Migranti, “Vera tratta di essere umani gestita da organizzazioni criminali”

Migranti, l’avv. Verni ad Affari Italiani: “Siamo dinanzi ad una tratta di essere umani dietro alla quale operano organizzazioni criminali”

L’avvocato Marco Valerio Verni, titolare dell’omonimo studio legale, è esperto in diritto penale e diritto penale militare, nonché Consigliere Qualificato in diritto internazionale Umanitario per le Forze Armate. Ha frequentato presso il Centro Alti Studi per la Difesa, il Corso “CSDP Orientation Course” e quello su “Civilian Aspects of Crisis Management” dello European Security and Defence College di Brucelles, il 16° Corso Cocim (Cooperazione Civile-Militare), il 17° Corso per Consigliere Giuridico nelle Forze Armate e la 15^ Sessione Speciale (67^ Ordinaria) dello IASD – Istituto Alti Studi per la Difesa. E’ stato componente del Settore Rapporti internazione dell’Ordine degli Avvocato di Roma, nonché membro della International Society for Military Law and the Law of War.

 

Gentile Avv. Verni,

in virtù delle sue specializzazioni in campo militare e in diritto internazionale ci sa dare una versione in merito a quanto accaduto con la Sea Watch 3?

 

E’ accaduto quello che è sotto gli occhi di tutti. La Sea Watch 3, come sostenuto dai magistrati inquirenti, ha violato gli ordini di una nostra nave da guerra, attraccando forzosamente nel porto di Lampedusa. Ha deciso, in autonomia, cioè, che quello fosse il porto più sicuro e, sempre in autonomia, in spregio alla legge, di lì entrare, mettendo a repentaglio la vita dei militari della Guardia di Finanza intervenuti.

L’ordinanza del Gip di Agrigento, con la quale non è stato convalidato l’arresto della comandante Rackete, però, sembra affermare altro.

Il Gip di Agrigento ha ritenuto non sussistere il reato di cui all’art. 1100 del codice della navigazione dal momento che, secondo lui, una unità della Guardia di Finanza che operi in acque territoriali non possa considerarsi una nave da guerra, secondo una interpretazione della Corte Costituzionale del 2000.

Ed ha ritenuto scriminato quello, pur contestato, di cui all’art. 337 del codice penale, perché compiuto nell’adempimento di un dovere, ossia quello derivante dal rispetto dei trattati internazionali riguardanti il soccorso in mare dei naufraghi.

Quanto al primo punto, a parere del sottoscritto, mi lasci subito dire che il Gip di Agrigento ha, a sua volta, mal interpretato la sentenza in questione (la n. 35 del 2000), che peraltro interveniva sulla richiesta di referendum popolare inerente il riordino proprio della Guardia di Finanza.

Scrive infatti il magistrato agrigentino che “Invero, per condivisibile opzione ermeneutica del Giudice delle Leggi (v. Corte Cost., sent. N. 35/2000), le unità navali della Guardia di Finanza sono considerate navi da guerra solo “quando operano fuori dalle acque territoriali ovvero in porti esteri ove non vi sia una autorità consolare”.

Ebbene, andando a leggere bene, e per intero, il testo della citata sentenza, in essa, sembra affermarsi altro: ossia che “le unità navali in dotazione della Guardia di finanza sono qualificate navi militari, iscritte in ruoli speciali del naviglio militare dello Stato (…), battono “bandiera da guerra” e sono assimilate a quelle della Marina militare (artt. 63 e 156 del r.d. 6 novembre 1930, n. 1643 – Approvazione del nuovo regolamento di servizio per la Regia Guardia di finanza -); sono quindi considerate navi militari agli effetti della legge penale militare (art. 11 del codice penale militare di pace); quando operano fuori delle acque territoriali ovvero in porti esteri ove non vi sia un’autorità consolare esercitano le funzioni di polizia proprie delle “navi da guerra” (art. 200 del codice della navigazione) e nei loro confronti sono applicabili gli artt. 1099 e 1100 del codice della navigazione (rifiuto di obbedienza o resistenza e violenza a nave da guerra), richiamati dagli artt. 5 e 6 della legge 13 dicembre 1956, n. 1409 (Norme per la vigilanza marittima ai fini della repressione del contrabbando dei tabacchi)”.

