Roberto Jannuzzi Hormuz, l’ultima follia: demolizione (in)controllata dell’economia mondialeUn prolungamento della crisi è destinato a provocare fame, aumento della povertà, rivolte e nuovi flussi migratori. Fenomeni potenzialmente in grado di coinvolgere decine di milioni di persone.
“Epic Fury”, la campagna militare israelo-americana contro l’Iran, si è rivelata un epico fallimento. I suoi obiettivi erano il rovesciamento della Repubblica Islamica, lo smantellamento del suo programma nucleare, la distruzione del suo arsenale missilistico e del suo sistema di alleanze regionali. A più di due mesi dall’inizio dell’aggressione israelo-americana, la Repubblica Islamica appare coesa, le sue capacità militari e missilistiche tuttora considerevoli, e la sua riserva di uranio arricchito è intatta, così come le sue alleanze nella regione. Inoltre, l’Iran ha cacciato le forze americane dal Golfo danneggiandone pesantemente le basi, e ha preso il controllo dello Stretto di Hormuz, mentre il prezzo del petrolio naviga stabilmente intorno ai 100 dollari al barile, dopo aver toccato un picco di 115 (il prezzo reale di scambio è in realtà già superiore). La chiusura di Hormuz fa mancare all’economia del pianeta 14 milioni di barili di greggio al giorno, ma anche il 20% delle esportazioni mondiali di gas naturale liquefatto (LNG), e poi urea, ammoniaca, zolfo, alluminio, elio. Tale blocco costituisce un forte strumento di pressione sulla Casa Bianca. Dopo oltre due mesi di chiusura dello Stretto, i danni per l’economia mondiale sono ingenti, ma continuano ad aggravarsi di giorno in giorno. Si tratta di una vera e propria bomba a orologeria, che non risparmierà nemmeno l’economia americana. Braccio di ferro nel GolfoL’amministrazione Trump ha risposto imponendo un blocco navale all’Iran dopo il cessate il fuoco del 7 aprile, nella speranza di strangolare a sua volta l’economia iraniana obbligando Teheran ad allentare la morsa su Hormuz. Stiamo dunque assistendo a un vero e proprio braccio di ferro, non solo economico ma anche militare, che non esclude l’eventualità di una catastrofica ripresa del conflitto, come dimostrano le crescenti scaramucce in prossimità dello Stretto. All’annuncio americano di un’operazione denominata “Project Freedom”, il 4 maggio, per forzare il blocco di Hormuz, l’Iran ha prontamente risposto colpendo il terminal petrolifero di Fujairah, punto di arrivo dell’unico oleodotto emiratino che bypassa Hormuz. L’attacco preventivo iraniano ha fatto desistere dall’operazione il presidente Donald Trump, il quale si trova in un vicolo cieco. Ma rinnovati scontri si sono registrati la notte fra il 7 e l’8 maggio. Il piano dei falchi USAPer far capitolare Teheran, i falchi dell’amministrazione spingono Trump a perseguire una strategia tanto rischiosa quanto inefficace, riassumibile in tre punti:
Tale strategia è illusoria perché il blocco navale americano è permeabile, l’Iran dispone di vie commerciali terrestri, e la sua economia è strutturata per resistere a un pluriennale embargo economico. Già in passato Teheran si è dimostrata in grado di ridurre la produzione petrolifera senza danneggiare i propri pozzi. Inoltre, proprio a causa delle sanzioni, l’economia iraniana è molto diversificata, e non dipende esclusivamente dal petrolio. A ciò si deve aggiungere il fatto che gli Stati Uniti non sono realmente in grado di sopperire alle esportazioni petrolifere del Golfo bloccate dalla chiusura di Hormuz. Infine, gli USA hanno già dimostrato di non saper piegare militarmente l’Iran e, alla luce delle capacità di rappresaglia iraniane, una ripresa del conflitto sarebbe catastrofica in quanto rischierebbe di provocare la distruzione di gran parte delle infrastrutture energetiche e produttive del Golfo, con ricadute spaventose per la regione e per il mondo. Illusorietà del “predominio energetico” americanoAd aprile, Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti produrrebbero più petrolio di Arabia Saudita e Russia messe insieme, e che entro un anno avrebbero raddoppiato il livello di produzione, concludendo