ANNUNCIATO A TUTTE LE GENTI di Luigi Copertino

ANNUNCIATO A TUTTE LE GENTI

 

MITHOS E LOGOS: L’ETERNO NEL TEMPO.

Ciò che molti fanno difficoltà a capire – anch’io un tempo ma poi tutto è apparso chiaro – è che la Tradizione Primordiale, la Tradizione Perenne, quella che è oltre ogni particolarismo culturale quanto etnico, coincide con il Verbo, il Principio, il Logos INCARNATO. Perché se il Logos non si fosse fatto carne e fosse rimasto soltanto Logos sarebbe ancora fuori dalla nostra condizione e come tale sarebbe a noi ancora inattingibile, posto che nessun uomo può attingere con le proprie sole forze all’Increato se Esso non si fa accessibile. E proprio per rendersi da noi attingibile nel rispetto della nostra condizione creaturale, l’Increato ha assunto la nostra natura ed è entrato nella nostra dimensione. Per portarci oltre essa.

L’Incarnazione è la Restaurazione della natura umana nell’integrità della sua condizione primigenia, quella nella quale alle origini l’uomo, pur nello spazio-tempo creato, viveva in familiarità con Dio e passeggiava con Lui nella brezza del Giardino.

Nessun uomo, dopo la caduta, è tornato a quella condizione con le proprie forze. Anche le poche eccezioni che lo hanno fatto – sia in Israele come il profeta Elia sia fuori di esso come Gautama Siddharta o Zarathustra, uomini chiamati ad un destino spirituale non comune – con le proprie forze sono arrivate soltanto fino al livello estremo consentito all’uomo, mediante il suo sforzo ascetico, ma anch’essi, giunti a quel livello, hanno avuto necessità del Soccorritore Insondabile che tendesse loro la mano affinché potessero superare il punto di non ritorno verso il primo grado del lungo viaggio nei Cieli, in vista dell’unione finale con il Logos stesso.

Qualsiasi antica iniziazione misterica rimaneva inerte per gli stessi iniziati laddove il Logos non si fosse disposto in atteggiamento kenotico verso lo sforzo umano. Ma, a causa dell’abisso invalicabile apertosi tra il Mondo Divino ed il mondo umano, questo non era quanto ordinariamente accadeva nonostante le iniziazioni. Poche furono, come detto, le eccezioni. Era necessario che il Logos medesimo valicasse quell’abisso e che ponesse Sé Stesso come Ponte per permettere all’uomo di attraversarlo e ritornare nella perduta Terra dei Viventi.

Il “mito” nelle religioni a carattere cosmico è il “racconto sacro” intorno al quale l’intera realtà si organizza ed assume senso. Ma mito ha anche il significato di “annunzio”. Ed in quanto tale per estensione il mito è anche essenzialmente Parola, Verbo. Il mito, tuttavia, è a-temporale, a-storico. Resta confinato in uno spazio non storico, non temporale, diverso dal nostro e pertanto inaccessibile all’uomo. La sua dimensione è quella dell’Eterno ed è per questo che nella dimensione temporale propria dell’uomo è possibile soltanto “imitarlo”, “invocarlo”, attraverso il Rito. Stante la ciclicità dello spazio-tempo il Rito assume anch’esso la forma della ripetizione ciclica, secondo i ritmi del cosmo, della creazione. segnati in particolare dal ripetersi delle stagioni.

Pur assicurando il mantenimento dell’ordine cosmico e la preservazione della comunità umana, proprio perché a-temporale il Rito non può per davvero, efficacemente, attualizzare nella storia, nello spazio-tempo proprio dell’uomo, il Mito con la Parola, il Verbo, del suo Annuncio. L’abisso miticamente è invalicabile, è senza Ponte. A meno che l’Eterno non decida di entrare nel tempo, nella storia, e costruire, Lui e non l’uomo, quel Ponte.

La grande differenza tra le religioni cosmiche e le religioni storiche, a carattere soteriologico, ossia quelle del ceppo abramico, sta proprio in questo ovvero nel fatto che queste ultime annunciano l’ingresso dell’Eterno nel tempo, nella storia, onde salvare l’uomo non dal tempo o dalla storia – perché in quanto creato anche lo spazio-tempo è cosa buona, come dice il Genesi, destinato alla glorificazione escatologica – ma dal “peccato”, cioè dalle conseguenze del suo libero atto di chiusura del cuore verso l’Amore che viene dall’Alto. Invece nella spiritualità delle religioni cosmiche sussiste piuttosto l’idea che l’esistenza nel tempo, nella storia, sia l’esito negativo di una decadenza da una Unità primordiale indistinta, una “gettità” nella condizione materiale di per sé segnata per natura dalla morte, una caduta nel non senso o nell’oblio.

