Un articolo di mons. Staglianò ci permette di capire che i modernisti stanno cercando, attaccando Maria, di sovvertire il il cuore stesso della fede cristiana
Vitis Vera – gen 06, 2026

Mons. Staglianò, Presidente della Pontificia Accademia di Teologia, il 2 gennaio 2026 è tornato sul tema della corredenzione di Maria Vergine in un articolo su “Avvenire”, che ci sembra giustifichi qualche osservazione e qualche puntualizzazione. L’articolo intitolato “Perché Maria ci conduce a Cristo” è preceduto da una breve sintesi che recita, stranamente, così:
“La vera devozione mariana porta al cuore del Vangelo. La Madre è lì sulla soglia di casa non per offrire una strada diversa, ma per accompagnarci tra le braccia aperte di suo Figlio”
La nota è molto strana perché non si vede affatto il nesso, che a Staglianò sembra evidente, fra il sostenere la dottrina della corredenzione di santa Maria e il pensare a una strada diversa da quella di Cristo. Analizzeremo l’articolo dividendolo in capitoletti che numereremo per rendere più ordinata l’esposizione:
1) «La recente Nota dottrinale Mater Populi fidelis, con la sua chiara presa di posizione “prudenziale” rispetto al titolo mariano di “Corredentrice”, non è un mero esercizio di precisione teologica. È, più profondamente, un atto pastorale che scava nelle radici della nostra immagine di Dio. Perché, infatti, una parte del popolo fedele e alcuni movimenti sentono il bisogno di elevare Maria al ruolo di “Corredentrice”?»
Qui siamo costretti a fare una precisazione: Staglianò afferma che la nota Mater Populi fidelis “non è un mero esercizio di precisione teologica”, ma bensì “un atto pastorale che scava nelle radici della nostra immagine di Dio”. Ora osserviamo che lo scavare nella nostra immagine di Dio è un atto che potrà, forse, avere conseguenze o utilità anche sul piano pastorale, ma non può, in sé stesso, che essere uno sforzo legato alla sfera della ricerca teologica, se condotta con “precisione” tanto meglio (nel testo la precisione sembra essere una caratteristica negativa della teologia, stranamente).
Il grande interrogativo dell’articolista consiste nel capire perché alcuni cattolici (fra cui dei Papi) sentono il bisogno di “elevare Maria al ruolo di corredentrice”. Ma va notato che la questione così è malposta: non è un bisogno di alcuni fedeli, ma una dottrina saldamente insegnata dalla Chiesa e sulla quale ci sarebbe ampio spazio, fra l’altro, per un pronunciamento ex cathedra, ovvero per definire solennemente un nuovo dogma mariano. Senza forse volerlo, Staglianò adotta un modo di ragionare che è quello tipico del modernismo, condannato dall’Enciclica “Pascendi” di san Pio X del 1907: per i modernisti le verità dottrinali non sono verità rivelate da Dio e come tali insegnate e definite dalla Chiesa, ma espressione dei bisogni dei fedeli.
La storia stessa del pensiero teologico mostra l’antichità del concetto di corredenzione, termine che compare nel XIV secolo. Ma il termine non è l’invenzione di un concetto, non è una nuova idea nata per caso dalla fantasia di un teologo, bensì la più chiara esplicitazione di una verità da sempre implicita nella Rivelazione cristiana.
2) «La risposta, che il documento tocca ma su cui vale la pena riflettere ulteriormente, ci conduce a interrogare una percezione distorta del rapporto tra la giustizia e la misericordia divina: la persistenza subconscia di un Dio giustiziere, la cui ira deve essere placata e la cui misericordia è una concessione faticosa».
