La guerra messianica-apocalittica all’Iran

di Davide Malacaria

La guerra messianica-apocalittica all'Iran

Tempo di lettura: 4 minuti“Lunedì, durante un briefing, il comandante di un’unità militare ha detto ai sottufficiali che la guerra in Iran fa parte del piano di Dio e che il presidente Donald Trump è stato ‘unto da Gesù per accendere un segnale di fuoco in Iran e provocare l’Armageddon che produrrà il suo ritorno sulla Terra’”, secondo quanto denunciato da un sottufficiale. Da sabato mattina laMilitary Religious Freedom Foundation degli Stati Uniti ha ricevuto 200 chiamate da più di 50 basi militari di tutti i servizi nelle quali venivano segnalate simili inquietanti dichiarazioni da parte di “comandanti cristiani fanatici”.

L’intervento in Iran, cioè coinciderebbe con l’Armageddon, la battaglia finale apocalittica che avrà come esito il ritorno di Cristo. Non è una barzelletta, né si spiega solo col fatto che il Capo del Pentagono Pete Hegseth sia un fanatico religioso e abbia infarcito gli alti gradi dell’esercito di evangelicals.

La teologia apocalittico-messianica degli evangelicals, infatti, ha radici lontane. “Nel XIX secolo, il teologo John Nelson Darby ipotizzò che Dio si relazionasse con l’umanità in epoche distinte o ‘dispensazioni’. Questa teologia dispensazionalista si diffuse rapidamente negli Stati Uniti raggiungendo le masse cristiane mainstream con la diffusione della Bibbia di riferimento Scofield del 1909″.

“Darby sosteneva che Ezechiele 38 descrivesse una guerra futura in cui le nazioni si schiereranno contro Israele e Dio emetterà il suo giudizio contro di esse. Scofield prese questa affermazione e iniziò ad applicarla alla geopolitica moderna, con il nemico di Israele identificato nella Russia”.

Col tempo, però, tale teologia scopre l’Iran. “Nel 1979 Hal Lindsey, in The Late Great Planet Earth, identifica ogni nazione antica presente in Ezechiele 38 con una moderna e l’Iran diventa importante perché è attraverso di esso che la Russia cercherà “un’invasione di terra di Israele”.

“Il dispensazionalista Tim LaHaye, autore di Left Behind, una saga che romanzava l’escatologia dispensazionalista, è andato oltre, ipotizzando nel 1999 che l’Iran avesse ricevuto armi nucleari da paesi dell’ex blocco sovietico dopo il crollo dell’Unione Sovietica”.

“Questo lento passaggio dell’Iran dalla periferia della profezia a protagonista centrale è culminato nell’opera di Mark Hitchcock, secondo il quale l’Iran è centrale nella profezia apocalittica della fine dei tempi in diversi libri, tra cui Iran: The Coming CrisisThe Apocalypse of AhmadinejadIran and Israel e Showdown with Iran”.

“Iran and Israel inizia con un lungo passaggio tratto dal libro del 2012 di Yaakov Katz e Yoaz Hendel, Israel vs. Iran: The Shadow War, in cui si immagina che Israele lanci un attacco preventivo contro l’Iran per impedirgli di ottenere armi nucleari”. Tale attacco e la reazione iraniana innescherà una guerra regionale che potrebbe portare alla “Terza Guerra Mondiale”.

Poi Hitchcock “pone una domanda chiave: ‘È possibile che questi eventi facciano parte di un dramma più ampio, scritto molto tempo fa?”. Secondo Hitchcock, infatti, tale attacco porterà “alla cosiddetta Guerra di Gog e Magog descritta in Ezechiele 38. Questa guerra coinvolgerà una coalizione di nemici di Israele, i quali attaccano Israele per distruggerlo, ma vengono miracolosamente distrutti da Dio”.