Le religioni storiche non negano che l’umanità è responsabile di una “caduta”, intesa però come allontanamento da Dio o chiusura a Lui, ma considerano la creazione, quindi anche la nostra dimensione temporale e storica, come un segno della Bontà Divina, la Quale pur bastando a Sé stessa e di nulla e nessuno necessitante ha creato il cosmo per amore. Per le religioni storiche sin dalle Origini sussiste un Disegno provvidenziale, che si svolge nello spazio-tempo, finalizzato alla glorificazione, alla trasfigurazione ontologica, del cosmo al cui centro sta l’uomo, vocato per essere nell’immanenza Immagine di Dio e quindi unica creatura capace di accogliere, per il Cristianesimo addirittura nella sua stessa natura, il Logos divino. Nella visione propria alle religioni storiche il cosmo stesso dipende dall’uomo, dalla sua libera scelta, tanto che quando egli perde la primigenia condizione di unione con Dio il creato, come dice il Genesi, viene maledetto per causa sua e gli si rivolta contro. Sicché se prima l’uomo godeva liberamente di ogni frutto del Giardino perché il creato gli era favorevole, dopo dovrà guadagnarsi il pane con il sudore della fronte ed avrà in cambio soltanto “spine e cardi”. Questo uomo primigenio, secondo la Rivelazione abramica, era un uomo integrale, aveva anche un corpo oltre che un’anima ed uno spirito, e non era un essere puramente spirituale, proprio perché la carne stessa quale cosa creata è buona. La glorificazione del cosmo, quindi della stessa creazione materiale, nel Disegno originale sarebbe avvenuta nel momento nel quale il Logos avesse assunto la natura umana, anche quella carnale. Quale fosse la condizione originaria dell’uomo edenico ci è ancora intuibile attraverso la fenomenologia straordinaria, “miracolistica”, della quale è pieno il vissuto dei mistici.

Chiariti questi punti differenziali tuttavia va detto che, laddove si superassero alcune indubbie difficoltà come la concezione negativa della creazione quale decadenza, inaccettabile in un contesto abramico, diventa insostenibile una netta e definitiva linea di demarcazione tra religioni cosmiche e religioni storiche. Queste ultime, infatti, pur ponendo in primo piano la salvezza eterna dell’uomo hanno anch’esse aspetti cosmici. Per esse, però – senza tuttavia dimenticare che anche la loro liturgia, in modo particolare quella cristiana, è modulata secondo l’andamento ciclico dell’anno solare –, piuttosto che la riproposizione rituale di un Mito avulso dal tempo e dalla storia, e quindi impossibilitato a svolgere una funzione soteriologica per l’uomo, diventa fondamentale l’attualizzazione del Verbo nel tempo e nella storia.

Il Mito Primordiale diventa salvifico soltanto quando il Logos entra nel tempo, entra nella storia. E questo avviene, dopo la catastrofe originaria, prima con la Promessa edenica della Donna destinata a schiacciare la testa ofidica, quindi con la Promessa a Noé dell’Alleanza universale, poi con la vocazione “eucaristica” di Abramo da parte di Melchisedek Re e Sacerdote universale, che inaugura la vicenda particolare di Israele in vista dell’adempimento della Promessa noachide per l’inveramento della futura Alleanza per tutte le genti, infine con l’Incarnazione del Logos nel seno della Vergine Maria.

Solo ora anche il Mito “pagano”, nel quale la medesima Verità rivelata a Noé ed Abramo era celata come perla nel fango, diventa operativo nel tempo, nella storia, e quindi efficacemente salvifico perché reso finalmente accessibile, nel suo significato più alto, all’uomo. Il quale ora può addirittura toccarlo nella Carne stessa del Logos Incarnato. Il Mito, che celava il Logos in un modo appropriato per i “pagani”, è diventato storia, e storia salvifica, non per sforzo dell’uomo ma per unilaterale Volontà di Dio.

Chi volesse approfondire questa traccia di ricerca deve fare riferimento innanzitutto all’opera di un grande esegeta cristiano che fu contemporaneamente attento studioso dei miti antichi che egli ha rinvenuto come la radice ultima anche delle favole popolari dei nostri antenati. Parliamo di Attilio Mordini (1923 – 1966) ed in particolare di alcuni suoi fondamentali testi quali “Verità del linguaggio” (Volpe), “Dal mito al materialismo” (Il Campo, con il titolo “Il mito antico” Solfanelli) e soprattutto il piccolo ma importante saggio, non immune da qualche svista e tuttavia imprescindibile anche secondo Augusto Del Noce, “Il mito primordiale del Cristianesimo quale fonte perenne di metafisica” (Scheiwiller, Il Cerchio).

Da quanto abbiamo fin qui detto, appare chiaro che il Logos divino è stato annunciato a tutte le genti e non solo ad Israele. Mentre si annunciava tramite i profeti veterotestamentari al popolo ebreo in vista dell’Incarnazione, il Logos non trascurava affatto di annunciarsi agli altri popoli attraverso i loro miti, che nascondevano, o forse proteggevano, la perla della Verità con il “fango” del racconto “favolistico”. In questa luce è possibile comprendere che il mito dell’eterno ritorno, il ripetersi ciclico del destino cosmico di morte e rinascita scandito dalle stagioni o dal corso del sole, non è altro che l’“annuncio” – abbiamo visto che uno dei significati della parola mito è quello di annuncio – riservato ai pagani del possibile compimento, una volta per sempre, nella storia di quanto significato ed adombrato dal racconto sacro. La salvezza del mondo, cui rimanda il racconto mitico, è dunque veramente ed efficacemente possibile e non è destinata a rimanere un “paradigma” che, per quanto sacro, non è accessibile all’umanità.

