IL DRAMMA ATTUALE DEI CATTOLICI – di Luigi Copertino

IL DRAMMA ATTUALE DEI CATTOLICI

Una nota

Secondo una consolidata tesi i fondamenti costitutivi dell’Occidente sono contenuti nel trinomio rivoluzionario “libertà – uguaglianza – fratellanza”. La prospettiva sottesa a detta tesi è che l’Occidente, che tali istanze ha generato, deve esportarle nel resto del mondo, dove invece, essendo esse ignorate, vige un livello inferiore di civiltà. E’ qui, a ben vedere, la giustificazione delle guerre neocons per esportare la democrazia liberale che tanto ricordano, sotto certi aspetti, il kiplinghiano “fardello dell’uomo bianco”.

Un amico filosofo, Andrea Fiamma, ci ha dato notizia sulla contestazione di un pensatore ghanese, tal Appiah, docente a Princeton, verso detta tesi. Per Appiah bisogna finirla con fare del trinomio rivoluzionario una elaborazione dell’Occidente perché, in realtà, si tratterebbe di principi globali che appartengono all’uomo in quanto tale. Pertanto la filosofia umanitaria, proprio perché  tale, non è “occidentale” quanto piuttosto “cosmopolita”.

Si potrebbe obiettare che “occidentale” e “cosmopolita” non si oppongono ma si sovrappongono fino ad identificarsi, perché l’Occidente altro non è che la dimensione spaziale di quel che la “modernità” è in termini di dimensione temporale. E siccome l’Occidente-Modernità pretende per sé l’universalismo, nell’abolizione sul piano immanente delle diversità, e perfino l’eternizzazione di sé ma all’interno del tempo – secondo la nota tesi della “fine della storia” di Fukuyama –, e quindi, in sostanza, esso pretende l’infinità di ciò che essendo un sistema meramente umano, essendo mondano, è sempre e comunque finito, è evidente il carattere parodistico dell’umanitarismo nei confronti della Rivelazione cristiana.

D’altro canto però opporre, come invece fa Appiah, l’Occidente e la Cosmopoli evidenzia la diversa interpretazione che dell’umanitarismo offrono i conservatori ed i progressisti, ossia la destra e la sinistra. Per i primi l’Occidente, pur portatore di istanze potenzialmente universalistiche, è soltanto una delle civiltà in conflitto sullo scenario attuale del mondo – è questa la tesi dello “scontro di civiltà” di Samuel Huntington – mentre per i secondi è piuttosto la Cosmopoli ad incarnare la filosofia umanitaria che l’Occidente ha il solo merito di aver maturato prima di altre culture, le quali sarebbero sulla stessa strada. Da queste due diverse esegesi derivano anche i due diversi approcci, entrambi “missionari”, per l’esportazione del trinomio rivoluzionario, quello bellicista neoconservatore e quello pacifista kantiano. Approcci solo in apparenza divergenti dato che proprio Kant, mentre perora la “pace perpetua”, discrimina quale “nemico dell’umanità”, senza diritto alcuno, chi non accetta la filosofia umanitaria, ponendosi così al di fuori dell’umanità.

Sarebbe dunque errato leggere l’apparente divergenza, testé esaminata, alla stregua di una discriminante tra “anti-globalisti” e “globalisti”, come è portato a fare un certo sovranismo neoconservatore – quello alla Steve Bannon, per intenderci – che assegna alle “radici giudaico-cristiane” una funzione identitaria per l’Occidente. Il cosiddetto “giudeocristianesimo” è un falso plateale dal momento che radici di tal genere non esistono né teologicamente né storicamente (1).

In realtà l’universalismo immanentista è la prospettiva che accomuna tanto gli occidentalisti neoconservatori quanto i globalisti progressisti. Conservatorismo e progressismo sono le due facce della stessa medaglia occidentalistico-globalista.

Ma, come si accennava, questo universalismo immanentista è una parodia mondana dell’Universalità Trascendente della Rivelazione che non nega, anzi rafforza, le diversità naturali e culturali forgiate lungo il divenire storico. Proprio per questo la filosofia umanitaria si presenta come una suadente trappola per la Chiesa. Ed a giudicare dal grado ormai quasi totale della confusione in ambito cristiano bisogna concludere che la trappola ha funzionato molto bene e che la malattia sta dilagando senza più ostacoli nel Corpo Mistico.

