LA MONETA: VALORE CONVENZIONALE O CREDITIZIO? di Luigi Copertino

La moneta
Valore convenzionale o creditizio?
di Luigi Copertino

Marzo 2019

da www.theglobal.review

ABSTRACT

Giacinto Auriti ha insegnato che la moneta è innanzitutto una fattispecie giuridica fondata sulla “fiducia”. La riprova storica l’abbiamo avuta nella disputa tra John Maynard Keynes ed Harry White durante i lavori della Conferenza di Bretton Woods. Ma la domanda che si pone, posta la quale tutto il pensiero auritiano o cade o trova buoni argomenti storici per rispondere, è la seguente: perché mai devo fidarmi del prossimo? Chi mi garantisce che il prossimo stia ai patti e si comporti, nell’accettare i simboli monetari, come me? In altri termini chi è il Garante Ultimo della “previsione del comportamento altrui come condizione del proprio” ossia della “fonte del valore convenzionale monetario”? Esiste una rilevanza giuridica della convenzione monetaria che non è meramente orizzontale ma che necessita di una dimensione verticale, statuale. Le origini della monetazione sono sacrali e la sua più autentica dimensione è politica perché è sempre necessaria l’Autorità Politica quale garante della fiducia, del valore convenzionale monetario. Che è gradualmente emerso a partire dal riuscito esperimento della Banca d’Inghilterra, ma a scopi speculativi. Successivamente c’è stato un percorso storico di raddrizzamento con la subordinazione delle banche di emissione agli Stati. Ma a partire dagli anni ’80 del XX secolo il potere finanziario ha riconquistato una illegittima egemonia. Tra l’Autorità politica ed il potere finanziario da sempre sussiste un rapporto complesso e controverso nel quadro di un kosmos sovente tradito. C’è tuttavia ancora la possibilità, mediante un artificio contabile, di ristabilire il valore convenzionale della moneta ed emetterla senza il gravame del debito e degli interessi.

 

1. La moneta-convenzione
Un grande giurista, non adeguatamente apprezzato, Giacinto Auriti, ci ha insegnato che la moneta, prima di essere una fattispecie economica, è una fattispecie giuridica fondata sulla “fiducia” che, in quanto “valore indotto” ossia incorporato nel simbolo monetario, metallico o cartaceo poco importa, assurge addirittura a vero e proprio “bene immateriale” la cui proprietà deve essere attribuita ai cittadini, portatori del simbolo, e non al suo emittente, ovvero la Banca Centrale.

Quella di “valore indotto” è una categoria giuridica che trova il suo presupposto nella logica di base della filosofia del valore. Un coltello ha valore in previsione del tagliare. Un automobile ha valore in previsione del viaggiare. In altri termini, secondo Auriti, il valore è un rapporto tra fasi del tempo. Alla fase della previsione della finalità è strettamente connessa la fase utilitaria, strumentale. Anche per la moneta vale la stessa logica: è la previsione di poterla dare contro merce che fonda la sua utilità e, quindi, il suo valore. O meglio, che fonda l’induzione degli uomini alla fiducia nel simbolo, ossia ad incorporare valore nel simbolo monetario. In questo consiste il “potere d’acquisto” della moneta, del quale il “valore indotto” è l’altro nome o aspetto.

«… possiamo dire – ha scritto Auriti – che una penna ha valore perché prevediamo lo scrivere. Quindi il valore è il rapporto tra il momento della previsione ed il momento previsto. Anche la moneta ha valore perché ognuno è disposto a cambiare merce contro moneta perché prevede di poter dare a sua volta moneta contro merce. Quindi la previsione del comportamento altrui come condizione del proprio, è la fonte del “valore convenzionale monetario”. Ciò posto, ci si rende conto che anche l’oro ha valore di moneta, non perché sia oro, ma perché ci si è messi d’accordo che lo abbia» (1).

La riprova storica l’abbiamo avuta nella disputa tra John Maynard Keynes ed Harry White durante i lavori della Conferenza di Bretton Woods, nel 1944, dalla quale sarebbe nato il sistema monetario internazionale del dopoguerra. L’economista inglese, che aveva intuito l’inutilità della riserva aurea quale fonte del valore della moneta cartacea, auspicava l’introduzione di una moneta di conto universale, il “bancor”, del tutto sganciata dall’oro, il segretario di Stato americano insistette per rendere il dollaro americano, garantito dalle riserve auree di Fort Knox, la valuta sottostante a tutte le altre, sicché la garanzia aurea del dollaro si sarebbe estesa a tutto il sistema monetario internazionale sulla presunzione – scientificamente falsa – che il valore della moneta nominale sia determinato dalla copertura in oro. La disputa fu vinta dal White e così a Bretton Woods venne inaugurato il “gold exchange standard”,versione globale ed aggiornata del vecchio “gold standard”. Quest’ultimo era stato travolto dal grande crack del 1929 allorché molti Stati, posti di fronte alla necessità di politiche fiscali e monetarie espansive onde sostenere la domanda e riavviare l’economia, denunciarono il sistema all’epoca vigente per poter stampare moneta oltre i limiti delle riserve auree (2).

L’esito della riunione di Bretton Woods non poteva, in quel momento, essere diverso. Gli Stati Uniti, non l’Inghilterra, avevano vinto la guerra, sicché essi imposero un sistema monetario internazionale a garanzia del proprio imperialismo politico ed economico. Ma i conti con la “verità monetaria” furono soltanto rimandati. Alla fine degli anni sessanta il sistema inaugurato a Bretton

Woods entrò in crisi. Alla fine degli Accordi del 1944 contribuì, in modo determinante, la pretesa francese di convertire in oro l’enorme massa di riserve in dollari possedute dalla Banca di Francia. Una pretesa che deve essere letta nel quadro della politica “antiamericana” ed “autonomista” che Parigi perseguiva sin dai tempi di De Gaulle. L’esempio francese fu ben presto imitato anche da altri Paesi. La conversione, però, nei fatti era impossibile. A Fort Knox non c’era tanto oro da coprire l’intera massa di dollari con la quale gli Stati Uniti avevano inondato il mondo. Il 15 agosto 1971 il presidente americano Nixon, a Camp David, ufficializzò, in una storica dichiarazione, che il dollaro non sarebbe stato più convertibile in oro. Era la fine degli Accordi di Bretton Woods ma non fu il tracollo del dollaro. Il quale rimase la divisa preferita per gli scambi internazionali in quanto garantita dalla potenza politica degli Stati Uniti.

Dopo quella dichiarazione – ecco il punto! – la moneta cartacea, in senso più ampio, continuò tranquillamente a circolare su base fiduciaria. Venne, in tal modo, evidenziata la natura convenzionale della moneta. La moneta non è merce ma fiducia suggellata da un patto sociale.

«Le giustificazioni vere – scrive Auriti – per cui gli U.S.A. giunsero a questo passo basavano sull’ovvia considerazione che, essendo stati emessi sui mercati internazionali … (dollari) come moneta puramente convenzionale – cioè concepita senza riserva aurea (ossia in quantità superiore all’effettiva copertura aurea, NdA) – non c’era nessun motivo che il dollaro continuasse a rispettare questo vincolo di garanzia. La teoria monetaria intuita da Keynes nella progettazione del Bancor aveva trovato nei fatti la sua conferma storica. Ed ancor più questa intuizione doveva essere avvalorata dalle vicende che seguirono immediatamente la dichiarazione di Nixon. (…). Il fatto che il dollaro, all’apertura del mercato dei cambi, si svalutasse di minime percentuali rispetto alle altre monete, è la prova che il valore monetario è puramente convenzionale, mentre invece se fosse stato vero il principio che la moneta era da considerare come fede di deposito di oro o di altre riserve, il dollaro avrebbe dovuto perdere del tutto il suo valore. Ciò significa, in altri termini, che qualunque siano le alchimie ed i sofismi giuridico-politici con cui è giustificato il valore della moneta all’atto dell’emissione, rimane il fatto essenziale che la moneta trae valore dalla circostanza che sia accettata dalle collettività nazionali puramente e semplicemente come mezzo di pagamento e come unità di misura del valore dei bei reali. Gli U.S.A. avevano ottenuto per gradi il riconoscimento internazionale che la propria moneta, pur senza riserva, fosse da considerare “moneta di riserva”. Era la trasformazione ufficiale del Gold Exchange Standard in Dollar Standard» (3).

La riflessione di Auriti sulla natura della moneta è un caposaldo della filosofia sociale e della scienza giuridica ed economica. Tuttavia essa ha alcune lacune da colmare. La prima è la mancanza di un approccio che sia anche storico-religioso circa le origini della monetazione, che sono sacrali (4). La seconda consiste nella mancanza in Auriti, che era un gius-privatista, della giusta considerazione degli aspetti politici e gius-pubblicisti che sono, insieme alla fiducia popolare, alla radice del fenomeno monetario e senza dei quali la sola fiducia di chi accetta il simbolo monetario non varrebbe a sostenerne il valore indotto.

Mettere in evidenza queste lacune, e la necessità di colmarle con una visuale ad ampio raggio che sia di tipo anche antropologica, storica e filosofico-politica, è in talune occasioni costato allo scrivente le irate quanto banali invettive degli auritiani fideistici e “scolastici” (5).

