Analisi Difesa
(Aggiornato alle ore 8,10)
Lo scorso 8 settembre, a seguito di una serie di attacchi con missili e droni sferrati da Ansarallah, le autorità saudite hanno annunciato la sospensione delle attività presso impianti energetici di rilevanza critica situati presso Abha, Khamis Mushait e Najran.
Nonché Jazan, città industriale da oltre 20 miliardi di dollari costruita da Saudi Aramco sul Mar Rosso, dove sorge uno dei complessi di raffinazione integrati più avanzati al mondo. La struttura processa quotidianamente circa 400.000 barili di greggio (equivalenti al 4% dell’intera produzione giornaliera di Saudi Aramco) per sfornare una vasta gamma di prodotti, tra cui benzina, gasolio ultraleggero, benzene e paraxilene.
Ma soprattutto, Jazan ospita il più grande impianto a ciclo combinato con gassificazione integrata (Igcc) al mondo, capace di produrre, attraverso la lavorazione dei sottoprodotti di raffineria di basso valore, sia idrogeno e vapore necessari alle operazioni di raffinazione, sia qualcosa come 3,8 GigaWatt di energia. Una quantità enorme, sufficiente «non solo a soddisfare il fabbisogno energetico dell’impianto stesso e quello dell’industria locale in espansione, ma anche a fornire energia a milioni di abitazioni nelle vicinanze», spiega Saudi Aramco.
Jazan è stato colpito da Ansarallah svariate volte nel corso degli ultimi tre mesi, con conseguente netta diminuzione della capacità produttiva degli impianti che va ad aggravare la crisi energetica saudita imputabile – oltre che all’instabilità nello Stretto di Hormuz – anche all’attivismo della compagine yemenita nelle acque del Mar Rosso.
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Nelle ultime ore le milizie Houthi dello Yemen sembra abbiano colpito direttamente il gasdotto petrolifero Est-Ovest dell’Arabia Saudita nel deserto a sud-est di Medina. Le immagini satellitari Sentinel-3 (sotto) di oggi mostrano una massiccia colonna di fumo nero lunga quasi 100 km lungo il percorso del gasdotto, che si estende nel deserto tra Medina e Mahd adh Dhahab.
Come riferisce su Linkedin Hormuz Letter, “i dati satellitari sulle incendi mostrano un grande incendio in corso nello stesso punto, con molteplici anomalie termiche raggruppate lungo un tratto di meno di 10 chilometri, potenza radiante dell’incendio superiore a 70 megawatt, più del doppio di un incendio convenzionale, e la combustione protratta per almeno 8 ore, secondo i dati NASA FIRMS di oggi.
Il gasdotto Est-Ovest trasporta greggio saudita da Abqaiq a Yanbu sul Mar Rosso, l’unica rotta di esportazione del regno che non passa attraverso lo Stretto di Hormuz. L’incendio avviene in mezzo agli attacchi Houthi sul territorio saudita nelle ultime 24 ore”.
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Il blocco navale dei porti sauditi e gli attacchi contro Yanbu, terminale dell’oleodotto East-West attraverso cui Riyadh ha convogliato parte ragguardevole della propria produzione verso la costa occidentale – e da lì al Mediterraneo, tramite l’oleodotto Sumed – aggirando lo Stretto di Hormuz, hanno provocato un crollo dei volumi di export petrolifero del regno.
I dati forniti da Kpler indicano che, nel mese di agosto, le esportazioni di greggio sono scese a 3,2 milioni di barili al giorno, toccando il livello più basso mai raggiunto da almeno 13 anni. Alla vigilia dell’aggressione israelo-statunitense contro l’Iran, l’export giornaliero saudita ammontava a oltre 7 milioni di barili. Nell’ultima settimana, ha rilevato la società, soltanto due carichi sauditi hanno attraversato lo stretto di Bab el-Mandeb per accedere al Mar Rosso.
Le navi prive di connessioni con l’Arabia Saudita continuano a transitare attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb, ma con frequenza enormemente ridotta. Leth Agencies ha calcolato che, ad agosto, è stato registrato il minor numero di transiti nello stretto dal luglio 2025, con una media di appena 35 passaggi giornalieri.
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Il crollo dell’export saudita va a combinarsi alla drammatica ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran. I primi mantengono operativo il blocco delle coste iraniane con l’obiettivo di precludere a Teheran la possibilità di esportare greggio e colpiscono obiettivi sensibili nei litorali e nei pressi della cruciale isola di Kharg, principale terminale di esportazione del petrolio iraniano.
