BREVE COMMENTO SUL REFERENDUM LOMBARDO-VENETO di Luigi Copertino

Breve commento sul referendum lombardo-veneto

Con il referendum di ieri in Lombardia e Veneto sono venuti al pettine i nodi del Risorgimento. Non so se si possa parlare di eterogenesi dei fini o di nemesi storica, anche perché bisognerebbe prima mettersi d’accordo sul fatto se la storia è guidata o meno dall’astuzia che ad essa imputava, mediante la ragione, Hegel. Resta tuttavia l’evidenza che una unità nazionale realizzata contro le identità storiche delle varie parti della Penisola e, soprattutto, contro la fede cattolica che accomunava tutti gli italiani, non ha mai consentito una vera nascita dell’Italia e di un comune sentimento nazionale fortemente condiviso, salvo forse l’ambito calcistico. Sotto il profilo storico, il brigantaggio meridionale antiunitario e la resistenza popolare anti-sabauda negli Stati preunitari sono lì a dimostrarlo, come aveva capito Antonio Gramsci.

Probabilmente la via unitaria più adeguata per l’Italia era quella confederale suggerita da Rosmini e Gioberti, sul versante cattolico,  e da Cattaneo e Balbo, sul versante laico. Non dimentichiamoci che i milanesi delle note “5 giornate”, nel 1848, guardavano come fumo negli occhi l’ingerenza sabauda nelle vicende della città. Fu invece seguita, per l’evidente appoggio di potenze straniere ossia Francia ed Inghilterra – a disdetta di ogni retorica risorgimentale, l’unità italiana è stata nient’altro che un capitolo della storia dell’imperialismo anglo-francese – interessate a mettere in difficoltà l’Austria, la via giacobina e centralista sotto la guida di una dinastia, la Sabauda, che aveva messo al governo la massoneria liberale. Creando oltretutto i presupposti di una guerra di religione tra una élite iniziatica, che mirava all’abbattimento non tanto dello Stato pontificio quanto piuttosto della Chiesa Cattolica per realizzare in Italia una “riforma protestante”, e la gran massa del popolo fedele alla fede cattolica ed alle tradizioni secolari di una pietà religiosa che significava anche fonte di sopravvivenza per i ceti più poveri.

C’è stato, in fondo, ed è inutile negarlo, un solo momento della storia unitaria nel quale gli italiani si sono sentiti veramente italiani ed orgogliosi di esserlo e fu durante il ventennio fascista. La nazionalizzazione delle masse, in quegli anni, funzionò per davvero, benché in un’ottica di dinamica politica autoritaria. E se è vero che la nazionalizzazione fascista si poneva in continuità con quella inutilmente tentata, soprattutto attraverso la scuola e l’esercito di leva, dai governi liberali post-unitari, la differenza tra le precedenti esperienze sabaude e quella fascista stava in due cose: l’integrazione, secondo una politica di nazionalismo sociale, delle classi popolari le quali in precedenza, nel regime liberal-borghese risorgimentale, erano escluse da qualunque partecipazione politica e, soprattutto, la Conciliazione con la Chiesa cattolica che consentì agli italiani di superare il divario, imposto da Vittorio Emanuele II, Cavour e Garibaldi, tra fede e appartenenza nazionale.