Qui notiamo che Staglianò inizia a spostare il discorso, allontanandosi dal tema della “corredenzione”, per concentrarsi su quello del rapporto fra giustizia e misericordia di Dio. Sembra un salto logico incomprensibile: ci saremmo aspettati che esponesse in modo ordinato e chiaro la dottrina della corredenzione per poi cercare di dimostrare in che cosa, a suo dire, essa sarebbe sbagliata. Ma stranamente mons. Staglianò sceglie un’altra strada e si mette ad attaccare la permanenza (nei fedeli che credono alla corredenzione di S.Maria) dell’idea di un Dio irato e “giustiziere”, la cui ira va placata e che fatica a essere misericordioso. Ora non si vede davvero da cosa vengano tratte queste conclusioni, come cioè Staglianò riesca a cogliere quella che lui chiama una “persistenza subconscia”. Perché poi la chiama “subconscia” e non “inconscia” o “inconsapevole”? Ma se con “subconscia” intende dire “inconscia” come fa a coglierla lui questa “persistenza”? Ha doti divinatorie? Ha sottoposto ad analisi psicoanalitica un campione di cattolici che credono nella corredenzione?
Poteva del resto evitare di alludere alla sfera del “subconscio” e ricorrere semplicemente all’ABC della dottrina cattolica: Dio è giustizia infinita (non è un “giustiziere”, termine grossolano adatto a un film western); il peccato è offesa infinita a Dio; l’ira di Dio non va letta antropomorficamente, ovviamente, ma allude al fatto che l’uomo che rifiuta Dio e calpesta la sua legge morale con piena avvertenza e deliberato consenso, se non si pente, va incontro al castigo eterno dell’inferno.
Poiché l’offesa arrecata a Dio con il peccato è infinita (per l’infinita dignità e grandezza di chi viene offeso), l’uomo (intendendo tanto il singolo, quanto la totalità degli uomini) con le sue sole forze non potrà mai espiare le sue colpe e meritare la salvezza ed è necessario che il Figlio di Dio, il Verbo fattosi carne, ovvero Nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, espii in modo perfetto tutti i peccati degli uomini (“Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi”, Gv, 1-29) compiendo sulla croce quello che è giustamente chiamato sacrificio espiatorio vicario.
Dunque Dio non solo non ci dona la sua misericordia con una “concessione faticosa”, ma ce la dona con una infinita abbondanza e generosità, al punto da chiedere al suo divin Figlio di incarnarsi e, come vero uomo, lui innocentissimo e senza peccato, di espiare, morendo sulla croce, i peccati di tutti gli uomini.
Come si vede il tema della “corredenzione” è solo un elemento occasionale per affrontare il problema sostanziale della natura della salvezza operata da Gesù.
3) «Il rischio insito nel titolo di “Corredentrice” è quello di delineare, anche solo implicitamente, un percorso di salvezza parallelo a quello rivelato da Cristo. In questa prospettiva, l’opera di Gesù, che ha svelato il volto del Padre misericordioso, verrebbe tacitamente considerata come non pienamente sufficiente, o come avente a che fare con una giustizia divina che, da sola, limita la portata della misericordia. Ecco allora che l’intercessione di Maria, trasformata in “Corredentrice”, rischierebbe di essere vista come un accesso a una misericordia più grande e più accessibile, quasi alternativa a quella di un Dio la cui giustizia ne condizionerebbe l’amore. Per non dire che la “Corredentrice”, in questa lettura psicologico-spirituale, rischia di trasformarsi in un “parafulmine” celeste, un essere di pura tenerezza che si interpone tra l’umanità e i fulmini di una Giustizia Divina percepita come minacciosa e vendicativa. Il documento vaticano, con grande finezza, smonta questa costruzione non solo per ridare a Cristo il suo posto centrale, ma per ricondurci alla vera, sconvolgente natura del Dio rivelato da Gesù: un Dio la cui Giustizia è la sua Misericordia. È bene ribadirlo proprio in quest’anno giubilare» (sott. nostre).
