Dostoevskij antimoderno: delitto, castigo, redenzione.

di Roberto PECCHIOLI

L’incultura della cancellazione porta in sé una drammatica volontà d’impotenza, il desiderio di non essere più nulla, atomi alla deriva in un’esistenza deprivata di senso.
Dimenticare Fedor Dostoevskji, poi, il più grande romanziere della letteratura mondiale e uno dei più potenti filosofi, non è solo un oltraggio, è il segnale che siamo ai titoli di coda di una civilizzazione agonizzante. Il grande russo ha subito una doppia cancellazione in ossequio all’impressionante ondata russofoba imposta dai padroni dell’Occidente (mai come adesso terra del tramonto). Sono stati soppressi un corso universitario tenuto da uno scrittore del livello di Paolo Nori e uno spettacolo teatrale, la cui inespiabile colpa era di essere sostenuto anche dal consolato russo.
Non è la nostra voce- per nulla autorevole- che può restituire l’onore dopo l’oltraggio subito. Tuttavia, ci piace svolgere una riflessione personale, da semplici lettori, su alcuni aspetti dell’opera gigantesca del grande narratore e filosofo cristiano.

Uno studioso di letteratura russa, Renato Poggioli, definisce Dostoevskij un “possente eroe della cultura, incarnazione del genio russo aleggiante il soffio dello spirito sui deserti del mondo moderno”. Ciascun lettore conosce un suo personale Dostoevskij, ha un romanzo, racconto, personaggio favorito, una tematica tra le mille di uno sterminato universo interiore che sente più vicina, che più urge al suo animo, una frase che serba nel cuore come chiave dello spirito, riscoperta quotidiana, tesoro di conoscenza.
Chi scrive non fa eccezione: il personaggio che più ama è Sonia Mermeladova, la prostituta di Pietroburgo a cui Raskolnikov confessa il suo delitto, a cui apre il cuore tormentato dalla colpa, la donna semplice e buona che indica la via della responsabilità, dell’accettazione del castigo e della redenzione. Le frasi universali di Dostoevskij, scolpite nell’immaginario che si pretende di obliterare, sono: la bellezza salverà il mondo, pronunciata dal principe Myshkin, l’uomo candido, generoso e totalmente buono che per questo diventa l’idiota del titolo del romanzo. L’altra è la cupa riflessione di Ivan, il più tormentato dei fratelli Karamazov: se Dio non esiste, tutto è lecito.

Quella incisa nel cuore dell’autore di queste righe è un’altra: “vivere senza Dio è un rompicapo e un tormento. L’uomo non può vivere senza inginocchiarsi davanti a qualcosa. Se l’uomo rifiuta Dio, si inginocchia davanti ad un idolo. Siamo tutti idolatri, non atei.”
Una stupefacente istantanea della modernità che, da lontano, da una Russia apparentemente dormiente, lo scrittore vedeva avanzare sulle ali dell’ottimismo del suo secolo e delle nuove ideologie dell’Europa occidentale, il socialismo e il liberalismo, fratelli coltelli materialisti. Ivan ha ragione: non può esistere una morale “laica” e relativa: la morale o è sacra e assoluta oppure – come le norme giuridiche- è un semplice elenco di divieti e prescrizioni.