Ma, poi, arrivò la tragedia dell’ 8 settembre che, come ci hanno spiegato Renzo De Felice ed Ernesto Galli della Loggia, ha significato la morte della Patria. L’indipendentismo siciliano, nel 1943-48, dimostrò subito, banditismo a parte, che i nodi risorgimentali non erano affatto stati sciolti. La diffidenza con la quale gli immigrati meridionali, durante gli anni del boom economico, venivano accolti nel Nord era un altro segno della irrisolta questione nazionale. Se, tuttavia, è certo che tutti gli sforzi messi in atto per colmare il divario Nord-Sud sono andati progressivamente fallendo, è altrettanto certo che il Nord, che oggi vive di pulsioni autonomiste ed indipendentiste, ha goduto per primo ed in misura superiore al meridione dei vantaggi della politica interventista e dirigista, eredità del fascismo, praticata nell’Italia del decollo industriale ed economico negli anni ’50, ’60 e ’70, le cui basi erano già state poste nel decennio che precedette il secondo conflitto mondiale. L’Eni di Enrico Mattei fu lo sviluppo dell’Agip fascista, l’IRI era stato istituito negli anni ’30 da Alberto Beneduce con il pieno appoggio di Mussolini dando così inizio all’economia delle partecipazioni statali che modernizzò il nostro Paese, la legislazione bancaria del 1936 aveva posto sotto controllo il credito onde finalizzarlo all’investimento sociale e non alla speculazione ed aveva assegnato alla Banca centrale il ruolo di Istituto finanziatore a basso o nullo interesse del fabbisogno statale (il nostro attuale debito pubblico è schizzato alle stelle a partire del 1981 con l’indipendenza dell’Istituto di Emissione che ha costretto lo Stato a finanziarsi presso i mercati a tassi elevatissimi o a comprimere la spesa pubblica), la politica di collaborazione capitale-lavoro, consacrati in articoli semi-attuati della Costituzione quali il 46 e il 49, continuava, nonostante tutto, in clima democratico l’esperienza corporativista del fascismo.

Senza lo Stato nazionale il Nord non avrebbe avuto le infrastrutture necessarie alla sua sviluppata economia. Senza lo Stato nazionale il conflitto di classe, molto forte nelle zone industrializzate , non avrebbe trovato quelle soluzioni interclassiste, anche queste sulla scia già tracciata dal fascismo, che hanno consentito all’industria di prosperare con evidenti vantaggi – almeno fino a quando il neoliberismo globalizzatore non ha spiazzato l’idea stessa di Stato nazionale e sociale – anche per i ceti operai e piccolo borghesi.

A partire dagli anni ’80 e poi con quello che Diego Fusaro ha giustamente definito il “colpo di Stato” della stagione di Tangentopoli anche l’Italia è stata costretta ad entrare nella globalizzazione. Una parte della sinistra, quella “migliorista”, quella per capirci lib-lab che guardava a Zapatero ed a Blair, oggi a Macron, che cercava le vie per superare lo shock storico del 1989, accettò, senza farsi troppi problemi della sorte dei lavoratori, l’investitura da parte del capitale transnazionale della guida del processo di mondializzazione dell’Italia. In quel contesto Berlusconi rappresentò un disturbo che però alla fin dei conti si è rivelato inconsistente e non solo per l’inabilità del personaggio ma anche perché Berlusconi ragionava, e ragiona, da imprenditore e non da statista e quindi non ha capito nulla di quanto stava accadendo in termini di smantellamento globale dell’Italia del novecento.

Approfittando della rabbia popolare contro i corrotti partiti della prima repubblica, che però erano comunque espressione di una democrazia popolare e non elitaria come quella anglosassone. Nel 1981, come si è già detto, era stata resa indipendente la Banca centrale facendo aumentare la spesa per interessi sul debito pubblico che, per questa causa, crebbe a dismisura in quanto i governi non se la sentirono di tagliare la spesa pubblica, ed in particolare quella sociale (scuola e sanità, innanzitutto) come la separazione tra Stato e Banca centrale avrebbe richiesto. Nel 1992 sul Britannia si programmò la svendita del nostro patrimonio pubblico mettendo fine all’esperienza dell’IRI.. Si passò, così, a smantellare il Welfare ed a precarizzare il lavoro ossia a praticare politiche economiche dal solo lato dell’offerta, che significa politiche vantaggiose solo al capitale ed in particolare al capitale finanziario, favorendo le liberalizzazioni e la mobilità transnazionale dei capitali.

