Installati, rivendicativi e radicati: tre eserciti in guerra.

 

 

Roberto Pecchioli
I risultati delle recenti tornate elettorali in Germania e Svezia, uniti al successo dell’
islamo-socialista Zohran Mamdani a New York e ai sommovimenti nell’opinione pubblica
di Gran Bretagna, Francia, Spagna, preparano uno scenario di profonda polarizzazione. L’
asse destra-sinistra cede il passo al riposizionamento della società occidentale in tre parti
sempre più lontane e incomunicabili. A New York e a Berlino, dove l’elettorato
metropolitano , composto da popolazioni di ogni origine , prive di tratti comuni, monadi
individualiste sradicate, da tempo ha voltato le spalle alle forze identitarie e ai moderati di
ogni tendenza, assistiamo alle prove della pericolosa saldatura tra la sinistra radicale e le
masse immigrate.
A Berlino come nelle banlieues francesi e negli agglomerati urbani britannici avanza
l’alleanza apparentemente più innaturale, quella tra l’islamismo, gli immigrati che hanno
conseguito la cittadinanza, e un pezzo di sinistra. Il terreno comune sono le politiche
abitative delle immense periferie urbane e la rivendicazione dell’assistenzialismo pubblico.
Sulla scia di Mamdani la Linke berlinese guidata da una giovane di ascendenza turca che
ha tenuto comizi anche nella lingua delle sue origini, ha vinto le elezioni sul tema della
casa, con la promessa di espropri contro le società immobiliari che possiedono ben
duecentomila alloggi. Pressoché per intero, le comunità immigrate extraeuropee con
cittadinanza tedesca hanno votato Linke.
Nelle regioni dell’ex DDR – la Germania ancora tedesca- trionfa Alternative fuer
Deutschland (Afd) e crollano le forze di sistema, democristiani, socialdemocratici e liberali,
in parte i Verdi. In Svezia l’esito elettorale che ha consegnato la vittoria con scarto minimo
al variegato arcipelago delle sinistre (in attesa delle indagini su probabili brogli) è stato
determinato dalla mobilitazione massiccia dei “nuovi svedesi”, in maggioranza islamici.
Anche qui con l’uso delle lingue di origine, oltreché con la propaganda dei capi religiosi.
Facile prevedere lo stesso destino in Francia, dove La France Insoumise è diventata il
partito di raccolta delle folte comunità di origine nordafricana. Il Rassemblement National
di Marine Le Pen è primo tra gli operai, nelle aree rurali e suburbane e tra la popolazione
di stirpe francese.
In mezzo, in Francia come in Germania, in Gran Bretagna e negli Usa, è forte ma in declino
un ceto centrale benestante. Da noi le avvisaglie della nuova polarizzazione si sono viste
nelle elezioni comunali di Venezia con le liste bengalesi e nella saldatura tra sinistra
radicale e immigrazione islamica a Bologna in occasione della morte di un marocchino
cittadino italiano arrestato dalla polizia. Alla divisione destra-sinistra, oltrepassata dal
conflitto tra alto e basso, centro e periferia, nativi e immigrati, élite e popolo, si sovrappone
il nuovo fenomeno della spaccatura della società in tre tronconi. Elezione dopo elezione, in
Francia, Germania, Svezia e Regno Unito, le urne disegnano il panorama di un'Europa la
cui popolazione è divisa in tre blocchi sociali contrapposti. Possiamo definire il primo
gruppo gli “installati” o sistemati, gli agiati, l’establishment, i dipendenti pubblici, i