Al di là dell’assenza in Auriti di qualsiasi cenno storico alle origini pre-mercantili della moneta – che, mettendone in evidenza la comparsa, per usi cultuali in forma di moneta votiva (6), e per uso di contabilità per gli ammassi, in una fase storica precedente l’economia di scambio, quindi precedente il mercato, avrebbero potuto portare sostegno alla sua tesi secondo la quale la moneta non è merce – la domanda di fondo, posta la quale tutto il pensiero auritiano o cade o trova buoni argomenti storici per rispondere, è la seguente: perché mai devo fidarmi del prossimo? Chi mi garantisce che il prossimo stia ai patti e si comporti, nell’accettare i simboli monetari, come me? In altri termini chi è il Garante Ultimo della “previsione del comportamento altrui come condizione del proprio” ossia della “fonte del valore convenzionale monetario”?

«Se la “Moneta moderna” – scrive l’economista Randall Wray – essenzialmente non è garantita da alcuna valuta estera [o da riserva aurea, NdA] … perché è accettata? Sembra un bel rompicapo. La tipica risposta data dai libri di testo è che accetterai la tua valuta nazionale perché sai che gli altri la accetteranno. In altre parole, essa è accettata da ognuno perché è accettata dagli altri. La spiegazione tipica risiede pertanto in un “regresso infinito”: John l’accetta perché pensa che Mary l’accetterà, e lei l’accetta perché pensa che probabilmente Walmart l’accetterà. Che ramo sottile al quale appendere la teoria monetaria! Personalmente sarei in imbarazzo a scrivere così nel mio libro di testo, o nel tentare di convincere uno studente scettico del fatto che l’unica cosa che garantisce la Moneta è la teoria monetaria del “più folle” o della “patata bollente”: accetto un biglietto da un Dollaro perché penso che lo potrò passare a qualche babbeo o qualche idiota. Ora, ciò è sicuramente vero per la valuta contraffatta: l’accetterei solo se mi aspettassi che potrei farla circolare furtivamente. Ma certamente non tenterò di convincere i lettori … di (questa) teoria …» (7).

Il problema che pone Randall Wray è cruciale per la concezione della moneta come “fiducia indotta” alla quale fa riferimento l’Auriti e che non pare il nostro giurista abbia mai preso in seria considerazione fornendo un’adeguata risposta. Né sembra lo abbiano mai fatto gli “auritiani scolastici”. Ma nascondere il problema non è l’atteggiamento giusto. In verità Auriti si è avvicinato ad una risposta ma l’ha lasciata allo stato embrionale per via, come si diceva, dell’assenza in lui di approcci extra-giuridici e pubblicistici. E’ pertanto necessario approfondirla. Soprattutto, come vedremo, dal punto di vista storico di cui difetta Auriti.

«Occorre precisare – scrive Auriti trattando della rilevanza giuridica della forma e della istituzionalità giuridica nella creazione del valore monetario – quali caratteristiche tecniche assuma il procedimento di emissione nella creazione del valore monetario, ed in particolare l’enorme rilevanza della istituzionalità giuridica (cosiddetto “corso legale”) e la conseguente manifestazione formale mediante il simbolo monetario di costo nullo. E’ la manifestazione formale del simbolo che, una volta recepita dalla collettività, ne determina la tipica rilevanza giuridica per la coscienza sociale. E’ questa che crea il valore monetario convenzionale, sicché, nel momento stesso in cui è incorporato nel simbolo, il valore si obiettivizza in un nuovo bene: la moneta. Questo bene ha … l(a) caratteristic(a) di essere … “immateriale” … perché la strumentalità risiede non nell’elemento materiale del simbolo (la cui funzione consiste nel manifestare il bene, individuarlo come oggetto di diritto, attribuirne la titolarità al portatore del documento) ma nella convenzione monetaria. A conferma di ciò sta il fatto che, se si dichiara una moneta fuori corso, essa, pur senza perdere la sua integrità fisica, perde il suo valore. Ciò avviene perché il simbolo ha perso la sua rilevanza giuridica. In breve perché è venuta meno la “convenzione sociale” che attribuiva al simbolo il tipico valore monetario» (8).

Esiste, dunque, anche per Auriti una rilevanza giuridica della convenzione monetaria che non è meramente orizzontale, inter-soggettiva, contrattualista, ma che abbisogna, per essere e per funzionare, di una dimensione verticale, quella appunto del “corso legale”, che ci porta immediatamente alla questione del “Garante di Ultima Istanza” come sorta nella dinamica storica del processo di ricezione da parte della coscienza sociale, della comunità, della rilevanza giuridica del simbolo monetario, sia esso metallico che cartaceo.

2. Il Potere Sovrano quale presupposto imprescindibile del “valore indotto”

Nelle società più antiche la fiducia nel simbolo monetario metallico, ossia la certezza che esso fosse accettato da tutti i membri del corpo sociale, era data dalla coniazione del metallo in forma di moneta, con l’impressione su di essa d’immagini sacrali o dell’effigie del sovrano, e contemporaneamente dall’imposizione di quella sola moneta quale mezzo di adempimento degli obblighi annonari o fiscali da parte dei sudditi. Il monarca coniava moneta con una forma legale e la imponeva quale unico strumento di pagamento delle tasse, sicché tutti, anche laddove usassero nei rapporti tra sudditi altre monete o altri mezzi di pagamento, dovevano comunque procurarsi, al cambio, le monete del sovrano per assolvere ai rapporti con l’Autorità politica. Era questo che garantiva l’accettazione della moneta e, quindi, la fiducia, l’auritiano “valore indotto”, nel simbolo monetario. La sola “fiducia orizzontale” non era sufficiente a creare la moneta legale, tutt’al più dava vita ad una pluralità di rapporti inter-soggettivi dei quali però nessuno garantiva l’effettivo adempimento e rispetto, se non forse la consuetudine. Un elemento, quest’ultima, in sé troppo fragile per resistere ad eventi dirompenti che potevano intervenire a romperne la continuità o la convinzione dell’obbligatorietà giuridica del comportamento immemore.

Gli economisti della Modern Money Theory (MMT) – un indirizzo scientifico americano di tipo neokeynesiano, alla cui scuola appartiene anche il citato Randall Wray – sostengono che «le tasse guidano la moneta» ossia che è moneta soltanto quella emessa a fini di adempimento fiscale dallo Stato. I cittadini sono costretti, nei rapporti con l’Autorità politica, a procurarsi la moneta del Sovrano e, di conseguenza, sono inevitabilmente indotti ad usare tra essi quella moneta, non altre. I teorici della MMT, tuttavia, dimenticano di evidenziare adeguatamente che in origine la forza che permetteva al Sovrano di imporre le sue monete non era basata soltanto sulla leva fiscale. Era fondata innanzitutto sulla sacralità dell’Autorità politica, in un contesto antropologico e storico-religioso a fondamento sacrale. Se oggi, in uno scenario storico di avanzata secolarizzazione, la leva fiscale è ancora il mezzo per indurre nei cittadini la fiducia nel simbolo monetario prescelto dallo Stato, ossia per incorporare nel simbolo il “valore indotto” espressione del patto sociale, è perché lo Stato moderno, come ha chiarito Thomas Hobbes, è nato, nel XVI secolo, quale “Dio mortale”, quale laicizzazione politico-giuridica del Dio Creatore e Legislatore della teologia.

Ora se i cittadini, per via fiscale, sono indotti all’uso del simbolo monetario scelto dal Sovrano questo vuol dire che, affinché un mezzo di pagamento sia fiduciariamente accettato, è sempre necessario un “Garante di Ultima Istanza”. Altrimenti la fiducia resta un fatto tra privati senza diventare generale anche laddove l’estensione dei rapporti fiduciari privati fosse la più ampia immaginabile.

Al di là di qualsiasi valutazione dal punto di vista della scienza economica della MMT, bisogna riconoscere che storicamente si hanno ampie riprove del fatto che la fiducia popolare nella moneta sia stata indotta dalla presenza necessaria di un Garante Ultimo. Senza andare alle origini della monetazione cultuale, pre-mercantile, ci limitiamo qui ad una verifica attraverso l’approfondimento dei meccanismi con i quali l’umanità è passata dal conio aureo alla moneta cartacea.

La grande invenzione dei secoli medioevali fu la lettera di cambio quale titolo rappresentativo delle somme in moneta metallica pattuite tra privati negli scambi commerciali. La lettera di cambio era un documento che agevolava la pratica mercantile perché consentiva la circolazione della moneta senza muovere i depositi aurei custoditi presso i banchieri. Rappresentava la moneta aurea sottostante il titolo di credito ma non la sostituiva, tanto è vero che presentata all’incasso la lettera doveva essere convertita in moneta sonante dal banco di emissione. Men che mai essa era accettata dalle Pubbliche Autorità come moneta legale ma sempre e soltanto come surrogato rappresentativo della moneta legale che restava quella metallica.

La lettera di cambio diventò moneta soltanto quando, con la fondazione nel 1694 della Banca di Inghilterra, il re, ossia lo Stato, la garantì presso il pubblico. A partire da quella data, le lettere di cambio, emesse dalla Banca sulla mera presunzione dell’integrale copertura aurea (che nei fatti non sussisteva), pur essendo “promesse di pagamento bancarie”, diventarono, perché “garantite” dal re, l’unico mezzo di adempimento degli obblighi fiscali da parte dei sudditi. In tal modo questi ultimi furono, volenti o nolenti, indotti ad utilizzare, fiduciariamente, la carta moneta bancaria anche nei loro rapporti privati. Insomma il “patto fiduciario” che regge la moneta non sussiste mai se in esso non è presente, quale aderente principale, l’Autorità Politica.

