Pesanti combattimenti armeni-azeri. Una scintilla su materiale incendiario.

Pesanti combattimenti sono avvenuti  nel pomeriggio del 12 luglio, e durati nella notte del 13,  tra l’esercito armeno e quello azero. “Per motivi a noi ignoti, una jeep azera ha cercato di attraversare il confine di stato armeno nell’area di Tovuz, la provincia dell’Armenia nord-orientale. Dopo un avvertimento dalla parte armena, i soldati nemici lasciarono il veicolo e tornarono nella loro posizione. Poco più di un’ora dopo, i soldati azeri con il fuoco di artiglieria hanno cercato di conquistare il nostro avamposto. Tuttavia, sono stati respinti e hanno avuto vittime. Non ci sono state vittime dalla parte armena ”:  questa la  versione della portavoce militare armena Shushan Stepanyan sulla sua pagina Facebook .

L’agenzia di stampa azera Trend News Agency:  “Da mezzogiorno del 12 luglio unità delle forze armate armene, che avevano gravemente violato il cessate il fuoco al confine tra l’Azerbaigian e l’Armenia (regione dell’Azerbaigian Tovuz), hanno lanciato un fuoco di artiglieria sulle posizioni azere. La risposta armata dell’Azerbaigian ha costretto gli armeni armati a ritirarsi. Nella notte tra il 12 e il 13 luglio, sono continuate le tensioni sul confine azero-armeno verso Tovuz. Nelle battaglie notturne con artiglieria, mortai e carri armati, i dipartimenti militari azeri hanno distrutto la fortezza, le attrezzature di artiglieria e le attrezzature automobilistiche dell’unità militare armena. Il tenente dell’esercito azero Rashid Mahmudov è stato ucciso durante i combattimenti. ” Il Ministero della Difesa dell’Azerbaigian: “La parte armena nasconde informazioni sulle sue perdite”.

Secondo il sito russo Avia.pro, la forza azera ha subito  una “devastante” sconfitta.

La riapertura della vecchia piaga – il conflitto tra i due paesi del Caucaso meridionale iniziò nel 1988 quando l’Armenia avanzò rivendicazioni territoriali contro l’Azerbaigian. A seguito della guerra che seguì, le forze armene occuparono il 20 percento dell’Azerbaigian, compresa la regione del Nagorno-Karabakh e sette distretti circostanti  –  cade  nel momento dove Erdogan è  parossisticamente, impulsivamente  impegnato a realizzare con le armi il suo cosiddetto progetto neo-ottomano,  che la porta in rotta di collisione con  la Russia  e l’Egitto.

Come ricorda  Strategika51, “La Turchia sta costruendo una grande base militare in Qatar (oltre 5.000 uomini), consolidando le sue posizioni in Tripolitania e nella Libia centrale, installando postazioni militari avanzate in Iraq e rafforzando il suo protettorato nella provincia siriana di Idleb .  Svolge un ruolo strategico sempre più importante nel Levante (Siria), nel Medio Oriente (Iraq), nella penisola arabica (alleanza strategica con il Qatar), nel Mediterraneo (Cipro), nel Nord Africa (Libia) e nel Corno d’Africa (Gibuti e Somalia).

Ankara intende inoltre monopolizzare i bacini del Mediterraneo orientale ricchi di gas e aggiornare i suoi piani per invadere la Grecia (dal 1953). Si scontra nel suo desiderio di potere con Russia, Francia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto.

Né  la NATo né la UE possono frenarlo in questo espansionismo virulento: “La Turchia ha usato la NATO non solo  come strumento per modernizzare le sue capacità difensive che per far avanzare un’agenda tipicamente turca..  Né  Erdogan  ha più bisogno dell’Unione europea   datp che sottopone i suoi membri principali al ricatto dei profughi  che assai  redditizio in termini finanziari;  la Turchia non è più interessata ad aderire a un’Unione che considera   in stato di  morte clinica.

Ecco perché “Erdogan gioca con gli  alleati e coi  nemici senza  bisogno di coerenza poiché persegue la sua propria agenda. Da qui il suo riavvicinamento che è nello stesso tempo sfida verso la Russia di Vladimir Putin e il suo atteggiamento ambivalente nei confronti dell’Iran”.

E’chiaro che qui ci sono gli ingredienti di un ampliamento incontrollabile del conflitto. La provocazione di rendere di nuovo Santa Sofia un moschea, ha  trasmesso come una corrente elettrica  psichica nell’est  europeo,  anche non ortodosso,  dalla Croazia alla Ungheria, alla Polonia ai Balcani, che  hanno lottato o subito per secoli l’incubo  ottomano.

https://twitter.com/BasedHungary/status/1282338289668820993

Georgia minaccia Russia.

Come per contagio psichico (o forse su suggerimento internazionale)  anche la Georgia s’è messa a minacciare Mosca di azioni belliche. Il  suo ministro degli esteri ha rilasciato  una dichiarazione di fuoco per “ il ferimento e la detenzione di un cittadino georgiano da parte delle” forze di occupazione russe;  è una grave violazione dell’accordo di cessate il fuoco firmato il 12 agosto 2008 con la mediazione dell’Unione europea. ” Le fonti russe ritengono che la Georgia stia cercando di mobilitare la NATO (dove gli è stato promesso di entrare) a suo favore, e crearsi benemerenze presso  gli Stati Uniti

Ovviamente,  questa  elettricità  ha  raggiunto  il parossismo in Grecia. Eva Kaili, eurodeputata ellenica,  chiede  alla UE “sanzioni per il disprezzo della comunità internazionale e  lo spregio di ogni elemento cristiano”  che Erdogan”  (ovviamente invano,  c’è Merkel al comando). Le fonti militari elleniche segnalano  che la Turchia ha rinunciato all’ultimo momento  a “simulare” una esercitazione che prevedeva  vasto attacco aereo su Sirte (il porto tenuto da Haftar, che blocca la vendita del greggio di Al Sarraj) dopo che  l’informazione è trapelata,e  Il Cairo ha risposto con una esercitazione simile su larga scala.  Per  i greci, Erdogan intendeva superare “la linea rossa” posta da Al Sissi, dopo   il quale l’Egitto sarebbe entrato in conflitto diretto in Libia a sostegno di Haftar; il che non è nemmeno incredibile, dato il carattere del personaggio.

Naturalmente ci si può chiedere se Erdogan abbia la forza  politica e militare per le sue ambizioni, con le sue forze armate super-estese fra Siria e Irak, Libia e Cipro , Catar e Gibuti.

I greci denunciano che domenica “sei pescherecci turchi sono stati avvistati nelle acque territoriali greche, a 2-3 miglia nautiche dalla costa di Mikonos e Paros”.

Sembra dunque avvicinarsi lo scenario “visto”  da padre Paisios.

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