GIACINTO AURITI E L’ENDOGENITA’ DELLA MONETA – di Luigi Copertino

GIACINTO AURITI E L’ENDOGENITA’ DELLA MONETA: UNA PRECISAZIONE NECESSARIA

A seguito della pubblicazione del mio articolo “Geoffry Ingham e la natura della moneta”, su questo stesso sito, un caro amico auritiano mi ha “rimproverato” un passaggio nel quale, a suo giudizio, avrei aperto all’accettazione del sistema attuale di “creatio ex nihilo” di moneta bancaria da parte, appunto, delle banche.

Il passaggio in questione è il seguente:

«Ma la realtà del funzionamento del sistema bancario non è più quella immaginata da Auriti e Allais e che corrispondeva ad una epoca, quella della moneta di conio metallico, storicamente superata. Anzi, a ben vedere, anche in quell’epoca, le banche non hanno mai funzionato limitando la loro attività a quanto preventivamente raccolto in termini di depositi monetari, aurei o cartacei. E questo non per una truffa o un complotto, benché truffe e complotti ci siano stati (un solo esempio: lo scandalo, a fine ottocento, della Banca Romana), ma per la spinta endogena delle necessità dell’economia di mercato che ha bisogno, per funzionare nella sua forma capitalista ossia moderna, di maggiori quantità di liquidità e quindi di superare la deflazione naturale dell’oro o quella  monetarista della restrizione legale della base monetaria cartacea. Riconosciuta (l’)esigenza endogena dell’economia moderna, il punto politicamente cruciale sta piuttosto nel sorvegliare continuamente e provvedere costantemente a che la “creatio ex nihilo” di moneta bancaria non si risolvi in speculazione ma svolga una funzione di credito sociale. Questo è il compito più grande che attualmente si richiede allo Stato ma che esso, oggi, non sembra in grado di adempiere essendosi fatto imbragare ed imbrigliare dal potere finanziario apolide e globale».

Dal breve suddetto accenno, lo ammetto, non è certo chiaro lo sviluppo della riflessione. Ma certamente non aiuta, in tal senso, la convinzione che un paradigma, qualsiasi esso sia, possa trovare automatica applicazione pratica senza porsi il problema di quale risposta la realtà possa dare.  Porre quest’ultima sul letto di Procruste destina ogni pur giusta idea ad esiti rovinosi.

Orbene, quell’“incriminato” passaggio sottendeva la volontà di colmare un vuoto, un terreno sul quale Auriti non ha mai lavorato per davvero, accontentandosi dell’accettazione vetusti schemi neo-classici, e questo, a giudizio dello scrivente, in evidentemente contraddizione con la sua teoria monetaria. Che, tuttavia, come detto, ha per oggetto principale o esclusivo solo la moneta legale e si quasi disinteressa del problema della moneta di creazione bancaria.

Il passaggio non chiaramente sviluppato era, non a caso, preceduto da quest’altro

«Un limite … nella tesi di Auriti sta nel fatto che egli non prendeva in considerazione a sufficienza l’esistenza di altre forme di moneta, diversa da quella legale, ad iniziare dalla moneta bancaria, creata mediante l’apertura dei fidi. Auriti, infatti, su questo punto seguiva l’idea neoclassica per la quale, essendo i depositi a creare i prestiti, le banche non dovrebbero prestare più di quanto effettivamente possiedono, in cassa, in moneta legale. Anche se con riferimento alla Banca Centrale in ordine all’emissione della moneta legale, per Auriti resta intoccabile il principio per il quale chi emette moneta non può prestare. Ma questo principio, a parte il caso dell’Istituto di Emissione della moneta legale, ha radici nello schema neoclassico costituendo il presupposto teoretico per il quale i depositi precedono i prestiti. Maurice Allais, un “viennese” poco ortodosso, prescrive la stessa ricetta: i prestiti non devono essere quantitativamente superiori ai depositi».

Il fondamento della mia osservazione stava nell’articolo 13 del disegno di legge presentato da Auriti per la proprietà popolare della moneta (1) che testualmente recita

«E’ fatto divieto agli istituti bancari prestare denaro oltre i limiti delle somme presso di loro depositate».

La questione non può essere dipanata se non alla luce del dibattitto scientifico tra i cosiddetti “esogenisti”, per i quali la moneta in quanto di creazione esogena può essere quantificata dal lato dell’offerta e quindi governata centralmente, ed i cosiddetti “endogenisti”, per i quali invece essendo la moneta una creazione endogena dipende dalla domanda e quindi non può essere centralmente controllata in ordine alla misura della quantità occorrente.

Faccio subito notare che la teoria giuridica di Auriti, in quanto fondata sul “valore indotto” creato fiduciariamente dalla convenzione sociale, deve essere, per questo aspetto, annoverata tra le teorie endogeniste, dato che per Auriti la moneta è creata all’interno dell’accordo tra cittadini e non viene calata dall’esterno. Per questo ho detto che, sposando in ordine al problema della moneta di creazione bancaria, schemi neoclassici, Auriti entra in contraddizione con i fondamentali postulati della sua teoria. E questo non accade per lacune della teoria ma soltanto perché essa non è stata ampliata fino a comprendere anche il problema della moneta bancaria, ossia della “quasi moneta” ovvero dei prestiti concessi allo scoperto che funzionano come moneta aggiuntiva a quella legale di emissione, oggi, central-bancaria.

Ma sembra che, per alcuni, sia difficile ammettere l’esistenza di questo limite in Auriti, da superare sviluppando le sue idee.

