Il referendum truffa del’46 e Aimone che rivendica la guida di Casa Savoia: verso il compimento della profezia di Padre Pio?
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Categorie: Notizie | Storia e Massoneria
12/04/2026
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di Cesare Sacchetti
Il contenzioso è entrato nel vivo, nel momento storico che, a detta di miopi osservatori sarebbe il più inaspettato.
Aimone di Savoia, membro del Casato dei Savoia d’Aosta, ha affermato pubblicamente che la guida del casato della famiglia reale non spetta a Emanuele Filiberto, appartenente invece al Ramo Carignano, ma a lui stesso.
Sui vari siti monarchici si tratta di una contesa studiata e discussa dai vari esperti delle discendenze reali, e, secondo diversi ricercatori, Emanuele Filiberto avrebbe perduto il diritto alla guida del casato in virtù della violazione della regola delle Regie Patenti, la quale impone dal 1780 ai membri della famiglia di avere il consenso del padre per contrarre matrimonio, prescrizione non osservata dal padre di Emanuele Filiberto, Vittorio Emanuele, già massone iscritto alla superloggia della P2, sottomessa all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia.
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Aimone di Savoia d’Aosta ed Emanuele Filiberto
Ci sono alcuni giornalisti come tale Maria Corbi del quotidiano La Stampa, passato dalle mani degli Elkann a quelle di una cordata di imprenditori del Nord-Est, che non hanno saputo fare di meglio che ridurre la contesa ad una sorta di capitolo di una Dinasty reale all’italiana, mentre in realtà, Aimone ha delle serie ragioni per chiedere i diritti di ascendenza nella guida dei Savoia, come si vedrà in seguito.
Le origini dei contrasti tra i Savoia e i Savoia d’Aosta: il caso Matteotti
E’ necessario però prima comprendere che le ruggini, per così dire, tra i due rami della famiglia sono molto più antiche di quello che si creda e sono da ricercarsi già ai tempi del fascismo, in particolare ai tempi del famigerato affare Matteotti.
Ancora oggi, i vari storici di estrazione liberale e progressista, semplicemente “antifascisti”, si prodigano per addossare la morte del deputato socialista a Benito Mussolini, il quale invece non aveva nessuna seria intenzione di uccidere Matteotti, soprattutto perché erano in corso dei tentativi di ricucire alcuni strappi che si erano consumati tra il Duce e i vecchi compagni del partito socialista, prima che Mussolini partorì una terza via politica, il cosiddetto socialismo nazionale, che sembra aver attinto molto dalla dottrina sociale della Chiesa, in particolar modo per ciò che riguarda la contemperamento dei rapporti economici.
Mussolini era sì contrariato dal discorso di Matteotti contro il fascismo, ma non era uno stolto, un impulsivo che si faceva trasportare da improvvisi moti d’ira; piuttosto era alquanto assennato nelle sue decisioni politiche e sapeva perfettamente che al fascismo la morte del deputato socialista avrebbe portato solo grane.
C’è un’altra matrice ben argomentata da un testimone d’eccezione, al di sopra di ogni sospetto, quale il figlio di Matteotti, Matteo, che rilasciò una dettagliata intervista nel 1985 alla rivista Storia Illustrata, dove passava in rassegna le varie fasi che precedettero il delitto.
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Al centro, Giacomo Matteotti
Matteo è lucido.
Riconosce che Mussolini non aveva un vero movente per fare un’azione così avventata, e si sofferma invece su uno “sporco affare di petrolio” che vedeva coinvolto l’allora re d’Italia, Vittorio Emanuele III, e i vertici della Sinclair Oil, una società petrolifera americana in stretti rapporti con i potentissimi Rockefeller e un’altra società petrolifera inglese, la Anglo-Iranian Oil Company, l’antenata di quella che diventerà in seguito la British Petroleum, colosso petrolifero nelle mani dei soliti Rothschild e Rockefeller.
Il figlio di Matteotti racconta di uno scenario scritto dal giornalista Giancarlo Fusco sulle colonne di Stampa Sera in un articolo del 2 gennaio 1978.
Il ruolo di Re Vittorio nell’assassinio di Matteotti
Secondo Fusco, ad essere dietro la morte dell’omicidio Matteotti ci sarebbe stato proprio Sua Maestà Re Vittorio, il quale era entrato a far parte dell’azionariato della Sinclair Oil, senza aver impegnato nessun capitale per farlo, e impegnandosi al tempo stesso a non far esplorare i vasti giacimenti libici, all’epoca ancora appartenenti all’Italia.
Fusco cita un testimone d’eccezione che avrebbe rivelato il ruolo del Re nell’affaire Matteotti, ovvero suo cugino Aimone di Savoia d’Aosta, nonno dell’attuale Aimone, il quale nel corso di un incontro con alcuni ufficiali tenutosi nel 1942 avrebbe informato i presenti che suo cugino era di fatto un traditore, un infedele che assistito dalla corona inglese si sarebbe adoperato per eliminare Matteotti.