Nel febbrile aut –aut del più pensoso tra i figli del volgare, sensuale, astuto Fedor Pavlovic,
Dio non è affermato o negato; vi è un imperativo ipotetico (“se “Dio non esiste),
un’angoscia esistenziale dalla quale deriva l’impossibilità di una vita etica. Fuori dal
richiamo a un giudice di ultima istanza, all’uomo non resta che la volontà di potenza di
Faust, la disperazione irrimediabile o la corsa forsennata per esorcizzare il nulla. Fu questo
il tragico bivio di un ammiratore di Dostoevskij, Friedrich Nietzsche, l’annunciatore della
morte di Dio che era un estremo appello a trascendere la miseria della creatura umana.
Sonia non sa nulla di tutto questo. Il suo è un cuore semplice in cui alberga una fede
profonda e la sicura coscienza di chi sa discernere il bene dal male anche nella triste condizione di
prostituta. E’ una ragazza sfortunata, né bella né affascinante, a cui il destino ha assegnato
l’abiezione – pur interrotta da qualche slancio – del padre, l’ubriacone Semen Zacharovic e
la malattia dell’irascibile madre Katerina. Conserva la fede e una volontà di purezza che
scatta, forse, allorché, dopo la morte del padre, Rodja Raskolnikov le offre quel che gli
resta. I due sono già legati: la redenzione di lui comincia dall’atto di generosità; quella di
Sonia dalla gioia per il gesto gratuito del giovane taciturno dal terribile segreto.
Alla figura e ai gesti di Sonia chi scrive associa il Magnificat, l’inno mariano. “Il Signore ha
rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili”. E gli umili, la folla sterminata della
commedia umana di Dostoevskij, così diversa da quella di Balzac, ma simile nello sguardo
di entrambi, sono il protagonista collettivo del vasto universo dello scrittore e del suo
doppio, il filosofo. Il tema del doppio, peraltro, è una costante dell’opera di Dostoevskij, a
partire dal romanzo Il Sosia. Difficilmente i personaggi hanno un colore unico: in tutti
bontà e malvagità, bene e male, abiezione e slancio spirituale convivono. Perfino
Svidrigajlov, molestatore, omicida, pedofilo, ex datore di lavoro di Raskolnikov, ha slanci
di carità.
Forse per questo la critica contemporanea dà un’interpretazione dell’opera dostoveskiana
in chiave psicanalitica, riduttiva, fuorviante, sbagliata. La verità sta probabilmente nel
profondo anelito spirituale – assolutamente russo- nella fascinazione per gli abissi e le
altezze dell’essere umano che si muove nel flusso incessante delle città. In questo,
Dostoevskij ricorda un gigante suo contemporaneo, Charles Baudelaire.
Se Sonia è il personaggio femminile più caro, altre donne restano nel cuore; l’avida,
ambigua, manipolatrice Grushenka, l’amante di Karamazov padre e soprattutto Nasten’ka,
la diciassettenne incontrata dal sognatore, l’Io narrante delle Notti bianche. Nasten’ka,
adolescente già segnata dai drammi della vita, è la parte razionale di un sogno. Per quattro
chiare notti boreali, i due si incontrano sul fiume e si svelano. Solo in parte, però e l’uomo
perde, alla fine, il suo sogno mentre lei rivede l’uomo che aveva incontrato un anno prima.
Un breve frammento di vita, ma che sogno meraviglioso, “in una di quelle notti che ci sono
solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo
contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo così potessero vivere
uomini irascibili ed irosi. “
Un intero attimo di beatitudine! È forse poco, anche se resta il solo in tutta la vita di un
uomo, esclama il protagonista. E’ anche il pensiero di Raskolnikov dopo la giornata
trascorsa con Sonia nella pausa del lavoro forzato. I due si rivelano e si amano davvero solo
in quel momento, e il castigo diventa un fardello leggero, quasi dolce da sopportare,
comunque un dovere, un passaggio obbligato nel cammino del riscatto. Rodja non è più
solo, i suoi demoni fuggono e nella figura femminile, insieme coniugale e materna, rinasce
la speranza della misericordia, umana e cristiana.
Il delitto di cui è colpevole è terribile e senza movente. Ha ucciso una vecchia, sordida
usuraia e la sorella che ha assistito all’omicidio. Nessun movente, neppure il gesto
simbolico di un rivoluzionario in odio all’ attività della vittima. Un omicidio per dimostrare
di esistere, di essere qualcosa nella folla di Pietroburgo, un uomo che diventa il Napoleone
di se stesso. Come per Ivan Karamazov, tuttavia, tutto è lecito se non esiste Dio, l’istanza
ultima, la più alta. Dio sa, e ha posto nel cuore la capacità di riconoscere il bene e il male.
Inizia il calvario di Rodia: la paura di essere scoperto, soprattutto la presa di coscienza del
male commesso.

