La vecchia leggenda (divulgata da un “piduista”) della profezia di Padre Pio contro Mons. Lefebvre viene ripescata all’occasione 4 Luglio 2026 | Attualità

La vecchia leggenda (divulgata da un “piduista”) della profezia di Padre Pio contro Mons. Lefebvre viene ripescata all’occasione

di Red.

Il mondo cons-moderato – né turbo-modernista né fedele alla Tradizione, dunque travolto nello scontro – è nello sbaraglio più completo dopo le consarcazioni episcopali del 1° luglio. E quando si è a corto di argomenti si arriva ripescare leggende che una semplice ricerca online demolirebbe in pochi istanti. C’è da sperare che questa ennesima operazione boomerang sia dettata da dozzinalità, impreparazione e fretta, ma oltre un certo limite anche queste non sono più incolpevoli.

Andiamo con ordine. Fra gli episodi più citati nella pubblicistica religiosa contemporanea figura il presunto colloquio tra Padre Pio e mons. Marcel Lefebvre, durante il quale il frate cappuccino avrebbe predetto all’arcivescovo francese la “ribellione” e le conseguenze del suo operato.¹ L’episodio è frequentemente riportato in opere divulgative e devozionali, ma, sottoposto a un esame storico, presenta – per usare un eufemismo – gravi problemi di attendibilità.

L’incontro tra Padre Pio e Lefebvre avvenne realmente a San Giovanni Rotondo nel periodo pasquale del 1967, quando già l’arcivescovo francese era riconosciuto come uno dei protagonisti della resistenza alle innovazioni del Vaticano II: celebre la foto del bacio della mano. Ciò che manca, invece, è qualsiasi testimonianza contemporanea e valida che documenti il dialogo profetico.

La narrazione compare infatti solo molti anni dopo, quando il contrasto tra Mons. Lefebvre e la Santa Sede era ormai divenuto pubblico e Padre Pio era morto. Una delle prime diffusioni note risale al 1983, quando lo scrittore Pier Carpi pubblicò sulla Domenica del Corriere un racconto attribuito al professor Bruno Rabajotti, presentato come testimone diretto dell’incontro.²

La figura di Pier Carpi merita qualche precisazione. Non si trattava di uno storico della Chiesa né di un biografo accademico di Padre Pio, bensì di uno scrittore noto soprattutto per le sue opere dedicate all’esoterismo, all’occultismo, alla teosofia, alle società segrete e alle presunte profezie. Il suo nome compare negli elenchi degli appartenenti alla loggia P2 (sebbene lui disse di essere in lista senza fare parte della loggia).³ Questi elementi non dimostrano, di per sé, che la vicenda sia inventata, ma spiegano perché la storiografia utilizzi le sue testimonianze con particolare prudenza, soprattutto quando non sono sostenute da riscontri indipendenti.

Ancor più problematica è la figura del presunto testimone Bruno Rabajotti. Al di fuori della tradizione che tramanda questo episodio, non risultano documenti indipendenti che ne confermino il ruolo di testimone privilegiato dell’incontro⁴. Un ulteriore elemento di cautela emerge dal contenuto stesso della testimonianza estesa attribuita a Rabajotti, pubblicata per la prima volta in forma completa nel 1987.⁵ In quel testo egli attribuisce a Padre Pio affermazioni dottrinalmente anomale – fra cui l’idea che la glossolalia fosse una facoltà naturale accessibile a chiunque, e non un carisma sovrannaturale – del tutto estranee al pensiero del frate così come documentato da fonti attendibili. Non risulta che tra i figli spirituali riconosciuti di Padre Pio vi sia chi ha confermato l’esistenza di questo presunto “prediletto”.