Secondo Aimone, Matteotti aveva le prove di tale infedeltà del re.
Giacomo Matteotti era difatti oltre che un politico socialista di primo piano, un influente massone iscritto alla loggia britannica chiamata The Unicorn and the Lion.
Nel corso di uno dei suoi frequenti viaggi londinesi, il deputato sarebbe stato messo al corrente del ruolo del Re negli affari della Sinclair Oil, che aveva già ottenuto, come rileva Matteo Matteotti, attraverso un regio decreto del maggio 1924 il diritto a sfruttare una serie di giacimenti petroliferi in Italia, concessione rimossa da una commissione governativa del governo Mussolini alla fine dello stesso anno.
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Vittorio Emanuele III
Agli atti ci sarebbero almeno due scritture private.
Nella prima, si documenta l’ingresso nel 1921 di Re Vittorio nella Sinclair Oil, e nella seconda il citato impegno di “scoraggiare” le trivellazioni libiche, nel timore di Londra che l’Italia acquisisse giacimenti troppo vasti e divenisse così una potenza petrolifera a tutti gli effetti.
Suscita della riflessioni il fatto che Aimone facesse una confidenza simile ad un gruppo di ufficiali, una circostanza che dimostra come l’altro ramo della famiglia non gradisse affatto gli intrallazzi del re con la corona inglese, e il suo più che probabile ruolo nell’assassinio di un uomo come il socialista Matteotti, che aveva a disposizione tutte le prove per creare un enorme scandalo sulla corona.
Il golpe contro Mussolini e la fine della monarchia
C’è nel Ramo Carignano un problema che può definirsi di natura chiaramente massonica, se si considera che già Vittorio Emanuele II, il primo Re d’Italia, secondo il missionario cattolico, padre Dillon, risultava iscritto alla massoneria, così come risulta che lo fosse suo nipote Vittorio Emanuele III, protettore della paramassoneria del Rotary, fino ad arrivare a Vittorio Emanuele, figlio di Umberto II e piduista, già coinvolto in diverse attività criminali.
Nel Ramo di Vittorio Emanuele c’è anche la spiegazione della caduta del fascismo, decretata quell’infausto giorno del 25 luglio 1943, quando il sovrano, senza averne l’autorità dispose l’arresto del legittimo presidente del Consiglio, Benito Mussolini, deposto attraverso un vero e proprio colpo di Stato per essere sostituito con il maresciallo Badoglio che fece firmare l’armistizio di Cassibile il 3 settembre del 1943 al generale Castellani, il quale non sapeva nemmeno quello che stava firmando, vista la sua ignoranza della lingua inglese.
Re Vittorio ha creato le condizioni per la fine della sovranità in Italia, poiché in quello istante l’Italia perdeva lo status di nazione e assumeva quello di protettorato angloamericano, sottoposto anche ad occupazione militare.
Aimone forse non aveva mai gradito quella vicinanza del suo reale cugino alla corona inglese, e forse, ugualmente, non aveva gradito le disastrose conseguenze del golpe del 1943 decretato da Vittorio Emanuele III.
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Aimone di Savoia d’Aosta (1900-1948)
Nei suoi diari, il principe manifestava stima per il Duce, gli riconosceva importanti meriti per aver fatto diventare l’Italia una potenza di tutto rispetto sul palcoscenico europeo, non più relegata allo status di Paese di seconda classe nelle mani dell’impero britannico, quale era stato durante il periodo dell’Italia liberale, sommamente corrotta, come testimonia, tra gli altri, lo scandalo della Banca Romana del 1892, dove i vari politici iscritti alla massoneria stampavano i soldi e se li prestavano da sé.
Aimone aveva però una perplessità.
Da uomo delle forze armate qual era, nutriva, giustamente, fortissime perplessità sull’ingresso dell’Italia in guerra, e aveva esposto al Duce le sue riserve su tale decisione.
Non sapeva probabilmente il principe che Mussolini stava conducendo un gioco più sottile, che lo vedeva impegnato ad un ingresso “controllato” o “dimostrativo” in guerra al fianco della Germania dopo aver preso accordi con il primo ministro massone inglese, Winston Churchill, il quale non esitò un istante a rimangiarsi tutto e a decidere l’assassinio di Mussolini, che poteva distruggerlo attraverso il famoso carteggio, sul cui contenuto ci sono molteplici affidabili testimonianze.
Se da parte di Mussolini ci fu un errore, fu quello di stringere un patto con un politico senza scrupoli come Churchill, ma il Duce sembra che ad un certo punto temesse anche un’invasione dell’Italia da parte della Germania Nazista di Hitler, personaggio mai realmente stimato da Mussolini.
