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IL PAPA IN SINAGOGA – di Andrea Cavalleri

Maurizio Blondet 25 Gennaio 2016 3

PAROLE, PAROLE, PAROLE…(il Papa in sinagoga)  (Andrea Cavalleri)

 

Personalmente sono sempre più stanco di constatare che la comunicazione mediatica viaggia sui binari di slogan che spesso vogliono dire il contrario di quanto significano: per intendere bianco dico nero, e il pubblico acriticamente ripete nero intendendo bianco.

Un esempio clamoroso proviene dall’esternazione di Ruth Dureghello, Presidente della Comunità ebraica di Roma, durante la visita di Papa Francesco.

Riprendendo una precedente frase di Bergoglio (“attaccare gli ebrei è antisemitismo, ma anche un attacco deliberato a Israele è antisemitismo”)

la Dureghello ha esteso il concetto fino all’estremo limite: “riaffermo con forza che l’antisionismo è la forma più moderna di antisemitismo”.

Ora se con pazienza si riesce a districarsi dalle confusioni e dalle ambiguità di queste frasi, il grido della Dureghello appare come l’auto accusa più spietata che la comunità ebraica potesse fare a se stessa. Proviamo a decifrare il testo e a commentarlo.

Innanzitutto si parla di “attaccare” (gli ebrei o Israele), cosa si intende per attaccare, attacco armato o più semplicemente critica intellettuale? Dalle reazioni costantemente esagitate delle comunità ebraiche risulta chiaro che qualunque appunto, discussione o commento negativo alla cultura ebraica o allo Stato di Israele sono bollati come “antisemiti”. In queste frasi dunque emerge la pretesa, prepotente e inaudita per qualunque altra nazione, di poter esercitare una censura totale sulle opinioni altrui. Anzi Israele rivendica il diritto a essere servito riverito e amato (come il “grande fratello” orwelliano) a prescindere dalle proprie azioni: le opinioni sono legittime solo se esprimono adorazione per il popolo eletto, che arriva a farsi idolo di se stesso; non so perché ma mi risuona sinistramente una frase di san Paolo dalla seconda lettera ai Tessalonicesi a riguardo del’ “uomo di iniquità”: colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio (2Tess 2,4).

Punto centrale della questione è però il termine antisemitismo.

Alla lettera, il termine designa una discriminazione e avversione su base razziale biologica perpetrata ai danni dei popoli semiti. E’ evidente che l’uso minaccioso e terrificante di questo termine si richiama al programma razzista ed eugenetico del terzo Reich, che negli ultimi settant’anni è stato sufficientemente biasimato così da non dover spendere a riguardo altre parole.

La comunità ebraica usa però questa parola in modo del tutto improprio, falso e aggressivo. Esaminiamone i diversi aspetti.

FALSITA’.

  • La grande maggioranza degli ebrei NON sono semiti, sono alti, biondi o rossi di capelli con occhi azzurri e verdi, insomma sono di pura razza ariana. Il motivo dipende dalla conversione all’ebraismo del re Bulan di Khazaria, che impose tale religione a tutte le popolazioni dei suoi domini (caucasici) verso la metà dell’ottavo secolo. Pertanto la grande maggioranza degli ebrei di oggi non discendono da Abramo e, in un certo senso, non sono neppure ebrei. Quindi il termine antisemita non può significare antiebraico, semmai designa in modo proprio l’atteggiamento anti palestinese.

Il più grande esperto dell’argomento è il professore di storia (ex-ebreo e israeliano) Shlomo Sand dell’università di Tel Aviv. Dopo aver pubblicato nel 2009 “L’invenzione del popolo ebraico” è uscito in libreria nel 2013 con un altro titolo molto forte: “Come e quando ho smesso di essere ebreo” [1], un testo che contiene molteplici argomenti che polverizzano l’equazione della Dureghello e che riassetta correttamente il nodo focale della discussione, spostandolo dal fasullo piano razziale a quelli della religione e della cultura.

  • Ovviamente è falso che chi critica Israele o l’ebraismo lo faccia per motivi razziali, il termine, attribuito a giornalisti, scrittori e intellettuali, risulta dunque del tutto menzognero.
  • La falsità più grave consiste però nell’attribuire agli altri dei difetti squisitamente ebraici. Perché essi parlano sempre di antisemitismo e non di razzismo? Perché, secondo l’uso distorto del termine, antisemita è un atteggiamento ingiustamente discriminatorio rivolto solo contro gli ebrei, mentre razzismo è termine che comprende tutte le ingiustizie razziali, magari anche quelle commesse dagli ebrei. Ma gli ebrei possono essere razzisti?

Secondo l’insegnamento di Ovadia Yussif, già rabbino capo di Israele, i gentili sarebbero stati creati da Dio solo per servire gli ebrei e, in un discorso trasmesso anche dalla radio israeliana (nel 2009, non nel medioevo!), aggiunge che non vi è ragione di ucciderli o perseguitarli, dato che essendo una proprietà ebraica, l’ebreo danneggerebbe i suoi stessi possessi. Insomma i non ebrei sarebbero animali parlanti di proprietà degli ebrei, da trattare giusto con quel riguardo che non produca una perdita economica.

Sarà mai razzismo questo? E, al di là delle parole, per caso Israele adotta qualche politica razzista?

