(e i loro censori acattolici)
La Scure di Elia
Tu odi le azioni dei Nicolaiti, che anch’io ho in odio (Ap 2, 6).
«Al dire di Sant’Ireneo (Adv. Haer., I, 6; 3, 11), di Tertulliano (De Pudic., XIX, 6), di Clemente A. (Strom., II, 20), ecc., insegnavano che le voluttà sensuali non contaminavano lo spirito e non erano peccati» (Il Nuovo Testamento commentato dal P. Marco M. Sales O.P., vol. VII: L’Apocalisse, Proceno [VT] 2016, 26, n. 6). Riguardo a questa setta eterodossa del I secolo d.C., padre Sales ci informa ulteriormente che «negavano la divinità di Gesù Cristo e professavano alcuni errori gnostici» (ibid.). Si tratta dunque di uno dei tanti movimenti pseudocristiani afferenti alla variegata galassia della gnosi, la quale, dopo aver minacciato il cristianesimo nascente in modo ben più nocivo delle persecuzioni violente, è ricomparsa nel Quattrocento sotto la copertura dell’Umanesimo e, da allora, non ha più smesso di inquinare la vita ecclesiale.
Arricchita delle “conquiste” intellettuali kantiane ed hegeliane, la gnosi ha virulentemente attaccato la teologia cattolica prima col modernismo, poi con la nouvelle théologie, i cui propagandisti, grazie alla dissimulata connivenza di Roncalli, presero il controllo del Concilio Vaticano II fino al punto di trasformarlo in arma di distruzione della Chiesa e della sua dottrina, una sorta di atomica spirituale che mutò radicalmente la componente terrena della Sposa di Cristo – se non nell’essenza, almeno nella coscienza di sé, nell’immagine e nel funzionamento. I fautori del cambiamento (ormai passati tutti dinanzi all’eterno Giudice) denominarono esplicitamente quell’evento il 1789 della Chiesa; poiché la rivoluzione francese fu opera del giudaismo frankista, possiamo legittimamente arguire che ancora una volta abbia agito la medesima mano.
Parallelo con l’attualità
Ora, il riferimento ai Nicolaiti è motivato dal fatto che, a livello spirituale, i novatori assomigliano loro fortemente: essi ricusano – seppur implicitamente – la divinità di Cristo e, di conseguenza, il Suo ruolo di unico Salvatore; propugnano una sorta di autosalvazione mediante la conoscenza e l’aggiornamento delle dottrine; soprattutto, in forza della dicotomia tra spirito e materia, negano la rilevanza morale degli atti compiuti con il corpo, in particolare di quelli attinenti alla sfera sessuale. Da perito conciliare, il gesuita Rahner scambiava focose lettere d’amore con una donna, fatto che, per quanto peccaminoso, rientrava ancora nell’ordine naturale; invece le generazioni successive di “teologi” ed ecclesiastici hanno abbandonato ogni remora, concedendosi “piaceri” (se così possono chiamarsi) decisamente contro natura.
Le condizioni morali di gran parte di coloro che oggi detengono il potere nella Chiesa sono talmente degradate che tanti cattolici, se le conoscessero, perderebbero la fede. La nostra mira non è pertanto quella di scoprire la piaga purulenta, ma piuttosto quella di spiegare la sfacciata indifferenza di quei prelati per le verità rivelate, deformate col pretesto di presentarle in modo più attuale oppure rese vaghe e confuse per scopi “pastorali” oppure ancora, più semplicemente, deliberatamente relegate nell’oblio. Essi, nonostante tutto, sentono il bisogno di giustificarsi in qualche modo per attenuare il morso della coscienza, per quanto sempre più debole. Rispetto agli antichi Nicolaiti, quelli moderni hanno altresì assorbito il veleno della dottrina frankista circa una presunta redenzione attraverso il peccato (tratto comune col circolo Epstein).