Un altro grande cattolico ovvero John Ronald Reuel Tolkien ha potuto scrivere la più eccelsa epopea mitica del XX secolo proprio perché partiva consapevolmente da questa verità del mito quale Parola Divina Incarnata nella storia dell’uomo.

Il mito antico nascondeva, all’interno del Disegno della Glorificazione escatologica del cosmo, un annuncio di salvezza riservato ai pagani che tuttavia, per essere efficace, doveva anch’esso attendere l’Incarnazione storica del Verbo di Dio nel Cuore della Vergine Maria. Per questo, come meglio approfondiremo in seguito, nell’Incarnazione sussiste la evidente coincidenza tra l’unicità del suo evento storico e la simbologia solare della religiosità cosmica. Vedremo che la data dicembrale della nascita di Cristo non è stata una invenzione successiva dei cristiani e neanche soltanto una strategia di inculturazione della fede mediante la cristianizzazione del dies natalis Solis invicti posto, secondo il ciclico movimento apparente del sole, al solstizio d’inverno ossia al 21 dicembre.

Nel frattempo possiamo rilevare sin da subito alcune tracce di quell’annuncio nelle pieghe delle antiche tradizioni mitiche dei popoli pagani.

Infatti mentre il profeta Isaia annunziava in Isaia 7,13-14

«Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta di stancare la pazienza degli uomini, perché ora vogliate stancare anche quella del mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele»

 

e in Isaia 9,1 e 9,5-6

 

«Il popolo che camminava nelle tenebre

vide una grande luce;

su coloro che abitavano in terra tenebrosa

una luce rifulse …

… Poiché un bambino è nato per noi,

ci è stato dato un figlio.

Sulle sue spalle è il segno della sovranità

ed è chiamato:

Consigliere ammirabile, Dio potente,

Padre per sempre, Principe della pace;

grande sarà il suo dominio

e la pace non avrà fine

sul trono di Davide e sul regno,

che egli viene a consolidare e rafforzare

con il diritto e la giustizia, ora e sempre»

 

ed ancora in Isaia 11,1-5

 

«Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,

un virgulto germoglierà dalle sue radici.

Su di lui si poserà lo spirito del Signore,

spirito di sapienza e di intelligenza,

spirito di consiglio e di fortezza,

spirito di conoscenza e di timore del Signore»

 

mentre Geremia profetizzava in Geremia 23,5

 

«Ecco, verranno giorni – dice il Signore –

nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto,

che regnerà da vero re e sarà saggio

ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra»

 

e il Profeta Michea in Michea 5,1-2 annunciava

 

«E tu, Betlemme di Efrata

così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda,

da te mi uscirà colui

che deve essere il dominatore in Israele;

le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti.

Perciò Dio li metterà in potere altrui

fino a quando colei che deve partorire partorirà;

e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli di Israele»

 

mentre, dunque, i profeti veterotestamentari annunciano questo futuro messianico, tra i “pagani” risuonava lo stesso annuncio sebbene in modo velato, come nella profezia di Zarathustra al sovrano dei Medi Gustasp (VI sec. a.C. circa) secondo l’Avesta, “Gustasp Sosan Mahmar”

 

«In verità, alla fine dei tempi e alla dissoluzione finale,
un figlio sarà concepito da una vergine con tutte le sue membra,
senza che uomo le si sia avvicinato.
Sarà simile ad un albero dai bei rami e carico di frutti,
pure crescendo in un luogo arido.
Gli abitanti della terra si opporranno al suo sviluppo
e tenteranno di sradicarlo ma non vi riusciranno.
Poi lo prenderanno e lo uccideranno sul legno
»

oppure come nel Rig Veda indù (X-XI sec. a.C.) laddove viene descritta la nascita del Dio Agni

 

«il Fuoco Sacro, figlio della vergine Maya e del Dio del cielo Dyaus, il cui
padre putativo é Twashtri, il falegname
»
«I pastori sono venuti ad acclamarlo, circondando il luogo di nascita
del Dio di verità
» (Rig Veda I, 144, 1)
«Un bimbo porta tutto il peso del mondo; egli sostiene la verità,
trionfa sulla vergogna
» (Rig Veda I, 152, 3)

più nota è invece la famosa “profezia della Sibilla Cumana” riportata da Publio Virgilio Marone nella IV Egloga delle Bucoliche (I sec. a.C.)

 

«(…) già ritorna la Vergine e con lei il regno di Saturno
già una nuova progenie discende dall’alto dei cieli.
L’infante la cui nascita scaccerà l’età del ferro
riportando in tutto il mondo l’età dell’oro
proteggi casta Lucina, che già regna il tuo fratello Apollo. (…).

Sotto la tua guida qualsiasi traccia rimasta della nostra colpa
svanirà, liberando la terra dalla sua perpetua paura.
Egli [il Bambino] riceverà vita divina e vedrà
gli eroi mescolati con gli dei, e sarà lui stesso visto da loro.
Ed egli dominerà un mondo reso pacifico dalla virtù del padre. (…).
Guarda nell’asse ondeggiante oscillare il mondo;
guarda la terra, l’immensità dei mari,
la volta profonda del cielo,
la natura tutta, trasalire alla speranza del secolo a venire
».