«L’intima vocazione del cattolicesimo – ha sottolineato un intelligente osservatore laico come Ernesto Galli della Loggia – verso il mondo diventa equivalente alla necessità di confondersi con il mondo stesso. Si badi non sto rimproverando affatto al magistero di indulgere a una qualche forma di quietismo morale, di “laissez faire” dottrinale o pratico di fronte alla dimensione del peccato che domina il mondo. Si tratta di un problema del tutto diverso, collegato ad una straordinaria novità storica. Al fatto che a partire dalla seconda metà del Novecento un’ideologia etica di ambito planetario, è andata via via emergendo, per la prima volta nella storia, muovendo da un nucleo originario rappresentato dalla formulazione dei diritti umani. Di essa sono venuti progressivamente a far parte, insieme alla crescita continua dei suddetti diritti, il pacifismo, l’ecologismo, l’antisessismo e quant’altro potesse essere compreso in un’indistinta prospettiva mondialistico-buonista sotto l’egida di qualche organizzazione e movimento internazionale. Il cattolicesimo romano con la sua consustanziale ambizione universale si è così trovato di fronte alla sfida interamente inedita di qualcosa che di fatto ambiva a stargli alla pari, che gli stava alla pari. Si è trovato a fare i conti con una sorta di morale anch’essa universale, d’ispirazione naturalistica e di tono fortemente laico, il cui effetto era, ed è, di porre in subordine ogni specifico discorso religioso, ormai ineluttabilmente avviato, si direbbe, a figurare al massimo come una parziale articolazione di sapore arcaico e quasi folklorico di quel più vasto afflato etico che guadagna spazio ogni giorno» (2).

Galli Della Loggia ha toccato il nocciolo del dramma attuale dei cattolici in un mondo nel quale la gerarchia ecclesiale rincorre stupidamente la trionfante filosofia umanitaria che è la base teoretica del convincimento dell’uomo moderno di essere in grado di costruire da solo, sulla terra, la Città di Dio ma senza Dio. Né la gerarchia cattolica né gli uomini, tuttavia, si accorgono che quella “ideologia etica di ambito planetario” sta trasformando la città terrena non nella Civitas Dei ma nella “Civitas Diaboli”.

L’etica umanitaria è lo strumento delle potenze occidentali per giustificare scelte belliche contro Stati non propensi ad accettare l’ideologia occidentale e gli interessi che essa persegue. Le “guerre umanitarie” sono il corollario bellico dell’umanitarismo, il quale attualmente passa anche attraverso lo sforzo inteso a favorire l’immigrazione internazionale e intercontinentale. Uno sforzo che vede alleati, benché su presupposti apparentemente diversi, neocomunisti, che inseguono il sogno internazionalista del vetero-marxismo rinnovato in forma globalista, e plutocrati in cerca di manodopera a basso costo e di nuovi consumatori. Lo sradicamento di ingenti masse di persone è conforme all’ideologia cosmopolita intesa ad omologare e quindi ad abbattere culture e tradizioni millenarie, per sostituirle con un’unica umanità senza radici spirituali e storiche. La propaganda umanitaria sfrutta, allo scopo, la compassione e la commozione.

Tuttavia la più vera risposta al globalismo umanitario non sembra poterla fornire neanche il sovranismo, sul quale, cristianamente, non bisogna nutrire eccessive speranze ed illusioni, almeno non prima che esso risolva le sue contraddizioni, per quanto una qualche intesa, finanche non meramente tattica, è possibile stringerla.

La questione sta nel pericolo dell’uso “cristianista”, come vorrebbe Bannon, dell’eredità spirituale che ha forgiato l’identità dei popoli un tempo cristiani. Le componenti progressiste della Chiesa, allo scopo di dare una copertura teologica alle loro derive dottrinarie, agitano lo spettro di questo pericolo. A giudizio dello scrivente in modo, però, anche qui strumentale dato che siamo molto lontani da possibile derive “gallicane” come quelle paventate dall’attuale presidente della Cei, mons. Gualtiero Bassetti.