Di fronte a questo stato di cose, molti cattolici si domandano giustamente cosa fare. Chi ha reagito con l’insubordinazione e la separazione dalla società visibile dimostra di non sapere più – o di non aver mai saputo – cosa sia la Chiesa, oltre ad aver perso di vista un principio elementare del diritto: i superiori non perdono automaticamente l’ufficio per la loro indegnità morale, la quale va anzitutto provata e, qualora sia dimostrata, può incidere sulla loro posizione unicamente se l’autorità ad essi superiore ne decide la rimozione; a poterla decretare non sono certo i sudditi, i quali, di conseguenza, non sono autorizzati a sottrarsi unilateralmente alla loro autorità né ad esimersi dall’obbedienza in ciò che è legittimo. Rilevare che il diritto è applicato con pesi e misure diverse a seconda che si tratti di conservatori o progressisti non è un motivo sufficiente per porsi fuori del diritto stesso inventandosi un inesistente diritto di supplenza.
Idee scorrette di Chiesa e sacerdozio
La Chiesa terrena è una vera società regolata dal diritto, che in molti casi rappresenta l’unica tutela dei deboli e senza il quale essa sprofonderebbe in un caos ben peggiore. Chi piccona l’ordinamento ecclesiastico per ragioni apparentemente virtuose (cioè per difendere la Chiesa) arreca alla Chiesa un danno enorme, in quanto non solo la divide, ma mina il principio stesso della sua coesione. Ciò denuncia gravi carenze dottrinali circa la natura della Chiesa come società visibile nonché la natura del diritto, ridotto a mero coacervo di norme positive umane, sempre modificabili o sospendibili. È così che, come i modernisti, anche i tradizionalisti scismatici dimostrano di aver coltivato un’idea di Chiesa spiritualistica e intellettualistica… in altre parole, un’idea gnostica, certamente diversa quanto alla coloritura, ma fondamentalmente analoga.
Sulla stessa linea di questo grave malinteso ecclesiologico si muove l’equivoco riguardante il sacerdozio cattolico, un cui connotato essenziale è la comunione gerarchica, senza la quale esso non è cattolico. Non basta infatti che ci sia la materia dell’ufficio sacerdotale (cioè i tre uffici di governare, insegnare e santificare, comuni anche agli ortodossi), ma è necessario che ci sia anche la forma (ossia il legame del sacerdote col vescovo e dei vescovi col Papa, legame grazie al quale il sacerdozio viene esercitato, come deve, nell’unità del Corpo Mistico, concorrendo così alla sua crescita e al suo benessere). Ciò non è un accidens, ma appartiene all’essenza stessa del sacerdozio; in assenza di ciò, pertanto, non si ha sacerdozio cattolico, ma un sacerdozio acattolico, grossolanamente difettoso in quanto privo della forma cattolica del sacerdozio stesso.
Alla luce di quanto esposto, è chiaro che l’idea di consacrare dei vescovi al di fuori della comunione gerarchica allo scopo di preservare l’episcopato cattolico è intrinsecamente contraddittoria, visto che vescovi ordinati con un atto di rottura della comunione non sono cattolici. Pretendere che non si tratti di un atto di rottura perché i nuovi vescovi non rivendicano la giurisdizione ma sono intesi unicamente ad amministrare i sacramenti della Confermazione e dell’Ordine sottende un altro madornale errore dottrinale. Oltre a misconoscere l’inseparabilità dei tria munera, questa curiosa tesi ignora la natura dell’episcopato cattolico, il quale è per essenza continuazione dell’ufficio apostolico di pascere il gregge del Signore. Il munus regendi (e, quindi, la giurisdizione) è il fulcro degli altri due, il munus docendi e il munus sanctificandi: nessuno, infatti, può legittimamente insegnare in modo tale da impegnare la coscienza né dispensare i Sacramenti se non a coloro sui quali è costituito in autorità.
Le eccezioni confermano la regola: i vescovi della Santa Sede, i nunzi apostolici e i vescovi ausiliari non hanno giurisdizione su una porzione del Popolo di Dio, ma sono comunque ordinati ad averla, tanto è vero che possono ricevere dal Papa il governo di una diocesi per semplice decreto, senza alcun ulteriore intervento sacramentale. Per salvare in qualche modo la forma, essi ricevono il titolo di un’antica diocesi non più esistente, proprio perché l’episcopato, ben lungi dal servire alla mera “produzione” di sacramenti, è per sua stessa natura finalizzato alla guida dei cristiani dimoranti in un determinato luogo. Perciò non si dà episcopato consistente nella sola potestas ordinis, poiché esso contiene in radice, per essenza, anche la potestas regiminis, virtualmente presente pure nel vescovo non dotato di giurisdizione territoriale o personale.