Il sistema, pur nato da una speculazione (9), ha permesso all’umanità il superamento dei limiti naturali, deflazionistici, propri della più antica coniazione aurea e, quindi, rappresentò un reale progresso senza il quale, senza quella che gli storici dell’economia chiamano “rivoluzione finanziaria”, non vi sarebbe stata, un secolo dopo, la Rivoluzione Industriale.

I sudditi inglesi, a partire dal 1694, si fidarono della cambiali emesse dalla Banca d’Inghilterra perché su di esse c’era la garanzia sovrana della costante solvibilità. Il re, nell’atto stesso di imporre le lettere di cambio bancarie quale unico strumento di assolvimento degli obblighi fiscali, le trasformava in moneta legale garantendo i sudditi che in qualunque momento essi le avessero portate allo sconto, ossia ne avessero richiesto la conversione in monete auree depositate a garanzia presso la Banca, avrebbero avuto la quantità di conio d’oro corrispondente ai titoli di deposito fiduciario in loro possesso. Benché la garanzia sovrana fosse una pia menzogna – non esisteva, infatti, sin dall’inizio nessuna copertura integrale in moneta aurea dei biglietti di banca, delle promesse di pagamento bancarie, e ci si affidava al fatto che pressoché rara era la possibilità di una contemporanea corsa in massa alla conversione del circolante cartaceo – il sistema funzionò e realizzò un iniziale parziale sganciamento della moneta dal sottostante aureo, inaugurando l’epoca della “moneta moderna”.

Altrove, tuttavia, esperimenti simili non funzionarono risolvendosi in epocali default bancari e nella rovina dei risparmiatori. Ma – ecco il punto! – laddove l’esperimento non funzionò fu per la mancanza della Garanzia Sovrana di Ultima Istanza che inducesse fiducia nel simbolo monetario cartaceo. Cercheremo, ora, di approfondirne le dinamiche storiche ed i meccanismi psicologici che furono alla base di questi fallimentari tentativi.

3. Le rischiose strade della fiducia

A metà del XVII secolo, prima ancora che sulla fine dello stesso secolo venisse realizzato l’esperimento inglese, si era già ampiamente diffuso, attraverso il deposito di conto corrente, l’uso del “biglietto di banca” nella forma di credito “al portatore”, ossia “pagabile al portatore”, ovvero convertibile in monete metalliche. Si trattava, come si è detto, di un’evoluzione dell’originaria lettera di cambio medioevale. Il biglietto di banca si dimostrò immediatamente un ottimo sostituto delle monete metalliche favorendo la circolazione del denaro che, tuttavia, nella sua forma legale, ovvero sancita dall’Autorità politica, restava la moneta metallica. Mentre la lettera di cambio medioevale circolava circoscritta nell’ambito dei grandi mercanti, la banconota “convertibile” in moneta metallica trovava, ora, una ben più ampia diffusione perché circolava universalmente quale sostituto del denaro contante, nella fiduciaria convinzione della sua copertura aurea integrale. In altri termini il biglietto di banca permetteva di far circolare speditamente le monete metalliche senza muoverle dai loro depositi fisici e questo rispondeva pienamente alle necessità di un’economia in pieno sviluppo.

Nonostante questi vantaggi, però, la diffusione del biglietto di banca non avvenne in modo lineare e trovò molte difficoltà e battute di arresto a causa dell’universale convinzione, all’epoca vigente, che qualsiasi mezzo di pagamento alternativo poteva essere accreditato soltanto quale titolo rappresentativo della moneta aurea, unica moneta a corso legale ovvero unica moneta imposta ed accettata dall’Autorità politica, nella quale il titolo rappresentativo doveva essere prontamente convertito a richiesta.

Il problema in sostanza era questo: mentre si sentiva sempre più fortemente la necessità di ricorrere all’uso della moneta cartacea, per ovviare alla scarsità di moneta metallica in relazione alle aumentate esigenze dell’attività economica di produzione e scambio, non si riusciva a comprendere la natura convenzionale della moneta e si continuava a concepire la moneta cartacea esclusivamente come surrogato momentaneo della moneta metallica, titolo di credito rappresentativo di quest’ultima. Tale radicata convinzione, secondo la quale ogni emissione di carta moneta in eccesso era priva di valore monetario, creava i presupposti psicologici e normativi per i sicuri fallimenti delle banche emittenti. La credenza nel “metallismo” limitava la moneta cartacea al mero ruolo di sostituto temporaneo e sempre “imperfetto” di quella che era considerata la “vera” moneta, quella metallica. Su tali presupposti il valore della moneta cartacea in circolazione non avrebbe mai dovuto superare il valore della moneta metallica nei forzieri delle banche. Questo paradigma era altamente pericoloso giacché da un lato limitava lo sviluppo dell’economia e dall’altro esponeva al rischio di insolvenza le banche che, in tempi nei quali mancava ogni sistema di regolazione e vigilanza, spinte dalla stessa dinamicità dell’economia, si azzardavano in emissioni cartacee superiori all’effettiva copertura aurea.

L’azzardo nell’eccesso di emissione cartacea ed i conseguenti fallimenti si verificarono più volte in regime aureo. In Svezia, il Banco di Stoccolma nel XVII secolo emise banconote sostitutive della moneta metallica, che all’epoca in quell’area consisteva nelle ingombranti monete di rame pesanti ciascuna fino a 14 chili. L’esperimento svedese finì in un colossale fallimento che travolse il Banco di Stoccolma e distrusse l’economia del Paese scandinavo. Il default fu inevitabile quando i depositanti iniziarono a portare in massa all’incasso i biglietti della Banca di Stoccolma in loro possesso accorgendosi che non vi erano, presso di essa, sufficienti quantità di monete auree a corso legale affinché la Banca potesse onorare le proprie promesse di pagamento.

Questo fallimento non scoraggiò a continuare sulla strada intrapresa. Numerose altre banche locali si avventurarono nell’emissione di moneta cartacea ma senza “garanzie sovrane”. Non ancora esisteva, in generale, il monopolio dell’emissione monetaria riservato alla Banca Centrale su garanzia dello Stato, introdotto con l’esperimento inglese. In mancanza della garanzia sovrana di ultima istanza, quindi per mancanza di piena fiducia nella costante capacità di solvibilità delle Banche di emissione, non pochi di detti esperimenti fallirono proprio per il venir meno della fiducia nella possibilità della Banca di onorare la promessa di convertibilità della moneta cartacea emessa dal nulla.

Uno dei casi storicamente più rilevanti fu quello della Banque Générale nella Francia del XVII secolo. Gran Patron di detta operazione fu il duca d’Orleans ispirato dalle idee di uno scozzese, John Law, per il quale la vera garanzia, la copertura efficace della moneta cartacea che sarebbe stata emessa dalla Banca, era nella terra coltivabile del Regno di Francia. Tuttavia la terra coltivabile era comunque un bene limitato che non soddisfaceva le esigenze del pubblico che cercava garanzie di solvibilità aurea da nessuno, neanche dallo Stato garantite. Ne conseguì il crollo della fiducia nei biglietti emessi dal Banco Generale di Francia e ne nacque un disastro finanziario enorme.

L’esperimento fu riproposto dai giacobini, durante la Rivoluzione Francese, quando furono emessi gli “assegnati” che avrebbero dovuto trovare copertura, e quindi ottenere fiducia popolare, con i beni ecclesiastici e nobiliari confiscati alla Chiesa ed all’aristocrazia. Anche in tal caso, però, il pubblico, ammesso che ce ne fossero stati a sufficienza per tutti i possessori di assegnati, non sapeva che farsene di una convertibilità in terre, chiese, ville e palazzi e cercava garanzie auree, inesistenti. Questo portò alla diffidenza popolare verso gli assegnati che, pur imposti d’autorità, i francesi cercavano, proprio come nel gioco del cerino acceso, di sbolognare ad altri al più presto o chiedendo, dove possibile, monete auree in cambio oppure mediante l’acquisto dei beni prodotti, cosa che indusse, per insufficienza dell’offerta – ristrettasi anche per l’instabilità comportata dalla Rivoluzione e dalle guerre in atto – un’alta inflazione da domanda.

In tutti i casi sopra citati mancava la fiducia popolare perché era assente il Garante di Ultima Istanza ossia l’Autorità politica. Mancava – si badi! – anche nel caso della Francia Rivoluzionaria che pur imponeva gli “assegnati” per legge, perché, nel caos indotto dagli eventi stessi della Rivoluzione (si pensi soltanto al Terrore robesperriano o alle endemiche insorgenze popolari anti-rivoluzionarie che esplosero in tutta la Francia, non solo in Vandea), il popolo non nutriva affatto fiducia nei governi che si succedevano a Parigi e se ne sentì costantemente estraneo, almeno fino alla svolta di Napoleone che ristabilì, con l’ordine, anche la fiducia dei francesi nello Stato.

L’esperimento inglese, al quale l’anno dopo seguì un analogo esperimento in Scozia, ebbe invece successo perché, come detto, avvallato dalla garanzia del re il quale adottò le banconote emesse a debito dalla Banca d’Inghilterra come mezzo legale per il pagamento delle tasse, contemporaneamente usando queste ultime, ossia il prelievo fiscale, come collaterale a garanzia per i banchieri creditori. Per questo la Banca d’Inghilterra è ritenuta la prima Banca Centrale della storia.