 

Ma anche nello stesso ambito abramico post-cristiano l’annuncio dell’Incarnazione del Verbo è attestato in modo ancora velato agli stessi cugini islamici, discendenti biblici di Ismaele, fratello di Isacco e, per la Legge semitica, figlio primogenito di Abramo. Sappiamo, tuttavia, che nella Rivelazione biblica i primogeniti non sono i preferiti dal Signore il quale, per evidenziare la Sua Sovranità anche sulle leggi di natura, antepone ad essi i secondogeniti, come Abele rispetto a Caino, Isacco, appunto, rispetto ad Ismaele, Giacobbe rispetto ad Esaù. Per poi riunire i fratelli nell’amore a Lui. Dai due figli di Abramo sorgono due correnti parallele della medesima Tradizione abramica. In quella di Isacco prevale la Grazia, in quella di Ismaele prevale la Legge. La prima porta a Nostro Signore Gesù Cristo, la seconda all’islam. Entrambe dovranno riunirsi alla Fine dei Tempi, nella Parusia finale. Lo stesso san Paolo, che operò prima della comparsa storica dell’islam, nella Lettera ai Galati interpreta il rapporto Ismaele/Agar ed Isacco/Sara come quello del rapporto tra Legge e Grazia. Ad Ismaele Dio ha promesso di farne una “grande nazione” ma al di fuori della linea dell’Alleanza che era quella di Isacco, dalla quale sarebbe venuto Cristo. Siamo qui di fronte ad un evidente mistero storico che, secondo gli islamologi cattolici Louis Massignon, che fu sacerdote di rito caldeo cattolico, e padre Giulio Basetti Sani ofm, ha a che fare con il Cristo della Seconda Venuta. L’esegesi cristiana dei passi coranici riguardanti Gesù, offerta da predetti studiosi, ha consentito ad essi di affermare che i Misteri cristiani, la Santissima Trinità e la Divino-Umanità di Gesù, non sono affatto negati quanto piuttosto celati nel Corano, in attesa del loro svelamento escatologico.

Ad esempio, la Sura III versetto 45 del Corano recita

 

«E quando gli angeli dissero a Maria: “O Maria, Iddio ti annunzia la buona novella di un Verbo che viene da Lui, e il cui nome è: il Messia, Gesù, figlio di Maria, eminente in questo mondo e nella vita immediata e ultima; egli è tra i vicini a Dio».

 

IL MISTERO DI UNA STELLA

Dicevamo che la data del 25 dicembre non è affatto una invenzione successiva dei cristiani per sostituire quella del 21 dicembre dedicata al Sol Invictus. Del resto se fosse stata quella l’intenzione, ovvero cristianizzare una festa pagana, perché mai non porre il Natale di Cristo direttamente al 21 dicembre? Dicevamo anche che nell’Incarnazione sussiste una forte coincidenza tra l’unicità del suo evento storico e la simbologia ciclico-solare della religiosità cosmica. Vediamo di capirne qualcosa di più con l’aiuto di un noto studioso Vittorio Messori che, a compimento della sua personale conversione alla fede in Cristo da allievo che era della scuola laicista torinese dei Bobbio e dei Galante Garrone, ha scritto un libro per esaminare l’effettiva storicità dell’evento cristiano, “Ipotesi su Gesù” (Sei, Ares).

Da una fonte extraevangelica, la “Guerra giudaica” dell’antico storico ebreo Flavio Giuseppe, passato da rivoltoso al servizio di Vespasiano imperatore, apprendiamo che alla radice della ribellione giudaica del 66 d.C. vi era la spasmodica attesa, in quegli anni, dell’adempimento delle profezie messianiche bibliche le quali annunciavano “uno” proveniente dalla Giudea che sarebbe diventato il “Dominatore del mondo”. Dietro la notizia riportata da Flavio Giuseppe vi erano due passi della Scrittura in base ai quali gli ebrei si erano convinti di essere ormai nei “tempi messianici”. Si tratta di due passi scritturali che avevano consentito il calcolo su tempi dell’era messianica.

Il primo di tali passi scritturali è il cap. 49 del Genesi laddove Giacobbe rivela ai figli che il Messia non sarebbe giunto prima che a Giuda fosse stato tolto lo scettro, il bastone del comando, per essere restituito a Colui al quale esso spetta ed al quale è dovuta l’obbedienza dei popoli. Orbene storicamente Erode il grande, quello sotto cui nacque Gesù, fu l’ultimo re ebreo perché, dopo di lui, il territorio del regno di Israele fu diviso, perdendo ogni autonomia, e il comando passò direttamente ai romani.

L’altro passo scritturale è quello della cosiddetta “magna profezia” contenuta nel capitolo nono del Libro di Daniele, che è l’ultimo libro dell’Antico Testamento. Questa profezia deve essere letta in connessione con quella del precedente capitolo 7 dello stesso Libro biblico, dove è annunciato il futuro comparire di “uno come figlio d’uomo” che viene con le nubi del Cielo e che “avanzò sino all’antico di giorni” ed al quale “furono dati dominio, onore e regno, tutti i popoli, nazioni e lingue lo serviranno” perché “Il suo domino è un dominio eterno che non passerà mai e il suo regno è tale che non sarà distrutto”. Va notato che l’appellativo “figlio dell’Uomo”, che è titolo messianico e che ritroviamo molte volte nei Vangeli, era una formula alquanto rara nel giudaismo ed infatti compare solo in questo passo di Daniele con riferimento al Messia venturo. Nel successivo capitolo 9 di Daniele, a completamento di quella del capitolo 7, c’è la “profezia delle Settanta Settimane”.