Che la forma canonica della comunione gerarchica si sia evoluta nel tempo non cambia la sostanza del discorso: come si è verificato un necessario e salutare sviluppo organico sia del dogma che del culto, così per il diritto della Chiesa. È risaputo che nel primo millennio il Papa non nominava i vescovi di persona così come, fino al Concilio di Trento, non esistette il meccanismo giuridico di incardinazione dei preti; tuttavia una forma canonica di comunione gerarchica, seppur non fissata come lo è oggi, c’era senza dubbio, se sant’Ignazio d’Antiochia († 107), in viaggio per Roma, dove sarà coronato dal martirio, scrive ai cristiani di non fare assolutamente nulla senza il vescovo, mentre afferma che la Sede romana presiede l’intera Chiesa (cf. Smirn., 8, 1; Rom., Prologo). In altre parole, la forma canonica si è determinata in modo graduale ma c’è sempre stata, benché, all’inizio, allo stadio embrionale; oggi, comunque, vige quella attuale, non quella di un’epoca a scelta.
Conclusione
Dalle considerazioni fin qui svolte si evince che i separatisti di ogni denominazione (lefebvriani, viganiani, resistenti, affini e derivati) sono non soltanto scismatici, ma anche eretici, in quanto, in teoria e in pratica, rifiutano punti essenziali del dogma ecclesiologico. La panacea con cui legittimano la propria ribellione (lo stato di necessità) è una palese menzogna: è insostenibile che all’infuori di loro non ci siano, in tutta la Chiesa Cattolica, sacerdoti e vescovi in grado di insegnare la sana dottrina e amministrare Sacramenti validi. L’accettazione o meno del Vaticano II non è affatto un discrimine: nonostante il disastro causato dagli apostati che si servirono di esso per demolire la Chiesa, infatti, il carattere pastorale anziché dogmatico fa sì che i suoi testi non obblighino la coscienza dei fedeli se non in ciò che è conforme al Magistero perenne.
Le ambiguità che hanno aperto la porta a perniciosissimi errori, pur avendo provocato immensi danni, non minacciano più la fede dei cattolici autentici, che per grazia han ritrovato la via della verità. Ci sono schiere di sacerdoti e laici di retta coscienza che, malgrado le deficienze dottrinali dovute alla loro cattiva formazione, camminano sotto la guida della Corredentrice verso la piena comprensione del deposito ricevuto. Ciò che li ostacola di più nella riscoperta della Tradizione e della Messa antica è proprio il fatto che movimenti ribelli ne facciano la propria bandiera e un motivo per spaccare la Chiesa. Chi ama davvero la Sposa di Cristo persevera invece nel bene a prescindere dai Nicolaiti che spadroneggiano su di lei, preparando attivamente l’intervento divino con la preghiera e l’impegno, ma senza assumersi compiti e ruoli che non gli spettano, bensì, da vero cattolico, confidando ciecamente nella Provvidenza mentre coopera con Essa.
Elia alle 00:02
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15 commenti:
- Elia19 settembre 2026 alle ore 00:03Rispondi
- Per favore, solo commenti brevi e pertinenti.
- Anonimo19 settembre 2026 alle ore 01:36Rispondi
- Padre, può spiegarmi cosa intende per neoscolastica e perché è stata il preludio per il disastro della Chiesa? E cosa si sarebbe dovuto fare per riformare in modo adeguato la Chiesa preconciliare? Grazie,Paola
- Risposte
- Elia24 settembre 2026 alle ore 22:46
- La neoscolastica è la corrente teologica nata per impulso di Leone XIII, che con l’enciclica “Aeterni Patris” (1879) indicò il ritorno al metodo di san Tommaso d’Aquino come via per il rinnovamento della filosofia e della teologia cattoliche. Essa ha avuto grandi meriti e insigni rappresentanti (come il domenicano Réginald Garrigou-Lagrange) ma nei decenni antecedenti al Vaticano II si era in gran parte sclerotizzata in un una forma di razionalismo astratto che non toccava più le anime di sacerdoti e fedeli violentemente traumatizzati dall’ultimo confitto mondiale e profondamente influenzati da nuove correnti culturali, del tutto estranee al pensiero metafisico e realista della tradizione cattolica.