La retorica neoliberista affermava che in tal modo si sarebbe diminuita su scala mondiale la povertà, ma in realtà mentre essa andava aumentando in tutto il pianeta innescando i conflitti internazionali oggi in atto, perché a far profitti fu solo la finanza apolide e socialmente oltre che nazionalmente irresponsabile,  da noi, quale conseguenza delle delocalizzazioni industriali, restò un’alta disoccupazione con ritorno alla lotta di classe. Solo che a vincerla la nuova lotta di classe è stato il capitale grazie al fatto che esso, distrutto lo Stato nazionale, si è unito globalmente, cementando i propri interessi, mentre il lavoro è rimasto, per ovvio dato naturale trattandosi di uomini e famiglie radicate sul territorio, suddiviso per nazioni. I populismi sono ora la risposta dei ceti popolari al capitale transnazionale. Una risposta che, checché ne dicano nella sinistra mondialista che ancora guarda marxisticamente all’unità mondiale dei lavoratori, è molto più realistica di quanto si pensi perché considera e non elimina il dato naturale e storico della nazione.

Quale nazione? La domanda è, a questo punto, pertinente perché la globalizzazione ha riportato in auge le “piccole patrie”, le heimat, dalla Catalogna alla Scozia, dal Lombardo-Veneto alla Vallonia o alla Bretagna. Lo Stato nazionale era, per certi versi, una costruzione che si è imposta, storicamente, contro le due Autorità universali della Cristianità, Chiesa ed Impero, e contro le identità locali, appunto le heimat, senza però eclissarle mai del tutto. La risorgenza delle piccole patrie, però, se da un lato appare come una “vendetta della storia” contro lo Stato nazionale, centralista e giacobino, dall’altro lato è molto di più l’epifenomeno della globalizzazione che si va imponendo, per superare l’ostacolo degli Stati nazione, come “glocalismo”. Le rivendicazioni di autonomia o di indipendenza delle heimat giocano – dispiace dirlo ma oggettivamente è così – tutte a favore dei processi economici globalizzanti perché la frammentazione fa venir meno i protezionismi, o quel che di essi rimane, anche il protezionismo sociale, e incentiva il liberismo di mercato.

E’ solo una pia illusione – anche se è una illusione capace di irretire il meglio del cosiddetto “antagonismo anticapitalista di destra” – quella dei cattolici tradizionalisti o dei neo-guelfi e dei neo-ghibellini di essere alla soglia di un “neo-medioevo” che dovrebbe restituirci la Cristianità universalmente unita nel pluralismo comunitario localista. Nulla di tutto questo sta avanzando ma, al contrario, l’esito ultimo della globalizzazione quale nuovo universalismo rovesciato nella predominanza dell’Economico – ed in particolare della finanza trans-nazionale – sul Politico e sul Santo/Sacro. Un universalismo post ed anti-cristiano che scimmiotta, e non è un caso, l’Universalismo romano-cristiano pre-moderno. Tutta l’ampia e diffusa letteratura – si pensi ad un testo come “La vittoria della ragione” di Rodney Stark – che cerca di far passare l’idea che il medioevo era ricco e felice perché era assente lo Stato nazionale non solo risulta essere una ricostruzione storica fondamentalmente viziata da un presupposto ideologico di tipo conservatore-liberale ma, soprattutto, contribuisce ad inculcare la fasulla convinzione che abbattendo gli Stati e liberalizzando i capitali si otterranno di nuovo le concrete “libertates” tradizionali. Molti allocchi, tra i cattolici tradizionalisti o sedicenti tali, hanno abboccato a tale esegesi accettando il ruolo degli utili idioti della globalizzazione “anti-cristica”. La non curanza dei problemi tecnici connessi al funzionamento dell’economia moderna costringe neo-guelfi, neo-ghibellini e tradizionalisti vari ad andare a rimorchio di chi davvero gestisce e programma la globalizzazione, ossia dei i vari Monet, Attali, Soros e compagnia bella.

