L’ egemonia dell’incultura.

di Roberto PECCHIOLI

 

Per merito di Antonio Gramsci, la sinistra ha conseguito da molti decenni l’egemonia sulla cultura d’Occidente, la terra del tramonto. I risultati si vedono, anche se più che il pensatore sardo, perfetto comunista ma solido banditore di una cultura nazionale e popolare, dovremmo prendercela con il tradimento dei chierici, l’indifferenza e lo sbadiglio verso tutto ciò che sa di cultura da parte del mondo “borghese” e della destra del denaro. Il fatto è che i progressisti dell’universo mondo hanno trasformato il loro controllo sulle idee, sulle parole e sul modo di pensare della maggioranza in una penosa egemonia dell’incultura. La verità di quanto asserito è assoluta, inconfutabile, al tempo del coronavirus, forse la prima autentica tragedia collettiva dopo le due guerre mondiali.

Sfaccendato lettore compulsivo rinserrato tra le mura di casa, esili difese contro il contagio, a chi scrive è capitato di seguire il dibattito a distanza svoltosi tra vari intellettuali intorno al Coronavirus e alle sue conseguenze sulla società.

Si resta incerti se credere a Gramsci, per il quale tutti gli uomini sono intellettuali – ciò che, a prima vista, appare una sanguinosa svalutazione della nostra specie- o a Eugenio Montale, che ammoniva così i contemporanei: guardiamoci dal regalare una patente di nobiltà intellettuale ad ogni sbadiglio dell’attuale universale noia. Sbadigli, pù spesso ragli, che, secondo un proverbio antico, non salgono in cielo. Invece sì.

Trascuriamo per rispetto di noi stessi di commentare le più recenti esternazioni di influenti maestri del pensiero (purtroppo questa è la verità, nessun sarcasmo) alla Vauro o Saviano e andiamo al sodo. Molti concordano sul fatto che Giorgio Agamben sia il filosofo italiano più reputato a livello internazionale. Occidente, terra del tramonto. L’autore della trilogia Homo Sacer (in cui il sacro è inteso come ciò che può essere sacrificato) ha pubblicato a fine febbraio un saggio intitolato L’invenzione di un’epidemia. Premesso che gli argomenti di Agamben sono degni di seria riflessione sul tema dello stato di eccezione imposto alle nostre società da alcune settimane, è invece disarmante la tesi di fondo, ospitata sul Manifesto, giornale che ostenta la qualifica di “quotidiano comunista”.

Per Agamben il Coronavirus non è che un’influenza, talché risultanofrenetiche, irrazionali e del tutto immotivate [le] misure di emergenza per una supposta epidemia dovuta al virus corona”. Colpito e affondato: dal virus. L’infezione, insiste, “dai dati epidemiologici oggi disponibili su decine di migliaia di casi, causa sintomi lievi/moderati (una specie di influenza) nell’80-90% dei casi. Nel 10-15% può svilupparsi una polmonite, il cui decorso è però benigno in assoluta maggioranza. Si calcola che solo il 4% dei pazienti richieda ricovero in terapia intensiva”.

Il virologo ad honorem è purtroppo costretto in casa, come tutti noi, altrimenti dovrebbe darsi alla macchia con la stessa ignominia della monarchia sabauda il 9 settembre 1943 in fuga a Pescara. Il dramma è che i mandarini egemoni dell’incultura riescono a far danni anche quando esprimono parti di verità. E’ evidente, infatti, il tentativo transnazionale del potere (non solo politico) di togliere spazi di libertà, con i cittadini disposti alla confisca dei diritti più elementari in nome del panico e della protezione. Lo stato di eccezione c’è, ma non è, disgraziatamente, una scelta del governo. Basta una visita a qualunque ospedale italiano per rendersene conto con raccapriccio e ritirare al pensatore romano la patente di filosofo insieme con quella di persona sensata.

