
“Dal Nilo all’Eufrate, sarebbe giusto se prendessero tutto”. La confessione di Huckabee che smaschera il sionismo cristiano
Politica /
L’ambasciatore americano in Israele, intervistato da Tucker Carlson, ammette che in base alla Bibbia Israele avrebbe diritto a conquistare mezzo Medio Oriente. Poi prova a ritrattare, ma è troppo tardi. La frase rivela la vera natura di un’alleanza che sta portando il mondo verso una guerra catastrofica.
La frase arriva dopo quasi un’ora di braccio di ferro teologico. Tucker Carlson ha incalzato Mike Huckabee sui confini della “terra promessa” citando Genesi 15: “dal Nilo all’Eufrate”. Gli ha chiesto se, in base a quella promessa, Israele avrebbe diritto a prendersi Giordania, Siria, Libano, Iraq. Huckabee si è divincolato, ha parlato di sicurezza, di confini attuali, di diritto all’esistenza. Poi, messo alle corde, lascia cadere la maschera:
“Sarebbe giusto se prendessero tutto”
La frase è talmente esplosiva che Huckabee tenta subito di smussarla: “Non è di questo che stiamo parlando oggi”, “Non lo stanno chiedendo in questo momento”, “Se venissero attaccati e vincessero, sarebbe un altro discorso”. Ma la confessione è stata fatta. E nulla potrà cancellarla. Quella frase è la chiave che apre tutte le porte. Rivela cosa pensa davvero chi guida il sionismo cristiano. Rivela la natura teologicamente espansionista del progetto. E rivela, soprattutto, il baratro verso cui questa dottrina sta spingendo il mondo.
Una teologia senza confini
Per Huckabee, pastore battista e ora ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, la Bibbia non è un libro di fede, ma un atto notarile. Dio ha promesso quella terra agli ebrei. Tutta. Dal Nilo all’Eufrate. Che oggi su quella terra vivano egiziani, giordani, siriani, libanesi, iracheni è un dettaglio. Che esistano Stati sovrani, riconosciuti dalle Nazioni Unite, è irrilevante. La parola di Dio, per lui, annulla qualsiasi confine tracciato dagli uomini.
“Perché fermarsi ai confini del 1967?”, incalza Carlson. E Huckabee non sa rispondere. Perché in effetti non c’è risposta. Se il diritto è divino, è assoluto. Non si ferma al 1967, non si ferma al 1948. Si ferma solo dove Dio ha detto che si ferma: all’Eufrate.
Ecco allora che il “diritto di Israele a esistere in sicurezza” – la formula con cui Huckabee aveva definito il sionismo all’inizio – si rivela per quello che è: un cavallo di Troia. Dentro ci sta un’espansione potenzialmente illimitata. Dentro ci stanno le guerre di conquista. Dentro ci sta la cancellazione di interi popoli, purché non siano i discendenti di Abramo – anche se poi, come Carlson fa notare, nessuno sa davvero chi siano questi discendenti.
Chi sono gli eredi di Abramo? Huckabee non lo sa
E qui viene il bello. Perché se la terra è stata promessa ai discendenti di Abramo, bisognerebbe capire chi sono. E Huckabee, su questo, si impantana. Da una parte dice che sono gli ebrei, identificati da lingua, cultura, tradizioni. Ma Carlson porta l’esempio di Netanyahu: i suoi antenati vengono dall’Europa orientale, non parlavano ebraico, non erano religiosi, anzi spesso atei. Non ci sono prove che abbiano mai messo piede in questa terra prima del Novecento. Su quale base lui ha più diritto di un contadino cristiano la cui famiglia vive lì da duemila anni?
Huckabee balbetta. Prova a dire che è una questione di “sangue”, ma poi deve ammettere che un ebreo convertito al cristianesimo perde il diritto di tornare in Israele. Allora non è solo sangue. Prova a dire che è anche religione, ma allora i fondatori atei di Israele che diritto avevano? La definizione di “ebreo” si rivela un imbuto logico in cui tutto passa e niente si spiega.
E su questa base torbida, su questa identità fluttuante che può essere invocata o negata a seconda delle convenienze, si costruisce l’apartheid quotidiano in Cisgiordania. Si giustificano i check-point per i cristiani che vogliono andare al Santo Sepolcro. Si legittima l’esproprio di terre a famiglie che ci vivono da prima che Maometto nascesse.
