QUANDO A VIOLARE IL DIRITTO INTERNAZIONALE SONO I “BUONI”
Comprendere la guerra quale realtà dell’uomo
L’aggressione statunitense al Venezuela è stato un atto di gangsterismo stile israeliano. Infatti soltanto agli Stati Uniti e a Israele è concesso impunemente di aggredire altri Stati sovrani, in violazione del diritto internazionale, con il beneficio auto-garantito dello stare sempre dalla parte del “bene”.
La concezione “missionaria” della politica – esportazione della “civiltà” agli “incivili” – è nelle corde dell’Occidente moderno da un paio di secoli e trae origine dalla indebita trasposizione sul piano mondano della Giustizia divina che invece appartiene al piano trascendente oltremondano. I “buoni” naturalmente si mettono al posto di Dio e ritengono sé stessi sempre dalla parte della ragione e gli altri sempre dalla parte del torto.
Dio, però, come insegna il Vangelo, dà la Sua Pace che non è la “pace” di questo mondo, bensì quella conseguente alla metanoia del cuore. Essa, quindi, appartiene a quell’ambito spirituale, prima che etico, impossibile da trasporre automaticamente alle relazioni internazionali perché nel mondo post-adamitico il conflitto resta sempre una evidenza ineludibile, un dato oggettivo inevitabile, che si può attutire ma non eliminare come pretende, per l’appunto, il pacifismo umanitario, il quale puntualmente si rovescia in pulsione guerrafondaia.
Per questo, un tempo, i popoli, consapevoli dello iato sussistente tra la Pace di Dio e la “pace” del mondo, si accontentavano di trovare rimedi atti a contenere il conflitto, a comporlo per come e per quanto possibile, mediante la diplomazia o la regolazione, sacrale o politica, della guerra, in modo da ridurne al massimo la violenza in essa insita, perché insita nel deficit ontologico dell’uomo decaduto, e risparmiare il maggior numero di vite umane. La distinzione, antica, tra armati, legittimati alla guerra, e inermi, non legittimati alla guerra, va compresa secondo il predetto parametro di realismo. La modernità, inventando le guerre di massa, ha infranto tale distinzione con ben più tragiche conseguenze per le popolazioni civili.
La deriva verso la concezione punitiva, penale, della guerra risale, come spiega Carl Schmitt, almeno alle guerre napoleoniche allorché alla guerra intesa come limitato conflitto paritario inter-statuale, regolato dalle norme pattizie dello jus publicum europaeum, vigente in Europa tra il XVI e il XIX secolo, subentrò gradualmente la guerra intesa come conflitto tra il “bene”, rappresentato dall’esportazione della “rivoluzione”, e il male, rappresentato da tutto ciò che era opposto alla “rivoluzione”. Alla guerra tra Stati senza alcuna rivendicazione morale, internazionalisticamente regolata come contesa tra soggetti giuridicamente pari, priva di discriminante etica dell’avversario, e quindi aliena da qualsiasi volontà di giudicare, o processare, l’avversario, che sebbene sconfitto restava un soggetto della comunità degli Stati a pieno titolo, subentrò la guerra come azione di polizia internazionale, come atto penale riparatore della violazione dell’ordine legale, non più inter-statuale ma cosmopolita, creato per nascondere il rapporto di forze asimmetrico tra gli Stati più potenti e quelli più deboli, sottostante al formalismo normativista, ossia astratto, del diritto internazionale umanitario. La “giustizia internazionale” ora coincide con l’ordine legale che i forti hanno esteso sul mondo intero, chiamandolo il “bene”. Chi viola tale ordine diventa ipso facto un “Nemico dell’Umanità”, si situa “fuori dell’umanità”. Contro chi non è più nel novero dell’umano – quindi non è più umano ma un criminale, se va bene, o addirittura un “mostro” – tutto è possibile in termini di violenza legale, ossia repressiva. Qui sta tutta la portata discriminatoria del diritto internazionale umanitario, non più inter-statuale.
Puritanesimo
Nel caso degli Stati Uniti, poi, la particolare coloritura puritana, ossia giudaizzante, della loro cultura nativa, ha dotato la deriva verso la guerra punitiva di un carattere alquanto “millenaristico” giacché il conflitto tra Stati assume, in tale prospettiva, il volto della lotta – che è invece metafisica e non politica – tra bene e male, tra Dio e satana. Tanto per i democratici che hanno secolarizzato il puritanesimo originario nei termini del “progresso vs reazione”, quanto per i repubblicani che lo hanno politicizzato nei termini della biblica “città di luce posta sul monte vs il mondo del caos”, l’idea che gli Stati Uniti siano il modello universale da difendere dal o imporre al resto dell’umanità è la medesima.
