Il vero scandalo è la sora Ilva. Il suo stipendio.

Dopo giorni di chiacchiera sulle statue coperte per la visita di Rohuani, svapora lo “scandalo”, e la signora Ilva Sapora resta al suo posto. La capessa del cerimoniale.  Col suo stipendio da 179 mila euro annui e con la sua conoscenza dell’inglese “elementare” (cioè nulla): ecco il vero scandalo. Permanente, inamovibile per legge, strapotente, insopportabile. Si dice che la sora Ilva, 179 mila euro, c’entri qualcosa anche nella zuffa per i Rolex in cui s’è lanciata la delegazione italiana nel palazzo reale di Ryad, disgustosa;   che si debba a lei se il cibo servito a Casina Valadier al re e regina di Giordania fosse così scadente, da far arrabbiare e vergognare Renzi; che sia lei la causa di un episodio che poteva costare un contatto miliardario: “Al pranzo di onore con il primo ministro del Kuwait dove si festeggiava l’acquisto dei caccia Eurofighter, venne escluso il generale kuwaitiano che aveva firmato il contratto miliardario. Uno sgarbo che rischiò di far saltare la commessa”, scrive La Stampa.

Dunque la sora Ilva è la tipica rappresentante dell’alta dirigenza statale: non solo strapagata, ma del tutto incompetente. Ce ne sono decine di migliaia come lei; tutti stipendiatissimi e potentissimi perché hanno in mano le leve reali del potere, quelle tecniche e burocratico-giuridiche; tutti a carico di noi contribuenti, e ostacolo allo sviluppo del Paese per la loro   stupidità incompetente. Fosse solo strapagata, sarebbe ancora il minor male; ma il peggio è che è questa casta che “governa”. E’ a questa casta che si deve il declino del Paese, illuminato dall’ultimo numero dell’Economist: dai “tempi lunghissimi per aprire un’impresa”, contrariamente a tutti i nostri concorrenti in Europa e fuori (perché il compito che si dà la Casta è “controllare”, ossia ostacolare chi produce, in cui vede nient’altro che un evasore potenziale) fino alle “dimensioni troppo piccole delle imprese”: un nanismo per sopravvivere alle avide e incompetenti, persecutorie attenzioni della Casta parassitaria , che ci penalizza sul mercato mondiale. Incompetenti i ricchissimi marpioni di Bankitalia, che lasciano saccheggiare il risparmio del paese agli stranieri (o addirittura gli tengono il sacco); fancazzista ed arbitraria la magistratura delle procure, che accumula arretrati e incertezze del diritto; inutili e dannose le Belle Arti, che hanno lasciato bruttare le coste di tutte le isole e poi impediscono la ricostruzione di un ponte del 900, perché “primo esempio di ponte in cemento armato”, e dunque “parimonio da proteggere”.

E’ il  primo problema politico

La liberazione del Paese da questa casta è il problema politico primario dell’Italia, e il più urgente. Ma è quasi impossibile. I politici sono quello che sono, ma è esagerato dar loro troppe responsabilità nel malgoverno; vanno e vengono; questi invece sono inamovibili perché “hanno vinto o’ concuorzo”. I politici, quando vanno ad assumere cariche di governo, dipendono completamente da loro,dai direttori generali, dai “segretari” e simile genìa:   perché non conoscono la macchina dello stato, e quelli la conoscono a perfezione – perché sono stati loro a crearla, e renderla complicata e piena di trabocchetti apposta per perpetuare il loro potere.

I politici sono costretti ad ingraziarseli; essi stanno sotto ricatto della Casta, alla mercé dei loro trucchi e delle loro resistenze occulte, anche passive. Corrado Passera ha raccontato che, appena ministro delle infrastrutture, ha chiesto ai “suoi uffici” di avere l’elenco del personale alle sue dipendenze: non è mai riuscito ad averlo.

Le inchieste che ne rivelano la scandalosa incapacità, corruzione, rozzezza e disonestà, non producono alcun effetto. I pochi tentativi di disciplinarli vanno regolarmente a vuoto.   Vi ricordate il “tetto di 240 mila euro annui” agli stipendi della casta pubblica di cui Renzi s’è vantato (come sempre)? Ebbene: sono riusciti a vanificarlo, prendono quel che vogliono come prima a forza di indennità aggiuntive occultamente. La sola forza che ci ha provato è, bisogna riconoscerlo, il 5 Stelle: risultati zero. Ed ogni proposta dei loro parlamentari di mettere in qualche modo in riga i prepotenti incapaci è stata accompagnata da sperticati elogi verso di loro, perché guai a inimicarseli, e mettere a rischio i loro mostruosamente indebiti emolumenti: ti fanno la guerra intestina, ti distruggono politicamente.

