la legge elettorale nella postdemocrazia plutocratica

L

Roberto Pecchioli
Che barba, che noia ! Il tormentone della grande Sandra Mondaini si attaglia all’opinione
corrente sulle leggi elettorali. La sconfitta del governo per un voto (segreto) su un
emendamento teso a reintrodurre parzialmente le preferenze nella nuova, astrusa legge
elettorale, è stata accolta da urla di giubilo dell’opposizione- sempre in prima linea per
restringere i diritti politici- e dal sogghigno di decine di franchi tiratori di centrodestra.
Pensiamo che poche notizie abbiamo destato maggior disinteresse, tranne frange residuali
di tifosi delle curve contrapposte. Per un verso gli italiani hanno ragione: dagli anni
Novanta del secolo scorso i sistemi elettorali sono cambiati troppe volte senza risolvere il
dilemma – tutto interno al sistema- se conti più la rappresentanza o la governabilità.
Poiché la nostra si definisce democrazia rappresentativa, sembrerebbe ovvio il primato del
principio secondo cui i cittadini hanno il diritto di scegliere i propri deputati.
Dunque sì alle preferenze e soprattutto al sistema proporzionale. Invece no, poiché un altro
tormentone- alimentato dai poteri davvero forti, finanza, economia, alte burocrazie
transnazionali – impongono la stabilità, ossia un sistema bloccato che non cambia al
variare dei governi. Lo disse con sincerità Mario Draghi al tempo della sua avventura
politica. E’ il pilota automatico delle scelte finanziarie