Credo che la radice di tale difficoltà stia in un terrore metafisico nei riguardi del concetto stesso di “creatio ex nihilo”. Il quale, come ho avuto modo di dire anche altrove (2), altro non è che una modalità espressiva della creatività umana – della quale altre modalità sono la creazione artistica, filosofica, poetica, ed anche quella produttiva –  ossia del dono ontologico che il Creatore ha fatto alla sua creatura, consentendole la capacità, che non hanno gli animali non intelligenti, di “con-creare” sub-Deum, nell’ordine ontico della creazione, in modo analogo ma non eguale al potere di Dio di creare dal nulla. Ora è evidente che, come ogni potere umano, anche quello di creare ex nihilo valore monetario può essere usato a fin di bene, secundum Deum, o pervertito in termini luciferini, usurocratici.  La moneta nasce per incorporazione del valore indotto e, de jure condendo, dovrebbe essere attribuita ai cittadini se quel potere di creatio ex nihilo – giacché anche il valore indotto è creato dall’uomo ex nihilo – fosse usato bene. Invece, de jure condito, il valore monetario indotto nel simbolo è defraudato ai cittadini dalla Banca emittente e trasformato in uno strumento a servizio della speculazione, perché quel potere è stato pervertito.

Ma torniamo al dibattito tra esogenisti ed endogenisti.

Questo dibattito coinvolge lo scontro tra scuola neoclassica, liberale e conservatrice, e le scuole eterodosse, di vario e diverso indirizzo filosofico e politico.

Per la scuola neoclassica la moneta è merce e come tale, prima di poter essere prestata, deve essere raccolta dalle banche e quindi messa in circolazione mediante le aperture di credito a copertura integrale. Il punto di vista esogenista è quello dell’offerta. Gli esogenisti ritengono valida la legge del Say per il quale è l’offerta a creare la domanda. Quindi per essi deve essere l’Autorità monetaria centrale, sia essa lo Stato o la Banca Centrale, a dover stabilire la quantità di moneta necessaria al sistema ed ad immettere moneta nei limiti di tale preventivata quantità, impedendo alle banche di creare moneta aggiuntiva prestando allo scoperto. Andare oltre, nel paradigma esogenista, significa indurre inflazione. Gli esogenisti, infatti, da buoni neoclassici, sposano la “teoria quantitativa della moneta”. Essendo la moneta merce bisogna controllarne la quantità onde evitare che il suo eccesso ne svaluti il valore materiale intrinseco. Questo perché l’aumento quantitativo di moneta, oltre a svalutarla, fa innalzare il livello generale dei prezzi.

Per le diverse scuole endogeniste (3), invece, la moneta, essendo un titolo di credito benché inesigibile, è creata ogni qualvolta, all’interno della vita economica reale, viene emessa una promessa di pagamento che, poi, circola come moneta, anche se, come accade oggi, dietro quella promessa non c’è più il deposito aureo. Purché però ci sia un prestatore di ultima istanza, ossia la Banca centrale, normativamente deputata a stampare moneta per le banche ordinarie che, mediante aperture di prestiti allo scoperto, creano moneta dal nulla in forma di moneta bancaria creditizia. Questo evidenzia, affermano gli endogenisti, che la creazione di moneta non è esogena, ossia non è determinata dall’offerta, ma è endogena ovvero è determinata dalla domanda di moneta da parte di famiglie ed imprese, da parte del mercato.

Qui innanzitutto ci sarebbe da far notare agli amici auritiani, che non esplorano di solito questi problemi, che quando Auriti, per spiegare il “valore indotto”, fa l’esempio del governatore della Banca centrale messo, senza effetto, a stampare moneta su un’isola deserta, ossia in mancanza di domanda monetaria, egli sposa la tesi endogenista per la quale è la domanda a creare l’offerta di moneta, e non il contrario.

Secondo il paradigma endogenista, l’Autorità monetaria centrale, sia essa lo Stato o la Banca centrale, ha il dovere di soddisfare la domanda pena il crollo del sistema, ossia pena la contrazione della liquidità e quindi la deflazione. L’Autorità monetaria centrale non è in grado di determinare anticipatamente, quindi esogenicamente, la quantità di moneta necessaria al mercato. Infatti non esiste alcun metodo in grado di stabilire preventivamente la quantità di moneta necessaria e quando si è provato a farlo i risultati sono stati disastrosi, come diremo. L’unico strumento che l’Autorità monetaria centrale ha per influenzare, più che controllare, la quantità di moneta creata endogenicamente dal sistema bancario, in base alla domanda, è il tasso di sconto ossia il tasso di interesse che la Banca centrale applica ai prestiti in moneta legale effettuati da essa alle banche ordinarie – giacché l’intero sistema bancario attuale funziona sulla base del circuito dei prestiti – che va ad aumentare il tasso di interesse che le banche ordinarie applicano alla loro clientela. Quindi se la Banca centrale vuole influenzare a ribasso la creazione endogena di moneta bancaria deve aumentare il tasso di sconto, se invece vuole influenzarla al rialzo deve abbassarlo.

Questo meccanismo spiega perché gli endogenisti affermano che sono i prestiti a creare i depositi ossia che le banche ordinarie non hanno bisogno di riserve in moneta legale (tanto è vero che in molti Paesi non esiste alcun obbligo di riserva) alla quale commisurare in percentuale l’apertura di fidi bancari. Sicché un prestito, anche se non coperto da riserve o depositi, che si formano solo alla fine del circuito, una volta concesso circola nell’economia con una funzione (quasi)monetaria.

