a
favore di chi la controlla la megamacchina. Il potere nelle mani di un pugno di straricchi e
di geni dell’informatica esclude la dimensione etica, è indifferente se non apertamente
nemico della persona umana . Il “potere duro” (hard power) si esercita con la forza e la
coercizione: non è mai nell’interesse dei popoli e degli individui. Può essere contestato
anche dal punto di vista scientifico: prefigura un opprimente centralismo tecnocratico che
potrebbe paradossalmente soffocare l’ innovazione senza freni né limiti che pure pretende.
Il manifesto- ideologia pubblica di un grumo di imprese private- è in sostanza
l’attualizzazione e la riproduzione, amplificata dall’immensa potenza delle tecnologie
odierne- delle pretese egemoniche di quello che Dwight Eisenhower, nel suo discorso di
commiato da presidente degli Stati Uniti del gennaio 1961, definì complesso militare
industriale. Un brano dell’ intervento dell’ ex generale e leader politico merita di essere
opposto al progetto di Palantir come base di un contro manifesto per un’umanità libera ,
vigile, consapevole.
“La congiunzione tra un immenso corpo di istituzioni militari ed un'enorme industria di
armamenti è nuova nell'esperienza americana. L'influenza totale nell'economia, nella
politica, anche nella spiritualità è sentita in ogni città, in ogni organismo statale, in ogni
ufficio del governo. Tuttavia non dobbiamo mancare di comprenderne le gravi
implicazioni. La nostra filosofia ed etica, le nostre risorse ed il nostro stile di vita sono
coinvolti: la struttura portante della nostra società. Nelle decisioni di governo dobbiamo
guardarci dall'acquisizione di influenze palesi e occulte che non diano garanzie, esercitate
dal complesso militare-industriale. Il potenziale per l'ascesa disastrosa di poteri che
scavalcano la loro sede e le loro prerogative esiste ora e persisterà in futuro. Non dobbiamo
mai permettere che il peso di questa combinazione di poteri metta in pericolo le nostre
libertà. Non dobbiamo presumere che ogni diritto sia dato per garantito. Soltanto un
popolo di cittadini all'erta e consapevole può esercitare un adeguato compromesso tra
l'enorme macchina industriale e militare ed i nostri metodi pacifici ed obiettivi a lungo
termine in modo che la sicurezza e la libertà possano prosperare assieme.”