Staglianò sembra, con fatica, chiarire finalmente il suo pensiero: secondo lui parlare di Maria come “Corredentrice” significa rischiare di stabilire un percorso di salvezza alternativo (“parallelo”) a quello rappresentato da Cristo. E’ un peccato però che non citi un solo documento, testo, studio teologico in cui viene avanzata questa curiosa tesi. Penso infatti che a nessuno sia mai venuto in mente di vedere Maria Vergine come via di salvezza alternativa a Cristo. Secondo Staglianò se si elimina questa perniciosa e pericolosa idea di corredenzione si ridà a Cristo “il suo posto centrale” e si torna a credere in un Dio “la cui Giustizia è la sua Misericordia”. Quest’ultima affermazione è rivelativa del pensiero, verrebbe da dire “subconscio”, dell’autore, per il quale la giustizia di Dio coincide con la sua misericordia, è, quindi, la sua misericordia. Non sappiamo su che fonti Staglianò appoggi la sua tesi, ma sono chiare le sue conseguenze: se la giustizia di Dio è ridotta alla sua misericordia, ci pare che ciò equivalga ad affermare che Dio non può che perdonare, e dunque salvare, tutti. Mentre in una visione retta delle cose l’infinita giustizia di Dio è temperata dalla sua infinita misericordia, rimanendo però giustizia; per il nostro vescovo, invece, la giustizia è annullata da una misericordia in cui tutto pare destinato ad affondare confondendosi irrimediabilmente. Si ha qui l’essenza stessa della nuova fede modernista, che in fondo si può ridurre a questo nuovo dogma della salvezza universale: un vero e proprio ritorno della dottrina dell’apocatastasi.
4) «Mater Populi fidelis non affronta il tema in modo diretto, ma i suoi argomenti gettano luce sul problema di fondo. L’Unica mediazione di Cristo: il documento insiste ripetutamente che “in nessun altro c’è salvezza” (At 4,12) e che “Cristo è l’unico Mediatore” (1Tim 2,5). Questa non è un’affermazione di potere, ma di amore. L’incarnazione, la morte e la risurrezione del Figlio sono l’atto definitivo e sovrabbondante con cui Dio stesso, in Persona, risolve il dramma del male e del peccato. Presentare Maria come “Corredentrice” implica, anche solo semanticamente, che l’opera di Cristo sia in qualche modo incompleta o necessiti di un complemento umano. Si insinua così l’idea di una seconda fonte di redenzione, che affianca e in qualche modo “integra” la prima, minando l’unicità dell’evento salvifico».
Purtroppo le cose non stanno come afferma il presidente della Pontificia Accademia di teologia. La dottrina della corredenzione di Maria non implica in nessun modo una via di salvezza alternativa o diversa da quella aperta dalla Passione e Morte di Cristo.
Documenti come “Ad diem illud” di san Pio X (1904) spiegano perfettamente che Maria Vergine, in virtù delle indicibili sofferenze che patì sotto la croce, essendo testimone della morte dell’amatissimo figlio Gesù Cristo, ebbe una comunanza perfetta con Lui sia quanto alla volontà di salvezza degli uomini, sia quanto alla sofferenza; ora, questa vera e propria com-passione della madre col Divin Figlio (ovvero questo suo soffrire con lui, come se i dolori del Salvatore fossero i suoi) fece sì che Maria meritasse di partecipare alla riparazione del male del mondo divenendo dispensatrice, o mediatrice, universale di tutte le grazie, la cui fonte è la morte sulla croce di Cristo.
I teologi parlano quindi di una cooperazione immediata di Maria santissima alla redenzione oggettiva e di una sua intima partecipazione alla Passione di Cristo, partecipazione che le merita il titolo di corredentrice. Infatti sotto la croce Maria patì così profondamente (essendo il suo dolore proporzionato alla misura del purissimo amore che portava al Figlio in virtù del suo cuore immacolato) e offrì con una tale purezza Gesù al Padre per placare la divina giustizia, rinunciando a ogni suo diritto di madre, che meritò il titolo di corredentrice.