Essa annuncia che il nuovo mondo sarà inaugurato con l’unzione del Santo dei Santi la quale sarebbe avvenuta dopo settanta settimane. Si tratta dell’unica volta in cui il Vecchio Testamento indica con precisione una data. Il termine “settimane” corrisponde all’ebraico “shabhuìm” ossia “settenario”, sicché la profezia indica un periodo di 70 anni per 7 ovvero di 490 anni. Periodo che il calcolo tradizionale faceva iniziare dal decreto del 538 a. C. con il quale il Gran Re di Persia Ciro liberò gli ebrei dalla cattività babilonese permettendo loro di tornare in Palestina. Lo stesso Daniele fornisce il dato da cui iniziare il computo perché, nella sua profezia, fa riferimento ad “una parola [il decreto] di tornare e di ricostruire Gerusalemme”. Che questo fosse il computo tradizionale è stato confermato dal ritrovamento, nel 1947, dei manoscritti esseni a Qumràn. Un ritrovamento che ci ha fornito una ulteriore e preziosa informazione. Infatti gli esseni facevano iniziare il calcolo non dal 538 a.C., ossia dalla liberazione degli ebrei, ma dal 586 a. C., ossia dall’inizio della loro cattività, sicché l’inizio del “Tempo della Fine”, ovvero l’inizio dell’Età Messianica, per gli esseni cadeva nel 26 a.C. piuttosto che nel 48 a. C., come sarebbe partendo dal 538.

Dunque a partire da una ventina di anni prima di Cristo il fermento messianico, la spasmodica attesa dell’Unto del Signore, era così forte in Israele da rendere difficile per i romani governare un popolo che, nonostante la presa su di esso della sua élite sacerdotale, non esente d’altro canto da contestazioni da parte dei gruppi più radicali come quello degli “zeloti”, era in costante e strisciante ribellione. Gli ebrei pensavano a quello messianico imminente come ad un regno politico che avrebbe sigillato l’imperituro dominio di Israele su tutto il mondo. Una interpretazione fallace, come i fatti avrebbero dimostrato, ma che spiega perché mai gli ebrei non accolsero Cristo come l’atteso Messia. Gesù infatti non predicò la ribellione antiromana né il sopraggiungere del dominio politico di Israele – “il mio regno non è di questo mondo” avrebbe invece detto a Pilato che in Lui, proprio per questo, non trovava la colpa di cui l’accusavano i sinedriti ossia di sedizione contro l’Autorità romana – ed anzi aveva un tenero atteggiamento verso quelli tra i romani, e tra i “pagani” in genere, che aprivano il cuore al Suo Mistero, come ad esempio il centurione del Vangelo che meritò l’elogio del Signore per una fede così pura che Egli non aveva trovato tra gli israeliti i quali pur dicevano di essere gli eletti.

Ma l’attesa alla quale faceva ancora riferimento Flavio Giuseppe – ai tempi della ribellione del 66 d. C. che si sarebbe conclusa, ed anche questo era stato profetizzato da Daniele, con la distruzione del Tempio di Gerusalemme (ormai non più necessario dato che il Vero Tempio era comparso nel Cristo Risorto come Lui stesso aveva detto “distruggete questo Tempio e io lo ricostruirà in tre giorni”) – non fremeva solo tra gli ebrei ma anche tra i pagani, collegata come era ad un evento cosmico che non casualmente coincideva con la data della festa pagana del sole invitto. Un evento cosmico che solo l’élite sapienziale, esponenti della quale erano senza dubbio i “magi”, seppe interpretare come un segno del compimento dell’attesa messianica.

Lasciamo la parola direttamente a Vittorio Messori traendo quanto segue dai paragrafi “L’attesa dei popoli” e “L’enigma di una stella su Betlemme” del suo “Ipotesi su Gesù”.