Nel suo ultimo libro Olivier Roy (3) pone, molto opportunamente, la domanda se l’Europa è ancora cristiana ed indagando la dinamica della scristianizzazione giunge alla conclusione che essa ha prodotto per reazione una radicalizzazione sulla quale fanno leva i populismi che agitano l’identità cristiana ma senza vera fede. Secondo Roy si tratta di un fenomeno analogo a quello in atto nel mondo islamico dove più che una radicalizzazione dell’islam abbiamo una islamizzazione del radicalismo in un contesto di strisciante ed avanzata secolarizzazione colmata con il ricorso all’islam politico. Le argomentazioni del noto filosofo sono interessanti. Anche quelle sul possibile uso strumentale della fede cristiana da parte dei populismi, magari in funzione dello scontro di civiltà con l’islam, come auspicato non a caso dai neoconservatori americani.

Tuttavia, da parte nostra, non siamo affatto convinti che non si possa essere contestualmente, e nel seguente ordine tradizionale, cristiani e patrioti senza per questo cadere nell’aggressivo “nazionalismo cristianista” ma anche senza cadere nell’opposto errore dell’umanitarismo globalista. Per il cristiano l’amore per la propria comunità naturale, di appartenenza culturale e storica, non è affatto in contraddizione o opposizione con l’Amore soprannaturale di Cristo. Almeno fino a quando l’amor di patria non diventa una idolatria neopagana.

Alexander Dugin, il teorico nazional-bolscevico euro-asiatista, in un interessante intervento ha effettuato un esame molto ben circostanziato della natura del cosiddetto “populismo” (4). Tuttavia c’è un vulnus profondo nell’analisi dughiniana. Ricostruendo la storia ed il significato del termine “popolo”, Dugin lo riconnette esclusivamente all’età antica (“populus”) affermando che il concetto vero di popolo come enucleato nel mondo classico riemerge soltanto nel Rinascimento per, poi, essere – questa la sua critica – storpiato dalle ideologie liberali, socialiste e nazionaliste. Su questa strada Dugin finisce per accettare una concezione romantica, giacobina e mazziniana di popolo, fino a proclamare la coincidenza sostanziale tra popolo e divino, senza rendersi conto che in tal modo si avvicina pericolosamente al razzismo che pur egli rigetta. Ed è cosa molto grave in un russo che si dichiara orgoglioso della sua identità fondata sull’Ortodossia. Il punto è proprio questo! Dugin salta a piè pari il medioevo perché, sulla scorta di Alain De Benoist, non assegna alcun senso al concetto di popolo come formatosi nell’ambito ebraico-cristiano o se si vuole abramico includendovi anche l’islam. Il popolo nella Rivelazione abramica trova tanto la sua identità, e quindi il suo fondamento “radicale” (nel senso di “radice”), quanto la sua legittimità etico-politica nel Dio trascendente dal quale esso, il popolo, è formato – il “popolo di Dio”, la Chiesa per i cristiani, la Umma per gli islamici –  in una prospettiva oltremondana che, tuttavia, non trascura il piano mondano, dato che “Gratia naturam supponit, non tollit sed perficit”, sicché pur aderendo alla Rivelazione i cristiani, ma anche ebrei ed islamici, hanno ampie cose da dire sul Politico. Il nocciolo del problematico rapporto tra Fede e Politica, tra fede e patriottismo, sta tutto qui ma sembra che né Dugin né Papa Bergoglio lo abbiano compreso chiaramente.

Due noti intellettuali non conformisti, legati da rapporti di antica amicizia, Franco Cardini e Marco Tarchi, entrambi accademici di vaglia, hanno di recente dato vita ad un querelle intorno alla questione dell’immigrazione. Una amichevole diatriba che in realtà nasconde approcci con sensibilità diverse a quello che sembra essere il vero punto di disaccordo ossia quello del come declinare l’identità di un popolo in ordine alle attuali dinamiche globali (5).