L’ambasciatore che fa il tifo contro l’America
Ma la parte più inquietante dell’intervista non è nemmeno la teologia. È il ruolo di Huckabee. Un ambasciatore americano, pagato dai contribuenti statunitensi, che usa il suo tempo per incontrare Jonathan Pollard – il più famoso traditore americano, colui che rubò segreti militari per Israele e che oggi incoraggia gli ebrei americani a spiare per il Mossad. Un ambasciatore che, quando Carlson gli chiede conto delle vittime civili a Gaza, risponde lodando l’esercito israeliano come più etico di quello americano in Iraq e Afghanistan. Traduzione: un rappresentante degli Stati Uniti denigra il proprio Paese per esaltare una potenza straniera. E nessuno, a Washington, sembra trovarlo strano.
Quando Carlson gli fa notare che un cittadino americano accusato di pedofilia (Tomer Alexandrovich) è fuggito in Israele e non viene estradato, Huckabey risponde che “non è competenza dell’ambasciata”. Ma quando si tratta di incontrare Pollard, o di spingere per la guerra contro l’Iran, allora l’ambasciata è competente eccome.
Il pericolo per la pace mondiale
E veniamo al punto più drammatico. Carlson ricorda che Netanyahu è stato alla Casa Bianca sette volte in un anno. Sette. Più di qualsiasi rappresentante del popolo americano. E la sua richiesta è sempre la stessa: guerra all’Iran.
I sondaggi dicono che oltre il 70% degli americani non vuole un’altra guerra in Medio Oriente. Ma i sondaggi non contano. Conta ciò che vuole Bibi. E Bibi vuole che gli Stati Uniti facciano il lavoro sporco: bombardare l’Iran, distruggere i suoi alleati, tenere in piedi un equilibrio di terrore.
Huckabee nega che Netanyahu voglia la guerra. “Non vuole la guerra”, dice. Ma intanto l’apparato militare americano si schiera nel Golfo, le portaerei incrociano, le teste intelligenti parlano di “opzione militare inevitabile”. E se la guerra arriverà, sarà pagata con il sangue dei soldati americani e con i dollari dei contribuenti statunitensi. Per difendere il “diritto divino” di Israele a possedere terre che forse, un domani, “sarebbe giusto prenderle tutte”.
Il sionismo cristiano come minaccia globale
La confessione di Huckabee – “sarebbe giusto se prendessero tutto” – non è un lapsus. È la dottrina. È ciò che credono milioni di evangelici americani. È ciò che insegnano nelle chiese. È ciò che predicano nei convegni finanziati da chissà quali fondi. E questa dottrina, oggi, siede negli uffici del potere. Determina la politica estera della nazione più armata del pianeta. Spinge il mondo verso un conflitto che potrebbe coinvolgere mezzo Medio Oriente, chiudere lo Stretto di Hormuz, far saltare i prezzi del petrolio e trascinare tutti in una depressione peggiore di quella del 1929.
Tutto questo sulla base di una promessa fatta quattromila anni fa a un pastore nomade, di cui nessuno può dimostrare la discendenza, e i cui confini – dal Nilo all’Eufrate – travolgerebbero almeno sei Stati sovrani e decine di milioni di persone.
Alla fine dell’intervista, Huckabey dice a Carlson di non odiare nessuno. Forse è vero. Ma non serve odiare, quando si sostiene una teologia che legittima l’espansione illimitata, la discriminazione sistematica e la guerra preventiva. Basta credere. Basta non farsi domande. Basta ripetere che “sarebbe giusto” mentre il mondo intero trattiene il fiato.
Sono giorni di fuoco per la Corea del Nord. Nel momento in cui scriviamo è appena terminato il Congresso del Partito dei Lavoratori di Corea, l’appuntamento più importante per la vita politica del Paese, un evento durante il quale la leadership definisce le linee strategiche interne ed estere per i prossimi anni.