La risposta ad Agamben è arrivata a stretto giro di posta da un filosofo francese altrettanto influente, suo amico personale, Jean Luc Nancy. Seguace di Deleuze, Guattari, Derrida e Lèvinas, del tutto insospettabile di pulsioni reazionarie, Nancy ha liquidato l’intervento di Agamben ricorrendo a un aneddoto privato: “quasi trent’anni fa, i medici hanno giudicato che dovessi sottopormi a un trapianto di cuore. Giorgio fu una delle poche persone che mi consigliò di non ascoltarli. Se avessi seguito il suo consiglio sarei morto ben presto”. Nel 2004 Agamben annullò un corso alla New York University perché le condizioni per l’ingresso negli Stati Uniti – la schedatura e il rilascio delle impronte digitali – gli sembravano l’esito di un paradigma biopolitico totalitario. Non aveva tutti i torti, ma chissà quale fremente indignazione lo avrebbe colto in Unione Sovietica, o alla lettura di Arcipelago Gulag. Continua Nancy, con esprit de finesse transalpino: “è in dubbio un’intera civilizzazione. C’è una sorta di eccezione virale – biologica, informatica, culturale- che ci pandemizza. I governi non ne sono che tristi esecutori; prendersela con loro è più una manovra di distrazione che una riflessione politica”. Insomma, è meglio un vaccino di Michel Foucault.

Benissimo, ma dov’ è la via di uscita, a meno che la nostra impreparazione ci impedisca di cogliere la profondità della riflessione del sodale di Agamben, a cui non si può consigliare che dotarsi di guanti, mascherina e igienizzante, in attesa di verificare se egli stesso non sia un homo sacer, dunque una vittima sacrificale, nel suo lessico. Quanto a Nancy, affidiamo ai lettori più colti l’esegesi e l’ermeneutica di un suo brano: “essere singolare plurale significa: l’essenza dell’essere è, ed è soltanto, una co-essenza; ma co-essenza o l’essere-con-l’essere-in-tanti-con designa a sua volta l’essenza del co-, o ancora meglio il co- (il cum) stesso in posizione o in guisa di essenza”. Forza Virus.

Un tema che sta particolarmente a cuore a Nancy è l’esperienza della libertà. “Se non pensiamo l’essere stesso, l’essere dell’esistenza abbandonata, o l’essere dell’essere-nel-mondo come ‘libertà’ (e forse come una libertà e una generosità più originaria di ogni libertà) siamo condannati a pensare la libertà come un’idea e come un diritto puri, per concepire in compenso l’essere-nel-mondo come una necessità assolutamente cieca e ottusa” Esprit de finesse più esprit de geometrie. Il povero Gramsci si suiciderebbe nel fondo del carcere di Turi. E’ l’egemonia del gioco di parole; in principio era il verbo e anche il complemento oggetto.

Mentre si infiamma la discussione tra i maestrini dalla penna rossa, cresce ovunque il bilancio delle vittime. L’infezione è avanza contemporaneamente al dibattito su di essa. Il filosofo, sociologo e psicoanalista sloveno neo-marxista, Slavoj Zizek altra vedette della sinistra al caviale, ha preso la parola per indicare quello che, secondo lui, è stato il colpo finale contro il capitalismo. Covid 19 è un militante anticapitalista, “poiché ha dimostrato che è possibile un altro modello di società. Un altro virus ideologico, molto più benefico, ci diffonde e ci infetta: il virus del pensiero di una società alternativa, una società oltre lo stato-nazione, una società che si aggiorna nelle forme di solidarietà e cooperazione mondiale”.

Dunque, nessuna cospirazione alla Agamben, ma una sorta di astuzia della ragione e della storia (il vecchio Hegel fa l’occhiolino), l’ignaro virus rappresenta “l’urgente necessità di una riorganizzazione dell’economia mondiale, che non sarebbe più in balia dei meccanismi di mercato. Non stiamo parlando qui di un comunismo vecchio stile, ovviamente, ma di una sorta di organizzazione mondiale che può controllare e regolare l’economia, nonché limitare la sovranità degli stati nazionali quando necessario”. L’azzimato neo-marxista si fa banditore del governo mondiale, come un Rockefeller o un Rothschild qualsiasi. Non ci sono più gli internazionalisti di una volta.

O meglio, neo liberisti e neo marxisti si somigliano sempre più, hanno una certa aria di famiglia.  Per il filosofo sudcoreano Byung Chul-Han. “Il virus non sconfiggerà il capitalismo. La rivoluzione virale non accadrà. Nessun virus è in grado di fare la rivoluzione. Il virus ci isola e ci individua”. Si è poi concentrato sul fatto che gli Stati hanno fatto ricorso ai “Big data”, ai giganti di Silicon Valley come meccanismo tecnico per bloccare o tentare di bloccare l’infezione. Si limita a sperare che “dopo il virus arriverà una rivoluzione umana. Siamo noi, persone dotate di ragione, che dobbiamo ripensare radicalmente e limitare il capitalismo distruttivo, e anche la nostra mobilità illimitata e distruttiva, per salvare noi stessi, per salvare il clima e il nostro bellissimo pianeta”. Vasto programma, per realizzare il quale il capitalismo deve essere cancellato, non semplicemente limitato o, come auspica Zizek, regolato.