Franco Cardini, medievista di fama internazionale di cui l’Italia deve andare fiera, – non senza alcune ragioni – ha sottolineato l’uso strumentale del problema migratorio funzionale all’affermazione, sotto mentite spoglie identitarie o sovraniste, di un tribalismo becero alla Trump ma non ha anche sottolineato, con altrettanta forza e convincimento, che esistono forze connesse al capitale finanziario interessate all’abbattimento delle identità, ad iniziare dalle identità africane. Forze che si presentano come umanitarie. Non – si badi bene! – che Cardini non sia consapevole dell’esistenza di queste forze, tuttavia in lui prevalgono maggiormente le preoccupazioni per la deriva sub-culturale dell’identitarismo e del sovranismo. Del resto chi potrebbe mai negare che corre un chiaro filo di continuità tra il pagano “dio Po’” della Lega di Bossi ed una certa strisciante riduzione strumentale del Cattolicesimo a mera “religione storica” della nazione, senza quindi un effettivo approccio di fede, che è, come si è detto, anche la preoccupazione della Gerarchia ecclesiale nella sua critica a Salvini. Gerarchia la quale, d’altro canto, non si avvede del pericolo, che essa corre, di scadere nell’umanitarismo e fare così da utile idiota del capitale finanziario. Il pericolo della strumentalizzazione del Cristianesimo è stato, del resto, colto persino da esponenti del cattolicesimo conservatore come il cardinale Leo Burke il quale non ha esitato a rompere con Bannon non appena si è reso conto che l’ex consigliere di Trump combatte il pontificato di Papa Bergoglio per mere finalità politiche in chiave “cristianista”, e non per motivazioni di fede, teologiche.

Dal canto suo Tarchi ha messo in evidenza, con puntuale esattezza, le ipocrisie che si nascondono dietro l’umanitarismo. Marco Tarchi è uno tra i massimi scienziati della politica oggi in Italia. Se una cosa gli si può obiettare – e da parte nostra lo facciamo con la stima che si nutre per lo studioso di valore e facendo leva sul fatto che egli si dichiara cattolico – è il suo approccio, a nostro giudizio troppo poco critico, al pensiero di Alain De Benoist, il quale ultimo, nonostante la sua trasformazione da nicciano ad heideggeriano, anzi a maggior ragione proprio per questo, continua a non comprendere nulla del Cristianesimo. Se Tarchi ha certamente buone ragioni per arruolare nel fronte “umanitario” anche Papa Bergoglio – non saremmo noi a negare l’evidenza di un pontificato che nulla fa per distinguere la posizione cristiana da quella umanitaria –, resta assolutamente falsa, sul piano teologico e storico, qualsiasi equiparazione tra Cattolicesimo e globalismo ed anche qualsiasi chiamata in correo del Cristianesimo apostolico a causa del fatto che l’umanitarismo è una secolarizzazione della sua etica. Solo una prospettiva che non conosce o non concede cittadinanza nel discorso cultural-politico agli antichi ammonimenti profetici sull’“Impostore”, l’“Avversario”, sull’“Ingannatore” – l’“Al Dajjal” per gli islamici – può indurre all’equivoco o perlomeno alla sottovalutazione del salto abissale che corre tra Cristianesimo ed umanitarismo. Proprio perché l’umanitarismo pretende di fondare la fraternità umana orizzontalmente, ossia ripudiando il comune Padre Celeste, esso, in quanto secolarizzazione della fede, mostra chiaramente lo stigma luciferino della “Simia Dei”. Prescindere da questo “dettaglio” come fa il neopaganesimo identitario (e, purtroppo, non fa, per opporsi a tale neopaganesimo, il Papa regnante) significa falsare tutto il discorso e quindi giocare una partita senza senso e persa in partenza.

Sul quotidiano “La Verità” del 22.10.2019 è stata ripubblicata una omelia di Papa Benedetto XVI “contro l’ottimismo delle nuove aperture secondo le quali non esistono confini(6). In essa l’attuale Papa emerito ribadiva la necessità dei muri, che tuttavia devono avere anche porte di comunicazione con l’esterno. Anche la Città Santa dell’Apocalisse, che discende dal Cielo, ha mura per distinguere chi è dentro e chi è fuori. Per distinguere i “venite benedetti dal Padre mio” (Mt. 25,34) dai “lontano da Me, maledetti, …” “fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti” (Mt. 25,41 e 25,30). Quindi dei muri non si può fare a meno ed infatti nessuna civiltà ha preteso di farne a meno, neanche la Cristianità antica. Tuttavia anche le mura della Gerusalemme Celeste, come quelle della città terrena, hanno le porte affinché chi è fuori possa entrare nella Città Santa per appartenervi accettandone la comunione. Un tema che da escatologico diventa inevitabilmente anche politico, almeno fino a che non passerà la scena di questo mondo.