A differenza del Banco di Stoccolma e della Banque Générale francese, la Banca d’Inghilterra si era munita dell’imprimatur del monarca in modo da accreditare, presso il pubblico, il corso legale delle proprie banconote garantite sovranamente della costante convertibilità aurea. Il re, con la sua Autorità sovrana, garantì il pubblico della perenne solvibilità della Banca di Inghilterra. Imponendo le banconote della Banca d’Inghilterra come moneta per il pagamento delle tasse, lo Stato concedeva a William Paterson ed agli altri suoi soci, fondatori della Banca, il monopolio legale dell’emissione monetaria, in forma cartacea, ed accreditava tali emissioni benché effettivamente prive di integrale copertura in moneta metallica. Per questo il Paterson poté allettare i suoi soci ad impegnarsi in questa impresa speculativa, con la prospettiva, come egli affermò, del «guadagno sull’interesse sul denaro che il banco avrebbe creato dal nulla». E prestato allo Stato ed ai sudditi.

4. Il necessario rapporto di fiducia tra Autorità e Popolo. Il Kosmos tradito.

Da questa vicenda, sia quella dei tentativi fallimentari che quella del riuscito esperimento inglese, emerge che affinché sussista la moneta sono necessari due elementi: il potere statale di imporre, mediante il corso legale, un oggetto-moneta come strumento di adempimento degli obblighi fiscali, ossia la garanzia sovrana di solvibilità, e la conseguente accettazione popolare che nasce solo laddove c’è la garanzia dello Stato ed è alimentata da questa. Perché ci sia moneta è sempre necessario il patto fiduciario tra Autorità politica e popolo espresso nel potere di emissione variamente regolato. Nel caso inglese del XVII secolo, la garanzia sovrana dello Stato, nella persona del re, contribuì a creare fiducia nella moneta emessa in forma creditizia e questo, anche se nell’immediato nessuno se ne accorse, iniziò a sollevare il velo sulla natura convenzionale della moneta, dato che la copertura aurea, sulla quale si faceva affidamento e che il sovrano illusoriamente garantiva, in realtà non sussisteva in modo integrale. Gran parte della moneta emessa dalla Banca di Inghilterra circolava ed era accettata solo su base fiduciaria e tuttavia, nella sicurezza indotta dalla garanzia sovrana, il sistema funzionava. Per oltre trecento anni, fino ad oggi, l’attività di emissione della Banca d’Inghilterra non ha avuto problemi.

Nonostante le fallimentari esperienze, che precedettero o seguirono e che sembrarono mettere fine per sempre alla possibilità di una moneta non metallica, a partire dal riuscito esperimento inglese la fiducia nella moneta cartacea riuscì ad affermarsi anche per via dell’approfondimento scientifico dei fenomeni monetari. Si comprese, un po’ alla volta, che la moneta ha natura convenzionale, che essa lo ha sempre avuto anche ai tempi del conio aureo. Si capì che non è necessaria alcuna copertura aurea affinché la carta moneta possa svolgere, beneficamente, il suo ruolo di apportatrice di liquidità all’economia produttiva, ma che sono contemporaneamente necessarie la fiducia del pubblico e la garanzia sovrana dello Stato. Anzi, la fiducia popolare garantita dallo Stato. Ecco perché attualmente la moneta è del tutto libera da legami con i metalli preziosi e non è più convertibile. Al “simbolo materiale” della moneta si richiede soltanto che circoli nel tempo, che sia di difficile falsificazione e che sia un “segno di valore” fungibile e divisibile. Esso rende visibile i due elementi che attribuiscono valore, ovvero potere d’acquisto, alla moneta coniata: la legge dello Stato – è infatti stabilito dalla legge che i saldi contabili ed il conto del dare ed avere tra i cittadini sono regolati e risolti nella moneta legale corrente – e la convenzione sociale consistente nella fiducia popolare ossia nell’accettazione comunitaria della moneta, ossia l’accettazione da parte di ciascuno nella convinzione, però giuridicamente garantita dallo Stato, che tutti gli altri facciano la stessa cosa o per spontanea reciprocità o per obbligo di legge.

La vicenda storica della monetazione, sia in forma metallica sia in forma cartacea, dimostra che la moneta è sempre interna, anche in epoca secolarizzata, ad un Ordine politico fondato su un Kosmos sacrale. Essa, pertanto, non è affatto un prodotto del mercato. Nella prospettiva discendente dalla Rivelazione abramica – ebraico-cristiano-islamica – il Sacro immanente non è mai assoluto, ma solo riflesso, perché ha per suo indefettibile fondamento il Santo ovvero la Trascendenza di Dio. Dalla Santità di Dio – «siate santi, perché Io, il Signore vostro Dio, sono Santo» (Lv. 19,2) – deriva l’obbligatorietà di un’etica d’amore al prossimo che è la base, anche politica, del Bene Comune. Nella vicenda storica della monetazione, come tuttavia si è visto, il fondamento etico è stato spesso offeso, perché l’uomo si porta dietro le conseguenze ontologiche del primordiale rifiuto de «L’Amor che move il sole e le altre stelle» (Dante, Paradiso, XXXIII, v. 145).

Nel caso inglese, anche se con efficaci effetti pratici di portata storica, l’offesa fu portata dal consapevole inganno, per lucrare ingiusti profitti speculativi, che ispirò l’intera operazione che nacque, lo si è detto, con chiari intenti speculativi. Paterson sollecitò gli appetiti dei suoi soci in affari prospettando loro un profitto certo pari all’8% su tutta la moneta creata dal nulla, ossia senza alcuno sforzo produttivo o di investimento. Concepite sul modello inglese, le Banche Centrali, in quei tempi dette “nazionali”, prosperarono speculando sull’indebitamento degli Stati. Nel XIX secolo, Marx notò che l’indice dell’aumento del debito pubblico era dato dal saggio di crescita del capitale azionario delle “Banche Nazionali”. Solo nel XX secolo le Banche Centrali, sottoposte a normative intese a pubblicizzarle se non addirittura a nazionalizzarle, furono trasformate da agenti di speculazione in organismi, più o meno indipendenti, di sostegno del fabbisogno finanziario degli Stati, a bassi o quasi nulli interessi, in particolare per le spese di investimento, diventando in tal modo lo strumento principe dello Stato sociale e delle politiche anticicliche keynesiane. Questa trasformazione sociale del ruolo delle Banche Centrali è stato, poi, rimesso in discussione, con l’affermarsi della “controrivoluzione monetarista”, a partire dal 1980, che ha dato avvio al processo di globalizzazione neoliberista, tanto che oggi, in particolare nell’eurozona, sul presupposto errato, derivante dalla vecchia teoria quantitativa della moneta, che la monetizzazione del bilancio pubblico generi inflazione, è sancito, nel Trattato di Maastricht, che la Banca Centrale Europea e le Banche Centrali Nazionali non possono finanziare gli Stati. Questi ultimi sono stati lasciati del tutto esposti alla fame speculativa dei “mercati finanziari” diventati, per essi, l’unico luogo, insieme alla fiscalità, di raccolta finanziaria. Raccolta che, però,
inevitabilmente avviene ad interessi di mercato, ossia medio-alti, mentre la stessa fiscalità generale ha assunto, consequenzialmente, lo scopo di servire, come si dice in gergo tecnico, il debito, anziché i cittadini. Di servire, cioè, il profitto da indebitamento lucrato dai cosiddetti “fondi di investimento”, anziché le esigenze sociali e produttive della nazione.

5. Un rapporto da sempre complesso e controverso

Nella storia quello tra politica e finanza è sempre stato uno stretto rapporto ad un tempo di conflitto e di complicità. Nel corso del tempo gli uomini della moneta hanno prevalso sugli uomini di Dio, su quelli della spada, su quelli del lavoro e su quelli dei libri.