Così nel suo Showdown with Iran: “L’attuale scontro con l’Iran prefigura in modo sorprendente questa guerra imminente. Ciò che vediamo accadere oggi è la preparazione perfetta. I paesi e le circostanze specifiche stanno convergendo a velocità sempre maggiore per prendere il posto profetizzato, proprio come ci si attenderebbe se questa guerra stesse per arrivare”.

“E questa è la guerra che Hitchcock vuole”. In Iran: The Coming Crisis, si chiede: “Quanto tempo dovremo aspettare per lanciare un attacco preventivo per paralizzare le ambizioni nucleari dell’Iran?”

Per Hitchcock, “la prospettiva di un conflitto, che a suo avviso potrebbe sfociare nella Terza Guerra Mondiale, è positivo perché avvicina il mondo al Rapimento, l’imminente ritorno di Gesù che porterà tutti i cristiani in cielo. Nell’escatologia di Hitchcock, gli eventi della Guerra di Gog e Magog si svolgono sulla scia del Rapimento. Scrive: ‘Il preludio sembra pronto. Non resta che abbia luogo il Rapimento’”.

La “tensione in Medio Oriente è vista come un precursore necessario” al Rapimento, che sarà preceduto da un periodo di “Tribolazione” in cui la terra sarà preda dell’Anticristo. Questa visione apocalittica, come spiega Josh Olds (di cui abbiamo ripreso lo scritto), è diventata “la forza trainante dell’escatologia evangelica. Ed è questo pensiero che sta plasmando la politica estera americana“.

Inutile ribadire come Israele recentemente abbia investito ingenti risorse per rafforzare il legame con gli evangelicals tramite il progetto Esther, dal nome della regina ebrea che salvò i suoi correligionari da un genocidio in Persia (coincidenza non casuale, come non è casuale che l’attuale guerra sia iniziata a ridosso del Purim, la festa ebraica che ricorda l’accaduto).

Più interessante notare come il messianesimo degli evangelicals discenda da quello ebraico al potere in Israele. Esso vede la spinta verso la Grande Israele, dal fiume al Mare (e/o dal Nilo all’Eufrate), come anche la guerra all’Iran, come “un intervento divino che accelererà l’era della redenzione“.

Netanyahu è il precursore del Messia, ruolo che, nel suo cinismo, ha accolto con giubilo. Ho “una missione storica e spirituale“, ha detto, quella di realizzare la Grande Israele, con quel che consegue per il mondo.

Bizzarro che i media mainstream indirizzino le loro critiche alla teocrazia iraniana ignorando la forza del fondamentalismo religioso che gli ha mosso guerra, che ha come orizzonte l’Armageddon.

Quanto alla tempistica della fine dei tempi, se gli ebrei non danno eccessiva importanza al vangelo, per gli evangelici dovrebbe essere diverso. Così Gesù: “Quanto a quel giorno e a quell’ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre”. Se non lo sa il Figlio, difficile che lo sappiano altri. Cenno che dovrebbe invitare i sedicenti profeti a stare a uno slogan che campeggiava alcuni anni fa su una maglietta: “Dio c’è, ma non sei tu, rilassati“.

Iran: la guerra contro la Cina, i Paesi del Golfo e l’Europa (2)

Tempo di lettura: 4 minuti

La nota precedente necessita alcune postille. Anzitutto sulla necessità dell’Impero di ridimensionare l’Europa, che nella logica di un’America First sotto steroidi rappresenta un concorrente economico secondo solo alla Cina, una “minaccia mortale”, secondo Strana, per il rilancio dell’Impero.

La nuova strategia imperiale, continua, si prefigge di “trasformare l’Europa in una colonia americana [in realtà si incrementa un processo già avviato ndr.], consolidando accordi sbilanciati con essa, costringendola a spendere per l’acquisto di prodotti americani […] a scapito della propria industria, avviando la de-industrializzazione dei Paesi europei e lo smantellamento dello stato sociale, trasformando così l’Europa in un fattore per la rinascita della potenza economica statunitense”.

