La Polonia, Netanyahu, la Shoah e la “Fine d’Israele”?

Recentemente la Polonia ha approvato una legge che commina sino a 3 anni di carcere a chi diffama la Nazione polacca, associando l’aggettivo “polacchi” ai campi di concentramento tedeschi costruiti in terra polacca dopo l’occupazione della Polonia da parte del III Reich (1° settembre 1939), oppure attribuendo pubblicamente alla Polonia le deportazioni di ebrei messe in atto dalla Germania nazionalsocialista, affermando, così, di fatto la complicità polacca con la persecuzione germanica degli ebrei dell’Europa del nord.

Ciò che lascia perplessi è la reazione di Israele… … …

 

La legge polacca

Recentemente la Polonia ha approvato una legge che commina sino a 3 anni di carcere a chi diffama la Nazione polacca, associando l’aggettivo “polacchi” ai campi di concentramento tedeschi costruiti in terra polacca dopo l’occupazione della Polonia da parte del III Reich (1° settembre 1939), oppure attribuendo pubblicamente alla Polonia le deportazioni di ebrei messe in atto dalla Germania nazionalsocialista, affermando, così, di fatto la complicità polacca con la persecuzione germanica degli ebrei dell’Europa del nord.

La reazione di Israele

Ciò che lascia perplessi è la reazione di Israele, che dal canto suo ha polemizzato aspramente contro questa legge, la quale – secondo Benjamin Netanyahu (il premier dello Stato d’Israele) – non avrebbe senso, in quanto vorrebbe cambiare la storia e negare la shoah (cfr. La Stampa, 27 gennaio 2018).

Come conseguenza di ciò durante il “giorno della memoria” (27 gennaio 2018) i polacchi presenti ad Auschwitz hanno dovuto ammainare le bandiere polacche che avevano con sé perché offendevano la memoria dei martiri della shoah e non è stata concessa loro la celebrazione della Messa per i defunti polacchi, che morirono nel suddetto campo di lavoro.

Contra factum non valet argumentum

Ora mi sembra un fatto evidente ed inoppugnabile (“contro il fatto non valgono i ragionamenti”) che la Polonia sia stata occupata dalla Germania e dall’Urss nel 1939 e che sia stata vittima delle azioni commesse da queste due Nazioni e non correa. Per esempio, il campo di concentramento e di lavoro sorto a Oswecim in Polonia, chiamato in lingua tedesca Auschwitz, fu opera del III Reich e non del governo polacco. In esso furono rinchiusi anche polacchi, tra i quali padre Massimiliano Kolbe che vi morì il 14 agosto del 1941. Ora è una forzatura antistorica, contraria al buon senso e alla retta ragione attribuire alla Polonia l’installazione dei campi di concentramento (Auschwitz, Birkenau…) sorti sul suo territorio occupato, di cui per definizione il governo polacco non poteva disporre.

L’interpretazione di Blondet

Maurizio Blondet il 29 gennaio 2018 ci spiega sul suo blog www.maurizioblondet.it che Israele vorrebbe rendere corresponsabile la Polonia nella cosiddetta shoah “onde strappare all’attuale governo di Varsavia ricchissime compensazioni, pretendendo restituzioni di beni mobili e immobili del valore di 60 miliardi di euro”.

Il fatto è che in Polonia da qualche tempo stavano nascendo molte cause legali avanzate da sedicenti pretendenti alle restituzioni di beni ebraici sottratti dal III Reich egli israeliti viventi in Polonia tra il 1939 e il 1945.

Il governo degli Usa (immancabilmente solidale con quello di Tel Aviv) nel dicembre del 2017 ha varato una legge con la quale “sorveglierà” se la Polonia adempirà il proprio “obbligo” di restituire i beni sottratti in guerra dalla Germania agli ebrei polacchi. Ora, secondo tale legge americana, se le proprietà sottratte dalla Germania agli ebrei polacchi risultassero non avere più eredi, la Polonia dovrebbe restituire, al posto della Germania la cifra equivalente agli enti ebraici, che mantengono viva la memoria (e non solo) del cosiddetto “olocausto”1.