In un panorama epocale come quello attuale anche il tentativo, un tempo forse maggiormente perseguibile, di edificare un programma culturale e politico intorno ad una “filosofia nazionale”, radicata, cioè, nella storia di un popolo, trova estreme difficoltà per via del non chiaro fondamento sul quale una filosofia di appartenenza identitaria dovrebbe poggiare. E’ questo il punctum dolens ed il punto debole dell’attuale sovranismo. La domanda è “esiste una filosofia italiana” tale da rappresentare l’identità profonda del popolo italiano?

Perché non è opponendo una qualsiasi filosofia “italiana” alla filosofia cosmopolita che è possibile ritrovare il senso e la ragione stessa del nostro essere comunità nazionale. La proposta cosmopolita è inevitabilmente destinata a naufragare perché nel mondo non esiste un “uomo” in sé. Un sano approccio al Reale porta all’evidenza che un uomo in quanto tale, come forma ideale, non esiste. Esiste la natura umana ma essa è incarnata, storicamente, in una varietà irriducibile di identità popolari diverse. L’uomo vive sempre in un complesso di tradizioni, di legami, relazioni, amicizie e contesti storico-politici che non sono affatto una sovrastruttura bensì la sua sostanza, le sue radici esistenziali nel mondo.

Joseph De Maistre diceva (citiamo a memoria): «Non conosco l’Uomo. Conosco francesi, italiani, tedeschi, russi. Grazie a Montesquieu so che si può essere anche persiani. Ma l’Uomo, questo ignoto, non lo conosco». Il “grande reazionario” intendeva, in tal modo, deridere l’illusione umanitaria dell’illuminismo opponendo ad essa la concretezza della storia e delle identità culturali e popolari forgiate in quella concretezza. Una lezione, questa, che ha anticipato quella di Carl Schmitt. Però De Maistre era anche cattolico – sebbene avesse civettato con la massoneria speculativa – e nel suo “Du Pape” indicava nel Papato, e nella Chiesa, il fondamento, l’unico possibile, dell’Universalità in opposizione al cosmopolitismo dei lumi occidentali, oggi diremmo al mondialismo o al globalismo. Libertà, eguaglianza e fraternità sono secolarizzazioni di verità trascendenti cristiane che nella loro matrice originaria, non dunque in quella spuria, non negano affatto le differenze naturali – così come la Grazia non nega la natura ma la perfeziona – sicché piuttosto esse aprono il cuore alla comprensione dell’altro da sé. Il ricco non è condannato di per sé, perché nato o diventato ricco, ma è chiamato a piegarsi sulle sofferenze e le miserie del povero consentendo a Dio, al quale nulla è impossibile, di operare, per lui, per il ricco, il miracolo del passaggio della corda di pelo di cammello nella cruna dell’ago. Miracolo che altrimenti Dio non può fare, non perché non è Onnipotente ma perché Egli rispetta sempre la libera scelta dell’uomo, anche quella del ricco perso nel suo egoismo sociale. Il possessore di ricchezze però non potrà, poi, dolersene, come insegna, per l’appunto, la parabola del ricco Epulone. Alla luce delle verità cristiane, non secolarizzate, a nessun popolo è lecito egemonizzare altri popoli ma ciascun popolo è legittimato a difendere la propria identità, anche come premessa della difesa dell’identità altrui, contro quelle forze globaliste che vogliono negare tutte le identità nazionali.

« …  trovo infondato … – scrive il nostro amico Andrea Fiamma, dopo aver esposto le ragioni dell’impossibilità di una scelta cosmopolita – il tentativo di delimitare una filosofia “italiana”: l’Italia, infatti, oggi non esiste se non come mero confine geografico; ed inoltre molto debole è la tradizione italiana in senso unitario, non c’è nulla che determini l’italianità al di fuori della (ancor provvisoria) carta d’identità di chi oggi nasce in Italia – d’altronde neanche quella, se consideriamo la leggera politica di ammissione alla cittadinanza italiana di nati in paesi stranieri. La grande tradizione risorgimentale che va da Gioberti a Spaventa a Fiorentino a Gentile (e Garin) è oramai sepolta e della comunità “Italia” oggi non resta quasi nulla. Ma la filosofia che cerca una fondazione storica ha bisogno proprio di radicarsi in una comunità viva e reale».

Qui Fiamma tocca il dramma in atto. Una filosofia che cerca un fondamento storico ha bisogno di una comunità nazionale ma è propria questa che oggi è rifiutata e resa impossibile dal Potere Globale. Senza dubbio oggi non sembra più possibile parlare di via nazionale, o statuale, alla filosofia. Ma si può dubitare che lo fosse, in senso assoluto e non meramente relativo, anche in passato: il neoidealismo che ha dominato lo scenario culturale nazionale tra fine XIX secolo e buona parte della prima metà del XX secolo, pur alla ricerca delle proprie radici italiane, restava comunque l’italianizzazione di una filosofia di matrice tedesca. La via italiana alla filosofia sembra comunque ormai sepolta, come annota per l’appunto l’amico Andrea. Questo è accaduto anche per le debolezze intrinseche della “filosofia italiana” di un tempo. Michele Federico Sciacca, brillante allievo di Giovanni Gentile, si allontanò dall’amato maestro quando scoprì, grazie a Rosmini, che non è possibile parlare di filosofia nazionale prescindendo dal Cattolicesimo o riducendolo ad una forma di filosofia infantile da superare. Pare che lo stesso Gentile, in prossimità della morte, stesse meditando un recupero più ampio del Cattolicesimo e, secondo alcuni, questo sarebbe l’indicatore di un suo riavvicinamento, ancora in via di maturazione, alla fede cristiana. D’altro canto, però, l’ultimo Gentile – quello di “Genesi e struttura della società”, un’opera che portava a compimento quanto già in nuce nell’attualismo ossia il primato del “noi” sull’“io” o, detto in altri termini, la scoperta definitiva dell’“Io Collettivo” – è il Gentile che, il 24 giugno 1943, nel discorso del Campidoglio, a Roma, inteso alla pacificazione nazionale mentre già si avvertivano tutte le avvisaglie dell’incipiente fine del regime e della guerra civile alle porte (poi pomposamente chiamata, dalla storiografia ideologica dell’antifascismo, “guerra di liberazione”), quasi rispondendo all’appello firmato da Togliatti, a Parigi, nel 1936 “ai fratelli in camicia nera”, definiva i comunisti “corporativisti impazienti” – “Chi parla oggi di comunismo in Italia è un corporativista impaziente delle more necessarie di sviluppo di una idea che è la correzione tempestiva dell’utopia comunista e l’affermazione più logica e perciò più vera di quello che si può attendere dal comunismo” – invitandoli, appunto, a pazientare perché il corporativismo fascista, di stampo hegeliano, avrebbe portato dritto dritto al socialismo, anche se ad un socialismo spirituale, idealista, come quello che lo stesso filosofo di Castelvetrano aveva già tratteggiato nella sua giovanile opera sul pensiero di Karl Marx.

«La filosofia cristiana – continua l’amico Andrea Fiamma nel tentativo di una risposta più esauriente – “potrebbe” avere oggi senso nella misura in cui essa “potrebbe” evitare le trappole del cosmopolitismo da un lato e dello statuale dall’altro, poiché sarebbe rivolta alla comunità di coloro che, in una maniera o nell’altra, vivono una vita formata secondo i principi e la tradizione del cristianesimo. Una sua costituzione non è però facile: essa non può e non deve né interpretare il dogmatismo da naftalina di Leone XIII e del neotomismo, né schiacciarsi in una dimensione anti-dogmatica, che la renderebbe una filosofia terrena: una onlus (la Chiesa di Don Gallo) o una versione annacquata del WWF (l’“Amoris laetitia” di Bergoglio). Una tale filosofia cristiana stenta a sorgere. Ma, a differenza dei casi precedenti del cosmopolitismo e dello statualismo, ciò non è da attribuire ad una mancanza di fondamenti reali. Le radici, infatti, sono già da sempre poste su un terreno per di più fertile, perché è un terreno comunitario. L’impressione è che questa pianta sia stata volutamente tagliata (ahimé non potata) ogniqualvolta essa abbia cercato di crescere: una tale filosofia non fa comodo a nessuno, né ai cosiddetti cristiani che trafficano con il potere del mondo, né a quei terzomondisti che cercano consenso nel costruire una eccessiva retorica sul tema evangelico dell’aiuto ai poveri e agli affamati».

Tuttavia l’amico Andrea sembra dimenticare che la filosofia cristiana, qualsiasi filosofia cristiana, non si dà prescindendo dalla Persona di Cristo e Seconda Persona della Santissima Trinità. Questo era chiaro ai Padri della Chiesa come anche ad Aurelio Agostino, ad Alberto Magno e a Tommaso D’Aquino. I quali non erano semplicemente filosofi ma innanzitutto cristiani che, poi, facevano filosofia per rendere ragione della loro fede nella Persona di Cristo. E’ vero, come dice Andrea Fiamma, che la “filosofia cristiana” deve evitare sia le trappole del cosmopolitismo sia quelle del nazionalismo. Leone XIII fu un grande pontefice che cercò di rilanciare (“Aeterni Patris”, 4 agosto 1879) il miglior tomismo – quello, ad esempio, più tardi riscoperto da padre Cornelio Fabro – ma purtroppo gli eccessi della neoscolastica hanno inficiato l’intento e, per opposizione, preparato la via, da un lato, al modernismo (Jacques Maritain non era forse anche lui un tomista?), che sarebbe esploso con il Concilio Vaticano II, e dall’altro lato alla riscoperta dei filoni platonici e persino cabalisti della Patristica. La ricerca di questi filoni, ad esempio, è l’obiettivo della teologia di Bruno Forte, noto teologo di fama internazionale ed Arcivescovo di Chieti-Vasto: superare il tomismo per una teologia mistica che si riconnette alla tradizione “non aristotelica” del pensiero cristiano. Da parte nostra in questo tentativo vediamo sia un intento buono, quello di riportare la teologia e la filosofia alla mistica, sia un pericolo inavvertito da chi segue tale via ossia quello di cedere ad un assoluto apofatismo, “gnostico” e disincarnante. Il pericolo, in altri termini, di perdere di vista la concretezza personale, carnale, del Dio incarnato, che si rivela nella storia, prima ad Abramo ed ad Israele e poi, definitivamente, con Cristo e con la Chiesa (l’Islam è solo un “a latere” che ha senso soltanto in una prospettiva escatologica, essendo, come sostenevano Louis Massignon e Giulio Basetti Sani, un annuncio del Cristo della Seconda Venuta riservato, nelle misteriose vie di Dio, ai discendenti del biblico Ismaele). Se non si riparte da qui, dalla Persona di Cristo, non si riavrà né una filosofia cristiana, né una migliore teologia, né un ritorno alla mistica, quella vera.

La questione è importante non solo per la “filosofia cristiana” ma per il destino in sé della filosofia che, oggi, è alle prese con la critica incalzante che viene portata dal pensiero tecnico-economico, scientista, a tutto ciò che ha il pur vago sapore di metafisico, anche quando si tratta delle metafisiche immanentiste che il trionfo dello scientismo hanno (inconsapevolmente?) preparato. La sfiducia odierna a proposito del destino della filosofia è svelata da una cruciale domanda che molti si pongono: essa deve considerarsi ormai soltanto la storia di un glorioso passato oppure può essere un il recupero, che sembra quasi impossibile, della capacità di creazione filosofica su un piano più speculativo e teoretico?

«Rispondere a tale domanda – dice ancora Andrea Fiamma – mi sembra prioritario per capire se abbia ancora senso impegnarsi quotidianamente nella riflessione filosofica, oppure se non bisogna forse, meglio, arrendersi alla storicità della filosofia e confinarla in una maniera di vita passata e trapassata, impolverata: una questione che avrà già bussato alla porta di tutti gli amici che, come il sottoscritto, lavorano a metà tra la storia della filosofia e la filosofia propriamente detta, non sapendo optare per l’una o per l’altra».

L’amico Andrea, con una certa rassegnazione, giunge poi a chiedersi quanti oggi, cristiani e non cristiani, sentono il bisogno di una filosofia comunitaria.

A giudizio dello scrivente, una rinascita della filosofia sarà possibile solo nella misura in cui essa si porrà come mediazione tra il Mistero, di per sé inaccessibile, apofatico, che però si è rivelato, si è reso catafatico, e la storia, la quale senza il Mistero è solo un non senso heideggeriano, una “gettità” nella sofferenza dell’esistenza: esattamente come da sempre sostengono gli gnostici di tutte le risme e correnti religiose e filosofiche (compreso Heidegger). Franco Cardini ci ha, più volte, speigato con chiarezza che la storiografia ha, oggi, abbandonato le pretese hegeliane, che erano solo teologia o filosofia immanente della storia, così divinizzata, per affermare la propria libertà di ricerca, anche a costo della frammentazione o della perdita di senso. Bruno Forte, da teologo, spiega che il post-moderno è il superamento del pensiero forte, sia religioso che immanentista. Zygmunt Bauman vede nella liquefazione delle certezze della “modernità solida” l’attuale destino dell’umanità e propone di opporre al nichilismo della “società liquida” – che è un altro nome per definire la “società aperta” di Popper o perlomeno per definirne l’esito inaspettato dagli stessi popperiani – il recupero di valori umanitari di solidarietà.