È il primo incontro di questo tipo dal 2021, il quarto in 45 anni, il nono complessivo. Cosa è stato deciso? Innanzitutto Kim Jong Un è stato confermato come segretario generale del Partito, ammesso che fosse mai veramente stato messo in discussione. L’agenzia di stampa statale Kcna ha quindi elogiato l’attuale presidente scrivendo che sotto la guida di Kim la Corea del Nord ha “radicalmente migliorato” la sua “deterrenza bellica“, “con le forze nucleari come perno”.
Accanto alla politica e alla Difesa – prima dell’apertura dei lavori sono stati presentati lanciarazzi con capacità nucleare – c’è spazio anche per l’economia. Nel suo discorso di apertura della scorsa settimana, non a caso, lo stesso Kim aveva promesso di rilanciare l’apparato economico del Paese e il tenore di vita della popolazione, parlando di “compiti storici gravosi e urgenti”.
Kim disegna la nuova Corea del Nord
Il Congresso si svolge alla presenza dei circa 5.000 membri del Partito e offre uno sguardo raro sulla struttura del potere politico in uno dei Paesi più impenetrabili del pianeta.
All’ultimo incontro, Kim aveva presentato una lista di armi nucleari e missili avanzati che intendeva costruire – compresi quelli in grado di eludere le difese missilistiche del Giappone – definendo gli Stati Uniti come il “principale nemico” della Corea del Nord. All’inaugurazione del nono Congresso, lo stesso Kim ha spiegato che Pyongyang ha raggiunto “con successo” gli obiettivi prefissati al precedente Congresso “in tutti gli ambiti, come la politica, l’economia, la difesa nazionale, la cultura e la diplomazia”. Il presidente nordcoreano ha inoltre spiegato che il suo Paese ha superato le “peggiori difficoltà” degli ultimi cinque anni e che ora è “pieno di ottimismo e fiducia nel futuro”.
Per quanto riguarda gli armamenti, i media nordcoreani hanno scritto che nel corso del 2025 è stato messo in scena uno sforzo “illimitato” per sviluppare la forza nucleare nazionale, mettendo in mostra al contempo i lanci di missili da crociera e altre attività legate agli armamenti. In un simile contesto, Kim ha chiesto un aumento della produzione di sistemi convenzionali chiave, tra cui lanciarazzi multipli.
Diplomazia, sviluppo economico e affari militari
Sul fronte diplomatico, Kim ha già fatto sapere di essere disponibile a incontrare Trump a condizione però che Washington abbandoni “la sua ossessione per la denuclearizzazione e cerchi una coesistenza pacifica basata sulla realtà”.
Attenzione poi ai rapporti tra le due Coree. L’attenzione è focalizzata sulla possibilità che il governo nordcoreano istituzionalizzi formalmente la teoria dei “due Stati ostili” di Kim sulle relazioni con la Corea del Sud. Dalla fine del 2023, ricordiamo, Pyongyang ha definito i legami intercoreani come relazioni tra due Stati belligeranti. La dottrina non è ancora stata codificata e questo concetto potrebbe essere presto incorporato nello statuto del Partito dei Lavoratori di Corea, aprendo potenzialmente la strada a emendamenti costituzionali.
Sul fronte interno, è lecito supporre che l’evento accresca la statura politica di Kim, che nel frattempo si sta spendendo a inaugurare nuovi quartieri, negozi e strutture prestigiose nel cuore di Pyongyang. Chiara l’intenzione del leader: migliorare lo status economico del Paese a partire dalla capitale.
Di pari passo, come anticipato, si attende di capire quali saranno le prossime mosse militari. Detto che la denuclearizzazione non è e non sarà presa in considerazione, Kim sfrutterà presumibilmente i consolidati rapporti con la Russia per rafforzare ulteriormente l’apparato bellico del Paese. Verso la fine del mese scorso, del resto, il presidentissimo aveva supervisionato il lancio di prova di missili da un lanciarazzi multiplo affermando che “i piani della fase successiva per rafforzare ulteriormente la deterrenza nucleare del Paese” sarebbero stati chiariti al termine del prossimo Congresso.