Ma la Polonia ribatte che secondo la legge internazionale in tutti i Paesi del mondo in casi simili (ossia in mancanza di eredi legittimi) i beni passano automaticamente e legalmente al governo del Paese in questione. Inoltre molti polacchi sono stati espropriati dei loro beni sia dai tedeschi sia dai sovietici, però le leggi israeliane e statunitensi non se ne preoccupano e neppure se ne occupano e, quindi, nessuno li risarcisce.

Occorre “non dimenticare” che la Polonia (assieme all’Ungheria) è sotto accusa da parte del “resto del mondo” (Usa e UE) a causa dei provvedimenti anti-immigrazione selvaggia che ha preso recentemente il suo governo, accusato, perciò, di xenofobia, di populismo e naturalmente di “nazifascismo”.

In breve la Polonia sarebbe coautrice, corresponsabile e correa di olocausto, di shoah, di antisemitismo e quindi dovrebbe riparare in solido le vittime, anche se non sono più in vita, mediante un lascito alle Associazioni olocaustiche che perpetuano la memoria della shoah.

Conclusione

Uno storico ebreo, Avram Burg, ha scritto che la memoria ossessiva, interessata e esagerata della shoah ha reso Israele indifferente alle sofferenze altrui (A. Burg,Sconfiggere Hitler, Vicenza, Neri Pozza, 2008).

Un Vescovo polacco, Monsignor Pironek, ha detto che gli Israeliani non solo non rispettano i diritti dei Palestinesi, ma che l’occupazione tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale riguarda anche i polacchi cattolici e non solo gli ebrei.

La reazione di Netanyahu, del governo americano e l’azione unilaterale di Trump (di riconoscere come unica capitale del solo Stato ebraico Gerusalemme) ci fanno capire che Israele vuole imporre la sua egemonia in Medio Oriente (Siria, Iran, Libano) e di lì nel mondo intero, ma ciò rappresenta una minaccia per gli ebrei ancora più grande dell’ostilità dei Palestinesi, sprovvisti di armi. Infatti, come ha scritto lo storico ebreo Bernard Lazare, (Antisemitismo sua storia e sue cause, Verrua Savoia, CLS): “La causa dell’antisemitismo è lo spirito prepotente degli ebrei”. La scienza insegna che “Ad ogni azione corrisponde una reazione eguale e contraria”.

Yakov Rabkin nel suo bel libro Una minaccia interna, l’opposizione ebraica al Sionismo(Verona, Ombre corte, 2005) spiega che il culto onnipresente e onnivoro della shoah come “passato che non passa” è analogo alla distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 e della Giudea nel 135, la quale a partire da allora si chiamò Syria-Palestina.

In breve secondo lui, come per gli Haredim (i “pii ebrei”) tra culto asfissiante della shoah e lo Stato d’Israele c’è continuazione e non antitesi, ossia Israele sarebbe il compimento della “soluzione finale” poiché ha concentrato in un unico fazzoletto di terra circa 6 milioni di ebrei, facilmente raggiungibili in un sol colpo. La Terra Santa sarebbe ridiventata come nel 70 il luogo più pericoloso per i suoi abitanti, scrive Rabkin. Essa è diventata una “trappola e una follia suicida”.

Stamane (10 febbraio 2108) ho appreso dalla Radio che un aereo caccia israeliano è stato abbattuto dalla contraerei siriana. Non mi sembra che nessuno avesse osato sinora attaccare l’aviazione d’Israele. Il Sionismo, iniziato come un sogno, sta per finire come un incubo? La situazione si fa di giorno in giorno più difficile e pericolosa. Andiamo verso la “soluzione finale della soluzione finale” come la chiama Rabkin? Staremo a vedere. “Expectans expectavi”.

  1. Curzio Nitoglia

13 febbraio 2018

1 – L’olocausto è il sacrificio in cui la vittima sacrificale viene consumata totalmente. Nell’Antico Testamento si offrivano nel Tempio di Gerusalemme i sacrifici graditi a Dio, tra cui anche gli olocausti, in cui i resti della vittima erano distrutti completamente. Essi erano figure dell’unico vero olocausto redentore: quello di Gesù sulla croce. La parola shoah (che significa “catastrofe”) viene tradotta erroneamente con “olocausto” e vorrebbe rimpiazzare – nell’ottica dell’Apocalittica millenaristica giudaica – quello di Gesù, ponendo il popolo ebraico al posto del Messia.

 

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