La storia racconta «… di esseri umani entrare o uscire da epoche qualificate per aggettivi, quasi sempre “politici”: l’epoca dell’assolutismo, del costituzionalismo, del nazionalismo, dell’imperialismo, del socialismo, della democrazia, del populismo, dell’antipolitica. Sono epoche in cui la funzione della moneta è considerata o poco o troppo, per cui gli uomini della moneta o sono servi dei potenti o sono diavoli alle spalle dei potenti. Gli uomini della moneta (hanno intrapreso un lungo) … viaggio verso la conquista di un tempo e di uno spazio dove, infine, siano essi i principi. E chi ha il potere impronta di sé il luogo in cui si trova, si aggiudica la capacità di segnare di sé un’epoca. (…) il … viaggio inizia all’epoca degli uomini di spada, con i mercanti in attesa che si aprano le porte dei castelli per entrare, vendere e uscire con le monete guadagnate. Il viaggio continua con il confronto tra spada e moneta e con il compromesso tra loro, ispirato dagli uomini che sanno leggere, che sanno scrivere: sono gli uomini dei libri (…). La svolta nel viaggio si ha quando il mercante cede la sua centralità alla figura del produttore di beni. E’ una svolta che modifica le relazioni tra gli uomini, nel senso che lo scambio tra bene e moneta si tramuta in quello tra domanda e offerta di lavoro. E’ lo scambio che rende la moneta la molla indispensabile alla vita quotidiana. E’ la molla che dà agli uomini della moneta dapprima una funzione sociale e poi un ruolo che si espande fino a lambire quello degli uomini del potere. La distinzione tra potere politico-statuale e potere economico appare via via obsoleta al tavolo di chi comanda. Il comando ha radici interconnesse, dove il saper influenzare le azioni degli uomini è tutt’uno con il saper produrre la moneta che serve agli uomini per vivere. Prende così forma l’età della moneta e gli uomini che ne sono protagonisti, superati gli ostacoli ed emarginati gli avversari, si trovano a gestire non solo la moneta, ma per la prima volta anche lo stato delle cose presenti in uno spazio che essi stessi hanno reso globale. E’ la prova che non hanno superato: la loro età della moneta è un’età dei torbidi senza confini. Al fondo dei torbidi sono naturalmente presenti contese geo-economiche, ma in superficie sono vistosamente protagonisti conflitti che sembrano riemersi dal passato, quando le guerre di religione e le politiche di potenza portavano gli esseri umani sui campi di battaglia. Nel passato spuntava poi un Metternich, capace di trovare una qualche quadratura del cerchio. Nell’età della moneta non vi è nessuno in grado di farlo, gli uomini al potere si sono convinti di non aver bisogno di consiglieri del principe, dal cardinale Mazzarino ai politici professionali di Weber, e più nello specifico di coloro che dalle idee dei filosofi-re del passato traggono suggerimenti per l’agire politico quotidiano. Gli uomini della politica sono stati dismessi dalle proprie funzioni, non sono più richiesti né dall’alto né dal basso. E’ quasi un dogma il fare a meno della politica-progetto e in parallelo di coloro che la politica la inventano, l’adattano ai bisogni di chi ha il potere: nella comunità feudale, nella città-Stato, nel principato, nel regno, nello Stato-nazione, negli imperi, nelle democrazie, nelle teocrazie. Nell’età della moneta, gli uomini dei libri e i loro filosofi-re hanno una sorte simile a quella dei profughi contro i quali in Europa si alzano i muri. Potrebbe essere il “finale di partita” descritto da Samuel Beckett. E per l’America vale forse ancora l’osservazione di Alexis de Tocqueville: “L’America non è un popolo con un libro”. E chi ancora possiede una scacchiera di cavalli, di regine, e di re?» (10).

Quel che, con la narrazione testé esposta, vuole dirci Rita di Leo è che la finanziarizzazione globale del mondo è l’esito di un lungo processo storico, iniziato addirittura nell’alto medioevo, contrassegnato dalla ricerca prima dell’autonomia e poi dell’egemonia da parte dei poteri della moneta. Un viaggio all’insegna della promessa millenaristica di Pace e Felicità Universali solo che l’umanità avesse imparato a far a meno del Santo/Sacro e del Politico, di Dio e dell’Autorità politica, della Chiesa e dello Stato. Il Mercato Globale questo doveva essere – il Nuovo Leviatano, un Surrogato di Dio – nelle intenzioni degli uomini della moneta progressivamente emancipatisi dagli uomini di spada e dagli uomini del libro. Ma questa promessa gli uomini della moneta non sono riusciti a mantenerla ed il loro mondo è oggi un groviglio caotico e globale di torbidi entro il quale ai problemi delle ingiustizie sociali ed economiche, generate dagli stessi uomini della moneta, si vanno sommando il riemergere dei mai, per davvero, sopiti atavici conflitti, religiosi e politici.

Gli uomini della moneta non potevano mantenere la loro promessa di armonia universale, senza Dio e senza Stato, per il semplice fatto, da essi ignorato, che, come dice il Ritter, «La moneta è politica. La politica è dello Stato. Lasciare il governo della moneta … è abdicare alla sovranità …» e per il fatto, aggiungiamo noi, che il Politico è sempre (di)retto dal Sacro (11). La pretesa che la moneta e l’economia non fossero più governate dalla Politica ha aperto la via del nichilismo globale e del Nuovo Disordine Mondiale.

Tuttavia, come dicevamo, il rapporto tra Politico e Moneta, per quanto oggi veda una fase di prevalenza della seconda sul primo, ha conosciuto nel corso dei secoli anche momenti nei quali la relazione era al contrario di quella attuale, con la prevalenza del Politico, oppure era così strettamente connessa da quasi identificare, senza che l’uno prevalesse del tutto sull’altro, potere politico e potere monetario. Nelle città della Toscana, tra il secolo XI ed il secolo XV, la Banca diventò Stato e lo Stato diventò Banca. Si pensi alla Firenze dei Medici. E fu un’epoca di grande splendore politico e civile, benché, insieme, un’epoca nel quale iniziava il processo di allontanamento del Politico dal Sacro, della Città degli Uomini dalla Città di Dio. Con l’esito che, un po’ alla volta, la Città degli Uomini si trasformò nella Civitas Diaboli.

Ma mentre il Politico iniziava a secolarizzarsi, e quindi alla lunga a cedere ogni spazio all’Economico, quel che ancora sorreggeva, in quei secoli ed in quelli successivi, lo stretto rapporto tra Politico e Moneta era, come sempre, la fiducia. Gli uomini della moneta ben sapevano che la moneta è innanzitutto “fiducia” e sapevano anche che fiducia è un altro modo per dire “fede”. Ecco perché esitavano a rendere del tutto indipendente la moneta e se stessi dal Santo/Sacro al quale, per mediazione del Politico, continuavano comunque a fare riferimento. Motivo per cui, in un primo momento, anziché pretendere, come fecero più tardi, l’immediata emancipazione dell’economia dalla teologia preferirono venire a patti con il divieto del prestito ad interesse canonicamente sancito dalla Chiesa, ingegnandosi in mille modi per nascondere l’illecito profitto o per superare il divieto. Non ultimo tra i modi escogitati ci fu quello, eticamente e socialmente importante, della restituzione di parte del mal profitto da “interessi” in opere pie e di carità o nel mecenatismo artistico, onde sollevare gli indigenti ed abbellire le città a gloria di Dio.

La Chiesa, d’altro canto, venne incontro agli uomini della moneta approfondendo l’esegesi morale in modo da superare, pur senza toccare il principio indefettibile dell’usura come peccato, il rigorismo aristotelico sull’infecondità del denaro. Fu eticamente consentito il modico interesse quale lucro cessante o danno emergente. Non si trattava – attenzione! – di un mero accomodamento di convenienza, per quanto necessario in un mondo in trasformazione nel quale il potere degli uomini della moneta andava vieppiù rafforzandosi. Dalla riflessione morale della Chiesa, intesa a valutare in quali circostanze ed a quali condizioni l’interesse monetario non era usura ma compenso per un servizio di utilità sociale, nacquero l’esperienza dei Monti di Pietà e, nei secoli successivi, in particolare tra il XVIII ed il XIX secolo, il credito popolare e sociale, tanto cattolico quanto socialista, le banche cooperative e mutualistiche. Un uso sociale della finanza che, oggi, rivive nelle forme della cosiddetta “finanza etica”.

Tuttavia, lungo i secoli della modernità, per una serie di contingenze filosofiche e storiche, legate al processo di secolarizzazione, gli uomini della moneta, acquistata una sicurezza prima non posseduta, hanno osato l’inosabile: hanno preteso l’emancipazione del loro potere. E fu così che si impose la finanziarizzazione della stessa economia, fino a mettere a nudo, senza più veli, il da sempre latente conflitto tra economia finanziaria ed economia reale.

Con tale pretesa, però, gli uomini della moneta hanno portato la dinamica da loro stessi scatenata fino agli estremi, fino a provocare una crisi, forse irreversibile, di fiducia, che si è manifestata in particolare tra la fine del XX secolo e l’inizio del nuovo secolo. Mancanza di fiducia in chi, la casta dei banchieri e dei finanzieri, dimostra di non saper governare la moneta a vantaggio di tutti ma di usarla a scopi autoreferenziali e di arricchimento, senza alcuno scrupolo etico o sociale. Mancanza di fiducia nei politici che è ormai palese a tutti essere soltanto i «camerieri dei banchieri» (Ezra Pound; Giacinto Auriti). Mancanza di fiducia negli stessi strumenti monetari, ad esempio nell’euro, che da un lato spinge alla spasmodica ricerca di sistemi alternativi, come i “bitcoin”, i quali promettono un illusorio e libertario ritorno in modalità informatica all’oro, ma che, essendo a loro volta truffe, aumentano il grado di sfiducia, fino al nichilismo valoriale.

Ma perché, in fin dei conti, non nutriamo più fiducia nella moneta?

«Perché – risponde Alessandro Marzo Magno – la fiducia è un elemento politico, non economico, e se noi non ci fidiamo più di chi ci governa, non ci fidiamo più nemmeno dei suoi strumenti. Quando Carlo Magno è diventato l’imperatore del Sacro Romano Impero ha deciso che l’affidabilità politica della nuova struttura statale doveva essere garantita da una moneta altrettanto affidabile. Ha coniato il denaro, nome non casuale: richiamava l’analoga moneta dell’impero romano, caduta in disuso durante il periodo più buio del medioevo. Con un libbra d’argento si coniavano 240 denari, da qui l’uso di dire una libbra anziché 240 denari. Lira, pound, marco, peseta: erano tutte unità di peso. Il sistema carolingio ha retto per quattro secoli, ovvero fino a quando Venezia ha coniato il grosso d’argento, all’inizio del XIII secolo» (12).