C’è senza dubbio un problema di eticità che gli endogenisti non prendono mai in considerazione e sta nel fatto che aprendo prestiti senza copertura, in depositi di oro o di moneta legale, si effettuano prestiti senza contropartita si presta in sostanza il nulla, in modo che poi, alla fine del circuito, questo nulla viene riempito di valore creato dal lavoro e dai sacrifici di coloro che domandano moneta, chiedono liquidità, ottenendo prestiti dal sistema bancario, che, in tal modo, diventa in ultima analisi il vero beneficiario, in termini però speculativi, del meccanismo di “creatio ex nihilo” del valore monetario.

In effetti questo aspetto etico sussiste, perché sotto un profilo di diritto naturale non è moralmente lecito prestare il nulla ed ottenerne un profitto, ma la risposta non può essere quella neoclassica. A meno di non voler tornare, in modo surrettizio, alla base aurea, e quindi alla concezione materialista della moneta merce, o voler sposare le teorie sulla “decrescita felice” di Serge Latouche (4).

La via esogenista porta esattamente ad un ritorno, sotto forma di politiche di austerità – sempre favorevoli ai creditori ed al capitale finanziario e sempre sfavorevoli ai debitori ed ai lavoratori (imprenditori, impiegati ed operai) –, al tallone aureo. Gli esogenisti, infatti, ben consapevoli che la copertura aurea è ormai un fatto del passato, sostituiscono all’oro la moneta legale quale stock di base per governare centralmente la moneta, fissarne la giusta misura, evitare l’inflazione (5), bloccare il meccanismo di creatio ex nihilo di moneta bancaria e, a loro dire, riportare il sistema ad un naturale equilibrio. In realtà il risultato della ricetta esogenista sarebbe un nuovo regime aureo senza oro e, quindi, non il riequilibrio naturale ma la deflazione. Perché, come si è detto, l’Autorità monetaria centrale non è in grado, per via delle molteplici variabili in gioco non tutte determinabili e preventivabili, di quantificare con esattezza, o perlomeno con buona approssimazione, la quantità necessaria  di moneta per il funzionamento del sistema economico. Neanche in una economia pianificata di tipo sovietico sarebbe possibile farlo. Ed è un paradosso che gli esogenisti, difensori di tipo conservatore del libero mercato, si indirizzano verso ipotesi di pianificazione centralista.

Non si tratta solo ipotesi, tuttavia. Perché gli esogenisti ci hanno provato, almeno una volta, creando un disastro. L’occasione arrivò con le amministrazioni Reagan negli Stati Uniti e Thatcher in Inghilterra. La svolta liberal-conservatrice alla fine degli anni ’70 fu determinata dall’alta inflazione mondiale innescata dalle due grandi crisi petrolifere del 1974 e del 1979. Ma la narrazione che di essa si dette seguì il paradigma monetarista di Milton Friedman, che non a caso fu premiato con il Nobel. Secondo il monetarismo era necessario controllare preventivamente lo stock di moneta legale emesso dalla Banca centrale e quindi contrarre la monetizzazione central-bancaria della spesa pubblica, tagliare la spesa sociale (da compensare con la carità privata: cosa che attrasse verso il monetarismo la interessata, non certo per amore della Chiesa, simpatia dei cattolici conservatori), ridurre i salari. Milton Friedman dal suo piano di tagli salvava, non a caso, solo la spesa militare: questa poteva aumentare perché, con Reagan, si trattava di vincere la guerra fredda e far trionfare il “mondo libero”.

L’idea di fondo, di matrice neoclassica, era che la moneta legale è una merce, anche se non più aurea, il cui valore è, esogenicamente, quello merceologico. Ma trattandosi, oggi, di carta quel che si sostituiva all’oro era il funzionamento  della massa monetaria legale sotto il controllo e governo della Banca centrale, il cui funzionamento, secondo Milton Friedman, non doveva essere più quello di tentare di governare o influenzare il tasso di interesse, da lasciare liberamente fluttuare nel gioco di mercato, ma quello di individuare nel medio-lungo periodo il target monetario.

Alla prova dei fatti, i tentativi di “monetary targeting” non solo non fermarono l’inflazione (che iniziò a diminuire solo in conseguenza del ritornare, sul mercato, di una adeguata offerta di petrolio) ma si risolsero – come fu costretto ad ammettere lo stesso Friedman – in una incontrollata impennata di creazione di forme di pagamento alternative ad iniziare dalla crescita esponenziale dei prestiti bancari allo scoperto. Il mercato, per fronteggiare l’asfissia da rarefazione di liquidità, inventò endogeticamente forme monetarie alternative o ne accrebbe l’incidenza. Famiglie ed imprese iniziarono a rivolgersi al sistema bancario per ottenere, in forma di moneta bancaria, la liquidità che non ottenevano più dalla circolazione di moneta legale e dalle contratte prestazioni statuali del Welfare. Si iniziò, ad esempio, a ricorrere ai prestiti bancari o alle assicurazioni per la pensione o per pagare gli studi ai figli. Insomma, il monetarismo, replicando schemi neoclassici, diede la stura alla finanziarizzazione dell’economia che, nei decenni successivi, diventò globale.

Il monetarismo trovò il suo demolitore scientifico in Nicholas Kaldor, un endogenista, che smontò la teoria di Milton Friedman in un noto il libro (6), mettendo in evidenza i disastri e le lacune dello schema neoclassico riproposto dal padre del monetarismo, ad iniziare dalla concezione esogena della moneta.