La vittoria su Satana e sul peccato fu quindi operata simultaneamente da Gesù e da Maria Vergine (insieme con Cristo e per mezzo di Cristo), come annunciato già, profeticamente, dal Protovangelo, nel libro della Genesi, subito dopo il racconto della creazione del mondo e la caduta dei progenitori: «Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gn, 3-15)
Infine il “Fiat” di Maria al momento dell’Annunciazione fa già di lei, la corredentrice, perché con il suo “sì” permette la redenzione del mondo, accettando l’immensa sofferenza che avrebbe dovuto sopportare sul Golgota, che ben conosceva dalla Scrittura e dai profeti.
Ovviamente la redenzione dell’uomo è operata dai meriti e dalle soddisfazioni condegne di Cristo, che sono il fondamento dei meriti e delle soddisfazioni congrue di Maria. Dunque il salvatore rimane uno solo ed è Gesù Cristo, ma Dio ha voluto che la Vergine cooperasse in modo singolare e unico al sacrificio salvifico.
«A chi obietta che , secondo l’insegnamento perenne della Chiesa, Cristo solo ci ha redento, si risponde distinguendo fra la Redenzione principale , universale e per se stessa sufficiente, e la redenzione secondaria, dipendente e per se stessa insufficiente. La prima tutta propria di Cristo non esclude la seconda, propria di Maria. Siccome poi la seconda dipende e trae il suo valore dalla prima, si può semplicemente parlare, come effettivamente si è fatto e si fa ancora, della prima senza parlare della seconda» (Enciclopedia Cattolica, Vol. IV, pag. 643).
Come si vede in nessun modo il titolo di corredentrice attribuito a Maria diminuisce o altera la centralità, l’unicità e il primato della redenzione operata da Cristo.
5) «Maria, la prima discepola: il testo ribadisce con forza che Maria è la “prima discepola”. La sua grandezza sta nell’aver creduto, nell’essersi fatta serva, nell’aver indicato Gesù: “Fate quello che vi dirà” (Gv 2,5). Il suo ruolo è di condurre a Cristo, non di sostituirlo o di coadiuvarlo in un’opera di cui Lui solo è l’artefice. Il documento mette in guardia proprio contro la tentazione di presentare Maria come il ricorso a una misericordia più comprensiva, che sopperirebbe a una presunta insufficienza di quella divina. È qui il cuore del problema: se Dio ha ancora bisogno di essere “integrato” nella sua opera salvifica, allora non è il Padre di Gesù Cristo. La Maternità spirituale come antidoto: la Nota propone il titolo di “Madre del Popolo fedele” e “Madre nell’ordine della grazia” come alternative biblicamente e teologicamente solide. La maternità è per sua natura un rapporto di amore, tenerezza, protezione e intercessione. Una madre non offre una via alternativa a quella del padre; condivide e interpreta il suo amore. Maria, come Madre, non ci conduce a una misericordia “parallela”, ma ci rivela la profondità e l’universalità dell’unica misericordia di Dio, che in Cristo si è fatta nostra».
Non vogliamo essere offensivi, ma quelle appena citate sono parole al vento, visti i chiarimenti dati al punto precedente. Se Papi, santi dottori, teologi insigni hanno sempre sostenuto il ruolo di Maria come Corredentrice e Mediatrice di ogni grazia si potrebbe chiudere il discorso con un argomento d’autorità: opinioni espresse oggi, come dottore privato, da un vescovo (o dal Papa) evidentemente cadono di fronte al magistero ordinario universale che insegna l’opposto. Inoltre va notato con rammarico che Staglianò non si confronta e non cita un solo documento a favore della corredenzione di Maria, e questo ci pare uno strano modo di fare teologia.
Maria corredentrice nulla toglie al ruolo primario, unico e superiore della redenzione operata da Cristo, non la oscura, ma semmai la fa meglio apprezzare, anche perché la stessa nascita immacolata di Maria e il suo ruolo di corredentrice sono frutto della redenzione preventiva operata da Cristo, che la ha preservata appunto, in forza dei meriti della sua Passione, dal peccato originale (come insegna il dogma dell’Immacolata Concezione). Un’unica redenzione, ottenuta dai meriti sovrabbondanti della passione di Cristo permette di elevare Maria al ruolo di corredentrice e di liberare gli uomini dal peccato.