Quando i catalani, gli scozzesi ed i lombardo-veneti otterranno l’indipendenza capiranno che senza sovranità monetaria, ossia con una moneta controllata da un organismo sovranazionale e politicamente irresponsabile, anzi responsabile solo verso la nazione egemone in Europa ossia la Germania, e senza la sovranità militare, ossia dipendendo da un esercito “di occupazione” inserito nella Nato, non c’è affatto sovranità. Alla fine, nonostante gli starnazzi dei valligiani bergamaschi o pirenaici, tutto si risolverà in una mera autonomia o indipedenza fiscale che devolverà le tasse non sul territorio, come si illudono autonomisti ed indipendentisti, ma direttamente, ovvero senza più passare per lo Stato centrale,a compensazione degli interessi sul debito pubblico, o sulla porzione di competenza locale del debito pubblico nazionale che chi vuole l’autonomia fiscale deve per equità e giustizia accollarsi, versati ai mercati finanziari trans-nazionali. Capiranno i lombardo-veneti ed i catalani che le loro heimat resteranno schiacciate ancor di più tra la potenza economica tedesca, o americana o cinese, della quale saranno maggiormente vassalle, e la potenza globale del capitale trans-nazionale libero di attraversare le loro frontiere come e quando gli aggrada per lucrarvi i propri profitti e lasciare quei territori quando la vacca è stata del tutto dissanguata. Allora, e solo allora, capiranno che se Roma o Madrid o Parigi erano “ladrone”, la City, Wall Street, Bruxelles, Francoforte ed il FMI sono padroni molto più dispotici.

Luigi Copertino

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  • mago

    Sono stati al Governo qualche anno,Bossi (si fa per dire) era ancora lucido e non hanno combinato nulla…che tristezza.

  • A questo punto è solo questione di conti: non tentare di giocare i lettori con i termini: per ora è solo una normale autonomia come quella del friuli e della val d’aosta. Servi eravamo di secondo livello come Italiani. Forse diverremo servi di primo livello al pari di Austria e Svizzera. Chi pagherà tutto questo: il meridione e il centro in parte, come è sempre stato. Chi credeva in una unità nazionale è stato sbeffeggiato, deriso e comunque le intelligence occidentali mai ci lasceranno muoverci. Lo sai anche tu che le elezioni sono farlocche. Ecco cosa spera Zaia: essere maggiordomi di primo livello al pari dell?Austria. Ci riuscirà? vedremo. Alcuni, come Moro, hanno perso la vita per tenere in piedi questa Italietta. Ne valeva la pena. Non lo so. Ha retto finche reggeva il muro di Berlino per motivi strategici. Poi la diaspora, Il Britannia ecc ecc. Zaia spera , nel caso alla semplice autonomia segua il distacco, in un futuro Olandese , o meglio Austriaco. Forse a noi Veneti, conviene, Non è detto riesca e chi pagherà ve l ho gia detto

  • Luigi Ranalli

    Dott. Copertino, ieri ho votato anch’io SI’ ma giusto come voto di protesta contro il governo di sinistra (ormai qualsiasi cosa – o quasi – dia fastidio al PD per me è iniziativa da prendere quantomeno in considerazione). Non credo che la Lombardia dovrà mai fronteggiare direttamente Bruxelles né che si arrivi ad una parvenza di autonomia finanziaria.
    Secondo me neanche i leghisti a questo referendum credevano più di tanto; temo anzi che il suo scopo fosse ben diverso dall’autonomia.
    Il mio sospetto è che Maroni e la “vecchia” Lega abbiano creato questa trappola per Salvini proprio quando stava per cancellare il “Nord” dal simbolo e tentare di rendere il suo partito un movimento realmente nazionale. L’unico risultato del referendum, al di là dell’esito ma già solo perché è stato indetto, sarà che la “nuova” Lega di Salvini avrà perso tutti i potenziali voti che si era conquistato in meridione.
    Ha perfettamente ragione sulla sovranità monetaria. Però prima ancora dobbiamo decidere cosa sia questa Italia che vogliamo liberare dalla trappola europea. Ne Ventennio un’idea di una qualche Italia c’era e così è stata ricostruita e tenuta assieme. Oggi come siamo messi?

