Stefano Fontana è un filosofo cattolico. E’ personalità di grande equilibrio, pur nella
nettezza delle posizioni. E’ perciò con grande interesse che abbiamo letto un suo intervento
sul seguito medium digitale La Nuova Bussola Quotidiana. Il titolo è un pugno nello
stomaco per le anime belle adoratrici della democrazia quantitativa. “No, il popolo non ha
sempre ragione.” Scritto sull’onda del referendum sulla giustizia, forse con una punta di
fastidio per il risultato, la breve, incisiva riflessione pone una questione fondamentale.
Bisogna sempre accettare il parere della maggioranza, ossia riconoscere valore assoluto al “
senno dei più” ? Il no di Fontana è chiaro, al di là del caso specifico.
Musica per chi, come chi scrive, non ha mai accettato il regno della quantità. La forma
assunta dalla democrazia moderna- in realtà plutocrazia, dominio del denaro- è quella di
un sistema che ha trasformato lo strumento in fine. Il metodo democratico basato sul voto
è un mezzo per selezionare la classe dirigente e conoscere le opinioni popolari. Non è un
fine in sé, tanto è vero che il principio democratico è costantemente derogato, se non irriso,
allorché si tratta di decisioni davvero importanti, dalla guerra agli assetti economici e
finanziari sino alle alleanze internazionali. Prudentemente, nessuno ci ha mai consultato
su questioni tributarie, di politica estera, né chiesto il consenso per i trattati stipulati e il
finanziamento delle guerre. Sono gli “arcana imperii”, i misteri e la riservatezza delle
decisioni che contano davvero, assunte da pochissimi.
A poco vale il lavoro di Habermas teso a creare le condizioni culturali per un consenso o
dissenso ragionato, o, per citare Fontana stesso, “a tracciare le linee della democrazia come
dibattito pubblico razionale aperto a tutti. Ma non teneva conto che l’uomo moderno
spesso nello spazio pubblico non ragiona. Qui sta tutta la debolezza della democrazia
moderna che anche i fasti di questo ultimo referendum hanno confermato.” Gustave Le
Bon mostrò l’irrazionalità delle masse, la facilità con cui abili demagoghi o situazioni non
comprese nella loro complessità producono scelte infauste. L’aggravante contemporanea è
la potenza dei mezzi a disposizione di chi detiene il potere ( economico, tecnologico,
mediatico, culturale) per convincere, anzi determinare, la maggioranza. Nel secolo XX
filosofi come Bertrand Russell, specialisti della propaganda come Edward Bernays, esperti
di comunicazione come Walter Lippman , lo hanno mostrato con cinica chiarezza. Perfino
Norberto Bobbio arrivò alla conclusione che la democrazia nella forma mediata che
conosciamo è una procedura – secondo lui, buona- per scegliere chi deterrà il potere pro
tempore, non un principio assoluto.
Vi è un’ obiezione ulteriore: quale potere reale è oggi nelle mani dei rappresentanti
politici? Al di là delle elezioni, che privilegiano sempre più gli schieramenti centrali,
contigui alle forze economiche e finanziarie, poco resta da decidere. Si chiami governance,
pilota automatico o in altra maniera, le leve del potere non sono più nelle mani dei governi,
ossia, se crediamo al principio democratico, degli elettori. Questa constatazione destituisce
il significato concreto del voto senza tuttavia modificare il quesito originario, ossia se il
popolo abbia sempre ragione. La nostra risposta è che non ce l’ha. E non solo per le
influenze esterne e per l’incapacità di conoscere la vera posta in palio delle scelte che è
chiamato a fare. Realisticamente Fontana , dopo aver affermato che “ spesso i cittadini
agiscono per suggestione o per emozione, ossia senza cervello”, ammette che la democrazia
moderna “ha bisogno di credere nel popolo, inteso come espressivo di una Ragione
politica, di una Volontà Generale e che, quando si pronuncia, dice sempre la verità. Il
popolo diventa così una Persona Civitatis, una costruzione artificiale con la dote
dell’infallibilità.” Sta qui la difficoltà di fornire una soluzione alternativa. Da semplice
osservatore, chi scrive è convinto che la voce del popolo vada sempre ascoltata, quanto
meno perché è la modalità meno distante dal bene comune, fine del buon governo. Altro è
immaginare che il principio “un uomo, un voto” sia il mezzo più efficace. Gran parte di noi
si esprime per interesse immediato, per antipatia o simpatia preconcetta, perché spinto da
soggetti di cui si fida e soprattutto da idee, suggestioni provenienti dall’esterno, da chi ha
interesse, capacità, mezzi per orientare, controllare, infine dominare l’opinione pubblica.