Ma – attenzione! –, come ci dice lo stesso Marzo Magno, l’obiezione per la quale le monete antiche avevano un valore intrinseco, in quanto coniate con metallo prezioso e quindi valevano a prescindere dall’autorità emittente, non regge alla prova della storia. I mercanti rinascimentali preferivano usare il genovino di Genova, il fiorino di Firenze o il ducato di Venezia e non un pezzo d’oro di 3,5 grammi equivalente a quello contenuto nelle suddette monete auree. Perché mai? Il motivo stava nella fiducia riposta nell’Autorità emittente. L’immagine impressa sulle monete, dal doge inginocchiato davanti a San Marco, per il ducato di Venezia, alla croce di San Giorgio, per il genovino, fino al giglio, per il fiorino, ed in generale l’effigie del sovrano sulle altre monete, garantiva che dietro i 3,5 grammi di oro fusi nelle monete ci fosse la potenza politica di regni o repubbliche degne di fiducia.

«Questo è tanto vero che circolava la cosiddetta “moneta di suggello”, ovvero sacchetti di fiorini o di ducati, sigillati dalle zecche di Firenze o di Venezia, che non venivano mai aperti. Si aveva fiducia che contenessero il valore dichiarato (dallo Stato). Di più: il banchiere stesso era per definizione persona degna di fiducia. Le scritture contabili avevano autorità di prova in tribunale, la parola del banchiere era sacra: un sistema che ha retto per secoli. Quando i banchieri hanno cominciato a prevalere su chi (gli uomini di spada e gli uomini dei libri, ossia lo Stato e la Chiesa, NdA) avrebbe dovuto indirizzare la finanza, le cose si sono complicate» (13).

6. Valore creditizio, valore convenzionale ed artifici contabili

Torniamo ora alla riflessione di Auriti. Al quale dobbiamo l’aver messo in assoluto rilievo l’inganno perpetrato facendo passare per “valore creditizio” quel che è un “valore convenzionale”, ossia la moneta.

Abbiamo visto lo sviluppo storico del passaggio dalla moneta metallica alla moneta cartacea. Il passaggio fu reso possibile dalla trasformazione della lettera di cambio medioevale a fede di deposito bancario ossia in “promessa di pagamento”, quindi titolo rappresentativo del sottostante in moneta legale aurea. Ma, nel momento stesso in cui la copertura aurea tendeva costantemente ad essere parziale – e lo fu sin dall’inizio –, la cartamoneta veniva accettata dal popolo sulla fiducia indotta dallo Stato, evidenziando così, anche se nessuno se ne accorse nell’immediato, il carattere del tutto convenzionale della moneta.

Ebbene, Auriti protesta, giustamente, che far passare per un falso titolo di credito il patto sociale monetario è un defraudare la comunità nazionale di un bene giuridico immateriale che essa stessa crea convenzionalmente. Questa falsificazione del valore convenzionale in valore creditizio è evidente soprattutto oggi che la cartamoneta non ha più alcuna copertura aurea, ma lo era, a rigore, anche quando quella copertura vi era, benché parziale.

Non a caso, nella prassi contabile delle Banche Centrali – le quali usano la partita doppia come qualsiasi altra azienda – la moneta emessa è posta nella parte “uscita” del bilancio, ossia è considerata un indebitamento della Banca, qualcosa che la Banca deve a chi dovesse portare all’incasso la moneta emessa sotto forma di titolo di credito. Ma – ecco il punto messo in rilievo da Auriti! –, non essendo più convertibile la cartamoneta in oro né in alcun altro bene concreto, è del tutto evidente che detta prassi contabile è un espediente che nasconde un’altra realtà: quella per cui, presentandosi come apparente debitore, la Banca Centrale in verità si appropria del “valore monetario convenzionale” creato dalla comunità nazionale e pari alla differenza tra gli irrisori costi di stampa della cartamoneta e il valore nominale della stessa all’atto dell’emissione. Un’abnorme distorsione etica, concettuale, giuridica e contabile che diventa ancora più grave laddove la configurazione giuridica delle Banche Centrali è quella di società anonime a capitale privato, come attualmente nel caso della maggior parte di esse.

Auriti parla di strategia di dominazione. Da un punto di vista più storico, si tratta dell’esito di un lungo processo di affermazione della moneta moderna secondo lo sviluppo della tecnica e della prassi bancaria nel corso dei secoli. Certo, senza dubbio, in tale processo ha avuto un grandissimo peso la sete di smodato profitto della consorteria dei banchieri, eredi dei più antichi cambiavalute medioevali, che è riuscita ad affermarsi perché le innovazioni della tecnica bancaria andavano incontro alle necessità dello sviluppo economico di società in passaggio dall’economia agricola a quella prima mercantile e poi, più tardi, industriale. Quindi, sotto questo profilo, non è corretto parlare in termini di “complottismo universale”, come tendeva a fare anche Auriti e peggio fanno i suoi “allievi scolastici”, riducendo un discorso squisitamente scientifico ad una barzelletta. Pur ammettendo che, senza alcun dubbio, la consorteria bancaria ha nel tempo esercitato strategiche pressioni lobbistiche, soprattutto sugli ignari sovrani e le ignare repubbliche del momento, bisogna evitare di ragionare nei termini del “Grande Fratello”. Questo, nella forma dell’Avversario, dell’Impostore, dell’Anticristo, certamente esiste ed agisce, tramite gli uomini, ma sul piano immanente della storia bisogna attenersi piuttosto ai fatti. Senza, certamente, dimenticare il loro significato recondito ma evitando di banalizzarlo nei termini del “complottismo” più banale.

«Questa strategia di dominazione dei mercati – scrive Auriti – si è basata … sulla confusione, deliberatamente preordinata, tra i due concetti di “valore creditizio” e di “valore convenzionale”. Mentre per valore creditizio si intende quello relativo alla prestazione oggetto del credito, per valore convenzionale, invece, deve intendersi un valore che è causato dalla stessa convenzione. (…). Spacciando sotto forma di titolo di credito il valore convenzionale, il sistema bancario conseguiva lo scopo di appropriarsi dei valori convenzionali prodotti dalla collettività. Esso, infatti, approfittando della circostanza che la emissione dei titoli di credito è prerogativa del debitore, apparendo come debitore nella dichiarazione cartolare, ed arrogandosi il diritto di emettere il titolo, acquistava la proprietà della moneta. Con questo sistema la banca riusciva a trasformare un debito apparente in un arricchimento sostanziale. Per esempio, il tenore documentale della banconota “Lire mille pagabili a vista al portatore” (14), starebbe a significare solo teoricamente che, esibendosi questo documento alla banca, essa dovrebbe essere tenuta a corrispondere l’equivalente merce “oro”. E poiché, per legge, la banca non può convertire in oro i titoli monetari, essa è autorizzata ad emettere questa cambiale, che è una falsa cambiale, perché senza scadenza e senza responsabilità, e quindi con la “garanzia” di non pagarla. La banca, così, realizza un lucro pari alla differenza tra valore nominale e costo tipografico della moneta, trasforma un proprio debito apparente in un arricchimento sostanziale mediante un macroscopico rovesciamento contabile di cui nessuno si scandalizza forse perché troppo evidente, e che le consente di appropriarsi di un valore che non ha nulla a che vedere col credito. Mentre il credito si estingue con il pagamento, la moneta continua a circolare dopo ogni transazione indefinitivamente. Ed essendo, oltre tutto, la moneta il mezzo per soddisfare ed estinguere il credito, non può avere essa stessa valore creditizio, anche se a volte il credito viene usato come surrogato della moneta (ad esempio, la cambiale usata come mezzo di pagamento). E’ questa la prova che la moneta, anche se circola normalmente sotto la veste di titolo di credito, incorpora un valore puramente convenzionale. La categoria dei valori convenzionali ancora oggi è quasi del tutto ignorata dalla scienza economica e dal sistema legislativo, tanto è vero che non esiste ancora un valido regime giuridico della funzione monetaria. (…). La moneta assume valore per il semplice fatto che è l’unità di misura del valore dei beni. Ogni unità di misura ha, infatti, la qualità corrispondente a ciò che deve misurare. Come il metro ha la qualità della lunghezza perché misura la lunghezza, come il chilogrammo ha la qualità del peso perché misura il peso, così la moneta ha la qualità del valore perché misura il valore. Ed il valore della moneta è convenzionale, oltretutto, perché ogni unità di misura è convenzionalmente stabilita. (…). E’ tempo che l’opinione pubblica si renda conto che chi crea il valore della moneta non è chi la stampa o la emette, ma chi l’accetta come mezzo di pagamento, cioè la collettività dei cittadini. La mancanza di questa consapevolezza, fa sì che ad appropriarsi del valore monetario non siano i popoli, ma il sistema bancario internazionale, in virtù del monopolio culturale della categoria dei valori convenzionali» (15).