Danimarca, la premier Frederiksen va al voto anticipato e cerca l’effetto-Groenlandia
Mette Frederiksen rompe gli indugi e convoca le elezioni anticipate in Danimarca cercando di sfruttare il trend favorevole dei consensi per il suo Partito Socialdemocratico dopo che tra gennaio e febbraio la leader di Copenaghen ha saputo costruirsi un’immagine solida opponendosi alle mire del presidente statunitense Donald Trump sulla Groenlandia. La capa del governo danese doveva per vincolo costituzionale convocare un’elezione generale entro il 31 ottobre e ha scelto di anticipare la fine della legislatura.
Il motivo è chiaro: Frederiksen vuole seguire sul loro terreno il canadese Mark Carney e l’australiano Anthony Albanese, che hanno portato il Partito Liberale di Ottawa e il Partito Laburista di Canberra a vincere a sorpresa nel 2025 le elezioni generali contro gli avversari conservatori sfruttando l’onda lunga della polarizzazione con gli Usa e la scelta di presentarsi come alternativi a Trump. I socialdemocratici, che governano in un esecutivo di larghe intese con il centrodestra di Venstre e dei Moderati, hanno per due governi impresso una spinta centrista all’esecutivo e Frederiksen ha rifiutato dal 2022 a oggi qualsiasi collaborazione con la sinistra radicale e verde, con le formazioni di riferimento schierate all’opposizione.
Parola d’ordine: distinguersi da Trump
Ora, però, col nuovo clima Frederiksen può presentarsi come la figura in grado di aprirsi varie strade. I sondaggi vedono il suo partito ancora sotto al risultato di quattro anni fa ma meglio rispetto a una tornata di elezioni locali autunnali disastrose per la formazione da lei guidata. La premier che da sinistra aveva rilanciato l’atlantismo ferreo, il sostegno coriaceo all’Ucraina (Copenaghen era prima in Unione Europea per aiuti pro capite a Kiev al 31 dicembre 2025), la lotta all’immigrazione clandestina ha subito a novembre la perdita della capitale per la prima volta in un secolo e ha coniugato la spinta sull’onda lunga del suo mandato con aperture a sinistra: “Frederiksen ha affermato che la Danimarca dovrà ridefinire il suo rapporto con gli Stati Uniti, considerati il suo alleato più stretto, e “ha anche promesso un’imposta patrimoniale per finanziare le scuole”, nota il Guardian, che ricorda come la questione Groenlandia sia centrale.
Il grimaldello groenlandese, in un contesto che vede l’intera politica nazionale compatta nel respingere le mire americane su Nuuk, può essere lo strumento d’apertura per Frederiksen e i socialdemocratici dopo le prossime elezioni previste per il 24 marzo. Sinistra Verde e l’Alleanza Rosso-Verde sono salite dall’8,3 al 12-13% e dal 5 al 6,5-7,5% nei vari sondaggi e potrebbero fornire un’alternativa progressista qualora Frederiksen cercasse il suo terzo mandato cavalcando anche il sentimento di scetticismo verso gli Usa suscitato da Trump.
Carney e Albanese insegnano che la critica o il distacco dagli Usa possono consentire di sdoganare sul piano politico elementi di matrice securitaria e geopolitica anche nel campo progressista e rappresentano un fattore di compattamento per dei corpi elettorali spesso disorientati su altri dossier. Frederiksen prova a muoversi sul loro tracciato. E sarà la politica estera, soprattutto per il dossier Groenlandia, a giocare un ruolo importante, fornendo dunque un argomento narrativo alla premier per tenere in mano il pallino del gioco. D’altronde, il calcolo è rischioso: costruire su un’alternativa agli Usa odierni una visione di prospettiva per la politica danese può far prevalere la tattica sulla strategia. Ma non è una novità, in un mondo di molti politici e pochi statisti.
La guerra con l’Iran non è per l’America. È per Israele
Nel suo ultimo podcast, trasmesso il 26 febbraio 2026, il giornalista Tucker Carlson ha lanciato un allarme chiaro e dettagliato su quello che definisce l’imminente pericolo di una guerra su larga scala tra gli Stati Uniti e l’Iran. Conversando con l’ex conduttore Fox Clayton Morris, Carlson fa emergere un’analisi approfondita delle dinamiche politiche, mediatiche e di potere che stanno spingendo il mondo verso quello che lui definisce un conflitto potenzialmente catastrofico.