  • Nei commenti si respira densa e greve, un’aria di rivendicazione e rivalsa, contrapposta a un vento lamentoso e accusatorio, benchè educatamente e sommessamente entrambi sottintesi. Non è, non è più Italia, è nord contro sud. Forse bisognerebbe interrogarsi dove è finita l’Italia di Federico II e di Dante, di Petrarca e Alfieri, di Leopardi e Foscolo, e Verga (quello di prima maniera). O come è finita. O perchè è finita. Proprio la raggiunta unità ha dato l’avvio alle critiche, alle contrapposizioni, al processo di disgregazione, che solo il coraggio e la lungimiranza di Mussolini, come dice ottimamente Copertino, ha tentato di arginare, suggerendo l’ideale dell’antica Roma come base comune di orgoglio nazionale.
    E’ recuperabile una dignità nazionale, che riconosca da un lato una maggior autonomia fiscale e dall’altro l’apporto di braccia e intelligenza? E l’integrazione tra produzione e consumo? O è utopia sperarlo? Intanto il primo passo sarebbe quello di spazzare via questa vergognosa classe politica lab-lib, antinazionale e antipopolare (come dice ancora, ottimamente, Copertino “I populismi sono ora la risposta dei ceti popolari al capitale transnazionale……. molto più realistica di quanto si pensi perché considera e non elimina il dato naturale e storico della nazione.”)
    Tocca ora alla Sicilia fare il primo passo, dimostrarsi degna di rifondare la Nazione!

  • jafar

    più che di Italia secondo me sarebbe più corretto parlare di penisola italica al cui interno vivono vari popoli i quali, con il risorgimento, sono stati unificati contro la loro volontà…

  • Rivendicare autonomia immersi come siamo nella cloaca europoide è pura follia ne non tragica stupidità
    Basterebbe fare uno sciopero fiscale per armonizzare Nord , Centro e Sud. Questo è il vero problema : IL SADISMO FISCALE. Il Quale è una conseguenza della perduta sovranità monetaria in ossequio alla moneta usuraia denominata EURO. Questo referendum è una tragedia nella tragedia perchè trascura i problemi alla radice . Eppoi instaura un “Etat d’Esprit “negativo, un sentiment egoistico che sfocia nel nichilismo. Zaia c’è poco da zagagliare , secondo me. Lasciate ogni illusione o voi concittadini che vi fate ingannare da prestidigiatori alla Mandrake. Si tratta di fumo diabolico.Porta acqua ,aggratise, al mulino del Divide et Impera.Zaia come Grillo, Pappalardo, il bellimbusto Di Maio
    Eppure secondo me a dispetto di cifre , bilanci ,funambolismi fiscali, l’italia se non fatta del tutto lo è abbastanza almeno antropologicamente. DAi e dai dopo 150 anni e con tutte le migrazioni bibliche degli anno 50-60 . Quello che non sopporto è il malimpiego del dissenso forte , della rabbia degli italiani tutti contro uno stato oppressore a tutto stivale. Chi vuole il bene di un popolo anche a carattere regionale deve avere in mente, in agenda le “Priorita’. In cima repetita iuvat pure se scocciat semper , è la Sovranità Monetaria ed appresso la rinegoziazione dei trattati europei, la formazione non necessariamente utopica di un’Europa dei popoli ad onta dell’attacco alieno cui siamo oggetto da parte dei nipotini di kalergi, Monnet e massoncelli vari .

    Professore esimio anche lei quando si parla di Berlusconi dei tempi andati non si esime dalla denigrazione di prammatica.
    Lei asserisce che non ci capiva nulla di quanto accadeva negli anni 90. Mi scusi ma è, oltre che ingeneroso , fuori luogo. Basterebbe citare come si oppose insieme a Craxi al regali della SME A De Benedetti per capire che non solo sapeva in quanto politicamente vicino a CRAXI ed anche come leale amico. ma che si adopro’ come imprenditore(in questo caso) per fermare lo scempio , lo sfascismo delle I.R.i. In ogni caso la sua discesa in campo era proiettata contro IL golpe atutto campo tra la procura di Milano e Ciampi’s Boys. L’impresa per ovvie e scontatissime ragioni era eccezionale e fuori dalla portata di ogni individuo o coalizione politica. Se proprio vogliamo fare della dietrologlia mi indichi, da Novello Macchiavelli , come doveva essere il “Principe buono” contro i giganti massoni mondialisti di Wall Street

  • simone

    Scusate se vado controcorrente, ma a me sembra: che le regioni autonome esistano già, che 150 anni di storia abbiano già mescolato il sangue italico, che pure la Lega faccia parte di quei”sovranisti” citati, che…
    Dov’è il problema? Alle destre”storiche”(cattoliche o laiche) non piace lo stato federale? I russi vi sembrano sufficientemente patriottici?