L’Iran, invece, bersaglia navi da guerra e basi militari statunitensi, lanciando allo stesso tempo attacchi contro petroliere non ottemperanti ai requisiti fissati da Teheran per il transito in sicurezza attraverso lo Stretto di Hormuz.
Risultato: su base giornaliera, le esportazioni petrolifere dell’Asia occidentale sono scese a circa 9 milioni di barili, a fronte dei 20 milioni circa registrati nel mese di febbraio. All’inizio di agosto, l’amministratore delegato di Saudi Aramco Amin Nasser aveva quantificato in 2,6 miliardi di barili l’ammanco dell’offerta petrolifera causato dall’instabilità nel Golfo Persico, e aggiunto che «se lo Stretto dovesse riaprire oggi, occorrerebbero fino a 18 mesi, a un ritmo medio di 2,1 milioni di barili al giorno, per ricostituire le scorte esaurite».
Lo stesso Nasser aveva rivendicato con orgoglio il drastico incremento dell’utile netto registrato nel secondo trimestre del 2026 (+44%, a quota 32,6 miliardi di dollari) dalla società, riconducendolo sia agli alti prezzi di greggio, derivati e prodotti chimici, sia alla decisione di riorientare l’export verso il Mar Rosso. «Nonostante l’interruzione senza precedenti delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz, abbiamo continuato a dimostrare la nostra capacità di garantire la continuità operativa, facendo leva sulla diversificazione dei nostri asset e su una pianificazione pluridecennale», ha affermato Nasser.
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La strada alternativa battuta da Riyadh per rifornire nei limiti del possibile l’economia mondiale dell’energia necessaria sta tuttavia svanendo a causa degli attacchi di Ansarallah, protagonista di una rapida avanzata verso il sud dello Yemen culminata con la conquista di quasi 3.000 km2 di territorio controllato dal governo filo-saudita del Presidential Leadership Council (Plc). I centri di Hays, al-Khukha, Yakhtal e – soprattutto – al-Mokha sono così caduti nelle mani di Ansarallah, che punta attualmente alla città di Dhubab.
La cui presa cementerebbe definitivamente il presidio del gruppo armato alleato dell’Iran sullo Stretto di Bab el-Mandeb, aggravando in maniera catastrofica i preesistenti problemi di natura logistica. «Per il trasporto marittimo commerciale, la preoccupazione immediata non è data semplicemente dal numero dei singoli attacchi, ma dall’ampliamento dei criteri di selezione degli obiettivi e dell’area geografica interessata», ha rilevato il fondatore dell’agenzia Marisks Dimitris Maniatis
Le relative ricadute sui prezzi delle assicurazioni marittime si sono rivelate pesantissime. Rispetto al periodo antecedente allo scoppio del conflitto, i premi sono saliti ad agosto dallo 0,25 al 3-6% del valore della nave commerciale per la navigazione nella acque del Golfo Persico; dallo 0,1 al 7,5-10% del valore del carico per l’attraversamento dello Stretto di Hormuz; dallo 0,1 all’1% del valore della nave commerciale per il transito attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb.
A sua volta, l’aumento dei premi assicurativi va ad ingigantire gli oneri costituiti dall’aumento del prezzo del petrolio, che gli Stati Uniti non riescono più a contrastare attraverso il rilascio graduale di milioni di barili attinti alle proprie riscorte d’emergenza.
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I dati indicano che le riserve strategiche sono precipitate da 415,4 a 286,6 milioni di barili tra il 6 marzo e il 28 agosto. Si tratta della soglia più bassa mai toccata dal 1983, e pericolosamente inferiore al limite operativo di 300 milioni di barili che garantisce la sicurezza delle caverne di sale in cui le riserve strategiche di greggio sono stoccate. Già allo stato attuale, ammoniscono gli specialisti, i continui prelievi hanno comportato una significativa diminuzione della pressione interna alle cavità, con conseguente indebolimento delle pareti saline e riduzione della capacità di pompaggio del sistema idraulico interno.
L’esaurimento del “cuscinetto d’emergenza” costituito dalle riserve strategiche priva l’amministrazione Trump di un fondamentale strumento di contenimento dei prezzi degli idrocarburi, in una congiuntura resa particolarmente problematica dall’incombenza di un altro fattore critico concomitante: la ripresa delle importazioni di petrolio da parte della Cina.
