Il generale Sir Gwyn Jenkins, capo della Royal Navy britannica, ha annunciato che i suoi omologhi della Joint Expeditionary Taskforce, composta da 10 nazioni (Regno Unito, Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia, Islanda, Estonia, Lettonia, Lituania e Paesi Bassi), hanno concordato di creare “una famiglia di flotte alleate”. Ufficialmente nota come “Northern Navies Initiative” (NNI), l’iniziativa mira esplicitamente a contenere la Russia nell’Artico e nel Baltico. Ciò rappresenta l’evoluzione della politica britannica per l’Artico e il Baltico, illustrata la scorsa estate qui.
L’Estonia, situata all’estremità del Mar Baltico in prossimità di San Pietroburgo, è stata identificata come il perno orientale di questa strategia, mentre la Groenlandia ne è diventata il perno occidentale. L’inclusione della Groenlandia (per ora ancora danese), dell’Islanda e, naturalmente, del Regno Unito, consentirebbe ipoteticamente a questa “famiglia di flotte alleate” di monitorare il cosiddetto varco GIUK, ovvero la porta d’accesso della Russia all’Atlantico attraverso l’Artico. La Danimarca controlla anche gli Stretti del Baltico, quindi la NNI potrebbe potenzialmente bloccare la Russia, almeno in parte.
Come spiegato qui il mese scorso, tuttavia, qualsiasi blocco costituirebbe un atto di guerra che potrebbe indurre la Russia a considerare un’azione militare per autodifesa qualora i suoi avvertimenti non venissero ascoltati. Ciononostante, così come gli Stati Uniti hanno (a quanto pare in modo imperfetto) bloccato l’Iran, allo stesso modo si stanno preparando a bloccare la Cina nello Stretto di Malacca in futuro, attraverso la loro nuova partnership militare con l’Indonesia, e potrebbero quindi approvare che la NNI a guida britannica si prepari a bloccare la Russia nel varco GIUK e negli Stretti del Baltico.
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È impossibile prevedere con esattezza cosa accadrà, né tantomeno la precisa sequenza degli eventi che potrebbero susseguirsi, ma si possono condividere tre ulteriori spunti di riflessione sull’NNI a beneficio degli osservatori. Il primo è che la Polonia è ancora vistosamente assente dalla Joint Expeditionary Taskforce, la base su cui si fonda l’NNI, nonostante sia stata istituita alla fine del 2014. Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che la Polonia ha iniziato il suo più recente periodo di governo nazionalista-conservatore dopo la sconfitta dei globalisti liberali.
I nazionalisti-conservatori considerano gli Stati Uniti come il principale partner della Polonia, mentre i globalisti liberali privilegiano la Germania. Dalla fine del 2023, l’ex cittadino britannico con doppia cittadinanza Radek Sikorski è tornato a ricoprire la carica di Ministro degli Esteri polacco, eppure la Polonia non ha ancora aderito alla task force, nonostante i critici lo considerino un agente di influenza del Regno Unito. Ciò potrebbe essere dovuto alla scarsa attenzione riservata alla marina polacca, ma le nuove esercitazioni congiunte con la Svezia e la cooperazione tecnica con il Regno Unito aumentano le possibilità di una sua futura adesione.
Il secondo punto da sottolineare è che “la Marina russa ha dissuaso l’Estonia dall’abbordare la sua ‘flotta ombra’” scortando tali navi nel Golfo di Finlandia. Questa politica potrebbe, in teoria, essere estesa a un maggior numero di navi attraverso il Baltico e l’Artico, al fine di scoraggiare le incursioni della NATO. Infine, i porti russi sul Mar Nero, il Corridoio di Trasporto Nord-Sud attraverso l’Iran, un potenziale corridoio complementare attraverso l’Afghanistan e il Pakistan e Vladivostok rappresentano rotte alternative verso il mare.
Sebbene quest’ultimo punto implichi che un eventuale blocco navale della NATO contro la Russia nell’Artico e nel Baltico, sostenuto dagli Stati Uniti e guidato dal Regno Unito, sarebbe gestibile (a condizione che continui a essere garantito il libero passaggio delle navi tra San Pietroburgo e Kaliningrad), è improbabile che la Russia accetti tale imposizione e probabilmente si opporrebbe.
Di conseguenza, cresce il rischio di una guerra aperta tra NATO e Russia in mare, anziché sul fianco orientale della NATO nell’Europa centro-orientale, il che aggiunge un’ulteriore dinamica pericolosa alla Nuova Guerra Fredda.