  • rino

    Complimenti: analisi meravigliosamente precisa.

  • Un bel post, ma porca miseria,dott.Luigi Copertino,scritto male,con periodi zeppi d’incidentali che tengono in sospeso il periodo principale e costringono a risalire indietro.Questo non e’ rispetto per chi legge!Mi capita di leggere libri di due secoli fa ,e nonostante la prosa in voga allora, si riesce a seguirli molto meglio.Vergogna per questa sua sciocca vanita’.Tra le molte cose buone fatte dal fascismo,si e’ dimenticato la prosa che poi abbiamo ritrovato anche nei Montanelli,Nenni,Zavattini,Enzo Biagi,Sergio Zavoli,e un mare di altri tra artisti e divulgatori.Lo stesso Diego Fusaro,al suo confronto,nonostante qualche termine diciamo tecnico,ha uno stile piano perfino nel parlare direttamente;mentre il post qui sopra e’ scritto e se Dio le ha dato la grazia lei ha pure potuto rileggerselo:percio’ il suo e’ quasi .tra virgolette,un peccato mortale,fatto con piena avvertenza e deliberato consenso,che ai miei occhi la trasforma un una macchietta vanitosa e superficiale, nonostante tutto quello che ha capito della Storia d’Italia.Ma lo ha capito in folta compagnia,e poveri noi se tutti quelli che hanno capito dovesse periodare alla sua maniera.Infatti,come dice Nicola ,con cui concordo,queste cose probabilmente le ha capite anche Berlusconi,fin dagli anni ’80.Non serve essere grandi uomini,ma basta/bastava essere uomini comuni un poco informati e un poco lettori.Craxi poi,se non altro grazie a Rino Formica,queste cose gliele avra’ ben spiegate, tra un bagno e una telefonata.

  • Luigi Copertino

    Caro Ranalli,
    oggi siamo messi male. Non è certo stato un “crimine” andare a votare domenica scorsa. Lo scrivente è ormai disincantato e non nutre più alcuna fiducia nelle sorti italiane e/o europee. Sa cosa scrisse Ernst Junger di fronte alla scena dei carri armati americani che scorrazzavano per la strade della Germania ormai vinta? Scrisse: “terra vinta ci dona il Cielo”.

    Caro Ermanno Martini,
    Federico II amava la Sicilia ma non so se gradirebbe la Sicilia di oggi. L’Italia, purtroppo, non c’è più. L’Italia, quella vera, dei padri nobili da te ricordati. Cosa l’ha sostituita? Un coacervo di interessi e di lobby l’un contro l’altre armate. La fazione, avrebbe detto qualcuno, ha vinto sulla nazione.

    Caro Nicola,
    neanch’io ho mai compreso la smania – vedi Catalogna, vedi Scozia – di uscire dallo Stato nazionale per liquiefarsi nell’UE. Che non è affatto l’Europa ma una costruzione artificiale. Per quanto riguarda Berlusconi, devi scusarmi, ma non ho mai nutrito fiducia né nella persona né nelle sue intenzioni dichiarate. Troppi interessi da difendere per sperare di contrastare le forze finanziarie che lo tenevano, e lo tengono, in quanto imprenditore, per le “palle”. Vedi, per eliminare Berlusconi è bastata qualche inchiesta giudiziaria, per eliminare qualcun altro, che non aveva aziende da difendere, ci è voluta una guerra.

    Caro Simone,
    il problema non è il federalismo ma la capacità di tenuta contro la globalizzazione. Si sta sgretolando lo Stato centralista sotto i colpi del mondialismo, come pensare di potervi resistere con una forma federale?

    Caro Angelo Pegli,
    se non ti piace il mio stile nessuno ti cotringe a leggermi. La difficoltà per le incidentali può averle solo chi legge con fretta e non con il ritmo necessario ad una lettura paziente ed attenta. Come dovrebbe essere ogni lettura. Se c’è piuttosto qualcosa che non va è in una frase rimasta in sospeso perché è saltato un piccolo pezzo nell’inserimento dell’articolo. Comunque ai miei peccati ci penso io e non ho bisogno di qualcuno che me li rammenti. La “macchietta vanitosa e superficiale” non scrive per dare lezioni agli altri ma soltanto per esprimere le sue idee senza imporle a nessuno, dato che nessuno è costretto a leggermi. Riguardo Berlusconi rimando alla risposta a Nicola. Il mio stile sarò poco elegante ma, a giudicare dal tuo post, c’è chi mi supera ed alla grande.