In sintesi, le unità navali della Guardia di Finanza sono sempre considerate come navi militari, battono bandiera da guerra e sono assimiliate a quelle della Marina Militare. In più, quando operano fuori dalle acque territoriali ovvero in porti esteri dove non vi sia una autorità consolare, esercitano le funzioni di polizia proprie delle “navi da guerra”, con tutto quello che ne consegue.

Questo non vuol dire, quindi, come erroneamente supposto, che, al contrario, quando esse si trovino in acque territoriali, non siano, invece, da considerarsi “non da guerra”, soprattutto al ricorrere di certi presupposti.

Per non annoiare troppo, le cito, tra tante, una sola sentenza della Corte di Cassazione, la n. 31403, sez. III, del 14 giugno 2006, secondo cui, anche ai fini della sussistenza del reato di cui all’art. 1100 del Cod. nav. , era indubbia, nel caso lì trattato, “la qualifica di nave da guerra attribuita ad una motovedetta, non solo perché essa era nell’esercizio di funzioni di polizia marittima, e risultava comandata ed equipaggiata da personale militare, ma soprattutto perché è lo stesso legislatore che indirettamente iscrive il naviglio della Guardia di Finanza in questa categoria, quando nella L. 13 dicembre 1956, n. 1409, art. 6, (norme per la vigilanza marittima ai fini della repressione del contrabbando dei tabacchi) punisce gli atti di resistenza o di violenza contro tale naviglio con le stesse pene stabilite dall’art. 1100 c.n., per la resistenza e violenza contro una nave da guerra”.
Nella stessa sentenza citata, peraltro, gli stessi giudici hanno ricordato che “Anche ai fini dell’applicazione dell’art. 1099 c.n. (rifiuto di obbedienza a nave da guerra), questa Corte ha già avuto modo di affermare che “una motovedetta armata della Guardia di Finanza, in servizio di polizia marittima, deve essere considerata nave da guerra” (Cass. Sez. 3^, n. 9978 del 30.6.1987, Morleo, rv. 176694)”.

Rispettare le leggi o essere accoglienti e umanitari. Dove finisce il confine di uno e inizia quello dell’altro?

 

Credo che una cosa sia imprescindibile dall’altra. Rispettare le leggi permette, sia da parte di chi riceve, sia da parte di chi viene ospitato, di poter accogliere e garantire un corretto processo di integrazione. Ma la bilancia di diritti e doveri va sempre tenuta in equilibrio, così come quella del contemperamento di interessi. Sono tanti gli aspetti in gioco, da quelli economici a quelli politici.

Nel caso di specie, si è avuta una sorta di giustizia (nella mente della comandante della nave) privata: a noi hanno insegnato che, se vantiamo un diritto, ed esso ci viene negato, è alle autorità giurisdizionali che dobbiamo rivolgerci, evitando di agire per conto nostro. Qui, una ONG ha deciso, invece, di sfidare uno Stato, nel nome- secondo i responsabili- del rispetto del diritto del mare e di quello internazionale. Bene, quand’anche fosse, se lo Stato che ti dovrebbe ospitare ti nega l’ingresso, non è che- liberamente – puoi entrare nei suoi porti. Cerchi rifugio altrove (ed in tutti quei giorni di navigazione, si sarebbero potute raggiungere molte altre destinazioni), e poi, magari, agisci nelle sedi opportune per far riconoscere i diritti che assumi violati.

Sul punto, vorrei appena ricordare che la nave in questione batte(va) bandiera olandese e che, dunque, era come se i migranti fossero stati accolti in quel paese, con tutte le conseguenze del caso. Anche questo è un concetto che- evidentemente scomodo per i fautori dell’immigrazione incontrollata a nostro carico- viene sovente dimenticato.

Avvocato, lei sta seguendo il caso processuale di sua nipote Pamela Mastropietro. Una vicenda mediatica che ha sconvolto l’intera Nazione. Dietro a questi sbarchi si nasconde una mente criminale (anche foraggiata da gruppi internazionali) oppure sono solamente normali flussi migratori come ce ne sono stati sempre nei secoli a partire da quella verso gli Stati Uniti dei primi del 900?

 

Certamente. E’ evidente che questi flussi migratori non siano affatto casuali e che dietro di essi operino anche delle vere e proprie organizzazioni criminali che lucrano su questa che non esito a definire una vera e propria tratta di esseri umani. Ed è evidente che, a maggior ragione, occorra governarli con decisione, come sempre avvenuto nel passato, compresa l’esperienza statunitense da lei richiamata.

