DON GIANNI BAGET BOZZO: “L’Anticristo”

Una vecchia recensione di un magistrale volume di Don Gianni Baget Bozzo che io lessi tanti anni fa e che si sta dimostrando sempre più attuale nell’odierna situazione intra ed extra ecclesiale.
Un invito ai nostri lettori alla lettura: da leggere e da regalare.
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Luigi
4\2002 Una Vox
È stato pubblicato da poco il nuovo saggio di DON GIANNI BAGET BOZZO: L’Anticristo.
Scritto con il caratteristico stile dell’Autore, tra l’indagine e la provocazione, anche questo libro presenta le riflessioni su alcuni aspetti della modernità e della moderna crisi della Chiesa. Crisi che, come scrive l’Autore, non c’era prima del Vaticano II: “è il Concilio che ha determinato la crisi. […] il Concilio ha distrutto un ordine cattolico che non voleva distruggere e ha provocato una crisi dottrinale che prima non c’era” (p. 12).
Velocemente, ma incisivamente, l’Autore pone in evidenza gli aspetti principali che caratterizzano questa moderna crisi nata dal Concilio. “Sino al Concilio il tema fondamentale della spiritualità della Chiesa era «la salvezza delle anime come suprema legge». … Ciò significava che l’occhio della Chiesa era diretto alla vita oltre la morte, … Non vi è dubbio che questa non è piú la predicazione della Chiesa di oggi. La vita eterna è oggi assente dall’annuncio.” (p.24).
Il cambiamento di tendenza della predicazione cristiana è tale che “dopo il Concilio [la Chiesa] ha scelto la via della secolarizzazione e ha rivestito gli ultimi panni del moderno: l’utopia.” “Questa utopia nasce dalla rimozione assoluta dal pensiero cristiano del tema del male in tutte le sue forme… Il pensiero cattolico sceglie la via della innocenza del pensiero cosí come quella dell’innocenza del cuore. Questa è la fine del cattolicesimo come cultura.” (p. 26).
Questa smania di adeguarsi al mondo e alle sue moderne utopie, fa si che “Su Dio scenda il silenzio. Egli viene presentato non come il Mistero, ma come un aspetto del mondo.” (p. 29). Cosí che non v’è piú alcun bisogno di adorare Dio, perché “Il Dio compassione, il Dio ecclesiastico di oggi, non richiede adorazione.” (p. 29).
E questo spiega bene perché si sia giunti cosí insistentemente alla nuova liturgia: “Uno dei risultati della riforma liturgica è stato quello di distruggere l’adorazione.” (p. 29). “Tutto è stato pensato, a cominciare dalla trasformazione dell’altare in mensa, con l’accento passato dalla rinnovazione del Sacrificio della Croce alla comunione dei fedeli con il Corpo del Signore. […] La Chiesa diviene cosí comunità in cui il sociale supera il personale, in cui l’unione tra i cristiani non avviene piú tra persone nella Persona divina, nello Spirito Santo, ma nella comunità umana. Tutto diviene prassi e comunità, la socializzazione del personale avviene con detrimento delle vitali radici teandriche del Cristianesimo. E cosí avviene l’evento disastroso centrale nella vita della Chiesa; un evento non voluto, non previsto, non desiderato: la sostituzione della Chiesa a Cristo. Una volta si diceva: Cristo sí la Chiesa no, ma oggi sembra prevalere il principio contrario: la Chiesa sí Cristo no.” (pp. 47 e 49).
Ma com’è avvenuto tutto questo?
“Quante volte Dio ha lasciato Israele e la Chiesa ai pensieri del loro cuore! Anche questa volta è accaduto. … Qualcosa, anzi qualcuno ha operato in quella direzione. Qualcuno che prima ha diffuso lo spirito del mondo nella chiesa in modo che la secolarizzazione sembrasse un atto d’amore, di carità, di apertura verso il mondo. […] Naturalmente questo processo, che non è nelle mani di nessuno, non ha un leader, un rappresentante; è un fenomeno non afferrabile come fatto umano, tanto è invadente e progressivo, non ha per sola causa la liturgia della Chiesa. Vi è un falso profeta collettivo, quello che chiamiamo l’Anticristo, che è impersonale; ed è in questa figura collettiva di un’opera impersonale … che sentiamo presente l’inafferrabile responsabilità della sovversione della Chiesa.” (pp. 49 e 50).