6) «Qui si arriva al nodo teologico cruciale. La teologia popolare, spesso influenzata da correnti tardomedievali e da una catechesi insufficiente, ha spesso operato una pericolosa scissione tra Giustizia e Misericordia. Da un lato c’è la Giustizia, severa e implacabile, che esige soddisfazione. Dall’altro c’è la Misericordia, che interviene a “pacificare” questa giustizia. In questa visione, la Croce diventa lo strumento di una soddisfazione penale, e Maria, ai piedi della Croce, viene reinterpretata come colei che, offrendo le sue pene, “co-completa” l’opera di salvezza, aggiungendo un tassello necessario».
Immaginiamo di seguire Staglianò nella sua teologia neoterica, del tutto priva di appoggio nella Tradizione, e facciamogli qualche domanda: se l’offesa a Dio rappresentata dal peccato (offesa che, come abbiamo già visto, è di gravità infinita) non esige alcuna soddisfazione (di valore altrettanto infinito) perché l’incarnazione del Verbo? A che scopo la Passione e Morte sulla croce di Gesù Cristo? Ci può spiegare, gentilmente, Staglianò che senso ha l’intera economia della redenzione? Cristo non è più colui, come dice il profeta Isaia “dalle cui piaghe siamo stati risanati”? Quale senso residuo lascia al sacrificio della Croce il Presidente della Pontificia Accademia di Teologia? E torniamo a domandare: se la giustizia va ridotta alla misericordia, siamo tutti salvi? Dobbiamo abrogare il versetto evangelico che dice “tanti i chiamati, pochi gli eletti”? L’inferno è vuoto o non esiste per Staglianò, quell’inferno che nel Nuovo testamento è chiaramente nominato una settantina di volte e che si dice sia la massima astuzia di Satana convincere tutti che non esista? Infine da che cosa ci salva Gesù con la sua Passione e Morte? Da quale pericolo, da quale rischio estremo? Se la giustizia va dissolta nella misericordia perché l’incarnazione e la morte sulla croce del Figlio di Dio, del Verbo incarnato?
7) «Questa immagine è una tragica distorsione. Il Dio di Gesù Cristo non è scisso al suo interno. La Giustizia di Dio, nella Bibbia, non è la giustizia commutativa dei tribunali umani. È la Giustizia salvifica: la fedeltà di Dio alla sua alleanza, il suo impegno instancabile a rettificare il creato, a salvare ciò che era perduto. La sua Giustizia è il suo agire per salvare. Di conseguenza, la Misericordia non è una “deroga” alla Giustizia. È la sua forma più alta e radicale. Il perdono di Dio non è un “chiudere un occhio” sul male, ma un ricreare, un sanare. Come scrive Papa Francesco nella Dilexit nos, citata nel documento, è l’amore che “ricostruisce il bene e la bellezza” laddove il peccato aveva distrutto. In questo orizzonte, non esiste spazio per un’opera salvifica “parallela” o “integrativa”. L’unica Mediazione di Cristo è totale e sovrabbondante».
Non ripetiamo i commenti già fatti. È evidente che l’intenzione è manomettere completamente l’escatologia cristiana per andare anche oltre l’eresia, verso una vera e propria forma di nuovo gnosticismo. Spaventosa infatti l’espressione per cui Dio vivrebbe “un impegno instancabile a rettificare il creato”: sembra un’espressione presa di peso dal distorto pensiero cabalista. Come nelle forme gnostiche dei primi secoli, analizzate da sant’Ireneo, il mondo è creato da un Demiurgo malvagio e ignorante, e il Dio buono lo deve rettificare. Chiara però la perversa direzione teologica che viene intrapresa e chiare le motivazioni dell’attacco a Maria Corredentrice. Se tutti sono salvi, perché la giustizia di Dio si riduce a una misericordia che corregge gnosticamente il creato distorto dal peccato, allora perde qualunque senso che Maria Vergine e, seguendo il suo esempio, ogni cristiano di buona volontà, partecipi alla Passione del Signore offrendo al Padre, in unione alla croce di Cristo, le proprie sofferenze.