Ora, però, il pensiero debole dell’età liquida altro non è che la conseguenza del fallimento dei sistemi filosofici omnicomprensivi medianti i quali la modernità ha creduto di poter fare a meno di Dio e della Trascendenza. I pensatori deboli, però, hanno paura del ritorno di Dio in quanto, per essi, questo coinciderebbe con il ritorno dello stesso pensiero forte nella sua forma pre-moderna, responsabile a loro dire di cose come “crociate” ed “inquisizione”. Qui una miglior conoscenza storica degli effettivi contorni di crociate ed inquisizione sarebbe di aiuto nel comprendere che quelle cose non furono così oscure e truculente come sono state, illuministicamente, dipinte e che comunque esse devono essere comprese nel loro contesto e che soprattutto bisogna comprenderne la radice umana, quindi storica. Una radice umana la quale non tocca l’Essenza Divina che di per sé resta pura.

Il tentativo, pertanto, di Bruno Forte – che è il tentativo di tutta la teologia progressista, ben rappresentato oggi dal pontificato di Papa Bergoglio – di ritrovare Dio attraversando il deserto nichilista del pensiero debole, in modo da ripresentare la fede ripulita dalle incrostazioni storiche che trattengono i suoi interlocutori del pensiero debole (Vitiello, Cacciari ed altri), a nostro giudizio sconta proprio questa incapacità di miglior comprensione storica dei secoli passati della Cristianità. Non certo per farne l’apologia stupida come fanno i tradizionalisti, che alla falsa leggenda nera oppongono apologeticamente una altrettanto falsa leggenda aurea, ma per affermare la realtà di un Dio che si è aperto all’uomo e delle difficoltà dell’uomo, causa peccato, di aprirsi a Dio senza strumentalizzarlo nell’inevitabile contesto che la storia gli impone, di secolo in secolo, quale scenario del suo umano agire. Solo meditando sulle vicende di quegli uomini, i santi, che hanno fatto esperienza di quelle difficoltà e delle fragilità umane, ma che sono riuscite a superarle per Grazia divina, è possibile dare una risposta ed intravvedere la Presenza e l’Assistenza Divina all’uomo in balia del suo travaglio esistenziale in una storia impregnata dalle conseguenze della primordiale tentazione ofidica.

Solo per tale via, quella della “santità operante”, potrà rinascere anche una filosofia cristiana, salvezza della stessa filosofia in genere ed auspicio di una ritrovata identità comunitaria nazionale, ed europea, che non si dissolvi nel buio di una indistinta e vacua “Cosmopoli Umanitaria”.

Luigi Copertino

 

NOTE

  1. Una cosa è l’autentico Ebraismo universalizzatosi, come da promessa divina veterotestamentaria, nel Cristianesimo, altra cosa è il giudaismo postbiblico che è una reinvenzione post factum dell’ebraismo con l’evidente scopo di negare quella promessa veterotestamentaria rileggendo il retaggio biblico in termini non “cristici”. Da cotale rilettura sono nati i commentari talmudici che in realtà esprimono profonde rotture con l’Antico Testamento.
  2. Ernesto Galli Della Loggia “Una sfida epocale per la Chiesa” in Corriere della Sera 02.10.2019.
  3. Olivier Roy “L’Europa è ancora cristiana?”, Feltrinelli, 2019.
  4. Alexander Dugin “Populismo: governo del popolo e nuova ideologia globale” in www.geopolitica.ru/it/ .
  5. In proposito si vedano l’intervento di Marco Tarchi su “Diorama Letterario” e la risposta di Franco Cardini sul suo blog personale.
  6. Cfr., ora in, Benedetto XVI/Joseph Ratzinger “I Sacramenti segno di Dio nel mondo”, Cantagalli, Siena.

 

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