Sotto questo profilo la diversificazione, pur esistente nella storia politica americana, tra la tendenza isolazionista, tipica dei repubblicani e conservatori, e quella interventista, tipica dei democratici e progressisti, è soggetta a sfumare e a passare facilmente da uno schieramento all’altro perché, alla base, c’è il medesimo assunto, di origine puritana, per il quale gli Stati Uniti sarebbero la luminosa Sion benedetta da Dio e il resto del mondo la terra incolta dominata dal diavolo. Per questo la politica americana è, non da oggi, ondivaga tra due poli: l’isolazionismo per conservare la purezza senza contaminarsi con il contatto con l’impurità del resto del mondo e l’interventismo, che è il mero rovesciamento dell’isolazionismo, volto alla missione purificatrice verso l’umanità, dominata dal male, per liberarla esportando la luce divina della Sion americana.
Si tratta, come detto, di una blasfema trasposizione al piano politico di ciò che è proprio del piano trascendente, spirituale, etico (e che deve rimanere su tale piano), con tutte le tragiche conseguenze del caso. Una trasposizione – si badi – che si riscontra anche altrove, perché la stessa deriva spiega le tendenze millenaristiche che si manifestano in certi circoli ideologici che influenzano, in parte, la politica russa (e per fortuna Putin è abbastanza realista da tenere a bada queste tendenze) o in certe tendenze del fondamentalismo islamico (e per fortuna la saggezza spirituale prevalente nell’islam sciita, combattendole – l’Isis ha trovato nell’Iran il suo più acerrimo avversario – evita ad esse di diventare maggioritarie) o in certi settori del giudaismo post-biblico, quelli chassidici del rabbinato riunito nell’organizzazione Chabad Lubavitch, che stanno alla base della politica della destra nazional-religiosa israeliana ora guidata dal criminale Netanyahu (e per fortuna esistono altre correnti ebraiche, come quella dei Neturei Karta, di matrice Haredim, che rigettano il millenarismo del Chabad) o ancora nei circoli evangelici, protestanti, del cristiano-sionismo americano che costituiscono la base elettorale oggi del repubblicano Trump come, al contrario, negli anni settanta del secolo scorso lo erano del democratico Jimmy Carter.
La ragion pratica
L’aggressione statunitense al Venezuela deve essere letta a partire da questo quadro “teologico” di riferimento, se si vogliono comprendere le sue ragioni ultime.
Per restare, tuttavia, su un livello più immediato sono evidenti le ragioni immediatamente pragmatiche dell’aggressione e solo gli ingenui e gli stupidi possono dar credito alle motivazioni addotte da Trump e dal suo entourage. Perché se anche fossero vere quelle ragioni – l’accusa a Nicolás Maduro di agevolare il narcotraffico e sostenere il terrorismo – esse non potrebbero mai costituire una legittima “causa belli” né giustificare l’invasione di uno Stato sovrano. Perché di invasione si è trattato dato che forze militari di uno Stato sono penetrate, illegalmente, nel territorio di un altro Stato.
Giustamente Antonio Guterres, segretario generale di quella cosa tuttavia inutile che è l’Onu, ha parlato di “pericoloso precedente”. Avrebbe forse dovuto aggiungere che il rapimento di un capo di Stato straniero per processarlo e giudicarlo in terra statunitense è nella logica, essa sì molto pericolosa, del diritto internazionale umanitario post-statuale. Gli Stati Uniti di Trump non hanno fatto altro che ergersi, al posto di una qualche organizzazione sovranazionale, a giudici del nemico sulla premessa di una concezione penale del diritto internazionale.
In realtà, il vero motivo dell’aggressione al Venezuela sta nel fatto che Chavez, il dante causa di Maduro, a suo tempo, ha nazionalizzato, in un contesto ideologico di sovranismo socialista, l’industria estrattiva petrolifera venezuelana, estromettendone le compagnie multinazionali americane. Noi italiani sappiamo, per esperienza del caso Mattei, cosa può accadere allorché ci si oppone a tali compagnie. Fino ad oggi gli Stati Uniti avevano subito il colpo ma a quanto pare i mutamenti in atto nello scenario internazionale hanno reso impellente risolvere la questione. Il Nobel assegnato, da una giuria assolutamente prona alla visuale statunitense, alla leader dell’opposizione venezuelana, di simpatie neocons, Maria Machado, è stato il primo segnale delle intenzioni statunitensi per un regime change in Venezuela.
La questione è che gli Stati Uniti e Israele, come da molti segnali già lanciati, stanno pianificando una aggressione all’Iran. Il re-intensificarsi delle indotte proteste colorate a Teheran ne costituiscono la premessa volta a dare una giustificazione all’aggressione, facendo leva su una protesta minoritaria dato che la maggior parte degli iraniani continuano a restare fedeli al loro governo islamico. Un evento del genere, l’aggressione all’Iran, provocherebbe l’immediata chiusura da parte di Teheran, appoggiata da Mosca e Pechino oltre che dall’India e da altri Paesi Brics, dello stretto di Hormuz per il quale transita una quota molto cospicua del traffico di greggio internazionale.