Il punto centrale: una guerra per Israele
Il nucleo dell’argomentazione di Carlson è racchiuso in una frase che pronuncia con forza durante il suo monologo: “Everybody knows the only reason we’re having this war is because Israel wants it” (Tutti sanno che l’unica ragione per cui stiamo per fare questa guerra è perché Israele la vuole).
Secondo Carlson, mentre il dibattito pubblico si concentra sulla minaccia di un Iran nucleare, la vera motivazione dietro la massiccia mobilitazione militare americana nel Golfo Persico – la più grande dal 2003 – è il desiderio di Israele di eliminare un rivale regionale e consolidare la propria egemonia. Egli sostiene che, nonostante i sondaggi mostrino che solo un americano su cinque sostiene un conflitto con l’Iran, l’establishment politico e mediatico di Washington, in una rara dimostrazione di unità bipartisan, stia spingendo incessantemente per la guerra.
L’inganno della minaccia nucleare
Carlson dedica ampio spazio a ciò che definisce la menzogna fondamentale alla base di questa spinta bellica: l’idea che l’Iran sia “a pochi minuti” dall’ottenere un’arma nucleare. Attraverso una serie di filmati d’archivio, mostra come il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ripeta lo stesso allarme dal 1996, una strategia che Carlson paragona alle false affermazioni sulle armi di distruzione di massa in Iraq.
L’ironia, sottolinea, è che appena otto mesi prima, nel giugno 2025, gli Stati Uniti avevano dichiarato di aver “eliminato la minaccia nucleare iraniana” con un attacco a impianti sotterranei. Eppure, ora la stessa minaccia è stata magicamente riesumata per giustificare un nuovo conflitto.
I costi proibitivi di una guerra con l’Iran
L’analisi di Carlson non si ferma alla critica politica, ma entra nel merito delle conseguenze pratiche. Egli delinea uno scenario apocalittico:
- Un nemico ben più grande dell’Iraq: con i suoi 92 milioni di abitanti e una superficie sei volte maggiore, l’Iran non è l’Iraq del 2003. Una guerra sarebbe lunga, sanguinosa e complessa.
- L’impreparazione militare USA: Carlson cita fonti pubbliche che indicano come gli Stati Uniti siano pericolosamente a corto di alcune munizioni, in parte a causa del loro utilizzo per la difesa di Israele. Un conflitto prolungato con l’Iran lascerebbe gli USA incapaci di difendere altri alleati, come Taiwan, per almeno un decennio.
- Il rischio di una depressione globale: L’aspetto forse più preoccupante per Carlson è la vulnerabilità dell’economia globale. Un attacco americano potrebbe spingere l’Iran a colpire le infrastrutture energetiche del Golfo o a chiudere lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa una parte cruciale del petrolio mondiale. Il risultato sarebbe un’impennata dei prezzi dell’energia e una probabile depressione economica globale che colpirebbe duramente USA, Europa e gli stessi stati del Golfo.
Il ruolo oscuro dei media
Un capitolo importante dell’intervista è dedicato a quello che Carlson definisce il “lavaggio del cervello” mediatico. Sia i media tradizionali di sinistra (come il New York Times) che quelli di destra (come Fox News e il Wall Street Journal) sono, a suo dire, allineati e compatti nel sostenere la guerra. Accusa Fox News, in particolare, di aver imposto una linea editoriale univoca a favore del conflitto, escludendo e intimidendo chiunque osi sollevare domande. Porta come esempio estremo le affermazioni del conduttore Mark Levin, reo di aver mentito spudoratamente ai suoi spettatori dicendo che l’Iran ha “ICBM a testata nucleare puntati sugli Stati Uniti”.
Questa macchina della propaganda, secondo Carlson, ha un duplice scopo: creare un senso di inevitabilità intorno alla guerra e demonizzare come antisemiti o “teorici della cospirazione” tutti coloro che si oppongono, soffocando così il dibattito pubblico.
Chi guadagna dalla guerra? E chi perde?
Carlson si spinge oltre, ipotizzando le vere motivazioni dei “falchi” come Lindsey Graham, che descrive senza mezzi termini come un uomo “eccitato dall’uccidere”. Da un lato, c’è l’enorme giro d’affari del complesso militare-industriale, che trae profitto da ogni conflitto. Dall’altro, c’è l’interesse strategico di Israele: indebolire gli Stati Uniti in una guerra logorante potrebbe servire a spingerli a cercare un nuovo alleato, forse l’India, mentre Israele rimarrebbe l’unica potenza nucleare e indiscussa del Medio Oriente, libera di espandere i propri confini senza ostacoli.