Anziché insistere in modo esclusivo o almeno prevalente su un’istruzione intellettuale che non faceva più presa, si sarebbe dovuta riscoprire l’evangelizzazione come annuncio della persona viva di Cristo, operante nella Chiesa e nella coscienza di chiunque le apra il cuore. In perfetta buona fede – ma con scarsa preveggenza – ci si illuse che i metodi di indottrinamento e irreggimentazione fino allora seguiti bastassero ad assicurare la sopravvivenza della società cristiana, che però era ormai rosa dall’interno dalla perdita della fede in ampi strati di battezzati che si dichiaravano ancora cattolici più per convenienza sociale e politica che per sincera convinzione. -
Rispondi
- Anonimo19 settembre 2026 alle ore 23:12Rispondi
- Chiarissimo. Il Signore la benefica per la chiarezza e fedeltà dottrinale. Grazie!
- Anonimo20 settembre 2026 alle ore 03:08Rispondi
- Buonasera padre Elia, se può essere utile per comprendere meglio la situazione in cui ci troviamo le posto il link dove questo santo vescovo dice cose illuminate dallo Spirito Santo. https://youtu.be/0Z-W8KjgV3s?is=KZnv4sFGQoejICwZ
- Anonimo20 settembre 2026 alle ore 03:21Rispondi
- Grazie. Di cuore. Veramente di grande conforto. È proprio quello che noi fedeli rimasti cattolici “confidando ciecamente nella Provvidenza”, siamo lieti di leggere.
- Anonimo20 settembre 2026 alle ore 06:32Rispondi
- So per certo che purtroppo ci son molti “lefebvriani da tastiera”, che spendono molto più tempo a parlare della FSSPX che a parteciparne alle attività.Costoro, per esempio, entusiasticamente inneggiano ai nuovi “vescovi della Tradizione”, pur sapendo che i quattro ordinati del 1° luglio scorso non saranno mai disposti ad amministrare il sacramento dell’ordine a qualcuno che non appartenga alla FSSPX, nemmeno se ben preparato e di provata fede cattolica. Anzi, sarà già un miracolo ottenerne una cresima o un battesimo di infanti senza far atto di adesione formale.
Il madornale errore di tale tifoseria lefebvriana è di credere ciecamente allo slogan secondo cui la Tradizione si esprime solo negli eredi ufficiali di Lefebvre. Come se la FSSPX fosse esclusiva depositaria della Tradizione. E dello “stato di necessità” che giustifica l’autocefalia ed il contraddittorio atteggiamento del “riconoscenti e resistenti”.
Dunque bisognerebbe chiamarli “vescovi della Tradizione lefebvriana”, e ricordare che non appena un vescovo lefebvriano osò prendersi cura delle anime che i vertici della FSSPX avevano appena stabilito di ostracizzare venne espulso e condannato ad una pressoché damnatio memoriæ e non gli riconobbero più lo “stato di necessità” e nemmeno il titolo nobiliare di “vescovo della Tradizione”.
L’autoreferenzialità della FSSPX avreste potuto coglierla anche solo osservando che nessuno dei quattro nuovi vescovi parla italiano. Proprio adesso che l’italiano, nostro malgrado, è la lingua pressoché ufficiale dei sacri palazzi vaticani… e davanti al fatto che da lungo tempo i vertici FSSPX non sembrano avere gran considerazione per il Belpaese. Da un lato “infrancesatevi, o arrangiatevi”, dall’altro la tifoseria da tastiera che ad ogni pié sospinto loda il loro operato, e in mezzo le loro comode e vistose incoerenze.
- Risposte
- Elia24 settembre 2026 alle ore 23:12
- Incoerenze, contraddizioni, assiomi indimostrabili, atteggiamenti e comportamenti di un’autoreferenzialità assoluta… tutte cose che si giustificano con lo stato di necessità, che diamine!
-
Rispondi
- Sheshehh21 settembre 2026 alle ore 08:54Rispondi
- Buongiorno, ioI moderni Nicolaiti(e i loro censori acattolici)
Tu odi le azioni dei Nicolaiti, che anch’io ho in odio (Ap 2, 6).