Lei ha ricordato Pamela: ebbene, in quel tragico caso, ci sono evidenze che, alcuni dei soggetti coinvolti- a cominciare da quello principale, Innocent Oseghale, condannato in primo grado all’ergastolo con isolamento diurno-, possano appartenere alla mafia nigeriana. Ebbene, tutti questi soggetti sono giunti da noi sui famigerati barconi. In tal senso, vi sono ormai dei chiari report delle nostre agenzie di intelligence e forze di Polizia, oltre che, ad esempio, del Bundesnachrichtendienst (Bnd), il Servizio di sicurezza federale tedesco (a proposito: ma Karola Rachete non è di nazionalità tedesca?), che proprio a gennaio di quest’anno ha allertato le proprie autorità di riferimento circa la pericolosità del fenomeno mafioso nigeriano e del fatto che esso abbia proprio il nostro Paese come fonte di ingresso principale in Europa.

Verni, ci dica una cosa. Se fosse stato lei a decidere sulla questione Lampedusa avrebbe creduto alla versione della comandante Carola (atto estremo) oppure si sarebbe indirizzato più per un’azione dolosa? Ed inoltre. Chi c’è dietro (se mai ci fosse qualcuno) in realtà a queste imbarcazioni? Possiamo azzardare ipotesi?

Io intanto mi chiederei come siano finiti quei migranti su quella nave, se abbiano pagato un prezzo ed a chi. Dopodichè, applicherei la legge. Non vi era nessun motivo di urgenza o necessità, come pure ho sentito dire impropriamente, che potesse giustificare- anche sotto il profilo dell’adempimento del dovere- una simile azione che- lo ripeto-, oltre a violare delle precise disposizioni di uno Stato sovrano, sembra aver messo in pericolo la vita di alcuni finanzieri. Coloro che erano bisognosi di cure- e veniamo all’altro nodo cruciale della questione- erano già stati fatti sbarcare, e sul punto, si erano espressi già due tribunali, circostanza che viene spesso sottaciuta: quello amministrativo del Lazio e, se ciò non fosse bastato, la stessa Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che, dopo aver rivolto- lo ricordo- delle precise domande a tutte le parti in causa, ha negato ai ricorrenti (ossia la stessa comandante dell’imbarcazione ed alcuni migranti) le interim measures, non ravvisando, evidentemente, l’esistenza di un imminente rischio di danno irreparabile, in presenza del quale, viceversa, sarebbero state certamente disposte.

Qui, peraltro, non siamo in presenza di un soccorso di migranti (sul concetto di naufraghi, rapportato al caso di specie, ci sarebbe pure molto da dire) sporadico, ma di azioni sistematiche e ripetute nel tempo che non hanno nulla a che vedere con lo spirito originario del diritto del mare né del Regolamento di Dublino che, chiaramente, non era certo stato creato per affrontare la trasmigrazione di interi popoli. E che, politicamente, doveva comunque essere sorretto da una condivisione di oneri e di responsabilità, a livello europeo, che, invece, non sembrano aver avuto seguito.

Domandiamoci perché chi arriva sui barconi sia privo di documenti. Interroghiamoci se lo sfrenato land grabbing, ad esempio, possa esserne una delle ragioni, e se non sia affatto casuale che proprio la regione sub-sahariana (da cui, generalmente, proviene la maggior parte dei migranti), sembri essere il principale bersaglio di questa nuova “corsa alla terra”.

Interroghiamoci sulle reali cause che spingono queste persone a venire da noi (non solo guerre, come dicono alcuni) e sui possibili interventi realizzabili “in loco”: cosa ci sarebbe, infatti, di più dignitoso e civile di creare delle condizioni di sviluppo lì, consentendo ad esse (persone) di poter vivere nelle loro terre di origine?

E le Nazioni Unite? Sono ancora attuali o andrebbero modernizzate, per rendere più incisivo il loro intervento anche in questi ambiti? E l’Unione Europea, come nuovo attore politico e di sicurezza regionale e globale, che ruolo ha?

Riflettiamo su tutto questo, prima di creare finti eroi dell’umanità. Per il bene di tutti.

 

Di Mirko Crocoli per http://www.affaritaliani.it

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