    Saluti anche a mago, gustav9999, rino e jafar.

    Luigi Copertino

    • E’ giusto,sono stato a caldo poco elegante.A freddo mi sarei sforzato un poco,anche se spesso purtroppo anche sforzandomi miglioro poco.Pero’,nel Suo commento qui sopra, “lo scrivente”si legge con immediatezza.Nessuno e’ obbligato a leggerLa,ma se lei ha qualcosa da dire,e ce l’ha,e lo sa,allora diventa un suo problema cercare di raggiungere piu’ persone possibili.Anche se forse il suo disincanto e pessimismo romantico non gliene fa sentire l’importanza:ma riconosco pure che chi non e’ pronto per capire non capisce neanche se gli portano il cibo all’altezza della bocca.Io comunque in gioventu’ m’incantai per la prosa articolata del Boccaccio,e per il suo uso della punteggiatura.Non mi dispiaceva neppure lo stile di Aldo Moro,ricco d’incidentali.Quello di s. Giovanni Evangelista, poi,e’ molto discorsivo ma piano,perche’ ritorna su quello dice per farlo assimilare.Sono bocconi e non ingozzano.Oggi si va di fretta:ma non sui Salmi,sulla Bibbia in genere e sul Messale.Ne’ su Dante o sugli enigmi del Silesius.A proposito:ai miei peccati non ci penso io,ci pensa la Grazia(che non e’ un’amante,nonostante qualche cardinale modernista):senza l’iniziativa della Grazia,sarebbe come pestare l’acqua nel mortaio.Tutto e’/puo’ essere Grazia:dall’interno e dall’esterno.Dipende dalla risposta.Volere/non volere dare lezioni?Ma oggi quel che manca e’ l’autorita’ vera,non certo il discorso sul rispetto delle opinioni,del non voler imporre, etc etc. Autorita’ gratuita,nel senso buono,libera e convinta,appassionata,anche sfacciata o provocatoria se non sa o puo’ farne a meno:ecco,quella si,chi vuole puo’ fare a meno di “leggerla”,ma probabilmente forse un giorno la rimpiangera’.Il popolo,secondo me,ancora lo sa :quello non ipnotizzato dal mainstream:e questo produsse e produce cose gustose.Da Roma a Napoli a Firenze a Genova a Venezia a Bologna :teatro,letteratura,cinematografia, ma ognuno puo’ aggiungere la sua.Lei,dott. Copertino, e’ forse un “nostalgico” malinconico.Tra virgolette, perche’ dice cose oggettive,non di parte. Io sento che uno pensa in base a come e’,e non riesco a distinguere le due cose:non ci riesco proprio perche’ non etichetto una persona e quindi la vedo in cammino.Etichettare e’ facile ma e’ non solo anticulturale, ma anche perdente.Da gente di scarso nerbo.Per questo,faccia a faccia con Bergoglio,al di fuori di ogni ruolo,se me ne desse facolta’…. Non sono elegante ma garantisco che ho sempre pagato per questo,e ne sono fiero.le piaccia o noi,questa e’ una testimonianza,e senza testimonianza la cultura non e’ tale:o meglio,e’ contraddittoria.Come Lei.

    • Verrà il momento in cui anche i professori eruditi, prolissi e piagnucoloni dovranno farsi da parte. Sarà il momento in cui dalle parole si dovrà passare ai fatti. Li si vedrà chi tiene davvero all’Italia e chi le antepone il proprio tornaconto. Potrei sbagliarmi ma credo che quel momento non sia troppo lontano. Per fortuna.

  • “Vedi, per eliminare Berlusconi è bastata qualche inchiesta giudiziaria, per eliminare qualcun altro, che non aveva aziende da difendere, ci è voluta una guerra.”