pensionati benestanti, i professionisti legati al carrozzone pubblico, i ceti garantiti che non
devono affrontare la competizione liberista né la pressione diretta degli immigrati. Votano
in netta prevalenza per i partiti di sistema, di destra, centro e sinistra, che si tratti di
Macron, Merz o qualsiasi altro prodotto del blocco sin qui egemone socialdemocratico-
popolare-liberale. Il secondo gruppo sono i “rivendicativi” , i cittadini di origine straniera e
chi vive del vasto mondo dell’ assistenza sociale: la forza trainante della nuova sinistra. La
terza categoria sono i "radicati", o espropriati: gli autoctoni della classe media e bassa
impoverita, il cui voto è orientato in modo schiacciante verso i movimenti sovranisti e
patriottici.
I contorni di ciascun gruppo e la loro proporzione variano a seconda del paese, della sua
storia e delle specificità socio-culturali, ma la frattura sta diventando evidente ovunque.
Cresce il numero degli “espropriati”, gli sconfitti della globalizzazione, delle nuove
tecnologie, sconcertati dal fulmineo mutamento del panorama umano, culturale e
valoriale, privati ​​della loro vecchia nazione, della loro identità e della speranza di
miglioramento, che danno ali ai partiti che propugnano il ritorno degli Stati nazionali. I
dominanti li chiamano con disprezzo populisti e sempre più spesso estremisti: il
monopolio delle parole.
In Francia, Marine Le Pen e affini sfiorano il quaranta per cento delle intenzioni di voto. In
Germania, il caso di Afd è emblematico: nonostante i virulenti tentativi di
criminalizzazione e non poche limitazioni legali, il partito è il primo del paese. Uguale sorte
per il Reform Party di Nigel Farage nel Regno Unito. Intanto si assottiglia il numero degli
“installati”, la fascia sociale benestante e garantita che rimpiange i prosperi, tranquilli
decenni della seconda metà del XX secolo. Nostalgia senza prospettive nell’epoca del
debito pubblico, dell’inflazione che rialza la testa, crisi energetica, rischio di guerra,
precariato, crollo della spesa sociale. Le opzioni socialdemocratiche, liberali e
democristiane perdono slancio, concentrando i consensi dei ceti di riferimento su politici
alla Macron, figure che trasmettono un illusorio senso di sicurezza a chi non chiede altro .
L’onda dei rivendicativi, scontenti e risentiti avanza nell’ islamizzazione di molte città
europee, offrendo alla vecchia sinistra l'opportunità di riconquistare potere. I tre gruppi
sono praticamente impermeabili. È improbabile che un appartenente alla categoria degli
scontenti rivendicativi sostenga un candidato degli installati, ancora meno uno appoggiato
dai radicati, i quali, a loro volta, non possono votare chi considerano a ragione nemico
esistenziale. In Germania e Svezia i cittadini di stirpe non autoctona hanno votato solo al 4
per cento per candidati identitari. Con distinte sfumature locali, il fenomeno è destinato a
ripetersi.
In Italia e Spagna il peso della sinistra diffusa è massimo tra i pensionati, le burocrazie, gli
insegnanti e tra i cittadini “originari” che vivono di sussidi e benefici pubblici. Da noi Forza
Italia, il centro residuale e parte del PD coincidono negli interessi degli “installati”. Una
società frammentata è, entro certi limiti, un fatto fisiologico. Tuttavia, nelle condizioni
presenti, le aspettative profonde di ciascuno dei tre gruppi esigono la disfatta o addirittura
la scomparsa degli altri. Gli obiettivi dei "rivendicativi" risentiti possono essere imposti
solo attraverso la distruzione della vecchia comunità nazionale baluardo dei "radicati", la

cui sopravvivenza richiede di neutralizzare il campo opposto. Gli "installati" contano
ancora molto, ma il loro numero declina e non rappresentano altro che il tentativo di
mantenere equilibri di potere e strutture al collasso. Perciò è reale la possibilità che diventi
inevitabile qualche forma di guerra civile, o meglio intestina, giacché le fazioni
contrapposte non hanno nulla in comune. Difficile il compromesso o la conciliazione tra
chi desidera preservare il paese com'era e chi è determinato a trasformarlo in qualcosa di
completamente diverso. La questione migratoria è cruciale. La grande divisione dei
prossimi anni potrebbe essere tra immigrazione e remigrazione. Se prevarrà la prima, i
"rivendicativi" avranno raggiunto il loro scopo e costruiranno un nuovo potere, compresa
una propria casta di “installati”. Se prevarrà la remigrazione, si affermeranno i radicati. In
entrambi i casi, il processo sarà traumatico.
Simile è la riflessione di chi si cela dietro lo pseudonimo proustiano di Boni Castellane. Gli
argomenti economici- pur importanti per costruire consenso- cedono il passo alla struttura
immigrazionista, architrave dei “rivendicativi “. La sinistra radicale sembra aver trovato la
mappa concettuale perduta dopo la catastrofe del 1989. Oltre a rappresentare le minoranze
etniche e sessuali, prova ad allearsi con l’islamismo. Questo, in attesa di fondare partiti
religiosi o etno –religiosi , colonizza abilmente movimenti come la France Insoumise, il
Labour inglese o lo spagnolo Podemos, fornendo voti e quadri dirigenti. L’alleanza sembra
fruttuosa, ma finirà per spaccare la sinistra tradizionale, in cui è molto consistente
l’apporto degli Installati per reddito, interessi e moderatismo riformista. Ciò è già evidente
nelle dinamiche del partito democratico americano.
L’altra deflagrazione riguarda la scissione culturale tra metropoli e aree suburbane,
periferiche e rurali. Castellane osserva che la metropoli è il “ luogo di nascita della
postsocietà , intesa come agglomerato di comunità etniche, consumismo come impianto di
vita, dinamiche culturali e servizi distinti per ogni nicchia culturale metropolitana. “ Tra
luoghi diventati spazi disumani senza destino comune, e il resto dei territori il conflitto è
inevitabile. Vedremo se la rivoluzione tecnologica e la crescente penalizzazione politica,
culturale ed economica delle aree non metropolitane susciterà la reazione dei radicati
sottoposti ad attacco e quale sarà la posizione degli “installati”.