che “non abbiamo carenza di petrolio”. Simili affermazioni sono estremamente fuorvianti. Gli Stati Uniti estraggono circa 13,5 milioni di barili al giorno. E’ impossibile raddoppiare tale livello di produzione in un anno (rimpiazzando così l’attuale ammanco di petrolio derivante dalla chiusura di Hormuz). E un simile obiettivo non è raggiungibile neanche negli anni a venire. La produzione convenzionale di greggio negli USA è in calo dal 1970 a causa del progressivo sfruttamento dei giacimenti, e non vi sono possibilità di invertire la tendenza. L’aumento di produzione degli ultimi quindici anni è provenuto essenzialmente dal petrolio non convenzionale, il cosiddetto “shale oil”. Ma da sei anni a questa parte nessun bacino americano di shale oil ha registrato un aumento di produzione, a eccezione del Permian. E anche gli aumenti di produzione di quest’ultimo si sono assottigliati progressivamente dal 2018. E’ improbabile che da qui a un anno venga perforato un numero ingente di nuovi pozzi. Il prezzo tuttora sottostimato del greggio nei mercati finanziari, e la forte volatilità, scoraggiano gli investimenti necessari. A mentire all’interno dell’amministrazione, tuttavia, non è solo Trump. A marzo, il segretario all’Energia Chris Wright affermò che “gli Stati Uniti…noi produciamo più di quanto possiamo consumare. Siamo un esportatore netto di petrolio”. Ciò non corrisponde al vero. Gli USA sono un esportatore netto di prodotti petroliferi, ma un importatore netto di greggio. Il problema è ulteriormente complicato dal fatto che il greggio si distingue in “leggero” e “pesante” in base al suo grado di densità e viscosità. Gli USA producono soprattutto shale oil, un petrolio leggero, ma molte delle loro raffinerie sono predisposte per il petrolio pesante (un’eredità della precedente produzione americana), che va importato. Sia per questa ragione, sia per il fatto che da un punto di vista energetico l’economia americana è fortemente dipendente dal petrolio, gli Stati Uniti restano esposti all’andamento dei mercati internazionali. Essi sono destinati a risentire pesantemente dello shock derivante dalla chiusura di Hormuz. Al momento le compagnie statunitensi hanno aumentato le loro esportazioni di greggio per trarre vantaggio dall’aumento dei prezzi petroliferi. Ma per farlo, stanno attingendo alle riserve. Ciò significa che gli attuali livelli di esportazione non sono sostenibili. Velleitarismo e perdita di credibilitàAlla base delle accresciute esportazioni vi è anche una ragione politica. Così come, in occasione della crisi con la Russia, Washington ha cercato di legare a sé gli alleati europei in una nuova dipendenza energetica, ora tenta di fare lo stesso con gli alleati dell’Estremo Oriente orfani degli idrocarburi provenienti dal Golfo Persico. Ma, visto che l’offerta energetica americana non è sostenibile sul lungo periodo, gli Stati Uniti stanno di fatto aggravando la crisi dei loro alleati, dall’Europa al Pacifico. Inoltre, con l’aggressione all’Iran, hanno messo in crisi anche i paesi produttori del Golfo, a loro volta alleati chiave di Washington, i quali non possono più esportare. La strategia americana appare dunque fortemente autolesionistica. L’idea del “predominio energetico” USA illusoria. Uno dei suoi effetti è quello di danneggiare la credibilità degli Stati Uniti agli occhi dei propri alleati. Emblematica a tale proposito la dichiarazione rilasciata dal ministro degli esteri di Singapore a fine marzo: “Sono rimasto sorpreso dall’inizio delle ostilità. Non le ritenevo necessarie. Non credo che siano utili. Anche adesso, permangono dubbi sulla legalità [dell’attacco]”. Tsunami economicoLo shock energetico è senza precedenti. A fine aprile, Goldman Sachs stimava che la chiusura di Hormuz avesse sottratto al mercato circa 500 milioni di barili di greggio. Al ritmo attuale l’ammanco potrebbe superare il miliardo di barili a giugno. Perfino se Hormuz dovesse riaprire oggi, secondo Goldman Sachs ci vorranno tre mesi per ristabilire le esportazioni petrolifere al 70% del livello pre-crisi, e sei mesi per