Il punto debole, dunque, stava nella convinzione che la moneta sia una creazione esogena e non endogena.

Nel mio articolo, “incriminato”, ho indicato in questa convinzione esogenetica quella che è la debolezza anche della teoria di Maurice Allais, un neoclassico sui generis perché, a differenza di altri liberisti, molto attento agli aspetti sociali dell’economia, critico di un indiscriminato liberoscambismo globale e favorevole ad un intelligente dirigismo.

Maurice Allais sposa, nella sua proposta di riforma del sistema bancario, lo schema neoclassico della base monetaria legale quale limite, presuntivamente determinabile e controllabile dal centro, dell’espansione dell’attività creditizia. La base monetaria legale, ossia la quantità di moneta preventivamente raccolta dalle banche, secondo Allais, dovrebbe essere il limite non superabile dell’esposizione creditrice delle stesse al fine di evitare la creazione di moneta bancaria attraverso i prestiti allo scoperto. Egli si richiamava alle tesi di un altro, intelligente neoclassico sui generis, Irving Fisher ed al suo Chicago Plan degli anni ’30.

Tuttavia, nonostante le buone intenzioni, è evidente che l’esito delle teorie allaisiane sarebbe inevitabilmente una tendenziale deflazione, una contrazione ed un arretramento dell’economia.

A questo punto sembra che siamo di fronte ad una inevitabile scelta. O la moralità neoclassica della liceità etica del solo prestito di cose possedute, che però porterebbe alla deflazione esogena, oppure l’efficienza economica della creazione endogena di moneta, che però deve ammettere una pratica, come appunto il prestito senza copertura, moralmente discutibile.

Ma proprio la Teoria Giuridica di Giacinto Auriti si presta a superare questa aporia, se ben interpretata ossia se approcciata non in modo “scolastico” e ripetitivo ma approfondendone le virtualità in essa insite e che lo stesso Auriti non sembra abbia pienamente colto.

Infatti Auriti, come si diceva, pur avendo elaborato una teoria della creazione della moneta legale annoverabile tra quelle endogeniste ha finito per sposare, in tema di moneta bancaria, la tesi esogenista.

Nel documento da noi già citato (7), Auriti, come si è visto, all’articolo 13 opta per la copertura al 100% del credito bancario mentre affida, qui saggiamente, negli articoli da 8 a 10 allo Stato ed alla Banca centrale il compito di organizzare le modalità di produzione e di distribuzione, senza interessi, della moneta legale.

All’articolo 9 è detto che «All’atto della creazione la moneta è di proprietà di tutti i cittadini italiani. Il Ministro del Tesoro, il Governatore della Banca d’Italia, gli organi monetari la conservano ed amministrano in nome e per conto dei cittadini italiani». Il successivo articolo 10 recita: «E’ competenza del Ministro del Tesoro curare l’esecuzione del conio o della emissione della carta moneta. Il Governatore della Banca d’Italia ne cura la conservazione e la erogazione in conformità delle esigenze sociali pubbliche e private».

Per le esigenze pubbliche provvede l’articolo 11 il quale stabilisce che la moneta di nuova emissione è erogata dalla Banca d’Italia ed accreditata al Popolo italiano destinandone una parte alle finalità di pubblica necessità preventivate nel bilancio statale – il che prefigura una chiara e saggia monetizzazione centralbancaria del fabbisogno pubblico stabilito dal Parlamento – mentre alle esigenze private provvedono, secondo l’articolo 13, le banche, legittimate a prestare, ad interesse (che sarebbe il compenso per la loro attività), quanto preventivamente raccolto in moneta legale ma senza possibilità di creare moneta mediante prestiti allo scoperto. L’articolo 12, sul quale torneremo, stabilisce poi il principio fondamentale che «Le somme di nuova emissione … vanno ripartite tra i cittadini».

Orbene, Auriti pensa, evidentemente, che lo Stato, eventualmente mediante la Banca centrale, sia in grado di determinare il fabbisogno effettivo di liquidità del sistema produttivo in un arco temporale dato e quindi ritiene sufficiente la distribuzione, a titolo di proprietà popolare, della moneta di nuova emissione, nella misura preventivamente stabilita, per ottenere un equilibrio tale che il quantitativo di moneta immessa nel sistema persista in esso, salvo eventi eccezionali, per un certo periodo di tempo, passando di mano in mano e senza necessità di creazione di moneta aggiuntiva non statale. In altri termini, sembra che la visione che si cela dietro il meccanismo, così proposto, guardi dal solo lato dell’offerta di moneta – secondo appunto il modello neoclassico ed esogenista – e non anche dal lato della domanda, nonostante che lo stesso Auriti sostenesse, provocatoriamente per mettere alle corde i suoi detrattori ma concettualmente in modo assolutamente esatto, che non nasce valore monetario laddove il Governatore della Banca centrale fosse messo a stampare moneta su un’isola deserta ossia in assenza di domanda di moneta (8).

La convinzione esogenista di Auriti sulla possibilità di determinare anticipatamente il quantitativo esatto di moneta, necessaria al sistema, trapela anche da quanto egli scrive nella Relazione alla proposta di Legge da lui elaborata. Infatti in detta Relazione dopo aver ribadito la portata rivoluzionaria della proposta di Legge in ordine al fondamento etico della creazione di moneta e della sua titolarità (9) Auriti, nel passaggio dove spiega come deve essere determinata la quantità di moneta da immettere nel sistema economico, scrive:

«La quantità della moneta da emettere dovrà essere determinata in base a due criteri fondamentali: a) la quantità dei cittadini, b) il potenziale incremento produttivo della Nazione. Infatti ogni uomo, per il solo fatto che vive, crea valore, sia perché realizza con i propri bisogni i valori dei beni di cui necessita, sia perché contribuisce, con la propria attività spirituale alla creazione dei valori convenzionali monetari. Su questi presupposti la politica monetaria deve mirare a conservare al potere di acquisto della moneta un valore tendenzialmente costante. La moneta è come il sangue: la sua quantità va proporzionata all’entità del corpo da irrogare».

Nonostante l’assoluta verità sulla creazione endogena del valore monetario “per il solo fatto che gli uomini vivono” e che, dunque, hanno bisogni e chiedono valore monetario per soddisfarli, anzi contribuiscono ciascuno a creare quel valore monetario, ci pare se non altro ingenuo pensare che la quantità di moneta necessaria possa essere determinata dal tasso demografico della popolazione, già di per sé continuamente variabile e quindi di difficile individuazione (10), e dal “potenziale produttivo della Nazione” che non dipende soltanto dalla demografia, o dal solo livello generale dei prezzi, ma da una serie di variabili come l’innovazione tecnologica, la congiuntura internazionale, l’andamento economico, i costi di produzione, i salari, le esportazioni e le importazioni ed altre ancora.

Questa, sia chiaro, non è una critica ai fondamenti del tutto veritativi della teoria giuridica della moneta di Auriti, al quale, nonostante il suo carattere alquanto permaloso, osservazioni critiche costruttive le ho personalmente avanzate, direttamente a lui ancora vivente, anche se ora esse possono apparire a taluni  una sorta di “eresia”.

Posto, dunque, che non è possibile determinare esogenicamente il fabbisogno monetario e posto che non è l’offerta a guidare il gioco ma la domanda di moneta, benché anche l’offerta deve essere razionalmente pensata affinché la domanda possa a sua volta essere soddisfatta (tra offerta e domanda sussiste sempre un legame organico sicché l’una non può darsi senza l’altra e viceversa), come sarebbe possibile nell’ambito di una ipotetica applicazione del paradigma auritiano evitare disastri deflazionistici nel rispetto della endogenità della moneta, affermata, del resto, dalla stessa teoria auritiana?

L’articolo 12 della Proposta di Legge, più volte citata, da una implicita risposta laddove esso prescrive che «Le somme di nuova emissione necessarie per le attività produttive della aziende … private sono date n prestito agli operatori economici ed una volta restituite, dopo il completamento dei cicli produttivi, vanno ripartite tra i cittadini» (11).

Qui– in una forma del resto molto simile all’attuale che vede la Banca centrale erogare moneta legale alle banche ordinarie, applicando a detti trasferimenti un tasso di sconto – sembra che il sistema bancario sia, da Auriti, chiamato a mediare tra l’Autorità monetaria centrale, che emette accreditando moneta direttamente a tutti i cittadini, e la domanda di moneta aggiuntiva proveniente dal mercato.

Nel paradigma auritiano la moneta è proprietà popolare ed è accreditata, mediante un codice dei redditi sociali, direttamente dalla Banca centrale allo Stato ed ai cittadini, e le banche ordinarie devono limitarsi a raccogliere in deposito la moneta, già emessa e circolante, che poi esse prestano con un equo e legittimo interesse a compenso della loro attività. Ma, come detto, porre limiti alla liquidità porterebbe alla deflazione e, forse, all’invenzione, come è accaduto nell’esperimento monetarista, da parte di famiglie, imprese e banche di scappatoie per sopperire al deficit di liquidità senza contravvenire formalmente ai divieti normativi. Un po’ come accadeva, in età cristiana, quando si cercavano tutte le vie per aggirare il divieto canonico di qualsiasi forma di interesse, anche basso, sicché, preso atto della realtà, i francescani nel XIV secolo inventarono i monti di pietà, per strappare la popolazione alle vessazioni degli usurai, utilizzando la stessa tecnica bancaria dell’epoca ma per mettere in piedi un “social credit” a bassissimo tasso di interesse (operazione che ottenne il beneplacito di Papa Leone X che, con la bolla “Inter multiplices” del 1515, difese i francescani dall’accusa loro mossa, sulla base di una concezione “integralista” e neanche autentica del pensiero di Tommaso d’Aquino, di praticare usura).

Leggendo, però, attentamente la proposta di legge auritiana emerge ciò che, forse, neanche lo stesso Auriti ha ben evidenziato e compreso appieno. Ossia che deve essere garantita l’endogenità della moneta – la priorità della domanda di moneta rispetto all’offerta – anche in un eventuale regime monetario che riconosca la moneta “valore indotto” e di proprietà popolare. Con la peculiarità che, qui, la domanda di moneta non sarebbe rivolta verso il sistema bancario privato, creatore ex nihilo di moneta bancaria mediante accensione di prestiti allo scoperto, ma verso l’Autorità monetaria centrale, Stato o Banca centrale di Stato, la quale, lungi dal perdersi in rigide ed impossibili programmazioni dell’offerta monetaria, dovrebbe semplicemente rispondere alla domanda, soddisfacendola ovvero emettendo la moneta domandata dal mercato.

In tale ottica, onde evitare centralismi burocratici ed inefficienti, il sistema delle banche private, stando a quanto si desume dall’articolo 12 della Proposta di Legge auritiana, sarebbe chiamato, non solo alla tradizionale funzione di prestiti dei depositi, ma anche a quella, “pubblicistica” (e quindi vigilata), di mediazione tra domanda endogena ed offerta statuale di moneta ossia a chiedere all’Autorità monetaria centrale la moneta-bene-popolare aggiuntiva necessaria a soddisfare la domanda quando la moneta dei propri correntisti, già emessa ed in deposito, non fosse più sufficiente.

Alla fine del ciclo produttivo, tale moneta aggiuntiva, come affermato dal citato articolo 12, sarebbe restituita per essere devoluta ai cittadini. Cosa che fa assumere all’intera operazione l’aspetto di una sorta di prestito fiduciario da parte della Comunità nazionale, titolare della proprietà della moneta, verso gli operatori economici – operazione mediata, sotto controllo statuale, dalle banche private – al fine di sovvenire alle attività produttive nazionali, con obbligo di finale restituzione, delle somme percepite, ai cittadini originari proprietari. Sicché mentre da un lato la Banca centrale, di Stato, avrebbe l’obbligo di accreditare moneta-valore-indotto direttamente ai singoli cittadini, di essa proprietari all’atto della sua emissione, dall’altro l’Istituto di Emissione dovrebbe anche prestare, a nome della Comunità nazionale, alle banche private la moneta di proprietà popolare affinché queste siano in grado, al di là delle somme presso di esse depositate dai cittadini e quasi mai sufficienti di per sé a soddisfare la domanda endogena di moneta, di far fronte alle richieste di ulteriore moneta da parte delle famiglie e delle imprese, per un muto finalizzato alla casa di abitazione o per aprire o rifinanziare una attività produttiva et similia. Le somme restituite sarebbero, poi, come dice il citato articolo 12 devolute ai cittadini, oppure – si può aggiungere – potrebbero essere, per delibera popolare ovvero parlamentare, eliminate, all’atto della riscossione, laddove per un qualsiasi motivo ci si trovasse nell’evenienza di frenare la domanda di beni a fronte  di una temporanea incapacità della produzione di soddisfarla e, quindi, a fronte di un pericolo di inflazione.

Il compenso delle banche consisterebbe, come attualmente, nel saggio di interesse, inteso quale commissione per il servizio di mediazione reso. Saggio di interesse dipendente non solo dal mercato ma anche dal tasso di sconto praticato dalla Banca centrale e mediante il quale, unico strumento efficace a sua disposizione, quest’ultima può controllare, almeno parzialmente, la domanda di moneta.

Oltretutto, oggi che i pagamenti e trasferimenti di moneta, avvengono, senza più passaggio diretto ed effettivo di moneta cartacea legale, ma soltanto mediante accreditamenti ed indebitamenti informatici di cifre sui conti correnti, persino le eventuali spinte inflattive, che la presenza visibile di carta moneta potrebbe indurre, non sarebbero alimentate grazie all’invisibilità della circolazione monetaria.

Naturalmente, sul versante dei divieti normativi, resterebbe la necessità di respingere la domanda di moneta per finalità speculative e non produttive. Nessuna moneta, in altri termini, a chi la chiede per operazioni borsistiche intese a speculare sui differenziali di cambio monetario, o su quelli del valore delle azioni (12), o per acquistare derivati, in modo da lucrare profitto, da rendita, senza rischio imprenditoriale, con gravi danni per l’economia generale. Che è esattamente il motivo, vero, per cui l’Aquinate considerava illecito ogni prestito ad interesse, anche basso, in quanto generatore di un profitto da denaro che crea altro denaro in assenza di rischio da investimento produttivo e di lavoro creativo.

In conclusione, laddove  si evitano gli atteggiamenti “scolastici”, che impediscono ulteriori sviluppi delle idee, pur nel solco di una tradizione ideale di riferimento, ed invece e ci si apre al confronto teoretico, è sempre possibile trarre da ciò che è stato detto anche ciò che è ancora implicito ossia che non è ancora stato detto ma che già c’è.

Al bando ogni “letteralismo”!

Luigi Copertino

 

NOTE

1)Proposta di Legge di iniziativa popolare per ripartire fra i cittadini il reddito monetario del capitale amministrato dallo Stato (a norma dell’art. 71, 2° co., della Costituzione e degli artt. 48 e 49 L. 25 maggio 1970, n. 352), in L’Alternativa, Anno IV, n. 63, 1° maggio 1976.

2) Si veda il mio “L’Idolatria finanziaria o del culto di Mammmona”, Radio Spada, Reggio Emilia, 2016, in particolare da pg. 73 a pg. 76.

3) L’indirizzo endogenista si è progressivamente formato attraverso gli studi di Keynes, Knapp, Kaldor, Wray, ed altri ancora. Questi approfondimenti non hanno mai preso di petto, come ha fatto Auriti, la questione essenziale della natura della moneta come valore indotto, e si sono limitati a contestare la teoria neoclassica della moneta-merce opponendole la teoria della moneta-credito senza, però, porsi il problema di che cosa ormai, dopo la fine del gold standard, la moneta sarebbe titolo rappresentativo e, quindi, accettando il controsenso della moneta quale “debito inesigibile” garantito dal prestatore di ultima istanza, ossia dalla Banca centrale.