Il referendum truffa del 1946
Vittorio Emanuele III aveva comunque messo in moto un meccanismo che oltre a portare alla fine della sovranità, portò anche alla rovina della sua famiglia poiché il 2 giugno del 1946 arrivò il referendum che mise fine alla monarchia in Italia.
Aimone, figlio di Amedeo e nipote del nonno Aimone, lo definisce con un eufemismo “controverso”, poiché in realtà si è trattato di quella che a tutti gli effetti si può definire come una massiccia frode elettorale.
Ancor prima di entrare nel merito della questione delle schede elettorali, c’è da rilevare che furono esclusi dal voto gli abitanti del Friuli Venezia Giulia e di Belluno, quasi tre milioni di persone, in una zona sottoposta ad occupazione alleata e jugoslava, alla quale fu promesso che si sarebbe votato in un secondo momento, mentre i residenti di quelle province mai poterono esprimersi sul referendum, e risulta che fossero molto inclini alla monarchia.
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Le zone escluse dal referendum del 1946
I vari esperti di diritto pubblico hanno più che ragione a sostenere che quel referendum è nullo per il solo fatto che molti cittadini italiani siano stati esclusi dalla consultazione, senza dimenticare che nelle altre regioni del Centro-Nord non si poteva nemmeno fare campagna elettorale, poiché arrivavano le varie squadracce rosse e gli ausiliari rossi della Polizia che non solo non esitavano a picchiare i manifestanti, ma in varie occasioni, come a Napoli, si resero protagonisti di veri e propri massacri contro giovani partenopei a favore della monarchia, tra i quali quelli avvenuti tra il 6 e il 8 giugno del 1946.
Il 2 giugno del 1946, si assiste poi alla fiera delle frodi.
Secondo i primi rapporti dei Carabinieri reali trasmessi a Papa Pio XII, la monarchia stava vincendo, fino a quando la situazione improvvisamente si ribalta.
Nelle urne, piovono, è proprio il caso di dire, moltissime schede a favore della repubblica tanto che i voti iniziano ad essere superiori ai votanti, una anomalia statistica che rilevava chiaramente il broglio.
I ricorsi iniziano ad essere trasmessi alla Corte di Cassazione a migliaia, ma il “buon” De Gasperi, presidente del Consiglio, non aspetta nemmeno che la Supreme Corte si pronunci e trasferisce a sé i poteri di capo dello Stato provvisorio prima di passare le consegne al futuro primo presidente della Repubblica, Enrico De Nicola.
La repubblica nasce così, nell’inganno e nella frode, e in quelle migliaia di schede elettorali truccate a favore della repubblica viste dal brigadiere dei Carabinieri, Tommaso Beltotto, che firmò una dettagliata relazione su quella montagna di schede alterate rinvenute negli scantinati del Viminale.
Viene da sorridere amaramente a pensare che nei libri di storia tale fase viene definita come quella della “libertà” dopo la caduta del “regime” del fascismo, poiché in essa di libero non c’è stato nulla, se non le imposizioni degli occupanti anglo-americani che disponevano del protettorato coloniale e decidevano quale forma di Stato dovesse avere la repubblica di Cassibile.
Aimone, Padre Pio e il ritorno della monarchia in Italia
La sovranità era stata già uccisa il 3 settembre del 1943 sotto quella tenda, ma è piuttosto significativo che Aimone riprenda proprio ora sia la questione del referendum sia quella della guida del casato dei Savoia.
Aimone ha vissuto per anni in Russia, Paese nel quale è stato dagli anni’90 in poi un dirigente di successo della Pirelli, e ha fatto ritorno in Italia nel 2023, trasferendosi a Milano.
Secondo San Pio da Pietrelcina, nella sua parabola c’è forse il destino del prossimo futuro per l’Italia.
Sul finire degli anni’30, il Santo ebbe un colloquio con la principessa Maria José, alla quale non solo annunciò la fine prossima della monarchia, ma profetizzò anche il suo ritorno.
San Pio disse alla consorte di Umberto II che “un virgulto sarebbe sbocciato ridando onore e forza alla famiglia riottenendole il regno.”
Successivamente, il frate cappuccino si espresse ancora sul futuro monarchico del Paese quando disse che “un diverso ramo di Casa Savoia, restaurerà la Monarchia in Italia, e riporterà Casa Savoia alle antiche glorie e agli antichi splendori“.
Padre Pio incontrò Aimone quando questi era ancora un bambino, ma il Santo quando lo vide disse che innanzi a quel bimbo “vi era un futuro di onore e regalità”.
A San Giovanni Rotondo, ancora oggi c’è un bassorilievo realizzato su disposizione dello stesso San Pio, nel quale si vedono Padre Pio e la Sacra Famiglia assieme a un giovane che indossa il collare della Santissima Annunziata, una onorificenza che Aimone riceverà nel 1982.