Non c’è lo spazio qui per una disamina, riporto solo alcune frasi: “Parlare di pace resta un miracolo, se Israele continua ad occupare i territori arabi” dato che Israele antepone a tutto la “difesa dei suoi ristretti e sciovinisti interessi”. Così Nelson Mandela, uno che di razzismo se ne intende.

Ancora più chiare le cose se ascoltate dai diretti interessati. Queste le parole: “Devono morire e le loro case devono essere demolite in modo che non possano portare alla luce altri terroristi. Loro sono tutti nostri nemici e il loro sangue deve essere versato sulle nostre mani. Ciò vale anche per le madri dei terroristi morti”.  A pronunciarle è stata Ayelet Shaked , parlamentare israeliana, i “loro” a cui si riferiscono sarebbero i palestinesi.

Come premio di questi buoni propositi il premier Netanyahu l’ha voluta come ministro della giustizia nel suo ultimo governo.

  • Ultima -falsa- implicazione che il termine “antisemita” reca con sé, è che qualunque avversione (e secondo la Dureghello qualunque critica) possa essere esternata nei confronti dell’ebraismo e di Israele, questa nasca da un odio irrazionale. Risponde l’intellettuale Bernarde Lazare col suo libro del 1884 “L’antisemitismo e le sue cause” in cui espone un semplicissimo ragionamento: dato che l’ebraismo ha suscitato avversione presso qualunque popolo e in qualunque epoca storica, le cause di questa avversione non possono essere esterne, accomunando così culture e popoli irriducibilmente diversi, ma devono ricercarsi all’interno dello stesso Israele.

AGGRESSIVITA‘

  • Chiamare antisemita chiunque non sia d’accordo con loro è un insulto spropositato tramite cui i sionisti accusano di razzismo, odio e irrazionalità chiunque osi muovere loro una minima critica. Nei punti precedenti ho avuto cura di citare quasi solo autori ebraici, dato che qualunque altra fonte sarebbe stata giudicata…antisemita!
  • Tramite queste accuse i sionisti compiono autentiche estorsioni di denaro a destra e a manca. Anche qui i migliori documentatori sono due autori ebraici: il professore universitario americano Norman Finkelstein, col suo testo fondamentale “L’industria dell’olocausto” e Yoav Shamir, regista di Tel Aviv col suo fil documentario “Defamation” [2], dedicato espressamente alla forzatura dell’antisemitismo.

Dopo queste lunghe premesse, possiamo finalmente tornare alla frase della leader della comunità ebraica romana. Essa, stigmatizzando ogni critica all’ebraismo, allo Stato di Israele e al movimento sionista, li dichiara equivalenti. Ogni ebreo deve essere israeliano (e infatti sono automaticamente dotati di passaporto di quel Paese) e anche sionista, cioè lavorare per gli interessi di Israele.

Allora chiediamo alla Dureghello: “Cosa ci stai a fare in Italia?”. La sua equazione rivela che ogni comunità ebraica sarà sempre un enclave che non si integra e non lavorerà mai per gli interessi degli italiani, ma solo per quelli israeliani.

Ci chiediamo cosa succederebbe a parti invertite, cioè se una comunità italiana risiedesse in Israele, con doppio passaporto, dichiarando di lavorare solo per gli interessi italiani: ho come il sospetto che verrebbe subito etichettata come… antisemita! Del resto qualcosa ne sanno i frati che custodiscono i luoghi santi,che vengono presi a pugni e a sputi in faccia dai fondamentalisti ebraici e a cui, gli stessi fondamentalisti ebraici, imbrattano i muri, vanno a pisciare sulle pareti delle chiese…

Ma in prospettiva storica la dichiarazione della Dureghello assume una valenza molto più forte, giustificando pienamente la politica degli Stati cristiani dal medioevo fino alla rivoluzione francese: allora gli ebrei erano considerati ospiti privi di cittadinanza e di tutti quei diritti che dalla cittadinanza discendono, come di poter lavorare per lo Stato e avere una rappresentanza politica. La tanto (ingiustamente) biasimata espulsione degli ebrei, dalla Spagna di Isabella la “cattolicissima”, risponde perfettamente alla logica che gli ebrei non volessero mai essere spagnoli, ma solo israeliani e sionisti: eccoli accontentati!

Infine una nota religiosa, che ci si aspetterebbe dovesse essere il tema centrale di un incontro tra il Papa e gli ebrei e che invece è rimasto tristemente in secondo piano.

La Dureghello ha parlato di storia, di politica, di guerra e potere, ma non ha parlato di Dio. Allora pongo l’ultima domanda: visto che Dio non è così importante, ma è Israele ad essere significativo, importante ed eccezionale, rispetto al resto del mondo; ma da dove gli deriva questa eccezionalità?

“Siamo il popolo eletto” è la frase sempre sulla bocca degli ebrei (che al 90% sono atei), ma eletto da chi? Dai toni del suo discorso forse riesco a intuire cosa ne pensa la Dureghello: gli ebrei per caso sarebbero il popolo eletto… da se stesso?

-oOo-

[1] Lettura stimolante e istruttiva che servirebbe a calmare le furie dei fondamentalisti ebrei e anche quelle degli integralisti pro Israele, cristiani o laicisti che siano.

[2] Il filmato sottotitolato in italiano si può vedere qui: 

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