Fin qui, dunque, Auriti. Ma, ora, dobbiamo tentare di comprendere come la sua critica potrebbe trovare pratica realizzazione in una riforma della normativa che attualmente regola, in modo privatistico, i rapporti tra lo Stato e la Banca Centrale. Va, innanzitutto, ricordato che le Banche Centrali sono nate come consorterie private di affaristi e speculatori per, poi, subire, nel corso del tempo, una pubblicizzazione, ovvero una regolamentazione fortemente vincolistica a favore del pubblico interesse, o addirittura la nazionalizzazione mediante l’acquisizione monopolistica del capitale da parte dello Stato. E’ quanto è avvenuto, ad esempio, in Italia con la Legge Bancaria del 1936. Questo processo di pubblicizzazione delle Banche Centrali diventò generale a seguito degli effetti della crisi del 1929. Si comprese, allora, che gli Stati non potevano lasciare a poteri privati la creazione ed il governo della moneta e che era necessario che i governi operassero con funzioni di vigilanza sul sistema bancario e con funzioni di contrasto della speculazione finanziaria. Più tardi, ad iniziare dagli anni ’80 del secolo scorso, anche a seguito delle teorie monetariste, si invertì la rotta fino a smantellare la precedente legislazione gius-pubblicista sulle Banche Centrali o, laddove erano state nazionalizzate, a privatizzarle. Fu un generale, e socialmente suicida, processo di privatizzazione che si accompagnò al coevo processo di liberalizzazione dei movimenti di capitale in atto, all’epoca, in tutto il mondo. Il risultato è stato che attualmente le Banche Centrali sono tornate ad essere Istituti di Emissione a carattere completamente privato. Le Banche Centrali oggi hanno, sostanzialmente, natura privatistica anche laddove il capitale, versato dai soci, in genere si tratta di compagnie di assicurazioni e di banche commerciali ordinarie (16), sia per legge vincolato allo scopo pubblico proprio della Banca Centrale e, quindi, non disponibile ai soci. Il fatto di essere normativamente definite quali “Istituti di diritto pubblico” non elimina il carattere attualmente privato della loro natura aziendale. Del resto, non è nuova, nel diritto pubblico, la figura dell’“esercizio privato di pubbliche funzioni”, che in teoria dovrebbe comportare una stretta vigilanza da parte dello Stato ma che nel caso delle Banche Centrali, con la scusa della loro indipendenza dai governi, è venuta meno.

Essendo, dunque, anche la Banca Centrale una azienda, l’emissione monetaria, per prassi secolare, viene contabilizzata nella parte uscita del bilancio, tra le passività. Per il sistema della partita doppia, nella parte entrata, tra le attività, è contestualmente contabilizzata la somma equivalente a quella posta in uscita. Alla luce di quanto si è detto a proposito della natura convenzionale, e non creditizia, della moneta, sicché essa dovrebbe essere “accreditata” e non “addebitata” allo Stato, questo modo di contabilizzare corrisponde sostanzialmente ad un macroscopico errore contabile. Un errore, tuttavia, inevitabile nel sistema della partita doppia. Per aggirare il problema si dovrebbe mutare la natura della Banca Centrale da azienda, sia pure pubblica, ad ente burocratico di tipo ministeriale. Questo però, benché sempre possibile, potrebbe esporre la funzione monetaria, che richiede specifiche competenze, alle ingerenze di una burocrazia che per vocazione è formata al diritto amministrativo e non alle scienze monetarie e finanziarie. Bisogna, quindi, verificare se l’attuale funzionamento della contabilità della Banca Centrale, secondo il criterio della partita doppia, possa essere finalizzato ad esiti diversi dalla creazione di moneta gravata da debito. Sappiamo che, un tempo, all’emissione del titolo cambiario corrispondeva il deposito in moneta aurea da parte del cliente sul proprio conto corrente aperto presso la banca. Sicché all’incasso la banca doveva cambiare il titolo cartaceo in moneta contante. Attualmente, invece, quando la Banca Centrale emette moneta, in forma di credito, non sussiste alcun deposito di moneta aurea, o di oro, dello Stato presso di essa. Pertanto la Banca Centrale, emettendo moneta cartacea, si dichiara debitrice del nulla iscrivendo questo “debito inesigibile” nella parte uscita del proprio bilancio, ossia tra le passività, ma – qui il punto! – contestualmente iscrivendo nella parte entrata del bilancio, tra le attività, il valore monetario dell’emissione al quale corrispondono i titoli del debito pubblico emessi dallo Stato. Ora, mentre la Banca Centrale dichiara sì di avere un debito ma “inesigibile” (il che è già una contraddizione giuridica perché nel diritto la figura del debito inesigibile è un assurdo concettuale, un monstrum), i titoli del debito pubblico sono dichiarazioni dello Stato di effettivo indebitamento del tutto esigibile e che lo stesso deve onorare, alla scadenza, pagando il rimborso del capitale e la quota interessi (17). Quindi, come si vede, la creazione monetaria, nell’attuale sistema di contabilizzazione a partita doppia, è gravata da interesse eticamente e politicamente illecito, benché questo possa essere contenuto.

Al fine di creare moneta “accreditandola”, e non “indebitandola”, come sostiene Auriti, sarebbe necessario che l’emissione, pur contabilizzata nella forma di un debito inesigibile, iscritto tra le passività del bilancio della Banca Centrale, che ha il suo equivalente, tra le attività, in titoli del debito pubblico, avvenisse senza alcun onere di rimborso né della quota capitale né della quota interesse da parte dello Stato. In tal modo al debito inesigibile della Banca Centrale corrisponderebbe un debito altrettanto inesigibile da parte dello Stato. Si tratterebbe di un artificio contabile che, laddove la Banca Centrale fosse nazionalizzata e quindi trasformata nell’altra faccia dello Stato, avrebbe la sua giustificazione etica e giuridica nella coincidenza, o confusione, tra creditore e debitore quale causa di estinzione (rectius: di inesistenza ab origine) del debito, per mancanza del rapporto giuridico, bilaterale, che è la fonte del rapporto creditizio. Infatti, nell’ipotesi qui avanzata, lo Stato sarebbe contemporaneamente debitore e creditore della Banca Centrale di Stato, ossia di sé stesso, e, viceversa, la Banca Centrale di Stato sarebbe contemporaneamente creditrice e debitrice dello Stato, ossia di sé stessa.

L’intero debito sarebbe “inesigibile”, ossia senza contropartita, sia dalla Banca Centrale verso lo Stato sia dallo Stato verso la Banca Centrale. In tal modo il “valore indotto” monetario, la fiducia quale bene immateriale, diventerebbe un dovuto della Banca Centrale allo Stato cui però corrisponderebbe un dovuto dello Stato alla Banca Centrale. Ma, coincidendo in un unico soggetto lo Stato e la Banca Centrale di Stato, nulla sarebbe in realtà reciprocamente dovuto e la moneta potrebbe tranquillamente nascere ex nihilo non gravata da debito e di proprietà dello Stato, senza per questo sconvolgere la secolare contabilità aziendale a partita doppia.

L’obiezione per la quale l’artificio contabile qui proposto è immorale non regge a fronte dell’immoralità, già in atto, dell’artificio del “debito inesigibile” unilaterale della Banca Centrale, oltretutto privata, verso lo Stato cui, invece, corrisponde un debito effettivo che quest’ultimo deve onorare, poco importa se a tasso di interesse contenuto o esoso. Il nostro “artificio”, al contrario, avrebbe la funzione di raddrizzare, nel quadro della vigente normativa contabile, l’imbroglio attuale, riportando la situazione ad uno scenario certamente più etico di quello in essere.

Quanto appena detto evidenzia quale è la questione da focalizzare. Laddove la Banca Centrale fosse a integrale capitale pubblico, ossia fosse una Banca Centrale di Stato, avremmo, nel procedimento di creazione monetaria, una partita di giro tra Stato e Banca Centrale per via della sostanziale coincidenza soggettiva tra il creditore ed il debitore sia sul versante contabile delle attività, o entrate, che su quello delle passività, o uscite. E, come detto, quando il creditore ed il debitore coincidono il debito, pubblico nel caso di fattispecie, si estingue, non ha più consistenza giuridica. A maggior ragione, quindi, se la coincidenza tra creditore e debitore fosse originaria, come avverrebbe nazionalizzando la Banca Centrale. In tal caso il debito pubblico, inteso come rapporto creditizio tra Stato e Banca Centrale di Stato, neanche sorgerebbe, sarebbe solo fittizio. In altri termini, la Banca Centrale sarebbe creditrice della somma corrispondente verso lo Stato ma lo Stato sarebbe contestualmente creditore della stessa somma verso la Banca Centrale, sicché il debito sin dall’origine non esisterebbe né, di conseguenza, gli interessi sullo stesso. Il tutto si risolverebbe in un sistema di contabilizzazione che, però, consentirebbe la creazione ex nihilo di vera moneta di proprietà popolare e non gravata da nessun interesse, neanche minimo, all’atto dell’emissione. All’atto della sua creazione ed emissione la moneta nascerebbe di proprietà dello Stato attraverso la comproprietà di tutti i cittadini espressa in una dicitura, da imprimere sulle banconote, del tipo “proprietà del portatore” o “proprietà dello Stato” o ancora “proprietà dei cittadini” (18).

In tal modo la Banca Centrale, pur senza nulla modificare della sua struttura aziendale e quindi senza trasformarsi in un ufficio ministeriale, tornerebbe a funzionare come le antiche Zecche di Stato all’epoca della moneta metallica ma potrebbe, al contempo, continuare ad esercitare le sue funzioni di regolazione, controllo e vigilanza sul sistema bancario e finanziario: tutti compiti necessitanti alte competenze di tecnica bancaria che i funzionari ministeriali non posseggono.

Questo, d’altro canto, non comporterebbe necessariamente la fine del risparmio nazionale e, quindi, del mercato finanziario. Perché lo Stato potrebbe continuare a chiedere moneta ai risparmiatori, anziché stamparne mediante la Banca Centrale di nuova. Anzi, dovrebbe continuare a farlo, ma in un mercato interno piuttosto che internazionale (ossia ripristinando i vecchi BOT in sostituzione degli attuali BTP), allo scopo, previsto dalla Costituzione, della tutela e della mobilitazione del risparmio dei cittadini verso scopi di crescita economica attraverso il finanziamento della spesa pubblica di investimento e della spesa sociale. In tal caso, lo Stato, emettendo titoli del debito pubblico, si indebiterebbe verso i cittadini ai quali, alla scadenza, dovrà pagare la quota capitale con l’equo interesse concordato. In questo caso, infatti, non vi sarebbe creazione monetaria, sotto falsa apparenza di debito, ma un prestito effettivo di moneta già emessa ed esistente, da parte dei risparmiatori allo Stato. Va da sé che, laddove i risparmiatori non acquistassero al tasso stabilito dal governo, gli stessi titoli del debito pubblico saranno acquistati dalla Banca Centrale di Stato ma, secondo la prospettiva auritiana da noi avanzata, senza oneri per lo Stato ossia come reciproche partite bilaterali di “debito inesigibile”, come sopra esposto.