Staglianò dimentica del resto che è senz’altro vero che la Passione di Cristo è sufficiente alla salvezza di tutti gli uomini, ma che è altrettanto vero che questa salvezza gli uomini devono accettarla, convertendosi, abbandonando il peccato, riparando il male fatto, sforzandosi di espiare i propri peccati, vivendo la vita di grazia attraverso i sacramenti, pregando e mortificandosi. La salvezza non è un automatismo metafisico che investe tutti gli uomini non tenendo conto della loro volontà, ma un dono che esige la cooperazione e una ferma scelta da parte della nostra libertà.
Inoltre, anche se è ovvio che la croce di Cristo è infinitamente meritoria (in virtù dell’unione ipostatica) ed è sufficiente a salvare tutti gli uomini, è altrettanto vero che i cristiani sono chiamati, appunto, a unirsi e a partecipare al sacrificio di Cristo con la loro vita, secondo il detto paolino: “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24).
Questo, passo rettamente inteso, spiega sia la corredenzione di Maria, sia il nostro doverci porre alla sua sequela, imitandola per conformarci in modo perfetto all’immagine di Cristo crocifisso.
Spiega in modo semplice e chiaro questo concetto il padre domenicano Angelo:
«Ci si può domandare se manchi qualcosa alla passione di Cristo.
Da un punto di vista oggettivo non manca senz’altro niente. La passione di Cristo è stata più che sufficiente per la redenzione dell’uomo.
Cristo infatti ha compiuto l’opera affidatagli dal Padre (Gv 17,4) e ha attestato dalla croce che ha compiuto tutto (Gv 19,30).
3. Quando San Paolo fa questa affermazione non vuole dire che la passione di Cristo sia stata imperfetta o incompleta o che ad essa si debba aggiungere qualcosa.
Egli considera la Chiesa come un solo corpo (un corpo mistico) con il Signore. Di questo corpo Gesù è il capo e noi le sue membra.
Che cosa manca dunque?
Manca questo: che la passione, che per ora si è compiuta nel corpo fisico di Gesù, si prolunghi anche nelle sue membra.
E questa partecipazione alla passione di Cristo è meritoria non solo per il soggetto che soffre o fa penitenza, ma anche per le altre membra del corpo mistico.
San Paolo dice infatti che soffre a favore del suo corpo che è la Chiesa.
4. Occorre ricordare che Dio salva gli uomini non come un “deus ex machina”, ma attraverso la loro cooperazione personale e vicendevole.
Come nessuno viene al mondo senza la mediazione dei genitori, così analogamente nessuno entra in Paradiso senza la mediazione della Chiesa.
Il Signore ci chiama ad essere suoi collaboratori di Dio. San Paolo usa quest’espressione: “Siamo infatti collaboratori di Dio” (1Cor 3,9), “abbiamo inviato Timòteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo” (1 Ts 3,2).
Dice Pio XII nella Mystici Corporis: “Mistero certamente tremendo né mai sufficientemente meditato, come cioè la salvezza di molti dipenda dalle preghiere e dalle volontarie mortificazioni a questo scopo intraprese dalle membra del mistico corpo di Gesù Cristo” (MC 42).
5. È vero che Cristo è l’unico Redentore.
Ma Cristo ci rende partecipi della redenzione: e non solo nel senso che la riceviamo, ma anche perché con le nostre penitenze ci facciamo ministri o canali dei meriti infiniti della sua passione.
Si tratta di un discorso analogo a quello della regalità di Gesù. Gesù è l’unico Re dell’universo. Ma vuole che tutti noi regniamo insieme con lui: “preparo per voi un regno” (Lc 22,29), “e regneranno nei secoli dei secoli” (Ap 22,5)» (https://www.amicidomenicani.it/completo-nella-mia-carne-quello-che-manca-ai-patimenti-di-cristo-a-favore-del-suo-corpo/).