“Nella nuova geopolitica di Trump, l’Europa come entità unica e potente è assolutamente superflua, perché conserva, almeno teoricamente, il potenziale per un proprio gioco geopolitico e geo-economico distinto da quello di Washington. Di conseguenza, è nell’interesse degli Stati Uniti indebolire l’UE e alimentare attriti interni al suo interno, fino al punto di provocarne il collasso. È molto più facile per gli americani rendere i singoli paesi europei completamente dipendenti che piegare l’UE nel suo complesso”.

“In Europa si pensa che Trump possa essere spinto a considerare i Paesi membri come dei partner minori, ma utili, all’interno ‘dell’Occidente globale’” […]. Tuttavia, Washington non mostra alcun segno di voler recepire” tale idea.

“Per Trump, l’Unione Europea non è fondamentalmente diversa dai regimi di Maduro o Khamenei: come questi, è una potenziale vittima. E dopo ogni nuovo successo geopolitico, la politica di Trump nei confronti degli europei s’inasprirà”.

La seconda postilla riguarda i Paesi del Medio oriente. Nella nota pregressa abbiamo accennato che gli attacchi alle risorse dei Paesi del Golfo potrebbero in realtà essere delle false flag messe in atto da Israele e/o gli Stati Uniti perché si uniscano alla crociata anti-Iran.

Al Manar ricorda il precedente della USS. Liberty, quando, nel 1967, durante la Guerra dei sei giorni (che contrapponeva Israele ad alcuni Paesi della regione), le forze israeliane attaccarono una nave della marina americana inviata al largo delle coste egiziane per monitorare il conflitto. Trentaquattro le vittime.

« Israël va multiplier ses attaques sous faux drapeau ». L’ex-ministre qatari des AE met en garde contre des tentatives pour entrainer les pays du CCG dans la guerre contre l’Iran

Un errore, la versione ufficiale, che però non è possibile conciliare con la testimonianza puntuale dei sopravvissuti (rimandiamo alla testimonianza di Phil Tourney). In realtà, si voleva attribuire l’attacco all’Egitto, così da spingere gli Stati Uniti a entrare in guerra a fianco di Tel Aviv.

Sempre al Manar ricorda anche l’affare Lavon, “quando il capo dell’intelligence militare israeliana (Aman) organizzò attentati dinamitardi contro interessi egiziani e occidentali in Egitto attribuendoli ai Fratelli Musulmani, ai comunisti egiziani, a ‘insoddisfatti non specificati’ e a ‘nazionalisti locali’, per “minare la fiducia dell’Occidente nel regime egiziano e generare insicurezza nel Paese” (vedi anche Haaretz).

55 Years Since the Lavon Affair Ancient History?

Sempre al Manar riporta che l’affare Lavon fu rilanciato nel giugno del 2025 dal quotidiano turco Daily Sabah per allarmare sul fatto che “per trascinare gli Stati Uniti in guerra contro l’Iran, Israele potrebbe organizzare attacchi terroristici e, come ha dimostrato la storia, i suoi alleati potrebbero essere sacrificati” a tale scopo.

Ma se abbiamo riportato al Manar è per l’avvertimento dell’ex ministro degli Esteri del Qatar, Hamad bin Jassim, che ha paventato simili pericoli, spiegando che “alcune forze vogliono che gli stati membri del CCG [Consiglio di cooperazione del Golfo ndr.] agiscano contro l’Iran. Sanno che l’attuale conflitto tra Stati Uniti e Israele da un lato, e l’Iran dall’altro, finirà, ma che uno scontro diretto tra gli stati membri del CCG e l’Iran, se dovesse verificarsi, esaurirebbe le risorse di entrambi e darebbe a molte potenze l’opportunità di controllarci con il pretesto di aiutarci a uscire dalla crisi. Pertanto, è vitale evitare di scivolare in uno scontro diretto con l’Iran”.