    Caro Copertino non mi diverto a fare dispute letterarie da mezzo fondo se non da maratona. Fatta la premessa vorrei umilmente far presente che il paragone tra il Berlusca e la Buonanima è fuori luogo.
    Intanto la guerra di cui hai fatto menzione ,secondo quello che ho potuto capire dalle mie letture, non è stata partorita estemporaneamente dal balcone di Piazza Venezia a Roma , dove peraltro, ci passo sempre non senza avvisare una certa emezione.
    La magistratura italiana ,secondo la piramide globalista sta su un livello superiore a quello della stampa e dei politici. Altro che la guerra decisa, e sottolineo decisa, dalle multinazionali delle fabbriche di armi.
    Mi ritrovo da anni a difendere mio malgrado perchè rischio quasi una sindrome da idolatra, il Berlusca. Il quale E’ senza dubbio un grande personaggio con doti fisiche (non in quel senso, per carità) ed intellettuali , a mio avviso, superiori. Per fare quel che ha fatto, consapevole della fine di Mattei di Moro , Andreotti, Craxi suo mentore politico, e ridursi a piangere lacrime vere durante un comizio in piazza a Roma quando decadde dalla carica di senatore e giungere alla veneranda età di 81 e buttarsi ancora nell’agone politico non puo’ essere liquidato con sprezzo intellettualoide da dozzina. La storia gli renderà l’onore giusto

  • simone

    Mi scusi se insisto, signor Copertino. Il problema non è nella forma della Stato: di centralisti impregnati di globalismo ne esistono diversi; ma dalla capacità degli abitanti e dei suoi servitori, gli amministratori, di capire questo sistema economico politico disumanizzante( casomai anche attraverso il Vangelo, ma ora non bisogna fare gli schizzinosi ed unire il buonsenso), cercando di divulgare, come voi ed altri in rete fate in modo egregio, e SERRANDO LE FILA, tralasciando, purtroppo(…),la balorda materialità del mondo”progressista”ed il suo numeroso, convinto o rassegnato gregge: chi perde del tempo prezioso a seguire i miseri avvenimenti de il Grande Fratello, facendone pure argomento di conversazione, avrà mai usato preziosamente il suo tempo a leggere “1984” trovandosi poi catapultato nell’attualità a seguire un programma”dittatoriale”?

    • simone

      P.S. Vogliamo provare a fare qualcosa di concreto e trasversale, invece di una”comoda”opposizione in attesa di essere vaporizzati?

  • Luigi Copertino

    Caro Simone,

    comprendo la tua ansia di fare qualcosa e ti ringrazio dell’incitamento. Che a quasi 55 anni non si può raccogliere allo stesso modo di come lo si raccoglierebbe a 20.

    Ma dato che lo scrivente è un “professore erudito, piagnucoloso e prolisso” (in realtà non ho alcun titolo professorale) ed in quanto tale sono stato invitato a farmi da parte, ti sollecito a rivogerti a pronti e baldanzosi prodi combattenti, come Frank Brown, che sapranno cosa fare quando la vicina ora del destino scoccherà.

    Per quanto mi riguarda continuerò a seminare – perché senza semina non vi è cultura – secondo quelle che sono le mie modeste capacità e quella che probabilmente è la mia vocazione.

    A ciascuno il suo.

    Solo un consiglio. In età adolescenziale tutti noi abbiamo nutrito sogni rivoluzionari ma crescendo si comprende che senza un terreno dovutamente inseminato e coltivato non si hanno cambiamenti su questa terra.

    Luigi Copertino

  • simone

    Egregio signor Copertino, come saprà le rivoluzioni”classiche”sono state commissionate al popolo, ma non per gli interessi del popolo: quindi cercare d’informare quest’ultimo( almeno la parte con meno pregiudizi cognitivi), per invitarlo alla ricerca delle verità alternative, o della Verità, è un atto rivoluzionario.
    E, forse, si può comprendere solo se non siamo più anagraficamente giovani, ma preoccupati per il futuro dei nostri figli e consci dei rischi che affronteremo. Insieme.
    Grazie per”l’inseminazione”e coraggio.