Nei tentativi, si è scoperto che queste caste, sempre più affollate ed avide, si sono accaparrate prerogative che dovrebbero appartenere solo ai più alti organi ostituzonali: l’autodichìa e l’auto-crinia. Parole greche e difficili che significano:   sono loro che si giudicano da sé, e si danno gli stipendi  e  gli aumenti  che vogliono, senza controllo di alcun organo esterno (autodichia). L’autocrinia è “produzione della norma giuridica da parte del soggetto che ne è il destinatario”: insomma, le leggi che riguardano l’interesse della Casta come corpo, se le fa’ a Casta stessa. Ovviamente è la violazione principe del principio di separazione dei poteri; originariamente, autodichia e autocrinia erano prerogative dei sovrani di diritto divino.

Oggi siamo sotto la sovranità per diritto divino della sora Ilva e delle decine di migliaia come lei.

Del sovrano ci si può liberare, è uno solo. Questi sono – come i demoni infestanti – Legione.

Ripulire questa stalla di Augia che è l’apparato dello Stato, non è una cosa che   possa fare un partito o una maggioranza; occorrerebbe un accordo tra maggioranza e opposizione, non dare sponde a questi marpioni. Forse il Patto del Nazareno poteva avere questa giustificazione; non ha funzionato, ovvio, e la stalla resta piena di merde secche pagatissime e strapotenti. E ci porta a fondo.

Una riforma moderata e ideale dovrebbe legare i loro stipendi – in aumento perpetuo – almeno all’andamento del prodotto interno lordo: così si farebbe entrare in qualche modo nelle loro teste durissime una qualche relazione di responsabilità verso il paese che governano e devastano. Per il fatto che i loro stipendi sarebbero diminuiti con la crisi economica che dura da 9 anni, magari avrebbero cominciato ad occuparsi di rendere la burocrazia più snella e competitiva. Ovviamente non è una riforma che vedrà mai la luce.

L’Economist e gli altri stranieri che ci deridono, non additano però   la vera natura del nostro male, non la sanno definire.   Perché il nostro male non è qualcosa di occidentale, che si possa riconoscere. Bisogna ricorrere alla storia ottomana: vedere nella Casta i nostri Giannizzeri.

 

il ricchissimo capo
il ricchissimo capo  dei Gannizzeri

La riforma dei Giannizzeri

Originariamente il corpo d’elite, guardia di palazzo del Sultano, pretoriani  i Giannizzeri era diventati una casta corrotta e sediziosa, arricchita da donativi, che pretendeva continui aumenti di stipendio, che occupava gli apparati dello Stato, pretendeva mazzette dalla gente e dal bazar, riusciva a far cadere i sultani e a deciderne la nomina.   Inoltre (leggo da Wikipedia) “La progressiva inettitudine dei comandanti militari giannizzeri e il rifiuto di aggiornare il proprio equipaggiamento e le proprie tecniche di battaglia resero le truppe ottomane facile bersaglio degli eserciti delle nazioni europee”.   Non si può dire esattamente lo stesso elle nostre Caste parassitarie statali e regionali, dalla diplomazia alle procure, dalla università al “personale” della Camera o del Quirinale? inettitudine, non volontà di aggiornarsi, difesa ottusa e dannosa dei propri privilegi.

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Contrariamente ai nostri politici che vanno e vengono e cedono al loro ricatto, i Sultani però avevano chiaro il problema. Molti di loro cercarono anche di disciplinare o sciogliere i Giannizzeri, mettendoci la faccia e rischiandoci il trono o la vita. Cosa fecero? Provarono a creare reggimenti di soldati arruolati nelle campagne, addestrati modernamente e fedeli al sovrano; reparti che furono letteralmente e più volte sterminati dai Giannizzeri, che vi vedevano ragione dei pericolosi concorrenti alla loro inettitudine. Però lasciarono sopravvivere reparti moderni di artiglieria: arretrati com’erano, non pensavano che quest’arma fosse tale da minacciare il loro potere.

Il sultano riformatore, Mahmud II
Il sultano “riformatore “

Nel 1826, il sultano Mahmud II fondò un corpo di fanteria nuovo, e invitò pubblicamente i Giannizzeri a sciogliersi in questo reparto; come aveva previsto, questi si rivoltarono apertamente. Il sultano colse l’occasione, fece alzare lo stendardo del Profeta, e   ordinò all’artiglieria di sedare la sedizione. Almeno ottomila Giannizzeri morirono nelle loro caserme bombardate e incendiate.

La cosa bella e civile, fu che il popolo di Costantinopoli si unì al repulisti: Giannizzeri furono inseguiti, braccati e sgozzati per le strade; i superstiti, radunati nel romano ippodromo di Costantinopoli, furono passati per le armi. Il numero dei morti non è ben stabilito: chi dice 30 mila, chi addirittura 120 mila ammazzati dalla giustizia sultana e da quella popolare.

Per adottare un detto staliniano, “I parassiti i furono sterminati come classe”

La politica seria, a volte, periodicamente richiede il sangue dei tiranni e degli oppressori. In Italia questi tempi non verranno mai. Ci teniamo la sora Ilva e le migliaia di Giannizzeri strapagati. Che ci succhiano il sangue mentre ci trascinano a fondo.

 

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