“Dobbiamo anche prendere coscienza che, dopo la fine di questo scontro […] nuove potenze emergeranno nella regione e Israele dominerà la nostra regione. Pertanto, gli Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo non hanno altra scelta che rimanere uniti contro qualsiasi aggressione e respingere qualsiasi tentativo di imporre diktat o di ricattarli”.

Un’ulteriore postilla va spesa per il nuovo ayatollah, il figlio di Khamenei. Possibile che la sua elezione sia gradita ai nemici dell’Iran, come accennato nella nota pregressa, ma resta che il potere cambia le persone e il potere in Iran è articolato e complesso, da cui tante incognite.

Inoltre, se è vero che una “guerra senza fine” appartiene ai sogni di Netanyahu e dei suoi soci neocon, è pur vero che anche l’Iran può giovarsi del protrarsi del conflitto. Ha molte frecce nella sua faretra (vedi Haaretz).

Infine, come accennato nella nota pregressa, se l’America registrasse troppe vittime, ciò potrebbe innescare una reazione negativa tale da indurre l’Imperatore a porvi fine. Importante, da questo punto di vista l’articolo di Larry Johnson pubblicato dal Ron Paul Institute dal titolo: “L’amministrazione Trump sta mentendo sulle vittime americane nella regione del Golfo Persico”.

The Trump Administration is Lying About American Casualties in the Persian Gulf Region

Secondo Johnson tanti indizi concorrono a tale conclusione e riporta che il “Landstuhl Regional Medical Center in Germania, il più grande ospedale del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti al di fuori degli Stati Uniti e il principale centro di evacuazione e traumatologia all’estero per i militari feriti provenienti da Europa, Medio Oriente e Africa, ha inviato una nota in cui si annuncia la sospensione temporanea dei suoi servizi di travaglio e parto ‘fino a nuovo avviso’”.

“[…] Un mio amico, persona esperta che ha supervisionato il Programma per i Soldati feriti del Dipartimento della Difesa durante le guerre dell’Iraq e dell’Afghanistan e ha lavorato con il personale del LRMC, ha appreso oggi che l’ospedale sta ricevendo un’ondata di feriti. I numeri sono così elevati che l’ospedale non può più continuare a investire risorse per le nascite”.

Altro indizio: la Dover AFB, che lavora col Pentagono, sta “assumendo con urgenza” personale per la cura degli effetti personali dei soldati defunti.

 

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Iran: la guerra contro la Cina, i Paesi del Golfo e l’Europa (1)

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Tutti gli analisti concordano sul fatto che l’aggressione contro l’Iran è diretta contro la Cina, un altro Paese che l’America vuole sottrarre all’influenza di Pechino dopo il Venezuela. Pochi comprendono che si tratta di una guerra contro l’Europa (peraltro, come l’invasione dell’Iraq del 2003, simboleggiata dal fatto che Saddam nel 2000 aveva deciso di vendere il petrolio in euro piuttosto che in dollari).

L’Europa era già l’obiettivo parallelo della guerra ucraina, che ne ha vampirizzato le risorse e avviato un processo di de-industrializzazione incenerendo i benefici che gli derivavano dall’energia a basso costo proveniente dalla Russia. Tale sviluppo si incrementerà con la guerra iraniana.

Una guerra che si preannuncia di lunga durata anche perché l’assassinio dell’ayatollah Khamenei ha indebolito notevolmente la fazione moderata, rafforzando i falchi. Infatti, nonostante in Occidente fosse percepito come un integralista, era stato Khamenei a favorire l’ascesa al potere di figure moderate come il presidente Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.

L’indebolimento dei moderati è stato palese sabato, quando Pezeshkian ha dovuto rimangiarsi le dichiarazioni distensive verso i Paesi della regione, ai quali aveva assicurato che le operazioni militari contro di essi erano finite, eccetto quelle in risposta ad attacchi provenienti dai loro territori, e gli aveva chiesto scusa.

Dichiarazioni che non erano piaciute alla destra iraniana, da cui la correzione di Pezeshkian: tutto come prima, anche se ha ribadito che i target degli attacchi sono solo le risorse americane.

Nonostante tali limiti, gli attacchi fuori registro contro i Paesi del Golfo sono proseguiti, sviluppo che sta facendo salire la tensione tra questi e Teheran. Durissima l’Arabia saudita, secondo la quale ciò produrrà “un’escalation”. “Ciò che sta facendo l’Iran nei confronti dei nostri Paesi – ha dichiarato – non prevale sulla saggezza e sull’interesse di evitare di ampliare la sfera dell’escalation, che lo vedrà principale perdente”.

I Paesi del Golfo, dunque, potrebbero unirsi a Israele e Stati Uniti. In una nota pregressa avevamo accennato che gli attacchi contro di essi potrebbero essere delle false flag per ottenere tale sviluppo, una tesi sostenuta anche dai funzionari iraniani, ma soprattutto dal giornalista saudita Adhwan al-Ahmari.

Possibile che Israele e Usa, che trarrebbero benefici dall’eventuale escalation, abbiano studiato tale strategia fin da quando l’Iran ha annunciato che, se aggredita, avrebbe attaccato le basi Usa nella regione? Non serve essere geni per mettere a punto tale contromossa. Peraltro, nessuno dei Paesi bersaglio di questa contro-strategia oserebbe accusare Israele o gli Usa: sarebbe un suicidio.

Al di là, resta che la presa dei falchi su Teheran sembra essersi rafforzata con l’elezione di Mojtaba Khamenei a nuovo ayatollah; il figlio di Khamenei, infatti, è vicino a tale ambito. Strana rileva come molti analisti ritengano che Trump avrebbe desiderato l’elezione di una figura moderata perché gli avrebbe offerto il destro per avviare un negoziato e porre fine a una guerra nella quale non vuole impantanarsi.

Does Trump want a quick end to the war with Iran? The consequences of the rise to power of the son of the assassinated Khamenei.

“Tuttavia”, scrive Strana, si può “notare che Trump si è impegnato a indebolire tale strategia. Ricordiamo che sabato il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che le scuse del presidente iraniano per gli attacchi nel Golfo Persico e la promessa di porvi fine erano un segno di debolezza, al limite della capitolazione. Parole alle quali ha aggiunto che avrebbe intensificato gli attacchi, procedendo allo sterminio dell’intera ‘popolazione’”.

Al di là della minaccia di consumare un genocidio, tali parole potrebbero essere percepite “come un banale ricatto (“fate quello che voglio o sarà peggio”), ma è chiaro che tali affermazioni giocano a sfavore delle forze moderate dell’Iran […]. Trump, infatti, stava affermando che qualsiasi concessione sarebbe percepita da Washington come una debolezza, da cui l’irrigidimento” della controparte.

“Infatti, ciò rafforza la posizione di quegli ambiti iraniani che ritengono che non si può negoziare con Washington”. Peraltro, si può aggiungere che le dichiarazioni di Trump di voler essere coinvolto nella successione di Khamenei e la sua intemerata contro il figlio del defunto ayatollah, definito “inaccettabile”, ne ha di fatto rafforzato la candidatura: una reazione d’orgoglio contro l’indebita ingerenza dell’aggressore.

Tutto ciò “pone la domanda: Trump è davvero interessato a una rapida fine della guerra?” In realtà, secondo Strana, se l’America non subirà danni economici gravi e non registrerà eccessive vittime, ha interesse a una guerra prolungata.

Infatti, a rimetterci economicamente “sarebbero i concorrenti degli Stati Uniti: Cina, Europa e le compagnie petrolifere e del gas mediorientali (concorrenti di quelle americane). Gli americani, invece, trarrebbero lauti profitti dall’aumento dei prezzi del petrolio e dalla vendita di armi. Mentre l’aumento dei prezzi del carburante negli Stati Uniti potrebbe, in teoria, essere limitato attraverso un accordo con le aziende petrolifere” americane, le quali potrebbero accettarlo proprio per i profitti extra “delle esportazioni”.