«Al dire di Sant’Ireneo (Adv. Haer., I, 6; 3, 11), di Tertulliano (De Pudic., XIX, 6), di Clemente A. (Strom., II, 20), ecc., insegnavano che le voluttà sensuali non contaminavano lo spirito e non erano peccati» (Il Nuovo Testamento commentato dal P. Marco M. Sales O.P., vol. VII: L’Apocalisse, Proceno [VT] 2016, 26, n. 6). Riguardo a questa setta eterodossa del I secolo d.C., padre Sales ci informa ulteriormente che «negavano la divinità di Gesù Cristo e professavano alcuni errori gnostici» (ibid.). Si tratta dunque di uno dei tanti movimenti pseudocristiani afferenti alla variegata galassia della gnosi, la quale, dopo aver minacciato il cristianesimo nascente in modo ben più nocivo delle persecuzioni violente, è ricomparsa nel Quattrocento sotto la copertura dell’Umanesimo e, da allora, non ha più smesso di inquinare la vita ecclesiale.
Arricchita delle “conquiste” intellettuali kantiane ed hegeliane, la gnosi ha virulentemente attaccato la teologia cattolica prima col modernismo, poi con la nouvelle théologie, i cui propagandisti, grazie alla dissimulata connivenza di Roncalli, presero il controllo del Concilio Vaticano II fino al punto di trasformarlo in arma di distruzione della Chiesa e della sua dottrina, una sorta di atomica spirituale che mutò radicalmente la componente terrena della Sposa di Cristo – se non nell’essenza, almeno nella coscienza di sé, nell’immagine e nel funzionamento. I fautori del cambiamento (ormai passati tutti dinanzi all’eterno Giudice) denominarono esplicitamente quell’evento il 1789 della Chiesa; poiché la rivoluzione francese fu opera del giudaismo frankista, possiamo legittimamente arguire che ancora una volta abbia agito la medesima mano.
Parallelo con l’attualità
Ora, il riferimento ai Nicolaiti è motivato dal fatto che, a livello spirituale, i novatori assomigliano loro fortemente: essi ricusano – seppur implicitamente – la divinità di Cristo e, di conseguenza, il Suo ruolo di unico Salvatore; propugnano una sorta di autosalvazione mediante la conoscenza e l’aggiornamento delle dottrine; soprattutto, in forza della dicotomia tra spirito e materia, negano la rilevanza morale degli atti compiuti con il corpo, in particolare di quelli attinenti alla sfera sessuale. Da perito conciliare, il gesuita Rahner scambiava focose lettere d’amore con una donna, fatto che, per quanto peccaminoso, rientrava ancora nell’ordine naturale; invece le generazioni successive di “teologi” ed ecclesiastici hanno abbandonato ogni remora, concedendosi “piaceri” (se così possono chiamarsi) decisamente contro natura.
Le condizioni morali di gran parte di coloro che oggi detengono il potere nella Chiesa sono talmente degradate che tanti cattolici, se le conoscessero, perderebbero la fede. La nostra mira non è pertanto quella di scoprire la piaga purulenta, ma piuttosto quella di spiegare la sfacciata indifferenza di quei prelati per le verità rivelate, deformate col pretesto di presentarle in modo più attuale oppure rese vaghe e confuse per scopi “pastorali” oppure ancora, più semplicemente, deliberatamente relegate nell’oblio. Essi, nonostante tutto, sentono il bisogno di giustificarsi in qualche modo per attenuare il morso della coscienza, per quanto sempre più debole. Rispetto agli antichi Nicolaiti, quelli moderni hanno altresì assorbito il veleno della dottrina frankista circa una presunta redenzione attraverso il peccato (tratto comune col circolo Epstein).
Di fronte a questo stato di cose, molti cattolici si domandano giustamente cosa fare. Chi ha reagito con l’insubordinazione e la separazione dalla società visibile dimostra di non sapere più – o di non aver mai saputo – cosa sia la Chiesa, oltre ad aver perso di vista un principio elementare del diritto: i superiori non perdono automaticamente l’ufficio per la loro indegnità morale, la quale va anzitutto provata e, qualora sia dimostrata, può incidere sulla loro posizione unicamente se l’autorità ad essi superiore ne decide la rimozione; a poterla decretare non sono certo i sudditi, i quali, di conseguenza, non sono autorizzati a sottrarsi unilateralmente alla loro autorità né ad esimersi dall’obbedienza in ciò che è legittimo. Rilevare che il diritto è applicato con pesi e misure diverse a seconda che si tratti di conservatori o progressisti non è un motivo sufficiente per porsi fuori del diritto stesso inventandosi un inesistente diritto di supplenza.