Il limite del populismo ideologico è di credere “ che il popolo sia un unico individuo che
ragiona con una sola testa. Invece, parafrasando Gramsci, il popolo pensa con mille
cervelli. “ La saggezza popolare asseriva che la voce del popolo è voce di Dio. In tempi di
ateismo pratico, la domanda è piuttosto se esista una voce del popolo e in quali forme si
esprima. In tempi di positivismo giuridico- cioè di relativismo morale – diventa legale non
ciò che è giusto , ma quello che considera tale una maggioranza costituita secondo regole
date, indipendenti dalle categorie di giustizia o legittimità . Assai opportuna è la citazione
di Carl Schmitt , maestro del realismo politico: “la maggioranza non commetterà mai
ingiustizia, ma trasformerà ogni sua azione in diritto e legalità.” Ovvero la giustizia finisce
per coincidere con il potere. In assenza di principi condivisi nella comunità, la voce del
popolo è l’urlo momentaneo della minoranza meglio organizzata . Lo sapeva Gaetano
Mosca con la teoria delle classi politiche e lo intuì papa Leone XIII “quando parlava
nella Immortale Dei della moltitudine arbitra e moderatrice di se stessa.” (S. Fontana) .
Impossibile, senza un ubi consistam che si possa definire voce del popolo.
Potremmo continuare chiedendoci se esiste oggi un popolo, o se siamo circondati da
segmenti di società l’un contro l’altro armati, tesi a difendere le rispettive peculiarità e
interessi, strumentalizzati dai poteri forti ( non elettivi) per scopi che non capiscono e
neppure immaginano. A dare sempre retta alle transitorie maggioranze, dovremmo
credere che è cosa buona e giusta, secondo il pendolo degli umori, inserire l’aborto nelle
costituzioni o definirlo omicidio premeditato, applicare la pena di morte o punire i reati a
seconda di chi lo commette. Ha ragione Fontana a ricordare che “ il popolo, nella versione
moderna come massa di individui, è anarchico nelle sue decisioni e la sua volontà è una
costruzione artificiale dietro la quale non esiste nessun soggetto unitario dotato di
ragione.”
Tanto più che la supposta saggezza popolare, quando è affidata a meccanismi elettorali , è
in realtà la scelta transitoria di una palude fluttuante di indecisi, gli incerti senza volto che
cambiano facilmente opinione poiché una convinzione non ce l’hanno e “mutan d’accento e
di pensier”. Facile transitur ad plures, scrisse Seneca: è facile passare alla maggioranza,
per interesse, convenienza, per la pressione di chi possiede i mezzi di comunicazione e
detta la narrativa dominante. Il mezzo è il messaggio; i media non sono semplici veicoli di
contenuti, ma forze trasformative che plasmano la cultura e la società. Sono la fabbrica
delle idee dominanti e delle maggioranze cangianti secondo gli interessi di chi li possiede.
L’esempio è il primo referendum della storia. Pilato offrì alla folla di liberare Gesù o il
ladrone Barabba. Fu scelto il secondo. Il popolo aveva torto, ma furono davvero gli abitanti
di Gerusalemme a decidere o piuttosto i sacerdoti, il sinedrio e i capi dei giudei che
avevano aizzato la gente contro Gesù ?
Il verdetto popolare basato su maggioranze numeriche manipolabili non dice nulla su ciò
che è giusto o sbagliato. Pure, la voce e l’umore popolare sono importanti. Per questo la
saggezza del passato aveva creato una vasta rete di corpi intermedi per esprimere valori,
difendere interessi, portare istanze della comunità. Che era tale perché possedeva un
sufficiente grado di coesione, un’ unità, un certo idem sentire rispetto al bene comune. Un
principio che non si può tradurre in percentuali e nella logica incapacitante di maggioranze
che durano un attimo, eterodirette, incapaci di conoscere il merito dei problemi. E’ stato il
liberalismo, lievito della rivoluzione francese, a inventare la figura del cittadino astratto,
senza intermediari tra se stesso e il potere, la conoscenza, la dimensione pubblica,
proibendo tutte le associazioni, le corporazioni e i corpi intermedi. No, il popolo non ha
sempre ragione e l’ opinione della maggioranza non è il criterio universale del giusto e del
vero. Un’ultima osservazione, tra il serio e il faceto: chi credesse davvero nella virtù
maggioritaria, dovrebbe riconoscere di avere torto quando si trova in minoranza !