“Inoltre, i capitali provenienti da tutto il mondo potrebbero fuggire verso gli Stati Uniti, considerati un ‘porto sicuro’. Infine, la guerra è un buon pretesto per rafforzare il controllo governativo sugli affari interni degli Stati Uniti e limitare i diritti e le libertà dei cittadini”, un po’ com’è accaduto con il Patriot Act nel post 11 settembre. 

Certo, le spese di guerra potrebbero risultare eccessive, ma il problema “potrebbe essere risolto ‘regionalizzando’ la guerra, incoraggiando i vicini dell’Iran ad attaccarlo. Ciò consentirebbe a Trump di ridurre al minimo i costi e le perdite, trasferendoli ai suoi alleati mediorientali e limitandosi a fornire intelligence e attacchi mirati. In questo quadro, gli Stati Uniti potrebbero condurre una guerra per anni, creando problemi ai propri concorrenti e raccogliendone i benefici senza subire praticamente nessuna perdita”.

Il solito senatore Lindsey Graham lo ha dichiarato apertamente, affermando che la guerra in Iran è “un buon investimento” da cui gli Usa “guadagneranno un sacco di soldi”. In questo quadro, l’opzione false flag di cui sopra appare meno aleatoria… quanto al nocumento per l’Europa, ci torneremo.

‘We’re going to make a tonne of money’: US Senator Graham on US war on Iran

 

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L’Iran cambia strategia e limita i suoi attacchi in Medio oriente

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Due gli sviluppi significativi di ieri sulla guerra iraniana. Anzitutto l’annuncio di Teheran di interrompere gli attacchi verso i Paesi confinanti a meno di non dover rispondere a un attacco lanciato dal loro territorio. Sembra sfumare così la speranza di Israele di usare tali attacchi per trascinare i Paesi del Golfo nella loro guerra o, opzione secondaria e più realistica, di sottometterli tramite alleanza politica.

Ne hanno scritto in abbondanza i media israeliani, riportiamo, come esempio, un titolo del Timesofisrael: “Gli attacchi dell’Iran contro gli stati arabi aprono le porte a un nuovo approccio del Golfo verso Israele”. Sottotitolo: “Mentre Israele, a quanto pare, aiuta la difesa degli alleati degli Stati Uniti nella regione, potrebbero emergere percorsi per nuove alleanze”.

Iran’s strikes on Arab states open door to new Gulf approach toward Israel

Si stava avverando il sogno ultradecennale di Netanyahu di aggiogare la regione, sogno che nel tempo ha avuto varie declinazioni: dalla creazione di una Nato araba in funzione anti-iraniana agli Accordi di Abramo.

In realtà c’è molto di strano negli attacchi iraniani ai Paesi del Golfo. Se è vero che Teheran aveva messo nel mirino le risorse americane è davvero difficile capire perché colpire le loro risorse energetiche, come è accaduto soprattutto in Arabia Saudita e Qatar.

Se si esclude l’ipotesi di errori di traiettoria, da escludere proprio per la precisione con cui vengono portati gli attacchi iraniani, e si tiene presente che fin dal primo giorno di guerra Teheran ha dichiarato che le risorse energetiche dei Paesi del Golfo non erano obiettivi, resta il mistero.

Anche perché si tratta di risorse che per gran parte sono, o erano, destinate al più importante alleato dell’Iran, la Cina. Se si sta alla condotta di guerra dell’Iran, che si sta dimostrando intelligente (come devono ammettere anche i loro nemici) è davvero difficile comprendere come invece possa essere scivolata in questa opzione suicida.