Idee scorrette di Chiesa e sacerdozio
La Chiesa terrena è una vera società regolata dal diritto, che in molti casi rappresenta l’unica tutela dei deboli e senza il quale essa sprofonderebbe in un caos ben peggiore. Chi piccona l’ordinamento ecclesiastico per ragioni apparentemente virtuose (cioè per difendere la Chiesa) arreca alla Chiesa un danno enorme, in quanto non solo la divide, ma mina il principio stesso della sua coesione. Ciò denuncia gravi carenze dottrinali circa la natura della Chiesa come società visibile nonché la natura del diritto, ridotto a mero coacervo di norme positive umane, sempre modificabili o sospendibili. È così che, come i modernisti, anche i tradizionalisti scismatici dimostrano di aver coltivato un’idea di Chiesa spiritualistica e intellettualistica… in altre parole, un’idea gnostica, certamente diversa quanto alla coloritura, ma fondamentalmente analoga.
Sulla stessa linea di questo grave malinteso ecclesiologico si muove l’equivoco riguardante il sacerdozio cattolico, un cui connotato essenziale è la comunione gerarchica, senza la quale esso non è cattolico. Non basta infatti che ci sia la materia dell’ufficio sacerdotale (cioè i tre uffici di governare, insegnare e santificare, comuni anche agli ortodossi), ma è necessario che ci sia anche la forma (ossia il legame del sacerdote col vescovo e dei vescovi col Papa, legame grazie al quale il sacerdozio viene esercitato, come deve, nell’unità del Corpo Mistico, concorrendo così alla sua crescita e al suo benessere). Ciò non è un accidens, ma appartiene all’essenza stessa del sacerdozio; in assenza di ciò, pertanto, non si ha sacerdozio cattolico, ma un sacerdozio acattolico, grossolanamente difettoso in quanto privo della forma cattolica del sacerdozio stesso.
Alla luce di quanto esposto, è chiaro che l’idea di consacrare dei vescovi al di fuori della comunione gerarchica allo scopo di preservare l’episcopato cattolico è intrinsecamente contraddittoria, visto che vescovi ordinati con un atto di rottura della comunione non sono cattolici. Pretendere che non si tratti di un atto di rottura perché i nuovi vescovi non rivendicano la giurisdizione ma sono intesi unicamente ad amministrare i sacramenti della Confermazione e dell’Ordine sottende un altro madornale errore dottrinale. Oltre a misconoscere l’inseparabilità dei tria munera, questa curiosa tesi ignora la natura dell’episcopato cattolico, il quale è per essenza continuazione dell’ufficio apostolico di pascere il gregge del Signore. Il munus regendi (e, quindi, la giurisdizione) è il fulcro degli altri due, il munus docendi e il munus sanctificandi: nessuno, infatti, può legittimamente insegnare in modo tale da impegnare la coscienza né dispensare i Sacramenti se non a coloro sui quali è costituito in autorità.
Le eccezioni confermano la regola: i vescovi della Santa Sede, i nunzi apostolici e i vescovi ausiliari non hanno giurisdizione su una porzione del Popolo di Dio, ma sono comunque ordinati ad averla, tanto è vero che possono ricevere dal Papa il governo di una diocesi per semplice decreto, senza alcun ulteriore intervento sacramentale. Per salvare in qualche modo la forma, essi ricevono il titolo di un’antica diocesi non più esistente, proprio perché l’episcopato, ben lungi dal servire alla mera “produzione” di sacramenti, è per sua stessa natura finalizzato alla guida dei cristiani dimoranti in un determinato luogo. Perciò non si dà episcopato consistente nella sola potestas ordinis, poiché esso contiene in radice, per essenza, anche la potestas regiminis, virtualmente presente pure nel vescovo non dotato di giurisdizione territoriale o personale.