«Gli ebrei aspettavano dunque il loro misterioso Cristo proprio in quegli anni. (…). Ma sorprende ancor più scoprire che proprio in quel tempo gli altri popoli erano in attesa. Abbiamo testimonianze indiscutibili e precise su questa aspettativa universale di “Qualcuno” che doveva venire dalla giudea. E’ da due dei più grandi storici latini, Tacito e Svetonio, che apprendiamo come i popoli fossero in fermento all’avvicinarsi del secolo che noi chiamiamo “primo dopo Cristo”. Tacito, “Historiae”: “I più erano persuasi trovarsi nelle antiche scritture dei sacerdoti che, verso questo tempo, l’Oriente sarebbe salito in potenza. E che dalla Giudea sarebbero venuti i dominatori del mondo”. Svetonio, “Vita di Vespasiano”: “cresceva per tutto l’Oriente l’antica e costante opinione che fosse scritto nel destino del mondo che dalla Giudea sarebbero venuti, in quel tempo, i dominatori del mondo”. (…). Ma c’è di più. Viene … dall’archeologia un’altra serie di strane testimonianze. Noi oggi sappiamo con sicurezza che la più celebre astrologia del mondo antico, quella babilonese, non soltanto era anch’essa in attesa del Messia dalla Palestina. Ma ne aveva previsto la data con una precisione ancor maggiore di quella degli esseni. Ecco qui di seguito la vicenda: libero ognuno di trarne le conclusioni che gli pare. (…). Tutto parte dalla “stella” (il testo non parla di “cometa”, come molti credono) che avrebbe brillato nel cielo di Betlemme alla nascita di Gesù e dal conseguente arrivo di certi magi dall’Oriente. Così, almeno, quanto si racconta nel vangelo di Matteo. (…). Pare … provato ormai scientificamente che gli astrologi babilonesi (quasi certamente i “magi” di Matteo) attendevano la nascita del “dominatore del mondo” a partire dall’anno 7 a. C.. Questa data, con l’anno 6 a. C., è tra quelle che gli studiosi danno come più sicure per la nascita di Gesù. Il monaco Dionigi il Piccolo, infatti, calcolando nel 533 l’inizio della nuova era, si sbagliò e posticipò di circa 6 anni la data della Natività. In questa luce, acquistano nuovo suono i due versetti del secondo capitolo di Matteo: “Nato Gesù in Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco dei magi arrivare dall’oriente a Gerusalemme, dicendo: ‘Dov’è nato il re dei Giudei? Abbiamo veduto la sua stella in Oriente e siamo venuti ad adorarlo’”. Ecco le tappe che avrebbero portato a chiarire il perché dell’arrivo e della domanda dei magi. (…). Nel dicembre del 1603 il celebre Keplero … osserva da Praga la luminosissima congiunzione (l’avvicinamento, cioè) di Giove e Saturno nella costellazione dei Pesci. Keplero … stabilisce che lo stesso fenomeno … deve essersi verificato anche nell’anno 7 a. C.. Lo stesso astronomo scopre poi un antico commentario alla Scrittura del rabbino Abarbanel che ricorda come, secondo una credenza degli ebrei, il Messia sarebbe apparso proprio quando, nella costellazione dei Pesci, Giove e Saturno avessero unito la loro luce. Pochi diedero qualche peso a queste scoperte di Keplero: … la critica non aveva ancora stabilito con certezza che Gesù era nato prima della data tradizionale. Quel 7 a. C., dunque, non “impressionava”. (…). Oltre due secoli dopo, lo studioso danese Münter scopre e decifra un commentario ebraico medievale al libro di Daniele (…). Münter prova con quell’antico testo che ancora nel Medio Evo per alcuni dotti giudei la congiunzione Giove-Saturno nella costellazione dei Pesci era uno dei “segni” che dovevano accompagnare la nascita del Messia. (…). Nel 1902 è pubblicata la cosiddetta “Tavola planetaria” …: è un papiro egiziano che riporta con esattezza i moti dei pianeti dal 17 a.C. al 10 d. C.. I calcoli di Keplero (già confermati del resto dagli astronomi moderni) trovano una conferma ulteriore, basata addirittura sull’osservazione diretta degli studiosi egiziani che avevano compilato la “tavola”. Nel 7 a.C. si era appunto verificata la congiunzione Giove-Saturno ed era stata visibilissima e luminosissima su tutto il Mediterraneo. Infine, nel 1923 è pubblicato il “Calendario stellare di Sippar”, E’ una tavoletta in terracotta con scrittura cuneiforme proveniente appunto dall’antica città di Sippar, sull’Eufrate, sede di un’importante scuola di astrologia babilonese. Nel “calendario” sono riportati tutti i movimenti e le congiunzioni celesti proprio del 7 a.C.. Perché quell’anno? Perché, secondo gli astronomi babilonesi, nel 7 a. C. la congiunzione di Giove con Saturno nel segno dei Pesci doveva verificarsi per ben tre volte: il 29 maggio, il 1° ottobre e il 5 dicembre. Da notare che quella congiunzione si verifica soltanto ogni 794 anni e per una volta sola: nel 7 a. C., invece, si ebbe tre volte. Anche questo calcolo degli antichissimi esperti di Sippar fu trovato esatto dagli astronomi moderni. Gli archeologi hanno infine decifrato la simbologia degli astronomi babilonesi. Ecco i risultati: Giove, per quegli antichi indovini, era il pianeta dei dominatori del mondo. Saturno il pianeta protettore d’Israele. La costellazione dei Pesci era considerata il segno della “Fine dei Tempi”, dell’inizio cioè dell’era messianica. Dunque, potrebbe essere qualcosa di più di un mito il racconto di Matteo dell’arrivo dall’Oriente a Gerusalemme di sapienti, di “magi”, che chiedono “Dov’è nato il re dei giudei?” E’ ormai certo, infatti, che tra il Tigri e l’Eufrate non solo si aspettava (come in tutto l’Oriente) un Messia che doveva giungere da Israele. Ma che si era pure stabilito con stupefacente sicurezza che doveva nascere in un tempo determinato. Quel tempo in cui, per i cristiani, il “dominatore del mondo” è veramente apparso. (…). Lo scorrere delle vicende umane ha come un attimo di sospensione e pare raccogliersi nella trepidazione dell’attesa. Mentre brilla sulla Palestina la “stella”, Augusto dà al mondo uno dei pochissimi periodi di pace della storia. Le porte del tempio di Giano, patrono degli eserciti, sono chiuse: è la “pax romana”.».