4) Cristianamente parlando un certo grado di distacco dai beni terreni sarebbe salutare sia in vista di una vita meno frenetica sia in vista dell’Eternità. Ma Latouche – del quale si può agevolmente consultare l’interessante libro “Limite”, Bollati Boringhieri, Torino, 2012 (un testo molto puntuale nella denuncia della übris del capitalismo che non ammette limiti di ordine morale, sociale o ambientale) – non propone la decrescita felice in vista della salvezza. Egli ne fa principalmente una questione di sostenibilità ecologica, che pure certamente sussiste, sposando implicitamente il retroterra anti-umano ed anti-vitale che nutre l’ecologismo neopagano alla “Gaia”. La decrescita felice può essere una via, senza dubbio, spiritualmente salutare. In questo le tesi monetarie esogeniste darebbero un grande contributo perché esse conducono certamente alla deflazione, diciamo così, in re ipsa. Le politiche deflazioniste, però, nascondono sempre finalità conservatrici, ossia favorevoli al capitale. L’umanità dovrebbe accettare un innalzamento vorticoso della disoccupazione accompagnato da un ritorno alla povertà diffusa, stile crisi del 1929. Che poi si tratti di “povertà frugale” e ben accetta è cosa tutta da verificare. Infatti, a differenza di quanto fanno le ideologie comuniste, non si può imporre politicamente la povertà monacale. La quale, cristianamente, è sempre una libera scelta personale. Trasformare tutto il mondo in un convento produce disastri ed oltretutto elimina la specificità della vita spirituale.

5) L’inflazione, tuttavia, ha altre cause che non la quantità di moneta in circolazione. La “teoria quantitativa”, la quale guarda alla moneta come ad una merce che si svaluta se presente in modo eccessivo sul mercato, non ammette che l’inflazione compare solo quando la domanda di beni non è soddisfatta dall’offerta, o per aumento dei costi di produzione, sicché la moneta, lungi dall’essere una merce, può influenzare il tasso di inflazione soltanto indirettamente ossia consentendo con maggior liquidità un aumento di domanda cui non corrisponda un’adeguata offerta.

6) Nicholas Kaldor “Il flagello del monetarismo”, 1984. «I monetaristi – così l’economista anglo-ungherese ha spiegato il fallimento della teoria di Milton Friedman –, in stretta analogia con Walras, sostengono che la sovrastruttura della moneta creditizia varia in modo strettamente proporzionale alla base monetaria, sia che essa venga pensata come oro nei forzieri della banca centrale, o semplicemente come ammontare di banconote emesse dalla banca centrale e poste in circolazione attraverso lo sconto di titoli di prim’ordine e/o mediante operazioni di mercato aperto. Se le cose stessero così, la banca centrale, regolando semplicemente l’emissione di banconote, determinerebbe evidentemente di mese in mese, o di settimana in settimana, la quantità di moneta che dovrebbe esistere in circolazione (definita sia come M1, M3 o come M7). In tale situazione raggiungere gli obiettivi monetari non sarebbe un problema: essi verrebbero automaticamente raggiunti determinando o razionando il volume di monete emesse ogni giorno. Ma, in realtà, la banca centrale non può rifiutare lo sconto di titoli primari che le vengono presentati dalle Casse di sconto. Se lo facesse, stabilendo, su base giornaliera o settimanale, un tetto all’ammontare che è disposta a riscontare (allo stesso modo in cui la biglietteria di un teatro è disposta a vendere solo un numero fisso di biglietti per un certo spettacolo), la banca centrale verrebbe meno alle sue funzioni di mutuante di ultima istanza nei confronti del sistema bancario, che è essenziale affinché le banche commerciali non diventino insolventi per carenza di liquidità. Proprio in quanto le autorità monetarie non possono permettersi le disastrose conseguenze di un collasso del sistema bancario, e proprio perché le banche, a loro volta, non possono permettersi di trovarsi nella posizione di chi viene “messo al tappeto”, l’offerta di moneta in una economia a moneta creditizia è endogena, non esogena. Essa varia in risposta diretta nei confronti delle variazioni della domanda, da parte del pubblico, di contanti e depositi bancari, e non è indipendente da tale domanda». Corollario dell’endogeneità della moneta è che, rispetto a quanto propugnato dalle teorie esogeniste, il rapporto di causa ed effetto tra quantità di moneta e livello dei prezzi si inverte in quanto è il secondo che determina la prima. E’ il livello dei prezzi a “tirare” più moneta e non il contrario. Si ha sempre prima un aumento dei prezzi, dovuto a cause, esse sì, esogene, come ad esempio un aumento del prezzo delle materie prime o di altri costi di produzione, e poi segue l’aumento di quantità di moneta indotta dalla maggiore sua domanda che, nell’attuale sistema di moneta-credito, viene soddisfatta principalmente dal sistema bancario, il quale mediante i prestiti crea moneta ex nihilo. La natura endogena della moneta demolisce la troppo diffusa convinzione che sia la quantità di moneta a determinare preventivamente l’aumento dei prezzi, ossia l’inflazione. Viene cioè confutato che l’aumento del livello generale dei prezzi segua all’aumento della massa monetaria. Cosa che, forse, poteva essere vera – e non è detto – in un sistema monetario aureo ma non oggi.

7) Si veda la Proposta di legge di cui alla precedente nota n. 1.