Che la forma canonica della comunione gerarchica si sia evoluta nel tempo non cambia la sostanza del discorso: come si è verificato un necessario e salutare sviluppo organico sia del dogma che del culto, così per il diritto della Chiesa. È risaputo che nel primo millennio il Papa non nominava i vescovi di persona così come, fino al Concilio di Trento, non esistette il meccanismo giuridico di incardinazione dei preti; tuttavia una forma canonica di comunione gerarchica, seppur non fissata come lo è oggi, c’era senza dubbio, se sant’Ignazio d’Antiochia († 107), in viaggio per Roma, dove sarà coronato dal martirio, scrive ai cristiani di non fare assolutamente nulla senza il vescovo, mentre afferma che la Sede romana presiede l’intera Chiesa (cf. Smirn., 8, 1; Rom., Prologo). In altre parole, la forma canonica si è determinata in modo graduale ma c’è sempre stata, benché, all’inizio, allo stadio embrionale; oggi, comunque, vige quella attuale, non quella di un’epoca a scelta.
Conclusione
Dalle considerazioni fin qui svolte si evince che i separatisti di ogni denominazione (lefebvriani, viganiani, resistenti, affini e derivati) sono non soltanto scismatici, ma anche eretici, in quanto, in teoria e in pratica, rifiutano punti essenziali del dogma ecclesiologico. La panacea con cui legittimano la propria ribellione (lo stato di necessità) è una palese menzogna: è insostenibile che all’infuori di loro non ci siano, in tutta la Chiesa Cattolica, sacerdoti e vescovi in grado di insegnare la sana dottrina e amministrare Sacramenti validi. L’accettazione o meno del Vaticano II non è affatto un discrimine: nonostante il disastro causato dagli apostati che si servirono di esso per demolire la Chiesa, infatti, il carattere pastorale anziché dogmatico fa sì che i suoi testi non obblighino la coscienza dei fedeli se non in ciò che è conforme al Magistero perenne.
Le ambiguità che hanno aperto la porta a perniciosissimi errori, pur avendo provocato immensi danni, non minacciano più la fede dei cattolici autentici, che per grazia han ritrovato la via della verità. Ci sono schiere di sacerdoti e laici di retta coscienza che, malgrado le deficienze dottrinali dovute alla loro cattiva formazione, camminano sotto la guida della Corredentrice verso la piena comprensione del deposito ricevuto. Ciò che li ostacola di più nella riscoperta della Tradizione e della Messa antica è proprio il fatto che movimenti ribelli ne facciano la propria bandiera e un motivo per spaccare la Chiesa. Chi ama davvero la Sposa di Cristo persevera invece nel bene a prescindere dai Nicolaiti che spadroneggiano su di lei, preparando attivamente l’intervento divino con la preghiera e l’impegno, ma senza assumersi compiti e ruoli che non gli spettano, bensì, da vero cattolico, confidando ciecamente nella Provvidenza mentre coopera con Essa.
Elia alle 00:02
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15 commenti:
- Elia19 settembre 2026 alle ore 00:03Rispondi
- Per favore, solo commenti brevi e pertinenti.
- Anonimo19 settembre 2026 alle ore 01:36Rispondi
- Padre, può spiegarmi cosa intende per neoscolastica e perché è stata il preludio per il disastro della Chiesa? E cosa si sarebbe dovuto fare per riformare in modo adeguato la Chiesa preconciliare? Grazie,Paola
- Risposte
- Elia24 settembre 2026 alle ore 22:46
- La neoscolastica è la corrente teologica nata per impulso di Leone XIII, che con l’enciclica “Aeterni Patris” (1879) indicò il ritorno al metodo di san Tommaso d’Aquino come via per il rinnovamento della filosofia e della teologia cattoliche. Essa ha avuto grandi meriti e insigni rappresentanti (come il domenicano Réginald Garrigou-Lagrange) ma nei decenni antecedenti al Vaticano II si era in gran parte sclerotizzata in un una forma di razionalismo astratto che non toccava più le anime di sacerdoti e fedeli violentemente traumatizzati dall’ultimo confitto mondiale e profondamente influenzati da nuove correnti culturali, del tutto estranee al pensiero metafisico e realista della tradizione cattolica.