La posizione di Trump e il vero pericolo
Carlson, pur dichiarandosi sostenitore di Donald Trump, cerca di analizzare la posizione del presidente. Riconosce che Trump non ha ancora preso una decisione definitiva e che storicamente è sempre stato contrario a nuove guerre. Tuttavia, la macchina da guerra è in moto e la pressione su di lui è enorme. Il vero pericolo, avverte Carlson, è che sia Israele a compiere un attacco unilaterale, trascinando gli Stati Uniti in un conflitto per procura.
La conversazione con Clayton Morris
Dopo un lungo monologo introduttivo di Tucker Carlson, nell’intervista a Clayton Morris, ex volto di Fox News, si parla del “complesso militare-industriale” che acquista silenzio e consenso nei distretti congressuali dove ha le sue fabbriche, e della “rete sovranazionale” di potere, fatta di oligarchi e lobbisti, che controllerebbe i media e la politica al di sopra dei singoli governi.
I due discutono anche del silenzio-assordante su altri scandali, come i file di Epstein, ignorato semplicemente perché coinvolgerebbe troppi potenti in entrambi gli schieramenti. L’analisi si allarga infine al controllo sociale futuro, con la corsa all’IA e alle valute digitali viste come strumenti per una sorveglianza di massa senza precedenti.
Conclusione
Il podcast di Tucker Carlson dipinge un quadro fosco di un Paese sull’orlo di un baratro, guidato verso una guerra impopolare e devastante da una combinazione di interessi stranieri, avidità economica e una macchina del consenso mediatico che ha smesso di informare per fare propaganda. Il suo messaggio finale è un appello alla consapevolezza e al coraggio, invitando chiunque abbia accesso al presidente Trump a fargli presente i rischi enormi di questa scelta, prima che sia troppo tardi.
L’articolo La guerra con l’Iran non è per l’America. È per Israele proviene da InsideOver.

Scriviamo mentre a Ginevra si stanno svolgendo negoziati chiave tra Iran e Stati Uniti, sospesi tra speranza e paura. Tutto dipende da quanto ha scritto su X il segretario del Consiglio di difesa iraniano, Ali Shamkhani: se le trattative intendono rassicurare il mondo che l’Iran non si doti di un’arma nucleare l’accordo è a portata di mano.

Se, invece, le pressioni di Washington e Tel Aviv continuano a essere dirette su altri obiettivi, cioè il disarmo dell’Iran e la rescissione dei rapporti con i suoi alleati regionali, tematiche che ufficialmente non sono oggetto dei colloqui in corso, sarà guerra.
Sulla pretesa che l’Iran riduca il suo arsenale missilistico, una lucida nota di Gideon Levy su Haaretz dal titolo: “Israele ha fatto una guerra di annientamento a Gaza. Ora vuole che tutti tranne sé stesso disarmino”. Già perché la richiesta eliminare l’apparato bellico dell’Iran segue analoghi diktat, accompagnati da diuturni bombardamenti, rivolti ad Hamas, Hezbollah e Houti.

La richiesta all’Iran, ricorda Levy, discende dalla connotazione di Teheran come un regime terrorista, che minaccia la pace regionale a causa delle sue armi di distruzione di massa. “Ma questa caratterizzazione è vera anche per un altro Paese del Medio Oriente”, scrive Levy. “Israele è armato fino ai denti e il suo regime promana terrore contro una parte dei suoi cittadini, il che mette a repentaglio la pace regionale. Un Paese del genere non ha alcuna autorità né il permesso di gestire gli armamenti dei suoi vicini e di decidere cosa sia loro consentito avere o meno”.
“Israele sta lavorando per disarmare e smilitarizzare la maggior parte dei paesi e dei gruppi armati che lo circondano, senza però smettere di armarsi. Questo è un approccio arrogante e inaccettabile”. Inoltre, Netanyahu e i leader messianici che potrebbero succedergli non sono meno irresponsabili di altri leader regionali, tanto che, aggiunge Levy, “Israele potrebbe mettere a repentaglio la pace regionale non meno degli ayatollah”.