La profezia nota come della Sibilla Cumana, riportata da Virgilio, pone l’apparizione del “puer”, che avrebbe dovuto restituire l’età dell’oro, esattamente nel periodo augusteo celebrato come il ritorno della pace universale. Per i cristiani Cristo è Re della Pace. Di quella Pace, con la maiuscola metafisica, che baciandosi con la Giustizia, anch’essa con la maiuscola metafisica, biblicamente contrassegna non un dominio terreno ma la Regalità Sacerdotale Universale annunciata da Melchisedek all’atto di offrire ad Abramo i simboli eucaristici del Pane e del Vino. Non è stato dunque un caso se già dai primi secoli i cristiani, come ci ha spiegato la storica Marta Sordi nel suo “I cristiani e l’Impero Romano” (Jaca Book), hanno guardato a Roma come all’impero universale e provvidenziale, suscitato per unire nella “praeparatio evangelica” i popoli in vista dell’Incarnazione, ed alla cultura pagana ellenista come ad una propaideia Christou, fino al punto che la Chiesa, tanto nell’Oriente bizantino quanto nell’Occidente latino, si è sempre sentita come la grande erede della romanità. Una convinzione che alimentò lo stesso medioevo e per la quale Dante, che non a caso nella Divina Commedia ha scelto come sua guida oltremondana proprio Virgilio, poteva cantare la “Roma onde Cristo è romano”.

MOLTO PROBABILMENTE ERA PROPRIO UN 25 DICEMBRE

Il sito cattolico Aleteia ha riproposto in questi giorni una riflessione di Joseph Ratzinger scritta tra il 1959 e il 1960. In essa il futuro Benedetto XVI spiega perché la fede nel Dio invisibile, del quale più tardi san Francesco avrebbe cantato il riflesso visibile nel sole (“Di Te, Altissimo, [il sole] porta significatione”, recita il Cantico delle creature), ha assorbito e superato il culto del Sol Invictus. Superamento ed assorbimento che, senza negarla, al tempo stesso “benediceva” l’aspirazione umana alla ricerca di senso e di vero che il culto pagano esprimeva.

«[I cristiani celebrarono] – scrive Ratzinger – il giorno natalizio della luce invitta, e lo celebrarono come il giorno della nascita di Cristo, in cui essi avevano trovato la vera luce del mondo. Dicevano ai pagani: “Il sole è buono e noi ci rallegriamo quanto voi per la sua continua vittoria. Ma il sole non possiede alcuna forza da sé stesso. Può esistere e avere forza solo perché Dio lo ha creato. Esso quindi ci parla della vera luce, di Dio. Ed è il vero Dio che si deve celebrare, la sorgente originaria di ogni luce, non la sua opera, che non avrebbe alcuna forza senza di lui (…). [Da Betlemme] ci è dato il segno che ci fa rispondere lieti: “sì”. Perché quel bambino – il Figlio unigenito di Dio – è posto come segno e garanzia che, nella storia del mondo, l’ultima parola spetta a Dio, proprio a quel bambino lì, che è la verità e l’amore».

Riguardo alla data della nascita di Gesù oggi possediamo ulteriori informazioni storiche che avvalorano quella dicembrale come data non inventata né meramente strumentale ai fini della evangelizzazione dei pagani.  Non si può affermarlo con assoluta certezza – ma quando mai la storiografia ha dato certezze assolute su qualsiasi fatto? – e tuttavia possiamo sicuramente parlare di certezza relativa e comunque di forte probabilità.

Della cosa ha trattato già, nel 1998, sull’Osservatore Romano il noto liturgista Tommaso Federici. Una scoperta che si deve a due specialisti, Annie Jaubert e Shemariahu Talmon, dell’Università di Gerusalemme. Le loro ricerche consentono di affermare che la data del 25 dicembre non è arbitraria. Come non arbitraria, secondo questi studi, è la data del concepimento del Battista che, non celebrata nella Chiesa d’Occidente, è solennemente ricordata nelle antiche Chiese d’Oriente. Le quali la celebrano, stando ai Vangeli, sei mesi prima dell’Annunciazione a Maria. Il rito bizantino celebra il 23 settembre la memoria dell’annuncio a Zaccaria della nascita del Precursore e pone al 25 settembre quella del concepimento carnale. Questa celebrazione settembrina risale ad una antica tradizione orale tenacemente difesa in ambito ortodosso. Ora le recenti scoperte sembrano dare conferma storica a tale tenacia nonché, di conseguenza, come vedremo immediatamente, conferma storica della data del 25 dicembre strettamente collegata a quella giovannea del 23/25 settembre.

Il Prof. Shemarjahu Talmon ha messo a confronto il racconto del vangelo di Luca, circa la nascita di Cristo, ed il “Libro dei Giubilei”, trovato fra i Rotoli del Mar Morto, risalente al II secolo a.C., nel quale viene narrata la storia del mondo, sin dalla creazione, suddivisa in periodi di 49 anni, sette serie di sette anni ciascuno, corrispondenti ai “giubilei” della tradizione ebraica, come riportati anche nel “Calendario Giubilare” in uso fra gli Esseni di Qumràn. In tal modo erano state fissate con precisione le date delle feste religiose e dei giorni sacri dell’ebraismo.