Lo stesso Mons. Lefebvre, in una lettera dell’8 agosto 1990, scritta per rispondere a un sacerdote della Fraternità Sacerdotale San Pio X che gli chiedeva chiarimenti sulla vicenda, definì il racconto una «diffamazione» priva di fondamento. Secondo la sua testimonianza, l’incontro con Padre Pio durò soltanto pochi minuti: egli chiese una benedizione per il Capitolo Generale dei Padri dello Spirito Santo e la ricevette, senza alcun dialogo riguardante il Papa, l’obbedienza o il futuro della Chiesa.⁶

Dal punto di vista della metodologia storica, la situazione è quindi piuttosto chiara. Da un lato esiste un incontro realmente avvenuto; dall’altro, il lungo dialogo profetico compare soltanto sedici anni dopo, è privo di documentazione contemporanea, non trova conferme indipendenti ed è esplicitamente smentito dal principale protagonista.

Per queste ragioni, la maggior parte degli studiosi considera la cosiddetta “profezia di Padre Pio a Lefebvre” non un fatto storicamente dimostrato, bensì una tradizione tardiva o una leggenda devozionale sviluppatasi quando gli eventi che avrebbe annunciato erano già in larga misura conosciuti.

La smentita di Lefebvre, benché netta, non ha arrestato la circolazione del racconto. Il testo ha continuato a diffondersi soprattutto in ambienti anglofoni – un volume statunitense intitolato Padre Pio Gleanings lo riporta come autentico – e ha conosciuto una nuova ondata di attenzione mediatica in occasione della canonizzazione di Padre Pio, nel giugno 2002.⁷ La vicenda è quindi un caso paradigmatico di come una tradizione tardiva, priva di riscontri contemporanei e originata in un contesto dubbio, possa acquisire nel tempo lo status di “fatto noto” per semplice ripetizione, indipendentemente dalla sua fondatezza storica.


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Note

¹ Il testo della presunta profezia è riportato in numerose opere divulgative dedicate a Padre Pio, fra cui alcuni volumi di Saverio Gaeta, senza che siano però prodotte fonti contemporanee al 1967.

² La prima ampia diffusione pubblica nota del racconto risale all’articolo pubblicato da Pier Carpi su La Domenica del Corriere (23 aprile 1983), che attribuisce la testimonianza al prof. Bruno Rabajotti.

³ Sulla biografia di Pier Carpi si vedano le informazioni relative alla sua appartenenza alla Massoneria, alla Società Teosofica, ai rapporti con Licio Gelli e alla sua vasta produzione editoriale dedicata a occultismo, magia, società segrete e presunte profezie.

⁴ Per approfondimenti vedere Il Giornale, nell’edizione del 14 giugno 2002.

⁵ Il testo completo della testimonianza attribuita a Rabajotti fu pubblicato in Franco Fede, Il segreto di Padre Pio, Edizioni Albero, Milano 1987, pp. 8-38, con il titolo “L’eccezionale testimonianza del figlio spirituale preferito”.

⁶ Lettera di Marcel Lefebvre dell’8 agosto 1990, pubblicata dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, nella quale l’arcivescovo smentisce integralmente il presunto dialogo con Padre Pio e descrive un incontro limitato alla richiesta di una benedizione.

⁷ Sulla ripresa mediatica del racconto in occasione della canonizzazione (16 giugno 2002) e sulla sua persistenza in ambienti tradizionalisti anglofoni, cfr. il volume Padre Pio Gleanings, che riporta l’episodio come autentico senza confronto critico con la lettera di Lefebvre.


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  • I lefebvriani stanno sbagliando, ma Leone affronti il tema della Tradizione e dell’Eresia strisciante

     


     

    di Francesco Maria Filipazzi

    Da una parte le consacrazioni di Econe, in rito tridentino. Dall’altro il cardinale Radcliffe che benedice e celebra una coppia omosessuale in chiesa.
    I primi sono scismatici e si sono presi una scomunica, il secondo è in comunione con Roma e nessuno lo sanzionerà.
    Messa così, è innegabile che da queste parti venga voglia di “andare dai lefebvriani”, ma proprio perché sarebbe un’azione d’impeto, dobbiamo rimanere fermi e, nonostante tutto, rinnovare la nostra fedeltà al Papa, senza farci offuscare da una realtà fin troppo evidente e ingannevole. Il Grande Ingannatore è all’opera e dobbiamo esserne consapevoli.
    Da fedeli al Papa, dobbiamo però filialmente supplicarlo di affrontare alcuni temi che dopo l’1 luglio sono cogenti e non più rimandabili.