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Nel corso dei mesi passati, l’ex Celeste Impero aveva ridotto drasticamente (fino al 50%) gli approvvigionamenti di “oro nero” in un’ottica di allentamento delle tenzioni sui prezzi generate dall’aggressione israelo-statunitense a danno dell’Iran, facendo affidamento su carbone e rinnovabili, su un maggiore impiego dei trasporti pubblici, sull’aumento della produzione interna di idrocarburi e sull’utilizzo delle gigantesche scorte allestite in precedenza.
Il “cambio di registro” varato da Pechino va per di più a sovrapporsi alla caduta significativa della capacità di raffinazione della Russia imputabile ai continui attacchi con droni sferrati dalle forze armate ucraine contro gli impianti di lavorazione del greggio disseminati in varie zone del Paese.
Di conseguenza, il Brent ha superato i 105 dollari al barile per la prima volta da luglio. Il West Texas Intermediate, invece, è salito al di sopra della soglia dei 100 dollari al barile. I future sul greggio dell’Oman sono schizzati oltre i 116 dollari e i premi spot sono risaliti ai livelli di aprile.
Il colossale scompenso dal lato dell’offerta petrolifera va peraltro a combinarsi con un punto di strozzatura ancor più critico, rappresentato da una capacità di raffinazione globale in forte calo dovuta alle turbolenze geopolitiche che attraversano il Golfo Persico e agli attacchi ucraini contro gli impianti russi che hanno abbattuto la capacità di lavorazione nazionale a tal punto da spingere Mosca a ridurre fortemente l’export di derivati del petrolio.
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Le implicazioni si stanno rivelando particolarmente impattanti soprattutto per gli Stati Uniti, dove il prezzo medio del diesel ha raggiunto la cifra record di 5,94 dollari (+2,27 dollari rispetto alla fine di febbraio). Il rincaro ha colpito con particolare vigore la costa occidentale del Paese, raggiungendo picchi astronomici in alcuni Stati come la California, dove un gallone di diesel costa attualmente 7,87 dollari.
Negli Stati Uniti, larghissima parte delle automobili sono alimentate a benzina, ma è il diesel che muove gli autotreni e le navi da trasporto che riforniscono quotidianamente i punti vendita di tutto il Paese di ogni genere di merce – dal latte ai prodotti elettronici, dal legname ai beni agricoli – il cui prezzo finale finisce inesorabilmente per incorporare il rincaro degli input energetici a monte. L’inflazione, non a caso, rimane stabilmente molto al di sopra della soglia del 2% fissata come parametro di riferimento dalla Federal Reserve, sebbene i metodi di calcolo ufficiali ne sottostimino enormemente la portata reale.
È sempre il diesel, per di più, a riscaldare le abitazioni di decine di milioni di cittadini statunitensi, che si ritroveranno a pagare bollette molto più salate nei mesi autunnali e invernali. Quando cioè, evidenzia David Russell di TradeStation, «agricoltori e autotrasportatori tendono a utilizzare maggiori quantità di diesel; ciò aggrava la crisi in corso e accresce il rischio di rincari più marcati», specialmente alla luce della penuria di scorte, piombate ai minimi storici all’inizio di settembre.
L’Iran War Energy Cost Tracker della Brown University quantifica il prezzo aggiuntivo pagato dai consumatori statunitensi per il rincaro dell’energia riconducibile alla guerra nel Golfo Persico in 46,2 miliardi di dollari per quanto concerne il diesel, e in 56,1 miliardi in riferimento alla benzina, con un incremento rispettivamente del 62,9 e del 43,4% rispetto a febbraio. Si parla di oltre 780 dollari di costi energetici in più a famiglia a partire da febbraio. Mese in cui, documenta una inchiesta di Bankrate, appena il 47% delle famiglie statunitensi disponeva di risparmi sufficienti a sostenere una spesa imprevista di 1.000 dollari.
Il processo di erosione dei redditi, stagnanti quantomeno dagli anni ’80, ha impresso una decisiva accelerata all’espansione del debito delle famiglie statunitensi, salito nel secondo trimestre del 2026 al massimo storico di 18,8 trilioni di dollari – quello delle carte di credito ha raggiunto quota 1,26 trilioni.
La situazione potrebbe peggiorare drasticamente qualora il presidente Trump desse concretamente seguito al proposito – espresso più volte – di eliminare i sussidi previsti dal Low Income Home Energy Assistance Program, di cui milioni di famiglie statunitensi beneficiano per riscaldare le proprie abitazioni.
Foto: Ansar Allah e IRNA