Il venir meno del greggio iraniano, sul mercato mondiale delle materie prime, rappresenterebbe un colpo pesantissimo per l’economia americana ed europea. Avremmo innanzitutto, come già accadde con le guerre arabo-israeliane tra il 1967 e il 1979, una impennata dei prezzi del greggio con conseguente forte inflazione dei costi dei beni industriali occidentali. Per l’Europa, inoltre, dopo l’autogol della rinuncia al gas russo a buon prezzo, la deflazione dell’offerta di greggio sarebbe un colpo fatale.
Orbene, il Venezuela è, guarda caso, tra i maggiori produttori di greggio al mondo ed è evidente che, in preparazione di eventi che provocheranno lo stop delle forniture petrolifere iraniane, il controllo del petrolio venezuelano diventa per gli Stati Uniti di vitale importanza.
Ecco qui, in sintesi, le vere ragioni dell’attacco statunitense al Venezuela. Un cambio di regime a Caracas avrebbe l’effetto immediato di riaprire l’industria estrattiva del Paese al capitale statunitense, anche in previsione dell’attacco all’Iran.
Riflettere sulla narrazione
Però tutto questo comporta una riflessione sulla narrazione che in questi anni ci ha accompagnato a proposito degli eventi russo-ucraini.
Tecnicamente, in termini di legalità internazionale, anche un attacco “mordi e fuggi”, come quello in Venezuela, è un’aggressione giacché si è trattato dell’invasione da parte di unità di un esercito straniero del territorio di uno Stato sovrano, indipendentemente da chi lo governa ossia un “dittatore” o una “democrazia”. Infatti introdurre il tema di chi governa uno Stato è già pretesa ad una motivazione morale che nasconde una dichiarazione di superiorità etica la quale, trasposta sul piano giuridico e politico, è foriera di discriminazione, di irrazionale asimmetria normativa.
Sicché la narrazione del “c’è un aggressore e un aggredito” dovrebbe essere applicata anche al caso Usa-Venezuela, dove l’aggressore sono gli Stati Uniti e l’aggredito è il Venezuela. Sempre se teniamo alla razionalità, della quale l’Occidente vanta il primato, e sempre se vogliamo restare fedeli ai principi basilari del diritto internazionale.
Il sospetto, tuttavia, è che, da decenni ormai, l’Occidente abbia rinunciato alla razionalità, in favore del sub-razionalismo postmoderno, e che del diritto internazionale si abbia ormai una idea strettamente e apertamente strumentale. Ce lo ha spiegato il nostro ministro degli esteri, Antonio Tajani, allorché, quando si è trattato delle aggressioni israeliane – e, sicuri di ben interpretare il suo pensiero, anche quando si tratta delle aggressioni statunitensi –, ha detto che “il diritto internazionale conta ma solo fino ad un certo punto”.
In altri termini, quando a violare il diritto internazionale sono i “buoni” scattano immediatamente gli artifici esegetici per piegare la norma agli interessi in gioco del più forte. Mero bullismo allo stato puro.
Se scontata era la condanna di Mosca, di Pechino, dell’India e dei Brics, ad applaudire l’attacco di Trump non si è fatto invece attendere Javier Milei, l’attuale presidente neo-monetarista dell’Argentina, che ha riaperto il suo Paese ai capitali statunitensi e legato il pesos al dollaro.
L’Unione Europea, per bocca di Ursula von der Leyen, in difficoltà nei confronti del, comprensibile, voltafaccia di Trump verso l’imbelle politica europea, si è limitata a cianciare di aiuto alla “transizione democratica” in Venezuela, dimostrando anche in tal caso la sua irrilevanza come soggetto politico.
Ma il colmo del ridicolo lo ha toccato il nostro Paese, l’Italia. Se fino a ieri l’attuale governo “sovranista” (a chiacchiere) ha negato, per la Russia (ma non per Israele), la giustificazione dell’attacco preventivo a tutela dei propri legittimi interessi a difendersi, ora dal comunicato di palazzo Chigi apprendiamo che «Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il Governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza».
A parte il riferimento del tutto arbitrario al “regime totalitario” – esiste un’ampia letteratura storiografica e politologica sul concetto di “totalitarismo” senza che se ne sia mai avuta una definizione univoca e scientificamente sicura (meglio sarebbe stato, forse, usare il termine “autoritario”, più univoco) – prendiamo atto che per il nostro Governo è legittimo l’attacco preventivo di natura difensiva se questo è perpetrato dai “buoni” per auto-consacrazione.
Triste, molto triste, prenderne atto.
Luigi Copertino