COMPAGNIA DELLE INDIE
Lunedì scorso è venuto a mancare Mario Iannaccone, studioso raffinato e sempre profondo. Una grave perdita per la cultura non conformista. Cattolico integrale con ampi interessi letterari, filosofici, mistici, sociologici e storici. Per omaggiarne la memoria e l’impegno spirituale, culturale e civile, da lui profuso, nel mentre porgiamo sentite condoglianze alla moglie e al figlio, pubblichiamo di seguito un suo contributo, tratto da Facebook, che, come si può constatare, evidenzia la serietà e l’alta competenza dello studioso. L.C.
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La Compagnia delle Indie Orientali, fulcro del potere coloniale britannico, non si limitava a essere una mera entità commerciale: era un’entità imperialista, un esteso braccio armato che si proiettava dal cuore di Londra verso le coste lontane dell’Asia, esercitando un dominio che si estendeva innumerevoli migliaia di chilometri. Con maggiore spietatezza rispetto a come la monarchia inglese si imponeva sui suoi vassalli, la Compagnia annetteva interi stati, esemplificando una vera e propria espropriazione di sovranità. Ben 30 stati indiani vennero inglobati, cancellando le autonomie locali sotto il peso di una burocrazia straniera, il cui scopo era l’espansione di un impero dalle radici ben salde in Europa. Se una città non obbediva, l’artiglieria britannica non esitava a ridurla in macerie: i porti che rifiutavano di aprirsi al commercio erano bombardati, ridotti a cenere per costringere i popoli a piegarsi alla volontà economica di un impero senza scrupoli. Con la Doctrine of Lapse proponevano l’idea che il governo britannico avesse il diritto di supervisionare la successione negli stati indiani e che qualsiasi stato il cui sovrano fosse privo di eredi diretti sarebbe stato annesso dalla Compagnia delle Indie Orientali. Secondo questa dottrina, qualsiasi Stato principesco o territorio sotto la diretta influenza della Compagnia britannica delle Indie Orientali, come stato vassallo nel British Subsidiary System, sarebbe stato automaticamente annesso se il suo sovrano fosse stato considerato “manifestamente incompetente” o se fosse morto senza un erede diretto. Così venne suscitato un ampio malcontento tra i sovrani indiani e le aristocrazie, poiché portava frequentemente alla perdita dell’autonomia per quegli stati che in passato avevano goduto di relativa indipendenza. In Cina, la Compagnia perpetuava uno dei più atroci crimini della sua esistenza: il lucroso traffico d’oppio. Era noto che il veleno della pianta fosse un flagello per la salute e la società cinese ma l’avidità britannica non si fermò nonostante le proteste degli imperatori cinesi. L’importazione massiccia di oppio in Cina dall’india, attraverso Calcutta, fu uno degli affari più redditizi, ma anche più distruttivi della storia del commercio mondiale. L’oppio veniva venduto ai “compratori” negli 11 porti aperti a cannonate, tra cui Shangai, Shenzen, Hong Long. Le autorità imperiali britanniche non solo tolleravano, ma sostenevano con forza questa pratica che abbassava il prezzo della droga, e scatenarono guerre per il controllo del mercato imponendo al Celeste Impero la sua dipendenza economica e sociale e distruggendo, in rappresaglia, il cuore simbolico dell’Impero, il Giardino della Perfetta Armonia devastando biblioteche e raccolte di antiche opere d’arte. Questo portò all’indebolimento dell’Impero che sentiva di aver perso il “mandato celeste”, ad altre guerre e infine all’arrivo del comunismo importato dall’Europa.
Eppure, nonostante questa guerra di conquista e devastazione, la Compagnia non era solo un’entità brutale: era anche un’entità che agiva con una sofisticazione sinistra, ben radicata nei suoi poteri. Con sede a Londra e filiali a Calcutta, Madras e Bombay, essa incarnava il paradosso di una potenza che si muoveva su più fronti: un’armata di mercanti che governava territori, che bombardava e schiavizzava – accusando poi gli altri della tratta di essere umani, in particolare gli “autocrati cattolici – ma anche un’istituzione che trattava con precisione, che sapeva come fare le sue mosse con la raffinatezza di un sistema collaudato. Per due secoli e mezzo (1600-1858), la sua missione fu chiara e intransigente: distruggere ogni resistenza, eliminare ogni ostacolo al proprio profitto, sacrificando ogni principio pur di assecondare il proprio insaziabile bisogno di ricchezza e potere. Un impero che, come molti altri, non temeva di scatenare il conflitto, la morte e la distruzione pur di preservare il suo dominio. Più volte la scusa che accampava per attaccare con il suo esercito privato era l’arroganza altrui e l’autocrazia di stati orientali, la mancanza di “libertà” di altri popoli, la superstizione.
Mario Iannaccone
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