Non era padrone della vita – pur abietta- della donna che ha assassinato

insieme con l’incolpevole sorella. Dopo il delitto, il rimorso, perché non tutto è lecito e ci
sono due testimoni muti del male: la coscienza risvegliata e l’entità che sta lassù.
Ci vuole Sonia, il femminile, perché il cammino si completi. Lei vive in quel modo, ma
alberga in lei un candore che contrasta con la prostituzione, con la sporcizia fisica e morale
che attraversa. Sonia e Rodja hanno bisogno l’uno dell’altra e insieme si redimono. Ma non
c’è misericordia, pace dell’animo senza l’assunzione della colpa e la ferma accettazione
delle conseguenze. Il principio di responsabilità che rende tanto pesante la scelta di
Raskolonikov. Nessun cinismo, nessun fine giustifica i mezzi, ancor meno l’indifferenza o il
compiacimento del male. No, il delitto va guardato in tutto il suo orrore e la confessione
–affidata per prima a Sonia- è solo il primo atto, il momento preliminare per assumere
sino in fondo la verità e le sue conseguenze.
C’è qualcosa di sorprendente e di antimoderno in Delitto e castigo, di incomprensibile con i
criteri dell’uomo di oggi, per cui tutto è lecito, se conduce al piacere, al tornaconto,
all’elusione delle responsabilità. Tanto, non esiste alcun Dio, nessuno è giudice e l’utile
individuale è il principio a cui attenersi. Per Rodja non è così. Non aveva alcun diritto sulla
vita dell’usuraia, né spettava a lui il giudizio sulla sua vita. Il male può essere riparato solo
pagando il conto, che è sofferenza, espiazione, presa di coscienza. Ci vuole Sonia, la
semplicità della sua fede, il Vangelo che considera fonte di verità nonostante la condizione
in cui vive. Senza Sonia, il castigo sarebbe insopportabile: non siamo soli sul cuor della
terra, non possiamo essere atomi alla deriva. Quanto è universale Dostoevskij e quanto
arduo il suo messaggio.
Sonia, redenta anch’essa, lo convince alla confessione, segue Rodja in Siberia, fa la sarta e
si impegna a favore dei detenuti, l’umanità dolente che paga il conto. Pur costretta a
lavorare come prostituta per mantenere i fratelli e la madre malata, Sonia è pura, umile e
generosa, oppone al nichilismo di Raskolnikov la sua incrollabile fede in un Dio
compassionevole. Rodja ritrova la coscienza morale, destata dall’amore e dalla semplicità
della ragazza minuta che conosce l’abisso. Il romanzo si chiude con un potente atto
d’amore e liberazione nonostante il duro presente. “Avevano le lacrime agli occhi. Tutti e
due erano pallidi e magri, ma sui loro volti sbiancati dalla malattia splendeva già la luce di
un futuro diverso, di una completa rinascita, di una vita nuova. Li aveva risuscitati l’amore:
il cuore dell’uno, ormai, racchiudeva un’inesauribile sorgente di vita per il cuore dell’altro”.
La distanza con l’inizio è enorme: nell’estate insolitamente afosa di Pietroburgo, chiuso in
una stanza tanto piccola da sembrare un armadio, Raskolnikov, sembra già all’epilogo.
Roso dal nichilismo, travolto dall’insignificanza e dall’assenza di prospettive, somiglia
molto all’uomo di oggi. “Per ora, un’ansia senza oggetto e senza scopo; nel futuro, continui
sacrifici che non sarebbero serviti a nulla: ecco che cosa lo aspettava a questo mondo.
Vivere per cosa? Per quale scopo? A che poteva mirare? Vivere per esistere, forse? Ma se
anche prima era stato pronto mille volte a sacrificare la propria esistenza per un’idea, per
una speranza, perfino per un sogno. E forse, proprio per la violenza dei suoi desideri si era
considerato, allora, un uomo al quale era lecito più che agli altri. Pure, una certa angoscia
speciale aveva cominciato a farglisi sentire negli ultimi tempi. Essa non aveva nulla di
caustico, di bruciante; ma ne spirava un non so che di continuo, di eterno, il presentimento
di anni di quella fredda e assiderante angoscia senza uscita, il presentimento di non so
quale eternità da passare sopra un metro quadrato di spazio.”
Al nichilismo sprezzante di Raskolnikov, al suo stato febbrile, allucinatorio, si contrappone
l’umiltà di Sonia, certa che ognuno debba portare la propria croce, pronta ad accettare la
sua.

Sonia legge la parabola di Lazzaro, il risuscitato: è il primo passo di un’apologia della

vita. La redenzione esiste, tuttavia occorre passare attraverso la sofferenza. Senza di essa
non è possibile attingere il miracolo dell’esistenza. E’ questo il tratto più arduo per l’uomo
contemporaneo, che ha orrore della sofferenza e non sa più definire ciò che è giusto. La
forza di Sonia è la tenace capacità di distinguere il bene e il male e accogliere la sofferenza
come elemento inestirpabile della vita. Al male non consegue la condanna definitiva, se la
coscienza si risveglia e sa praticare la confessione e accettare il castigo.
La misericordia è il grande dono di Gesù agli uomini, insegna Dostoevskij, ma bisogna
chiederla, meritarla, accompagnarla all’assunzione di responsabilità. Un esercizio
durissimo, impossibile per il giovane nichilista senza Sonia, che sta percorrendo un
itinerario simile.

Il paragone con il gelido amoralismo degli altri nichilisti di Dostoevskji,
Verchovenskji Stavrogin e Kirillov, i Demoni, ci fa dire una banalità: loro non hanno
incontrato l’angelo, o non lo hanno saputo riconoscere nel vortice autodistruttivo. I
demoni, alla fine, non “sentono “più, a differenza di Sonia e Raskolnikov, placati
dall’amore e congiunti nella sofferenza che redime. Dopo tante resistenze mentali, tanto
intellettualismo incapacitante, Rodja chiude con l’uomo di ieri e ricomincia, dal carcere.
“Quella sera non gli era possibile pensare a lungo ad una sola cosa né concentrarsi in un
solo pensiero; non riusciva a ragionare su nessun problema: poteva soltanto sentire. Alla
dialettica era subentrata la vita e nella sua coscienza si preparava ormai qualcosa di
completamente, oscuramente diverso”. Sonia “era così felice da avere quasi paura della sua
stessa felicità”.
Per questo strano lieto fine consumato in una prigione, per questa unione di anime nella
sofferenza amiamo Delitto e castigo e lo consideriamo un immenso inno alla vita.

 

La vita com’è, luci e ombre, abissi e vette: la scintilla divina che squarcia il nulla.