    L’errore della San Pio X

    L’approccio della San Pio X alla vicenda delle consacrazioni non ha certo brillato per umiltà. Fra le righe, don Pagliarani ha pressoché lasciato intendere che l’unica salvezza delle anime passerebbe per la Fraternità, laddove la Chiesa sarebbe in toto corrotta e professante eresie. Inoltre non ha voluto, anzi non ha potuto, chiarire un tema fondamentale, riguardo l’accettazione della validità del Novus Ordo. Non è infatti un mistero che i sacerdoti lefebvriani in buona parte la neghino, che siano state effettuate più volte ordinazioni sub condicione di sacerdoti provenienti dalle diocesi, che spesso e volentieri i laici che vogliano aderire alla Fraternità debbano rifare la cresima. Anche le ostie consacrate in messe Vetus Ordo dei sacerdoti diocesani o degli istituti ex Ecclesia Dei sono messe in discussione.

    Questa pretesa di essere l’unica istituzione cattolica sana portatrice della Grazia sfiora il demenziale ed è inaccettabile, ma è funzionale alla proclamazione dello stato di necessità. Se infatti un fedele della San Pio X potesse assistere alle messe tridentine di altri, cadrebbe l’impalcatura.

    L’errore della gerarchia romana

    Dal canto suo la gerarchia romana non brilla. È innegabile che anche in questo pontificato la liturgia tridentina sia messa ai margini, mentre persiste la fissazione vaticanosecondista. L’idea che il Concilio Vaticano II sia l’unico metro di misura per valutare l’adesione al magistero e la fedeltà al Papa ha ormai assunto contorni patologici. Un Concilio che sin dalle premesse non aveva carattere dogmatico è stato trasformato in un superdogma, mai però realmente enunciato o spiegato. Peraltro dubitiamo fortemente che l’ecumenismo e la libertà religiosa pensati all’epoca fossero ciò che si professa oggi.

    Dunque se a Roma la finissero di giustificare ogni deriva teologica e morale riferendosi al Concilio, siamo sicuri che il dialogo sarebbe più sereno.

    Il tema della liturgia

    Il rifiuto pervicace della liturgia antica, del gregoriano, dell’organo e del latino nella Chiesa moderna, ha probabilmente motivazioni di carattere psicologico. Non si spiega altrimenti questa liturgofobia, che non trova fondamenti né in Sacrosantum Concilium né in altri testi conciliari, che infatti lo stesso Lefebvre sottoscrisse.

    Il messale edito successivamente non è dunque basato sul Concilio.

    Al di là di questo tema, appare ingiusto e ingiustificabile il divieto di celebrare la liturgia precedente, soprattutto a fronte di una richiesta sempre crescente da parte del popolo dei fedeli. Siamo veramente convinti che non possa essere ammessa la liturgia tridentina, a fronte di 23 riti regolarmente celebrati nella Chiesa cattolica?

    Supplica filiale

    Riteniamo dunque di fare al Santo Padre due suppliche:

    – la prima: liberi la Messa Tridentina e permetta ai sacerdoti diocesani di celebrarla senza divieti ideologici, o al contrario ci aiuti a capire quali sarebbero gli effetti negativi di queste celebrazioni;

    – la seconda: apra una riflessione non solo sul Concilio Vaticano II, ma soprattutto sul post concilio, su quanto avvenuto nella Chiesa, in particolare in Occidente, negli ultimi 60 anni e corregga le tante storture dottrinali.

    Urge infatti un intervento chiarificatore che solo Leone XIV può operare.

       Pubblicato il 04 luglio 2026

       

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