8) Durante il processo da lui subito su denuncia della Banca d’Italia, per aver tentato, con successo, nel suo Pese natio (Guardiagrele, in provincia di Chieti), di mettere in circolazione una moneta fiduciaria locale, Auriti si è difeso proprio in termini definibili endogenisti contraddicendo l’avvocatura generale dello Stato la quale portava avanti, nell’illusione di screditare la teoria auritiana, la tesi per la quale la moneta cartacea avrebbe valore anche prima di essere immessa nel mercato e che quindi tale valore era ad essa attribuita dalla Banca centrale che la stampava. L’avvocato dello Stato portava l’esempio del ladro che rubasse, nei forzieri della Banca centrale, moneta di nuovo conio prima della sua emissione e sosteneva che il ladro si sarebbe così comportato proprio perché alla moneta è attribuito valore all’atto della creazione da parte della Banca centrale. Auriti rispose che, al contrario, nell’ipotesi avanzata dall’avvocatura dello Stato, il valore, alla nuova moneta coniata ma non ancora immessa nel sistema, lo attribuiva il primo prenditore di essa ossia, nell’esempio, il ladro. E, per meglio far comprendere questa lapalissiana verità, Auriti adduceva l’esempio del Governatore della Banca centrale messo a stampare denaro in un’isola deserta. In tal caso la moneta stampata non avrebbe mai assunto valore perché non c’è pubblico. In altri termini non c’è domanda di moneta. Si tratta, dunque, di un ragionamento perfettamente endogenista e non esogenista.

9) Esemplare, qui, la spiegazione che da Auriti: «La riforma – egli afferma – del sistema monetario e creditizio regolato nella … legge elimina un vizio di origine che deforma tutto l’ordinamento monetario vigente. Oggi, all’atto dell’emissione, coincidono due diversi momenti: quello della creazione e quello della erogazione della moneta. Una volta dimostrata la categoria dei valori convenzionali – cioè dei valori creati da una semplice attività spirituale quale è, appunto, la convenzione – è altresì provato che a dare valore alla carta moneta è chi l’accetta come mezzo di pagamento, cioè la collettività dei cittadini, mentre chi si appropria di questo valore convenzionale non sono i cittadini ma il sistema bancario. Al momento in cui il valore convenzionale monetario si manifesta attraverso il “simbolo carta” si realizza come bene (immateriale) oggetto di diritto. La riforma del sistema, di cui alla presente legge, chiarisce nettamente la distinzione tra la fase creativa e quella della erogazione. La moneta carta creata mediante la manifestazione formale dei simboli riconosciuti dalla legge, si surroga all’oro. Questo oro-carta non può, all’atto della sua creazione, che essere di proprietà di tutti i cittadini. Ciò significa che la moneta deve avere la caratteristica essenziale della sua nazionalità. (…). La presente legge pone la moneta al servizio della collettività e non consente, come avviene oggi, l’abuso della funzione monetaria da parte del sistema bancario per fini speculativi, il più delle volte contrastanti con gli interessi nazionali». Conclusione, questa, riguardo la nazionalità della moneta, che è una denuncia del pensiero liberista di Hayek il quale auspica la de-nazionalizzazione della moneta onde favorire la globalizzazione liberoscambista.

10) Se, ad esempio, si stabilisse che nel prossimo quinquennio il tasso demografico della popolazione fosse di 50 milioni e si programmasse moneta per soddisfare tale massa di cittadini, come si potrebbe essere sicuri che, invece, nel corso degli anni tale tasso demografico programmato non subisca variazioni in diminuzione o in aumento, con, in quest’ultimo caso, deficit di moneta immessa? E come dovrebbero entrare nel calcolo eventi magari imprevedibili quali immigrazioni, epidemie, guerre che finirebbero per incidere sul tasso programmato di popolazione?

11) Nello stesso articolo 12, Auriti parla anche di “aziende socializzate”, non solo private. Il riferimento è a quanto previsto nella prima parte della sua Proposta di Legge, nella quale si prevede che le aziende di proprietà statale o pubblica siano trasformate in aziende di comproprietà dei cittadini, mediante l’attribuzione agli stessi di una quota del reddito del patrimonio produttivo dello Stato. Nella prima parte della sua Proposta di legge, sotto un certo profilo, Auriti tratteggiava uno scenario simile a quello che il filosofo gentiliano Ugo Spirito propose nel Convegno di Studi Corporativi svoltosi nel 1932 a Ferrara, avanzando la cosiddetta tesi della “corporazione proprietaria” che, appunto, prevedeva la distribuzione in comproprietà tra tutti i cittadini della aziende nazionalizzate mediante le corporazioni fasciste, che come è noto erano organi di Stato. Al di là, comunque, di tali similitudini, si trattava, nella prospettiva auritiana come elaborata negli anni ‘70, di combattere il comunismo, storicamente realizzatosi come proprietà e capitalismo di Stato (nonostante che il marxismo additasse quale meta ultima l’abolizione dello Stato nella produzione socializzata), opponendo allo stesso l’idea, romano-cristiana, della comproprietà tra cittadini dei beni produttivi statali o pubblici, in aggiunta alla proprietà personale di ciascuno di essi. L’ipotesi deve essere letta nel contesto degli anni ’70, quando Auriti formulò la sua Proposta. Un contesto storico che vedeva lo Stato proprietario, dai tempi dell’Iri fascista, di un notevole patrimonio produttivo ed aziendale. Un patrimonio che oggi, dopo le privatizzazioni selvagge, iniziate con il governo Amato del 1992 sulla base di quanto stabilito nell’accordo, ai danni della Patria, stipulato con le banche d’affari angloamericane nel noto convegno sul panfilo Britannia al largo di Civitavecchia, non esiste più.

12) Le azioni, attualmente titoli di credito verso l’impresa persona giuridica, dovrebbero piuttosto essere trasformate in titoli di proprietà o, almeno, essere legate all’investimento effettuato per ampi margini di tempo prima di diventare disponibili per la compravendita in borsa, in modo da assicurare la stabilità a lungo termine, contro la volatilità, degli investimenti di capitale.

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