Luigi Copertino

NOTE

1) Cfr. Giacinto Auriti “L’ordinamento internazionale del sistema monetario” Università degli Studi “G. D’Annunzio”, Facoltà di Giurisprudenza Teramo, Cattedra di Teoria Generale del Diritto, Edigrafital, S. Atto di Teramo, 1996, pp. 42-43.
2) In realtà questa pratica era in auge, ma in modo surrettizio, da sempre, sin dagli esordi, nel 1694, con la Banca d’Inghilterra, della moneta cartacea fiduciaria. Il punto è che non si poteva dirlo pubblicamente e quindi non si poteva stampare moneta oltre un certo limite, ad libitum, senza che il “segreto” venisse allo scoperto, provocando, nel pubblico convinto che il valore dei biglietti fosse nella garanzia aurea, una crisi di sfiducia. Fu, questo, ad esempio, il caso del cosiddetto “scandalo della Banca romana” che travolse l’Italia di fine ottocento, coinvolgendo la stessa monarchia sabauda.
3) Cfr. G. Auriti, op. cit., pp. 23-25.
4) Per questa questione rinviamo, per approfondimenti, al saggio di Nuccio D’Anna “Le radici sacre della monetazione”, Solfanelli, Chieti, 2017.
5) Quello della “scolastica”, ossia dei cattivi allievi che museificano, sterilizzandolo, il pensiero del maestro, impedendo ad esso ulteriori fruttificazioni, è un problema che ha coinvolto tutti i geni: si pensi, solo per fare un esempio, a Tommaso d’Aquino ed ai gravi danni che il suo pensiero ha subito per opera di tanti “scolastici”, pedissequi ripetitori ma incapaci di trarne il meglio ancora inespresso. Ci sono certi auritiani, non in grado di discostarsi dalla “lettera” per aprirsi allo “spirito” dei testi dell’Auriti, che hanno fatto del noto giurista una sorta di “santo”, un idolo “non plus ultra”, riducendolo ad una macchietta. Bisogna tuttavia riconoscere che, in questo, una buona dose di responsabilità l’ha avuta lo stesso Auriti il quale, anziché coltivare l’eredità scientifica della sua scuola, ha preferito, negli ultimi anni della sua vita, inseguendo il suo personale carattere un po’ “guascone”, fare comparsate mediatiche nelle televisioni locali abruzzesi non tanto per diffondere, con il piglio accademico che, altrove, gli era proprio, il suo pensiero monetario quanto per trovare, con atteggiamento populista, un’illusoria soddisfazione nelle acclamazioni di telespettatori privi di cultura giuridica e mossi solo dall’interesse nelle promesse dei vantaggi fiscali e creditizi che il nostro faceva trapelare, nelle pieghe del suo discorso, dall’ipotesi di una concreta applicazione della “moneta proprietà popolare”.
6) La materia con la quale esprimere la “convezione monetaria” nel corso dei secoli è stata della più varia, dal legno alle conchiglie. Se, tuttavia, ha prevalso l’oro è per il suo ruolo sacrale di simbolo del Divino e della Regalità (i Magi portarono a Gesù Bambino, insieme alla mirra ed all’incenso, l’oro perché Lo riconobbero come Re dell’Universo). In quanto simbolo del Sacro, l’oro evidenziava il fondamento “teologico” del potere sovrano di coniazione monetaria. Anche l’uso del pesare (da cui “libbra-lira”, “peso-pesetas”, “tallero-dollaro”) le monete auree non era espressione del loro presunto valore intrinseco ma esercizio, in considerazione della rarità dell’oro, del potere sovrano di controllo della quantità di metallo in esse contenute e che doveva restare costante al fine di consentire le periodiche riconiazioni. Le monete auree, infatti, erano periodicamente riconiate, quantomeno all’avvento di ogni nuovo sovrano per imprimere su di esse l’effigie del nuovo regnante, sicché accertarsi che le monete d’oro provenienti dai tributi non avessero subito tosatura, per fraudolenza o per consumazione da uso, diventava necessario allo scopo di avere a disposizione la quantità di oro sufficiente alle riconiazioni.
7) Cfr. R. Randall Wray, in MMT Primer, 2011, disponibile sul web in www.retemmt.it .
8) Cfr. G. Auriti, op. cit. pp.59-60.
9) Quella del 1694 fu un’operazione speculativa a vantaggio dei fondatori della Banca d’Inghilterra. Essa, infatti, nacque come consorteria di privati affaristi che prestavano, all’interesse dell’8%, moneta fiduciaria allo Stato facendosi garantire dal sovrano presso il pubblico che in tal modo, sulla parola della garanzia sovrana, accettava i biglietti di banca “pagabili a vista al portatore”, gravati però da interesse, anche se tali cambiali non avevano integrale copertura aurea. Inutile dire che, eticamente, la parola del re era menzognera e tradiva la fiducia dei sudditi. Ma, nel segreto dell’indicibile, la cosa funzionò e consentì il passaggio storico alla moneta moderna. Più tardi sarebbero stati trovati i modi di far funzionare il nuovo sistema a vantaggio della comunità popolare, e non solo dei banchieri. Almeno per un certo periodo grosso modo corrispondente all’età ricompresa tra gli anni ’30 e gli anni ’80 del XX secolo. Dopo di che, per via delle liberalizzazioni e della globalizzazione, è ritornata l’esclusiva egemonia della casta bancaria. Ma questo è altro discorso.
10) Cfr. Rita di Leo “L’età della moneta. I suoi uomini, il suo spazio, il suo tempo”, Prologo, Il Mulino, Bologna, 2018.
11) Cfr. Fernando Ritter “Lo pseudo capitale – moderno strumento di dominio economico-politico del mondo capitalistico”, All’Insegna del Pesce d’Oro, Vanni Scheiwiller, Milano, 1975, p. 173.
12) Cfr. Alessandro Marzo Magno “Moneta. Il suo peso è nella politica” in Avvenire del 07.06.2018.
13) Cfr. A. Marzo Magno, op. cit.
14) La dicitura cui fa qui riferimento Auriti era propria alla forma cambiaria che aveva la vecchia lira italiana, analogamente a quella delle altre valute dell’epoca. Oggi, l’euro non riporta più alcuna dicitura di tipo cambiario – “pagabili a vista” – benché conservi la firma del Governatore della Banca Centrale Europea. Questo, evidentemente, attesta il palese riconoscimento della natura non creditizia della moneta pur, tuttavia, continuando a persistere l’equivoco sull’attribuzione della proprietà della stessa non agli Stati aderenti alla moneta unica europea ma alla Banca Centrale di emissione.
15) Cfr. G. Auriti, op. cit., pp. 54-59.
16) Questo tipo di compagine societaria ingenera un gigantesco conflitto d’interessi tra l’Istituto di vigilanza, la Banca Centrale, e gli Istituti vigilati, le banche ordinarie, che nessuno solleva perché o non fa comodo politicamente o è troppo rischioso toccare poteri intoccabili.
17) Quando la Banca Centrale non era indipendente, ed era tenuta per legge a monetizzare lo Stato, il tasso di interesse sul debito pubblico era basso o quasi nullo. Infatti, fino al 1981, lo Stato emetteva titoli del debito pubblico ad un tasso prefissato dal governo generalmente bastevole a sollecitarne l’acquisto da parte dei risparmiatori, quindi a mobilitare a fini sociali il risparmio privato, ma non esoso perché aveva la garanzia che, laddove detti titoli del suo debito pubblico fossero rimasti, in tutto o in parte, invenduti sul mercato finanziario, in passato interno oggi globale, essi sarebbero stati comunque acquistati, al contenuto tasso di interesse prefissato, dalla Banca Centrale.
18) Il fatto che oggi la moneta da cartacea sta diventando sempre più informatica e si riduca alla mera contabilizzazione, tra conti correnti, di partite contabili, ossia numeri corrispondenti ad un sottostante in moneta cartacea legale che tuttavia, come accade un tempo alla moneta metallica rappresentata dalla lettera di cambio, non si muove, e forse non è neanche effettivamente emessa se non all’occorrenza, nulla toglie alla validità dei fondamenti giuridici sui quali è fondata la teoria auritiana del “valore indotto”, come da noi qui integrata con le nostre considerazioni storiche e gius-pubblicistiche. Il “valore indotto”, infatti, viene ora incorporato non più in simboli cartacei ma in meri simboli numerici, cifre che si spostano da un conto all’altro senza moneta cartacea a copertura. Simboli numerici che lo Stato, accettando ed imponendo l’adempimento degli obblighi fiscali e di ogni altro rapporto economico intrattenuto con esso mediante la contabilizzazione numerica del dare e dell’avere tra i conti correnti dei cittadini e delle persone giuridiche ed il suo conto corrente aperto presso la Tesoreria di Stato, trasforma in moneta legale informatica

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