Il costo totale dell’impegno militare italiano in Afghanistan (come ricambia Washington?)

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La missione militare italiana in Afghanistan (impegno portato avanti dal 2001 nell’ambito di interventi internazionali di diversa natura) è tornato all’attenzione delle cronache dopo l’annuncio della Ministro della Difesa Elisabetta Trenta di aver commissionato allo Stato Maggiore della Difesa uno studio per un possibile ritiro delle truppe entro un anno.

Riteniamo quindi utile riproporre la nostra analisi (inserita nel Rapporto Mil€x 2018) dei costi complessivi che il nostro Paese ha sostenuto in questi 17 anni di iniziativa militare. Non è al momento possibile nemmeno stimare l’impegno previsto per il 2019, che è stato sicuramente votato con la Legge di Bilancio ma che non è determinabile in quanto il Governo non ha ancora inviato al parlamento (come sarebbe previsto per legge entro il 31 dicembre) la “Relazione analitica sulle missioni internazionali in corso” e i documenti finanziari necessari al voto di proroga e rifinanziamento.

Per una valutazione dei risultati e degli impatti della missione italiana e, in generale, dell’intervento occidentale nel paese asiatico rimandiamo anche al Report da noi pubblicato nell’ottobre 2017 (che ovviamente non contiene gli aggiornamenti degli ultimi 15 mesi).

 


Calcolare in modo preciso ed esaustivo il costo finanziario di una campagna militare all’estero è molto difficile, dato che ai costi ufficiali “diretti” si aggiungono costi “indiretti” che non sono riportati nei documenti pubblici e che sono quindi impossibili da quantificare. Ci riferiamo a costi di tipo sistemico (acquisizione nuovi mezzi da combattimento e nuovi armamenti, aggiornamento sistemi d’arma esistenti in relazioni alle esigenze emerse nel corso dell’impiego in teatro operativo, ripristino scorte munizioni, addestramento specifico del personale e costi sanitari delle cure per i reduci feriti e mutilati) che l’apparato della Difesa e altre amministrazioni pubbliche devono sostenere per esigenze direttamente connesse alle operazioni in corso, ma che non figurano come tali e che quindi non sono computabili.

Tralasciando tutti questi costi indiretti, il costo ufficiale della partecipazione alle missioni militari in Afghanistan a partire dal novembre 2001 (Enduring Freedom fino al 2006, ISAF fino 2014, Resolute Support dal 2015) è di 6,5 miliardi di euro, vale a dire oltre un milione di euro al giorno in media. Agli stanziamenti vanno  aggiunti tutti i costi extra delle missioni, e cioè l’esborso di 480 milioni a sostegno delle forze armate afgane (120 milioni l’anno a partire dal 2015) e circa 900 milioni di spese aggiuntive relative al trasporto truppe, mezzi e materiali da e per l’Italia, alla costruzione di basi e altre infrastrutture militari in teatro, al supporto operativo della Task Force Air (Emirati, Qatar e Bahrein) e degli ufficiali di collegamento distaccati presso Comando Centrale USA di Tampa, Florida, al supporto d’intelligence degli agenti AISE, della protezione attiva e passiva delle basi, al supporto sanitario del personale della Croce Rossa Italiana, alla protezione delle sedi diplomatiche nazionali e alle attività umanitarie militari strumentali (CIMIC, ovvero “attività a immediato impatto sulla dimensione civile, volti ad acquisite, mantenere, incrementare il consenso nei confermi del contingente militare nazionale”). Si arriva così a oltre 7,8 miliardi in 16 anni, a fronte di 280 milioni investiti in iniziative di cooperazione civile.

 

(MB: La conseguenza se possibile peggiore di impegni così prolungati e  lontani è la de-nazionalizzazione dei nostri militari, la loro riduzione a quasi-mercenari)

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