“La riforma liturgica fu applicata in modo autoritario e violento, fu un atto di imposizione della gerarchia sui fedeli, che non domandavano la rivoluzione della liturgia. Nessuna obiezione venne ascoltata. Già operava il «principe di questo mondo» e il fiume anticristico fluiva per passi insensibili. Tutto sembrava cosí innovatore, intelligente, comprensibile: rendere persuasivo il mistero, quale tentazione! … Il risultato è stato il compimento della rivoluzione moderna quando il moderno finiva. E il risultato è che la liturgia della Chiesa postconciliare è una liturgia morente, priva del sacro, del canto, priva di bellezza, di grandezza.” (p. 51).
Perché “L’Anticristo”?
Nell’immaginario collettivo l’idea dell’Anticristo è legata ad una visione catastrofica dell’esistenza, visione che si scontra fortemente con la sensazione ottimistica di cui è impregnata la concezione moderna del progresso indefinito e migliorativo dell’umanità. Mentre invece, per i nostri padri, la figura di Satana, Principe di questo mondo, era qualcosa di talmente reale da sostenere lo stesso imperativo della Fede. Se nel mondo vi è il male, è Satana che lo produce: la disgrazia, la sofferenza, il dolore, la morte che accompagnano la vita dell’uomo in questo mondo sarebbero inspiegabili senza la pervasiva azione di Satana, delle sue illusioni e dei suoi inganni. “… Satana è il «deuteroagonista» del Cristianesimo, è colui senza il quale il Cristianesimo non sarebbe esprimibile”, dice l’Autore (p. 98).
Ma questa visione cristiana del mondo e dell’esistenza mal si concilia col mondo moderno, convinto che presto o tardi l’uomo, in quanto tale, possa risolvere tutti i mali del mondo. L’intervento di Dio, la sua azione redentrice, la visione ultramondana del destino dell’uomo, il preminente valore trascendente dell’esistenza umana, sono tutte cose che il mondo moderno ha relegato nell’àmbito della supposta mitologia infantile dei nostri padri, non ancora sufficientemente cresciuti alla consapevolezza della loro onnipotenza.
E la Chiesa postconciliare si è sforzata in tutti i modi per avvicinare la concezione cristiana a questa moderna concezione umana.
“Il quadro del concilio è la comunità mondiale come si stava allora organizzando sotto l’egida dell’ONU: e la Chiesa intendeva proporsi come una visione religiosa funzionale a un’etica politica omogenea a quel modello. In questa visione il peccato diviene un fatto etico o politico…” (p. 98).
“L’omissione del deuterantagonista distruggeva il Cristianesimo del Giudizio finale, dell’inferno, del paradiso, della resurrezione della carne. (…) Se tutto ciò è pia illusione, mito escatologico, apocalittica giudaica, infine materiale mitologico, allora «vana è la nostra fede», come dice Paolo ai Corinti. Senza il demonio il Cristianesimo perde il suo senso escatologico: e la Chiesa è lontana dall’essere veramente la Chiesa di Cristo se non parla del demonio. E se non ne parla piú, come accade in molte comunità cristiane, allora ciò significa che lo Spirito Santo le ha del tutto abbandonate.” (pp. 99 e 100).
Un tempo si insegnava giustamente che uno degli inganni piú sottili del demonio è costituito dalla diffusione della suggestione che egli non esista.
Come non riflettere allora sull’evidenza attuale che tale suggestione sia entrata a far parte dei piú profondi convincimenti degli uomini della Chiesa postconciliare?
Come impedirsi di giungere alla conclusione che Satana abbia riportato una grande vittoria, cosí da accelerare i tempi per l’avvento dell’Anticristo?
“L’esistenza e la potenza del diavolo è una rivelazione propria di Gesú. (…) …chi rivela il demonio è Gesú: i testi che nei Vangeli sinottici parlano degli indemoniati, di Beelzebul, di mammona, di Satana sono i piú significativi. (…) Oggi Satana è per i teologi il nulla, una non persona. Perdere Satana significa perdere il livello teologico del Vangelo, non intendere piú il Vangelo come storia del Figlio di Dio.” (pp. 105 e 106).
GIANNI BAGET BOZZO, L’Anticristo, ed. Mondadori, 2001, pp. 137, £ 28.000 (E 14,46)
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