Il bassorilievo che raffigura padre Pio, la Sacra Famiglia e il giovane con il collare della Santissima Annunziata
Sembra che padre Pio abbia voluto lasciare lì scolpito a testimonianza di tutti il futuro che attende l’Italia.
Si torna quindi al quesito che ci si era posti al principio.
Perché mai Aimone torna in Italia dopo tanti anni e perché solleva proprio ora la questione sulla conduzione del casato?
Secondo La Stampa, si tratta di mere beghe famigliari poiché nel futuro dell’Italia, a detta del quotidiano, non c’è di certo la monarchia, ma cosa mai ci si può aspettare da un quotidiano che si sta flagellando ogni giorno perché l’ordine del 1945, quello appunto che consegnò l’Italia agli anglo-americani, sta andando in pezzi?
Ultimo giro di valzer per la repubblica di Cassibile?
Se si guarda onestamente alla stato della repubblica di Cassibile, difficilmente non si può dire che il suo stato è quello di un malato terminale, completamente anemica, priva di consensi popolari, dominata da consorterie massoniche e invasa dal puzzo della corruzione presente in ogni partito.
Gli equilibri del passato sono soltanto un lontano ricordo.
Sparita ogni parvenza di classe politica dopo l’infausto golpe giudiziario del 1992 voluto dagli ambienti dello stato profondo americano, ora sul palcoscenico non ci sono più politici, ma solo mediocri comparse disposte a tutto pur di compiacere i detentori del potere, lontani dai confini nazionali, chiusi nelle stanze del palazzo Berlaymont a Bruxelles o negli uffici della City di Londra.
Il consenso elettorale è ormai poco più che un miraggio.
C’è una vera e propria corsa all’astensionismo.
Gli elettori, compreso che i vari partiti eseguono le stesse direttive per conto di varie organizzazioni sovranazionali, si sono consegnati al non voto, consapevoli che l’esercizio è ormai pratica futile fino a quando non ci sarà qualcosa di realmente anti-sistemico da votare.
A Washington inoltre sono spariti i vecchi protettori, i garanti di Cassibile, sostituiti da un presidente come Trump che ha messo al centro della sua agenda solo e soltanto l’interesse nazionale, disinteressato al ruolo di custode dell’impero americano e della ormai defunta governance globale.
Ci sono molti segnali che la storia della repubblica di Cassibile sia al suo epilogo.
Aimone forse già li ha colti.
Aimone forse pensa a quel bassorilievo voluto da San Pio che lo ritrae e pensa al futuro dell’Italia.
Le parole di San Pio non sono mai state così attuali come lo sono oggi.
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Ciao Cesare.Aimone è ancora ambasciatore del sovrano militare ordine di Malta in Russia ? È un ordine massonico?
Salve Massimo, non so se ancora ricopre quell’incarico perché ha lasciato la Russia. Lo SMOM non ha origini massoniche. E’ ordine religiose che dipende dalla Santa Sede.
Peter Tompkins, ex agente OSS a Roma durante l’occupazione tedesca post 8 settembre, nel suo libro “Dalle carte segrete del duce” scrive diffusamente delle promesse di Churchill a Mussolini e di come l’esecuzione di Mussolini sia stata opera di un maggiore dei servizi segreti militari britannici, mandato a Giulino di Mezzegra per recuperare il famigerato carteggio tra i due (i partigiani furono solo gli interpreti della farsa della fucilazione davanti alla villa). E scrive anche dell’omicidio di Matteotti lasciando intendere che chi lo commise non lo fece su ordine esplicito del Duce ma per una sorta di “eccesso di zelo” eterodiretto… Però riguardo “l’affaire Sinclair Oil e altri” coinvolge anche Mussolini, destinatario al pari del re di tangenti, occultate nelle solite banche svizzere (oltre a rivelare che tra i termini della corruzione vi era anche la concessione in esclusiva delle trivellazioni in val d’Agri per 99 anni e l’impegno che l’Italia non avrebbe cercato petrolio per conto suo). E qualcosa di molto simile scrivono anche Fasanella e Cereghino ne “Il golpe inglese”, attribuendo la condanna a morte di Matteotti agli ambienti massonici inglesi dai quali aveva ottenuto le prove della corruzione. Sia loro che Tompkins hanno avuto accesso ai documenti desecretati in possesso degli inglesi, Tompkins anche di quelli americani. Dove sta la verità?
Fasanella, operativo del PCI, sono anni che ripete il depistaggio di Mussolini gestito dagli inglesi. È stato sbugiardato in tutte le salse. Falsa anche la storia delle tangenti a Mussolini che decise invece di togliere ogni concessione alla Sinclair