Dispiace come Staglianò sembri voler andare contro la sana teologia e cercare di rendere seduttivo il mistero, distorcendo i dogmi con noncuranza pur di riuscire a creare l’ingannevole immagine di un cristianesimo consolatorio e facile, che non chiede sacrificio, né espiazione, né offerta di sé al Padre in unione al suo diletto Figlio crocifisso per noi. Inoltre anche tutta l’ascetica e la mistica cristiane di ogni tempo ci insegnano come, al vertice della santità, le anime più elette non desiderino altro che di soffrire insieme al loro Gesù, del quale vedono l’inaudito abbandono e l’immensa derelizione, uniti ad un infinito desiderio della salvezza delle anime: “Sitio!”. E’ questa per esempio il cuore delle esperienze mistiche di san Francesco, in particolare alla Verna, quando riceve le stigmate.
L’attacco ai titoli di Maria Corredentrice e Mediatrice di ogni grazia e la goffa insistenza sul fatto che non occorre nulla di aggiuntivo alla redenzione operata da Cristo, non ha come bersaglio vero Maria stessa, ma l’intera concezione tradizionale cristiana della salvezza: si vuole, a tutti gli effetti, introdurre una nuova religione. Questa nuova religione, nei progetti dei più oscuri centri di potere mondialisti, nei circoli occulti giudeo-massonici, implica una religione priva di vera trascendenza, che celebri essenzialmente l’uomo (e la natura…), che proclami la salvezza universale, permettendo così sintesi fra le diverse confessioni cristiane e con le altre religioni (se tutti sono salvi che senso ha avere religioni diverse?).
Maria Corredentrice ricorda troppo la necessità di espiazione e mortificazione, l’immenso valore e l’unicità della salvezza portata da Cristo, l’unicità della Chiesa cattolica come arca di salvezza, la necessità di abbandonare il peccato e il vizio e di anelare, con lotta insonne, fino al grado eroico delle virtù, a Dio piacendo; l’obbligo, infine, per tutti i cristiani, di essere “perfetti”, di vivere nel fervore, di avanzare incessantemente nella propria vita spirituale, rispettando la legge di Dio con carità sempre più viva ed accesa. Se Maria non è più pensata come corredentrice, viene meno anche il dovere dei singoli cristiani di unirsi al sacrificio di Cristo, partecipando e cooperando così al suo piano di redenzione. Tramonta infine ogni necessità di farsi anime riparatrici e consolatrici del sacro Cuore di Gesù. Più in profondità la nuova idea di salvezza universale o apocatastasi rende vano ogni discorso sulla legge morale, sulla necessità di una vita virtuosa e pia per salvarsi e prepara, potenzialmente, il terreno per l’ammissione dell’omosessualità, della contraccezione e di ogni altra violazione della legge naturale. In tal modo l’arco rivoluzionario iniziato remotamente con il Concilio Vaticano II e accelerato da papa Francesco, potrebbe essere avviato alla sua logica conclusione.
Ma affinché la retta e ortodossa visione del cristianesimo muoia e sia sostituita dalla nuova forma di cristianesimo gnostico che abbiamo descritto è Maria Vergine che deve cadere, è l’Immacolata che va atterrata, ridotta a un ruolo minore e secondrario, banalizzata. I modernisti oggi trionfanti vogliono poter vedere in lei solo una brava ragazza palestinese, non colei che sosterrà con la sua invincibile intercessione i martiri degli ultimi tempi, i santi che resisteranno all’ombra di morte dell’età dell’Anticristo: «Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gn 3,15).
Che l’Immacolata, Maria Vergine Madre di Dio, Corredentrice e Mediatrice universale di ogni grazia, preghi per noi e ci protegga sempre dai nemici di Cristo!
L’articolo integrale di mons. Staglianò è consultabile al seguente indirizzo: