No all’Italia nella Via della Seta? Ma sono stati gli USA ad aprirla…

                                                               di Roberto PECCHIOLI

Forse l’Italia ha battuto un colpo. La visita a Roma del presidente cinese Xi Jinping, la sottoscrizione di accordi commerciali e memorandum d’intesa relativi alla presenza italiana nel gigantesco progetto della Via della Seta, contano molto di più delle sterili polemiche provinciali su futili questioni. Parliamo spesso di sovranità: ebbene, gli accordi bilaterali con il colosso asiatico sono un concreto esercizio di sovranità. Si incaricherà il tempo di stabilire se il vizio italico di cercare padroni stranieri ci consegnerà agli interessi cinesi, o se, al contrario, in questi giorni stia muovendo i primi passi un’era nuova. Affermiamo da anni che l’Italia ha la necessità di smarcarsi dalla tutela americana e dalla tenaglia franco tedesca. Con tutta la prudenza del caso, forse il momento è giunto, quantomeno si apre uno spiraglio per un futuro diverso da quello degli ultimi, devastanti trent’anni.

Le analisi geopolitiche ci accompagneranno nei prossimi mesi; lasciamo le polemiche e i distinguo ai tanti dottor Sottile che popolano il Bel Paese, e partiamo da una constatazione da uomini della strada. A giudicare dalla reazioni stizzite dei nostri amiconi europei, il governo e il presidente Mattarella, per una volta in prima linea nella promozione dell’interesse nazionale, hanno centrato il bersaglio. Juncker ha ricordato che la Cina è un partner, ma anche un concorrente e un rivale. Parole sagge se non provenissero da un’istituzione, l’UE, in prima linea per ammettere la Cina nel Wto, servire gli interessi americani e quelli delle cupole finanziarie, tecnologiche e industriali transnazionali.

Piccato, il francese Macron ha organizzato un controvertice con la Merkel e le gerarchie europoidi. Buon segno, evidentemente Roma esiste, le sue iniziative preoccupano i nostri alleati-padroni.

A Washington il silenzio ufficiale nasconde certamente manovre politiche, economiche e finanziarie sventare le quali non sarà facile. C’è già chi parla di tentativi sotterranei di allontanare i ministri sgraditi al good fellow a stelle e strisce, mentre conosciamo assai bene la propensione di ampia parte della classe dirigente italiana – politica, imprenditoriale, mediatica – al più rivoltante servilismo atlantico.

Cerchiamo allora di capire in che cosa consista il grande progetto cinese e in che misura può cambiare in meglio il futuro della nostra Patria.

La premessa storica è che la Cina ha rivestito un ruolo primario nella geopolitica planetaria per quasi due millenni, perdendo posizioni negli ultimi cinquecento anni caratterizzati dall’egemonia delle potenze europee, Gran Bretagna, Spagna, Francia. Prima del viaggio di Colombo, l’impero del Dragone armò una potente flotta di navi grandi il doppio di quelle europee per esplorare l’Africa orientale. Rientrarono in patria senza fondare colonie, riferendo all’imperatore che su quelle coste non vi era nulla che valesse la pena di recare in Cina. Sappiamo del viaggio nel Catai di Marco Polo nel XIII secolo, della capacità dei veneziani di commerciare con il lontano Oriente e delle due guerre dell’oppio nell’Ottocento che opposero la dinastia Qing all’ Inghilterra imperiale, le cui armate erano al servizio della Compagnia delle Indie.

Quei tempi sono dietro le spalle, il nostro è e ancor più sarà il secolo cinese e asiatico. Una piccola nazione come la nostra può solo prenderne atto e cercare di trarne benefici. Il progetto chiamato Via della Seta per richiamare l’antica via carovaniera che attraversava l’Asia centrale sino all’Europa, è un enorme disegno geopolitico e infrastrutturale teso a collegare l’Asia, in particolare la Cina, con il resto del mondo attraverso corridoi che da Est vanno verso Ovest e Sud Ovest.

Tagliano fuori il continente americano e questo spiega il panico statunitense.

Chi è causa del suo mal, tuttavia, pianga se stesso, giacché la potenza cinese, esplosa in pochi decenni dopo le riforme di Deng Xsiao Ping, si è nutrita dell’errore storico di ammettere il Dragone nel Wto. La convinzione fallace degli scenaristi geopolitici fu che la Cina avrebbe costituito un ricco mercato per le merci e i know-how americani, e le importazioni sarebbero state prevalentemente di prodotti a bassa tecnologia, dai costi di produzione insostenibili in patria. Non è andata così, la tecnologia cinese si è rivelata di alta qualità anche nel campo informatico, con l’emergere di una superpotenza come Huawei, capofila nella nuovissima tecnologia della fibra 5G.

Nel settembre 2013 Xi Jinping ha lanciato il progetto Via della Seta, ufficialmente chiamato BRI (Belt and Road Initiative), costituito una banca dal capitale iniziale di 100 miliardi di dollari, la Banca Asiatica di Investimenti per Infrastrutture di cui la Cina è il maggior finanziatore, a cui partecipano l’India, la Russia e la stessa Italia, con una quota di circa il 2 per cento. Negli anni precedenti, le potenze emergenti asiatiche avevano predisposto strumenti tecnici finanziari per svincolarsi dall’area del dollaro, in particolare un sistema di pagamenti alternativi a Swift e un paniere di valute con cui regolare le transazioni.

Il mondo cambia con incredibile rapidità. L’ Italia, divenuta periferia di un impero calante, quello americano, costretta a sottostare a regole imposte da una potenza economica regionale, la Germania, che non ha peso militare ed è sottodimensionata per sfide globali, può ritrovare uno spazio proprio e fermare la discesa verso il sottosviluppo e la deindustrializzazione iniziata negli anni 90 del XX secolo. La Cina intende costruire un vasto sistema integrato di porti, aeroporti, ferrovie e strade, supportate da reti di telecomunicazione e distretti industriali, lungo ben sei grandi direttrici in tre continenti. Una di esse coinvolge direttamente l’Italia, in particolare il sistema portuale viario e ferroviario del Nord, ma avrà ricadute anche sull’Italia meridionale.  Ciò significa che le polemiche relative alle grandi opere rischiano davvero di farci perdere un’occasione storica e precipitarci nell’insignificanza.

In questi giorni, Trieste ha festeggiato i 300 anni del suo porto, geniale intuizione dell’Impero Asburgico che trasformò un piccolo centro costiero in grande emporio commerciale. Dopo un secolo di decadenza, coinciso con l’annessione all’Italia, la città giuliana sarà in grado di recuperare il ruolo perduto. Potrà far valere tra l’altro la grande area della Zona Franca Integrale, mentre la vicina Venezia riprenderà, anch’essa dopo una decadenza secolare, un posto da protagonista come polo marittimo e logistico, per secoli orgoglio della gloriosa Repubblica del leone di san Marco. Non sarà escluso il porto di Genova, sbocco naturale dell’area padana e svizzera, proteso a Ovest verso la Francia e l’Atlantico. Il principale terminal portuale ligure, Voltri, è in mani asiatiche (Singapore) e forti interessi cinesi riguardano anche lo scalo di Napoli. Un ‘immensa piattaforma portuale è in costruzione in Liguria, presso Savona, dal massimo gruppo armatoriale mondiale, la danese Maersk, capofila del trasporto via container in Cina.

E’ dunque di capitale importanza per l’Italia dotarsi di un piano infrastrutturale in grado di cogliere l’enorme respiro economico internazionale della Via della Seta. In particolare, dovranno essere potenziate le direttrici del Brennero, quella di Tarvisio, migliorati gli accessi verso il tunnel del Gottardo, il Sempione e, finalmente, completato il raddoppio ferroviario della linea costiera verso la Francia, in grado di avvicinare il grande porto di Marsiglia e le industrie avanzate della Francia sud orientale. In questo senso, ha un posto anche il TAV Torino Lione. Il progetto logistico delle cosiddette “autostrade del mare” potrà coinvolgere l’intero sistema portuale di un territorio caratterizzato da settemila chilometri di coste.

Per tutto questo, salutiamo con ottimismo i primi concreti accordi tra la Cina e l’Italia, non senza cautela per l’evidente diseguaglianza tra i contraenti e soprattutto, per il fuoco di sbarramento proveniente da importanti settori del potere italiano legati agli interessi euroatlantici. Preoccupa anche l’inadeguatezza delle nostre classi dirigenti, non solo politiche. Alla Cina andrà chiesto di non comportarsi come fanno gli Usa, ossia da padroni, e come le gerarchie europee, terminali di oligarchie interessate a rendere sempre più povera, marginale e sottomessa l’Italia. Sotto il profilo degli scambi commerciali, la Cina dovrebbe interrompere pratiche gravi e diffuse come la sottofatturazione, che permette di regolare in Cina parte delle transizioni sottraendo quote di PIL e entrate milionarie all’erario nazionale.

Peraltro, le norme europee, costruite per favorire gli interessi privati, disarmano tutti gli Stati dell’Unione nei confronti dei comportamenti illeciti dei grandi attori economici, come dimostra l’impossibilità di raggiungere un accordo intraeuropeo per una tassazione del 3 per cento (tre per cento!) a carico dei giganti tecnologici evasori ed elusori fiscali.

Comunque vada nei prossimi anni, qualunque sia il ruolo italiano, la Via della Seta cambierà il mondo, spostandone il baricentro verso Oriente. L’Italia deve sfruttare il suo ruolo naturale al centro del Mediterraneo, la sua storica capacità di interloquire con l’Est e il Sud del mondo, affermando il suo peculiare ruolo in un’Europa non più a trazione tedesca e telecomandata da Washington. L’occasione è decisiva; starà a noi non cambiare semplicemente livrea, o peggio, servire un padrone in più, come Arlecchino.

La storia, da settant’anni respinta dagli italiani come fastidiosa responsabilità, bussa un’altra volta alla nostra porta. Facciamo in modo che non sia l’ultima e l’Italia affronti la sfida pensando in grande, a lungo termine, ai propri interessi, da padroni in casa nostra aperti al mondo.

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