Non fa mancare la sua voce il poeta, filosofo e storico dell’arte venezuelano Luis Enrique Pérez-Oramas, autore de L’impero delle ordinanze. In un articolo diffuso in tutta l’area ispanofona, intitolato Note sul coronavirus nella società anti-apofantica – la collera di Aristotele sale dall’oltretomba- lamenta “che il linguaggio prevalente nella nostra società è quello della credenza, non quello della conoscenza; quello della preghiera, non quello dell’esperienza; quello della minaccia, non quello dell’attenzione. Informa altresì che al tempo del virus è preminente la verità “performativa”.  Inquieti su questo punto oscuro, ci chiediamo chi abbia ragione. Per il momento il virus, la cui mappa mondiale di contagi, morti e devastazione economica si allarga sinistramente.

L’egemonia dell’incultura ha travolto la politica: è stato il trionfo di chi, passata la sbornia del “tutto è politica”, ha espulso dal senso comune la dimensione pubblica, la polis e l’agorà. Saremmo ben più vigili rispetto alla stretta che ci hanno imposto e che, temiamo, perdurerà ben oltre l’emergenza, se avessimo coltivato la politica, cioè il dibattito aperto, il confronto delle idee, lontano dalle follie del politicamente corretto e del silenzio obbligato per autocensura, timore o aperta proibizione. Le ultime sono state generazioni impolitiche, solitarie lungo i percorsi della ricerca della felicità individuale. Non hanno conosciuto la politica come sentimento di appartenenza a un destino comune. Non c’è altra scelta che scoprirlo ora, in fretta, ponendo rimedio all’apprendimento lento.

Fa paura l’egemonia del solipsismo: siamo rimasti a casa, troppo; oppure abbiamo frequentato solo non-luoghi, imparato non-idee, ascoltato non maestri. Passata la bufera, bisognerà uscire, gridare, riconquistare le casematte svuotate, oggi in mano alla tele comunicazione. La reclusione deve suscitare un sano sospetto nei confronti del vento elettronico e degli schermi, verso l’ordine virtuale e la comunicazione, in mano a mille falsi profeti. Rilevava con preveggenza Günther Anders: “Quando il lontano si avvicina troppo, il vicino si allontana o scompare. Quando il fantasma diventa reale, il reale diventa un fantasma”. Rompiamo la fabbrica dei sogni, chiudiamo la strada al vento elettronico e torniamo alla realtà più prossima. Amerai il lontano, proclamava Nietzsche tra genio e follia.

Ci intimano di credere a loro, solo a loro, la coazione a ripetere non è mai stata tanto assordante. Buon segno: temono di perdere l’egemonia della “narrazione”. La televisione e le reti sociali nascondono la menzogna della comunicazione remota, le tecnologie di telecomunicazione fanno da filigrana. Ma il confinamento che ha costruito muri tra noi ha lasciato all’interno di ogni confine il minimo antropologico, il gruppo elementare in grado di forgiare un vero spirito che domani forse soffierà sul mondo attraverso la voce personale e inequivocabile del nostro vicino.

I padroni delle parole, gli egemoni dell’incultura, sono forse inciampati nel granello di sabbia che inceppa il meccanismo. Quelli citati non sono che esempi di un esaurimento culturale, di una estenuazione di civiltà, di un vuoto progettuale che è necessario riempire in fretta. Abbiamo imparato di più dai racconti e dagli esempi dei contadini e operai della nostra infanzia e adolescenza che da questi rivenduglioli di merce culturale contraffatta, spacciatori di incultura in esclusiva. Il tempo è adesso; se non ora, quando conquisteremo l’egemonia culturale, presupposto e preliminare del potere reale? Dinanzi all’asfissia coperta dalla logorrea e dall’eccesso visivo di una narrazione civile, sociale, etica, spirituale fallita, tramontata, screditata, ridotta a baldacchino, l’egemonia, se avremo cuore e cervello, non la conquisteremo, ci limiteremo a raccoglierla.

I nostri avversari non solo hanno fallito, ma hanno anche confessato. Scrive nella poesia Hollywood, Bertolt Brecht, il drammaturgo comunista con il cuore a Est e il portafogli a Ovest: “Ogni mattina, per guadagnarmi da vivere, vado al mercato dove si comprano le bugie. Pieno di speranza

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