Dal raffronto tra i Vangeli e detto “calendario” Talmon è pervenuto alla convinzione che Gesù è nato proprio a fine dicembre. Infatti nel Vangelo di Luca, narrandosi degli eventi della nascita di Giovanni Battista, si dice che i genitori del Precursore, e zii di Gesù, ossia Zaccaria ed Elisabetta, quest’ultima cugina della Vergine Maria, non avevano figli, perché anziani entrambi e sterile Elisabetta, e che Zaccaria, il quale era sacerdote, mentre officiava al Tempio ebbe una visione annunciante la nascita del Battista. Ma si dice anche che Zaccaria era “un sacerdote della classe di Abìa” (figlio di Roboam, Re di Giuda nel 900 a. C. circa).

E’ noto che la casta sacerdotale ebraica era divisa in 24 classi e che tali classi prestavano servizio liturgico al Tempio due volte l’anno per una settimana secondo un preciso calendario. Quella di Abia, alla quale apparteneva Zaccaria, era l’ottava della serie. In base al citato “Calendario Giubilare” uno dei due turni della classe di Abia cadeva nell’ultima settimana di settembre ed esattamente fra il 23 ed il 25 di detto mese. Dunque avevano ragione le Chiese orientali nel difendere la data del 23/25 settembre come quella nella quale celebrare la memoria dell’annuncio a Zaccaria e del concepimento del Battista. Gli studiosi, infatti, ulteriormente indagando sulla scia della scoperta del Talmon, hanno rintracciato la genesi di quella antica tradizione bizantina giungendo alla conclusione che essa proviene direttamente dalla Chiesa giudeo-cristiana di Gerusalemme.

Dunque Elisabetta rimase incinta alla fine di settembre.

Il Vangelo di Luca narra che Maria, la quale già aspettava Gesù, andò in visita, dopo l’Annunciazione dell’Incarnazione, a Elisabetta incinta di Giovanni e che la Vergine rimase dai suoi parenti 3 mesi prima di tornare a casa, in Nazareth. Sempre stando al resoconto lucano l’Annunciazione a Maria avvenne sei mesi dopo che Elisabetta era rimasta incinta. Se, dunque, quest’ultima come si è visto era rimasta incinta alla fine di settembre, Maria concepì il Salvatore a fine marzo. E guarda caso da sempre la Chiesa celebra la memoria dell’Annunciazione proprio il 25 marzo.

Orbene, se Maria rimase incinta, come dimostrato dalla sequenza che parte dal turno liturgico al Tempio di Zaccaria, a fine marzo vuol dire che i nove mesi del suo parto sarebbero caduti alla fine di dicembre. Secondo il calcolo basato sulla data dell’annunciazione, ossia il 25 marzo, la nascita di Gesù cade esattamente al 25 dicembre. Comunque nel periodo dell’anno che, non a caso, era anche quello nel quale i pagani celebravano la festa del dies natalis Sol Invictus. Questa non casuale coincidenza conferma la nostra asserzione per la quale sussiste una più che stretta relazione metafisico-soteriologica tra l’unicità dell’evento storico del Natale di Gesù Cristo in Israele e la simbologia ciclico-solare della religiosità cosmica dei pagani.

Si noti che l’ipotesi del prof. Shemarjahu Talmon trova una corrispondenza con la scoperta di Keplero sulla congiunzione Giove-Saturno a partire dal 5 Dicembre del 7 a.C.. Come ben sanno gli astronomi la luminosità prodotta da un tale evento astrale può durare per molti mesi.

In conclusione, fissando al 25 dicembre la festa del Natale del Signore, la Chiesa non ha inventato nulla né ha fatto una scelta arbitraria dettata da strategia pastorale o per utilità politica come sostengono i detrattori.

«quando la Chiesa celebra la nascita di Gesù – ha scritto Tommaso Federici – nella terza decade di dicembre, attinge all’ininterrotta memoria delle prime comunità cristiane riguardo ai fatti evangelici e ai luoghi in cui accaddero… il 25 marzo e il 25 dicembre per l’annunciazione del Signore e per la sua nascita non furono date arbitrarie e non provengono da ideologie di riporto».

Ma se non furono certo date inventate, va anche rilevato che la loro coincidenza con la data più importante della religiosità cosmico-solare dei pagani non può essere ritenuta casuale nel più vasto Disegno di Salvezza che, ora, con la nascita del Salvatore si apriva all’universalità delle genti, già prefigurata nell’Antico Testamento e già preparata politicamente da Roma, per l’inclusione anche di tutti i popoli gentili nel progetto salvifico di Dio.

In un certo qual modo è come se l’Altissimo avesse detto ai pagani che la Parola nascosta, e tuttavia inefficace, nei loro miti di morte e rinascita ciclica aveva finalmente trovato compiuta e definitiva realizzazione storica, e pertanto effettivamente salvifica, nell’Evento Unico ed Universale dell’Incarnazione del Salvatore, il Quale, con il Sacrificio della Croce e la Resurrezione, avrebbe dimostrato di essere il Vero Sol Invictus da essi cercato ed invocato nel mito. Ciò che era inaccessibile, perché a-temporale, si era ora reso accessibile entrando nel tempo e nella storia per salvare, per davvero, gli uomini ben disposti e dal cuore aperto.

Luigi Copertino

dalla pagina Facebook dell’autore

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