Anziché insistere in modo esclusivo o almeno prevalente su un’istruzione intellettuale che non faceva più presa, si sarebbe dovuta riscoprire l’evangelizzazione come annuncio della persona viva di Cristo, operante nella Chiesa e nella coscienza di chiunque le apra il cuore. In perfetta buona fede – ma con scarsa preveggenza – ci si illuse che i metodi di indottrinamento e irreggimentazione fino allora seguiti bastassero ad assicurare la sopravvivenza della società cristiana, che però era ormai rosa dall’interno dalla perdita della fede in ampi strati di battezzati che si dichiaravano ancora cattolici più per convenienza sociale e politica che per sincera convinzione. -
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- Anonimo19 settembre 2026 alle ore 23:12Rispondi
- Chiarissimo. Il Signore la benefica per la chiarezza e fedeltà dottrinale. Grazie!
- Anonimo20 settembre 2026 alle ore 03:08Rispondi
- Buonasera padre Elia, se può essere utile per comprendere meglio la situazione in cui ci troviamo le posto il link dove questo santo vescovo dice cose illuminate dallo Spirito Santo. https://youtu.be/0Z-W8KjgV3s?is=KZnv4sFGQoejICwZ
- Anonimo20 settembre 2026 alle ore 03:21Rispondi
- Grazie. Di cuore. Veramente di grande conforto. È proprio quello che noi fedeli rimasti cattolici “confidando ciecamente nella Provvidenza”, siamo lieti di leggere.
- Anonimo20 settembre 2026 alle ore 06:32Rispondi
- So per certo che purtroppo ci son molti “lefebvriani da tastiera”, che spendono molto più tempo a parlare della FSSPX che a parteciparne alle attività.Costoro, per esempio, entusiasticamente inneggiano ai nuovi “vescovi della Tradizione”, pur sapendo che i quattro ordinati del 1° luglio scorso non saranno mai disposti ad amministrare il sacramento dell’ordine a qualcuno che non appartenga alla FSSPX, nemmeno se ben preparato e di provata fede cattolica. Anzi, sarà già un miracolo ottenerne una cresima o un battesimo di infanti senza far atto di adesione formale.
Il madornale errore di tale tifoseria lefebvriana è di credere ciecamente allo slogan secondo cui la Tradizione si esprime solo negli eredi ufficiali di Lefebvre. Come se la FSSPX fosse esclusiva depositaria della Tradizione. E dello “stato di necessità” che giustifica l’autocefalia ed il contraddittorio atteggiamento del “riconoscenti e resistenti”.
Dunque bisognerebbe chiamarli “vescovi della Tradizione lefebvriana”, e ricordare che non appena un vescovo lefebvriano osò prendersi cura delle anime che i vertici della FSSPX avevano appena stabilito di ostracizzare venne espulso e condannato ad una pressoché damnatio memoriæ e non gli riconobbero più lo “stato di necessità” e nemmeno il titolo nobiliare di “vescovo della Tradizione”.
L’autoreferenzialità della FSSPX avreste potuto coglierla anche solo osservando che nessuno dei quattro nuovi vescovi parla italiano. Proprio adesso che l’italiano, nostro malgrado, è la lingua pressoché ufficiale dei sacri palazzi vaticani… e davanti al fatto che da lungo tempo i vertici FSSPX non sembrano avere gran considerazione per il Belpaese. Da un lato “infrancesatevi, o arrangiatevi”, dall’altro la tifoseria da tastiera che ad ogni pié sospinto loda il loro operato, e in mezzo le loro comode e vistose incoerenze.
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- Elia24 settembre 2026 alle ore 23:12
- Incoerenze, contraddizioni, assiomi indimostrabili, atteggiamenti e comportamenti di un’autoreferenzialità assoluta… tutte cose che si giustificano con lo stato di necessità, che diamine!
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- Sheshehh21 settembre 2026 alle ore 08:54Rispondi
- Buongiorno, io ero andata in passato alla Santa Messa Vetus Ordo e ricordo che c’ erano sempre persone che manifestavano odio contro Papa Giovanni Paolo II e contro Papa Benedetto XVI.
Mi sono detta: “per sentire parlare così, torno alla Santa Messa Novus Ordo”. - Risposte
- Elia24 settembre 2026 alle ore 22:58
- Purtroppo l’ambiente della Messa tr
ero andata in passato alla Santa Messa Vetus Ordo e ricordo che c’ erano sempre persone che manifestavano odio contro Papa Giovanni Paolo II e contro Papa Benedetto XVI.
Mi sono detta: “per sentire parlare così, torno alla Santa Messa Novus Ordo”. - Risposte
- Elia24 settembre 2026 alle ore 22:58
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