In realtà già oggi ha terremotato tale pace avendo aperto sette fronti, come accenna di seguito Levy per concludere: “Un paese del genere è pericoloso. La maggior parte del mondo ancora lo tollera o, purtroppo, gli permette di fare ciò che non è consentito a nessun altro paese: occupazione, crimini di guerra, genocidio, apartheid e, secondo alcune pubblicazioni straniere, persino lo sviluppo di armi nucleari. Ma da qui alla realizzazione di tutte le sue sfacciate richieste, la strada è ancora lunga. Disarmare l’Autorità nazionale palestinese, Hamas, Hezbollah, gli Houthi e anche l’Iran, e rimanere in possesso di tutte le proprie armi? Un Paese con l’esclusiva” sul possesso delle armi…
“Questo incredibile fenomeno ha toccato l’apice durante la guerra nella Striscia di Gaza. Israele ha dimostrato quanto sia pericoloso lasciare che possieda armi senza avere nessuna restrizione in proposito e quanto ciò metta a repentaglio la pace regionale, il diritto internazionale e, soprattutto, l’umanità. Un paese che ha intrapreso una guerra di annientamento dichiarata è un paese pericoloso. Sarà un paese del genere a decidere se altre nazioni dovrebbero avere o meno determinati tipi di armamenti?”
“[…] L’Iran ha un regime dispotico e fondamentalista. Ma che tipo di governo esiste in Cisgiordania? Il modo con cui il governo iraniano tratta i suoi cittadini è peggio del trattamento che Israele riserva ai palestinesi? Entrambi i Paesi detengono migliaia di prigionieri politici e anche qui si verificano rapimenti nel cuore della notte senza processo e si consumano torture mortali nelle carceri. I diritti di un palestinese a Nablus sono peggiori di quelli di un iraniano a Mashad. Quando Israele cerca di spingere gli Stati Uniti ad attaccare l’Iran, vale la pena che prima guardi se stesso”.
Fin qui Levy. Qualche parola ulteriore va spesa poi per l’alfiere della libertà che Israele, e meno gli Stati Uniti, vorrebbero porre alla guida dell’Iran nel caso riuscisse, cosa ardua, un regime-change: Reza Pahlavi, figlio dello scià deposto dalla rivoluzione islamica del ’78 – 79.
Superfluo richiamare i rapporti conclamati tra questi e Israele, più proficuo ripercorrere la storia iraniana, come fa Dahlia Scheindlin su Haaretz, la quale ricorda come la rivoluzione ebbe un grande sostegno popolare perché poneva fine al regime sanguinario degli scià iniziato nel ’53 con il colpo di stato contro il presidente Mossadeq – messo a segno da Usa e Gran Bretagna – che chiuse la breve parentesi della giovane democrazia iraniana.
Per rinverdire i fasti degli scià, la Scheindlin ricorre a un volume edito di recente che riprende quanto scrisse al tempo l’autorevole scrittore iraniano Reza Baraheni: “Baraheni osserva che il padre dello scià, Reza Khan (nonno dell’attuale Pahlavi) era un sovrano brutale con tendenze naziste. Ma fu sotto il regno di suo figlio, l’ultimo scià e padre dell’attuale Reza, che lui e altri furono torturati con i mezzi più psicopatici”.
“Siate grati che non li riporti in questa sede e che abbia invece scelto di riferire dei dati: in oltre 20 anni di governo dello scià, egli ha osservato che 300.000 iraniani erano entrati e usciti dalle carceri e che ‘forze di contro-insurrezione addestrate dagli americani’ e la Savak (la terribile polizia segreta del regime) avevano ucciso tra i 4.000 e i 6.000 manifestanti dell’opposizione […]. Il Mossad ha contribuito al coordinamento della Savak, insieme al più ampio (e segreto) coordinamento della difesa israeliana con quella iraniana”.
“Baraheni cita poi un rapporto di Amnesty International del 1974-75, che riferiva come l’Iran avesse ‘il tasso più alto di condanne a morte al mondo, il sistema giudiziario civile era inesistente e aveva una storia di torture indicibile”.
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