“Da Parigi ad Hollywood”: il romanzo ucronico con Drieu e Brasillach nell’inverno del 1945 (di Sergio Saraceni)
Questo libro è molto più di un semplice esercizio di ucronia: è un atto di resistenza poetica e politica contro l’oblio e la condanna retroattiva
In un’epoca che sembra aver fatto della damnatio memoriae e del conformismo ideologico il proprio credo dominante, l’apparizione di un romanzo come “Da Parigi ad Hollywood” di Sergio Saraceni rappresenta un gesto di libertà intellettuale. Edito dal Centro Studi e Ricerca Cittadella nella collana Pneuma, con una prefazione di Luigi Copertino (autore di svariati articoli, prefazioni e libri di livello tra cui un opera recente proprio su Pierre Drieu La Rochelle) che illumina già da sola il senso profondo dell’opera, questo libro è molto più di un semplice esercizio di ucronia: è un atto di resistenza poetica e politica contro l’oblio e la condanna retroattiva.
Drieu e Brasillach

Saraceni compie un’operazione raffinata e rischiosa: prende due delle figure più scomode e calunniate della letteratura francese del Novecento – Pierre Drieu La Rochelle e Robert Brasillach – e, invece di abbandonarli al loro tragico destino storico (il suicidio del primo nel marzo 1945, la fucilazione del secondo nel febbraio dello stesso anno), decide di farli sopravvivere nell’inverno fatale del 1945. Da una Parigi stretta nella morsa delle epurazioni, i due intellettuali intraprendono un’avventurosa fuga che li condurrà fino alle luci artificiali di Hollywood. Non è escapismo: è la costruzione di un “come sarebbe potuto essere” che diventa strumento per interrogare il destino dell’Europa e degli spiriti liberi.
Il pregio maggiore del romanzo sta nella capacità di restituire la complessità umana e intellettuale dei due protagonisti senza edulcorarli né trasformarli in eroi da pantheon. Drieu, il dandy tormentato, l’agnostico affascinato dal sacro e dal nichilismo, il reduce della Grande Guerra sempre in cerca di una causa totale; Brasillach, il giovane prodigio, il critico cinematografico geniale, il poeta della giovinezza fascista, l’entusiasta capace di slanci lirici e di lucidità tragica. Saraceni li fa amici veri, legati da un sodalizio che le traversie della guerra e della sconfitta rinsaldano fino a renderlo incrollabile. Le pagine sono ricche di fascino e sensibilità, alcuni capitoli stupiscono e portano il lettore nella storia, come quelle pagine dedicate agli ultimi mesi di conflitto, con Drieu che sceglie la guerra, sono tra le più intense e virili dell’intero testo.
Lo iato tra Europa sconfitta e America vincente
Ma è nel passaggio in America che il romanzo dispiega tutta la sua ambizione. Hollywood non è solo un luogo di salvezza materiale: diventa il palcoscenico paradossale in cui due europei “sconfitti” portano la loro cultura, il loro stile, la loro visione del mondo in un’industria che stava già plasmando l’immaginario globale del dopoguerra. L’autore descrive con finezza ironica e malinconica il confronto tra la vecchia Europa ferita e la nuova potenza americana, tra ideali che rifiutano di morire e il cinismo scintillante dello show-business. Senza mai scadere nella polemica facile, Saraceni mostra come sia possibile preservare l’essenza di una fede – quella nella grandezza dell’uomo europeo, nella bellezza, nella gerarchia dei valori – anche in mezzo al trionfo apparente del materialismo e della democrazia vittoriosa.
Il ritmo narrativo è serrato, la prosa elegante senza essere preziosa, capace di alternare scene d’azione, dialoghi brillanti e riflessioni di profondità. Si legge d’un fiato, come ha giustamente notato più di un recensore che mi ha fatto scoprire l’opera, ma lascia sedimentare domande che non si lasciano facilmente archiviare: cosa sarebbe successo se le migliori intelligenze della destra europea non fossero state fisicamente eliminate o ridotte al silenzio? Quale contributo avrebbero potuto dare alla cultura del secondo Novecento? E soprattutto: è davvero possibile uccidere un’idea con un plotone d’esecuzione o con un verdetto di tribunale?
L’autore
Sergio Saraceni, alla sua opera prima di questo genere, dimostra una maturità sorprendente nel maneggiare figure storiche di tale spessore, evitando sia l’agiografia sia la facile parodia. Il risultato è un omaggio commosso e virile a due autori che, come recita la quarta di copertina, «hanno infuocato la gioventù europea che rifiuta di arrendersi al declino». Un romanzo in cui l’immaginazione diventa davvero, come scrive l’autore, un atto politico e poetico insieme.
“Da Parigi ad Hollywood” è un libro necessario per chi non si accontenta della vulgata ufficiale, per chi crede che la letteratura debba ancora osare, per chi sente che la memoria dei vinti non è sinonimo di errore ma spesso di profezia. Una luce accesa nel cuore dell’inverno del secolo scorso che continua a interrogare il nostro presente.
Un’opera da leggere, da meditare e da far circolare. Il Centro Studi Cittadella e Saraceni hanno regalato al pubblico un piccolo grande gioiello di contro-storia letteraria.
Domenico Nucci
Il testo è disponibile su Amazon o contattando in privato l’autore