Nell’Amministrazione Trump, un braccio di ferro tra protestanti e cattolici (che dura da tempo)

Dietro le quinte

Anche prima dell’attacco del Tycoon al Papa, alla Casa Bianca ci sono due modi di guardare la politica. E Vance può ancora avere un ruolo decisivo

Nell’Amministrazione Trump, un braccio di ferro tra protestanti e cattolici (che dura da tempo)

(YouTube/New York Post – Imagoeconomica)

L’attacco senza precedenti del presidente Donald Trump contro Papa Leone XIV, scatenato da una disputa sulla guerra contro l’Iran, non rappresenta un fulmine a ciel sereno. È piuttosto l’esito visibile, tra le altre cose, di una tensione sotterranea di cui poco si parla e che attraversa l’amministrazione repubblicana fin dal primo giorno del secondo mandato – e che, a ben vedere, affonda le sue radici nella storia stessa della politica statunitense. Si tratta di un confronto silenzioso ma sempre più aspro tra il mondo cattolico e una Casa Bianca sempre più influenzata da posizioni evangelico-millenariste.

Per comprendere la frattura attuale tra il Pontefice e il presidente americano, infatti, non basta guardare alle ultime settimane. Occorre risalire a un’immagine diventata virale: la preghiera nella Sala Ovale. In quell’occasione, alcuni pastori evangelici, con le mani appoggiate sul presidente Trump, invocarono esplicitamente la benedizione divina per la vittoria degli Stati Uniti in una guerra totale contro l’Iran. L’evento, ampiamente documentato sui social, fu organizzato da Paula White Cain, storica figura del movimento cristiano conservatore pro-Trump, sostenitrice della teologia della prosperità e di una lettura in definitiva apocalittica della politica estera.

Questo episodio non è folkloristico: segna lo spostamento ideologico dell’amministrazione da un realismo di matrice cattolica a una visione escatologica che interpreta il conflitto mediorientale – in particolare contro l’Iran sciita – come parte di una sorta di piano divino. Ne è un plastico esempio il sermone tenuto il 1° marzo 2026 da John Hagee, fondatore di Cristiani Uniti per Israele: «Profeticamente, siamo proprio al momento giusto». Il pastore pregò affinché «Dio Onnipotente venga portato sul campo di battaglia e che i nemici di Sion e i nemici degli Stati Uniti possano essere distrutti davanti ai nostri occhi». Per molti evangelici conservatori, proteggere Israele e combattere l’Iran non è soltanto una scelta geopolitica, ma un preciso dovere escatologico. È proprio tale visione apocalittica che Papa Leone XIV ha contestato apertamente.

Dopo che il presidente Trump aveva minacciato di “cancellare un’intera civiltà” e di ricorrere all’arma atomica – un’ipotesi che avrebbe portato l’umanità sull’orlo del baratro – il Pontefice ha dichiarato con fermezza: «Oggi come tutti sappiamo c’è stata anche questa minaccia contro tutto il popolo dell’Iran e questo veramente non è accettabile». Parole che si sono sommate a quanto, nella Domenica delle Palme, aveva detto sempre Papa Leone XIV citando il profeta Isaia (1,15): «Gesù non ascolta le preghiere di coloro che fanno la guerra, ma le respinge, dicendo: “Anche se molte preghiere fate, io non vi ascolterò, perché le vostre mani sono piene di sangue”». E aveva aggiunto: «Gesù è il Re della Pace, che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra. Egli non ascolta le preghiere di coloro che fanno la guerra, ma le respinge».

Si trattava, anche in quel caso, di una critica diretta all’amministrazione Trump, e in particolare al Segretario alla Guerra Pete Hegseth, che aveva invocato Dio promettendo che l’esercito americano avrebbe portato «morte e distruzione dall’alto» in Iran. Parole che riecheggiavano quelle di altri esponenti evangelici e neoconservatori favorevoli alla guerra, come l’ambasciatore in Israele Mike Huckabee e i senatori Ted Cruz e Lindsey Graham – un copione già visto nel 2003 con l’Iraq. In questo clima di crescente tensione, assume un rilievo particolare la figura del cattolico più influente dell’amministrazione: il vicepresidente JD Vance.

Convertitosi al cattolicesimo nel 2019, Vance rappresenta potenzialmente l’unico ponte credibile tra la Casa Bianca e il magistero pontificio. Finora, verosimilmente per ragioni di pura sopravvivenza politica, Vance ha scelto di allinearsi pubblicamente alla linea del presidente, arrivando a invitare il Vaticano «ad attenersi alle questioni morali» e a non interferire nelle scelte di politica estera. Uscita a vuoto? Sì, e peraltro ben difficilmente sottoscrivibile. Tuttavia, non va sottovalutato il ruolo che Vance sta svolgendo dietro le quinte. È stato proprio lui a guidare i delicati negoziati di Islamabad con l’Iran, negoziati finora falliti (tanto che c’è chi ha visto in quella “missione impossibile” una polpetta avvelenata ai danni del vicepresidente) ma che – secondo fonti diplomatiche – potrebbero riprendere a breve.

In un’amministrazione sempre più incline a una deriva messianico-radicale, a oggi Vance rimane forse l’unico alto funzionario in grado di porre un freno razionale a una escalation che potrebbe rivelarsi catastrofica. Vance ha dunque una responsabilità storica, per il Gop: impedire che questa frattura tra evangelici militanti e cattolici moderati si trasformi in una ferita aperta all’interno del Partito Repubblicano. Una deriva del genere non rischierebbe soltanto di compromettere le performance del partito alle prossime elezioni di midterm, ma potrebbe indebolire strutturalmente il Gop nel lungo periodo, alienando quell’elettorato cattolico conservatore che, negli ultimi anni, è diventato sempre più decisivo per le vittorie repubblicane.

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