Una pulsione suicida che fa il paio con il drone lanciato contro la Turchia e con l’attacco all’Azerbaigian. Altre due mosse inspiegabili perché rischiavano di alienargli la prossimità di Ankara, che si sta adoperando per porre fine alla guerra – anche perché è consapevole che sarà il prossimo target, come ha dichiarato enfaticamente l’ex premier israeliano Naftali Bennet – e di trascinare Baku, stretta alleata della Turchia, in una guerra a fianco di Israele e Stati Uniti.

Nessuna conferma ha trovato l’accusa di Tucker Carlson sull’arresto di agenti del Mossad in procinto di compiere attentati in Arabia Saudita e Qatar – peraltro i due Paesi hanno smentito (né potevano confermalo, altrimenti avrebbero dovuto dichiarare guerra a Israele) – né hanno avuto riscontro le accuse di Teheran riguardo attacchi false flag da parte di Tel Aviv sulle risorse energetiche dei Paesi confinanti.

Certo è che se da una parte un attacco al petrolio del Golfo non giova agli iraniani, dall’altra favorisce oggettivamente Israele. Né ipotizzare false flag appartiene al complottismo, dal momento che Tel Aviv e Stati Uniti hanno un lungo curriculum di iniziative similari. Al di là della querelle, resta che il cambiamento di strategia di Teheran segna un cambio di passo nella guerra in corso.

Tale ri-orientamento avviene dopo che Pechino si è decisa a intraprendere la prima seria iniziativa diplomatica sul conflitto: invierà nel Golfo il ministro degli Esteri Wang Y, annuncio che segue una serie di consultazioni con i leader regionali.

E di ieri le dichiarazioni del presidente iraniano Masoud Pezeshkian che ha rivelato come molti Paesi si stiano muovendo per tentare una mediazione, tra questi di certo i Paesi della regione, ma anche Putin, che l’aveva dichiarato pubblicamente e con cui ieri ha avuto un’interlocuzione telefonica.

Dichiarazioni che hanno innescato la reazione fuori registro di Trump, il quale ha dato un’ulteriore connotazione all’aggressione americana: se in precedenza si era parlato di una campagna di poche settimane, sempre di più col passare dei giorni, ieri ha dichiarato che non si fermerà se non con “la resa incondizionata” di Teheran.

Inutile specificare quanto sia folle una dichiarazione tanto definitiva, perché se è vero che le parole di Trump hanno un valore relativo, stante che può ritrattare il minuto successivo, è pur vero che hanno un peso. Dichiarazioni simili serrano porte già difficili da aprire.

L’altra notizia significativa di ieri è la decisione di Trump di evitare inasprire il confronto con la Russia, a dimostrazione che anche un orologio rotto nel corso delle 24 ore segna l’ora esatta. Liberal e neocon, infatti, stanno cercando di utilizzare il conflitto iraniano per stornare Trump dal suo approccio distensivo verso Mosca e tornare al pregresso approccio muscolare e a intensificare il conflitto ucraino.

Sono consapevoli che l’America non può riprendere a sostenere l’Ucraina come ai bei tempi di Biden, peraltro sarebbe arduo mentre bombarda l’Iran, ma se riescono a cambiare l’approccio di Trump, chiamato a sostenere i leader europei ancora decisi a far sanguinare Mosca – con tentennamenti negli ultimi giorni – e a rinvigorire le sanzioni, avrebbero vinto.

L’attuale sospensione dei rapporti con Mosca non ha ancora portato al ritorno di un’aperta conflittualità, da cui la pressione perché ciò avvenga. Così ieri la prima pagina del New York Times era dominata dalla notizia che Mosca sostiene l’Iran con la sua intelligence. Interpellato sul tema in conferenza stampa, Trump ha glissato.

È ovvio che Mosca sta fornendo informazioni a Teheran, come peraltro fa l’America con l’Ucraina, ma se tale ovvietà prenderà forza può diventare un grimaldello per forzare Trump e tanto cambierà, in peggio ovviamente. Glissando, Trump ha per ora evitato un ulteriore inasprimento delle tensioni globali.

 

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