arrivare all’88%. Ciò significa che il disavanzo è destinato a crescere ulteriormente, anche senza prevedere un ulteriore prolungamento del blocco dello Stretto. Per ripristinare l’impianto di produzione di gas di Ras Laffan, il cui danneggiamento a marzo ha sottratto al Qatar (il secondo esportatore mondiale di LNG) il 17% della sua capacità produttiva, ci vorranno cinque anni. Il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, ha equiparato l’attuale crisi energetica all’effetto combinato dei due shock petroliferi degli anni ’70 del secolo scorso (la guerra dello Yom Kippur del 1973 e la rivoluzione iraniana del 1979) e di quello seguito all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Il blocco di Hormuz provocherà non solo carenza di petrolio e di prodotti petroliferi come gasolio e carburante per aerei, ma anche di materie prime essenziali per la produzione di fertilizzanti (come urea e ammoniaca), e per la produzione industriale (come zolfo, elio, alluminio). Indermit Gill, capo economista della Banca Mondiale, ha sostenuto che, “la guerra sta colpendo l’economia globale a ondate che si sommano: prima attraverso l’aumento dei prezzi dell’energia, poi con quello dei generi alimentari e infine con l’aumento dell’inflazione, che farà salire i tassi di interesse e renderà il debito ancora più oneroso”. Egli ha aggiunto che “le persone più povere, le quali spendono la quota maggiore del loro reddito in cibo e carburante, saranno le più colpite, così come le economie in via di sviluppo che già lottano sotto il peso di un debito ingente. Tutto ciò ci ricorda una cruda verità: la guerra è sviluppo al contrario”. Una crisi prolungata provocherà una distruzione della domanda su scala globale, ha scritto Warwick Powell, professore presso la Queensland University of Technology (Australia), portando a una dolorosa ristrutturazione: investimenti sull’elettrificazione, sull’idrogeno e sul nucleare, efficientamento dei trasporti e dell’industria, diversificazione delle catene di fornitura. Il prezzo sarà molto alto, sebbene non tutti i paesi lo pagheranno allo stesso modo. L’agricoltura moderna è fortemente dipendente dai fertilizzanti sintetici e dalle forniture energetiche. I paesi più facilmente colpiti dalla fame saranno quelli già estremamente fragili, come Sudan e Yemen. In secondo luogo sono a rischio Egitto e Bangladesh, ma anche un gigante come l’India. Perfino in un paese sviluppato come gli Stati Uniti, il 70% degli agricoltori non può al momento permettersi l’intera quantità di fertilizzanti di cui necessita per i propri raccolti. In Gran Bretagna sta emergendo un problema analogo. La carenza di fertilizzanti è acuita da crisi precedenti, come il conflitto ucraino, e dal fatto che paesi come la Cina hanno bloccato le esportazioni per tutelare la propria popolazione. Gioco d’azzardoUn calo sensibile della produttività dei raccolti è destinato a provocare fame, aumento della povertà, rivolte e nuovi flussi migratori. Fenomeni potenzialmente in grado di coinvolgere decine di milioni di persone. Amos Hochstein, ex inviato di Biden in Medio Oriente, ha candidamente ammesso che penuria energetica e carenza di materie prime essenziali sono già presenti, ma “in paesi di cui non ci importa…perché sono poveri”. Alcune di queste carenze, tuttavia, si estenderanno anche a paesi di reddito medio e ai paesi sviluppati, ha chiarito Hochstein, il quale ha poi spiegato che molte delle notizie che riceviamo sono false. In particolare in riferimento al cessate il fuoco, più volte violato nel Golfo, e inesistente in Libano. Ciò non lascia ben sperare per una soluzione pacifica della crisi.
Le infrastrutture energetiche e industriali della regione rischiano di essere spazzate via, sottraendo al pianeta il 20% del fabbisogno di gas e petrolio, e altre materie prime essenziali, per anni a venire. Ciò equivarrebbe a una demolizione (in)controllata dell’economia mondiale, con conseguenze incalcolabili per la sopravvivenza di milioni di persone e la stabilità del pianeta.
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