Roberto Pecchioli
In Francia , dopo aver inserito l’aborto come diritto fondamentale nella costituzione,
adesso tocca all’eutanasia, ossia al suicidio ( o omicidio) di Stato. In Canada almeno il
cinque per cento di tutti i decessi sono dovuti all’ampia legalizzazione di tale pratica, così
come in Belgio e Olanda, estesa ai minori; la Spagna corre sulla medesima strada. Nella
disastrata Inghilterra un primo ministro fallito, Sir Keir Starmer, dichiara che il maggiore
successo del suo governo è di essere il “più omosessuale” della storia del Regno. Non il
bene comune, non il successo nell’economia , nella politica estera o interna contano, ma il
numero di ministri e sottosegretari il cui “orientamento sessuale” non è quello della grande
maggioranza degli umani.
Si è impadronita del cosiddetto Occidente una pulsione di morte unita all’ odio implacabile
nei confronti della natura. Ogni epoca ha avuto minoranze mentalmente instabili, sette
distruttive e movimenti stravaganti. Il problema è che siamo percorsi da una pulsione di
morte generalizzata, il todestrieb di Freud , la spinta verso la distruzione , la regressione a
uno stato disanimato, primordiale, autodistruttivo che impedisce di reagire, un virus
culturale che ha occupato il sistema immunitario e lo fa correre verso una gaia estinzione.
Nella lirica Gli uomini vuoti T.S. Eliot lo intuì sin dal 1925 : “ ecco come finisce il mondo /
non con un boato ma con un gemito. “ Il poeta descrive il grottesco destino dell'uomo
moderno, svuotato di valori, di fede e vita interiore. La fine non arriva in modo epico o
catastrofico ma attraverso un'implosione silenziosa, ridicola, che riflette l'apatia e la
mediocrità.
Per fortuna viviamo nella Grande Chiarificazione, l’ atto finale in cui le luci si riaccendono
e le maschere cadono. Che sia per un senso di vittoria, per esibizionismo trionfante o per
stupidità, molti rappresentanti dei movimenti nati dall’ircocervo liberal-marxista gridano
ai quattro venti ciò che prima tenevano nascosto. La femminista tedesca Verena
Brunschweiger, paladina del movimento il cui motto è "la mia stirpe finisce con me" ,
incoraggia le donne a non avere figli. Solo le donne bianche, poiché “l'obiettivo dei
pronatalisti occidentali è controllare le donne e tenere fuori i rifugiati". Il problema non è
solo la disonestà intellettuale; una delle opinioni più sorprendenti del pensiero dominante
è di ritenersi dal “ lato giusto della storia”. Trascuriamo le implicazione filosofiche
dell’idealizzazione della storia e limitiamoci a segnalare l’enorme superbia, il
suprematismo implicito di questa credenza. Nella storia sarebbero inscritte le categorie di
bene e di male e noi contemporanei – unici e primi- avremmo le chiavi per comprendere,
distinguere e praticare un’idea di bene assolutizzata, il neo manicheismo della
postmodernità. Il lato giusto della storia è un’ espressione che ha conquistato popolarità,
ripetuta fino alla nausea. Ma cosa significa esattamente? Quale autorità ha chi la
proclama?
Si potrebbe pensare che sia l'ennesima trovata per rafforzare certe posizioni, e che la
questione sia chiusa. Forse vale la pena dire qualcosa di più. Innanzitutto quando un’
espressione è tanto ampiamente utilizzata, è perché in realtà non significa alcunché di
concreto. La storia non ha lati buoni o cattivi. Ha fatti, cause e conseguenze. Nella migliore
delle ipotesi, interpretazioni ragionate e documentate. Ciò che non ha sono gli arbitrii
autoproclamati, usati come strumenti di comunicazione/imposizione di chi giudica.
L'argomento del lato buono della storia è invocato da chi divinizza la comodità del
presente, i telefoni cellulari, l’ accesso a Internet e ogni sorta di tecnologia, condannando il
passato in cui altri uomini hanno preso decisioni – giuste, sbagliate, terribili, eroiche o
semplicemente umane – senza il beneficio di manuali di istruzioni obbligate ( oggi si dice
tutorial…): un esercizio di arroganza. Gilbert Chesterton, ne L'uomo che fu giovedì, parlò
di una confraternita che presumeva di rifondare il mondo dal giardino di casa. Eccoli al
potere.
Il lato giusto della storia è un’ espressione falsa che funziona come una serratura
automatica. Le questioni controverse non vengono dibattute, ma risolte dall’alto di
postulati considerati evidenti, ma che, come in matematica, non sono dimostrati. Questa è
la parte giusta, l'altra è sbagliata; chiunque non la pensi come hanno deciso i Giusti è folle,
malvagio o malintenzionato. La terapia è l’espulsione o l’esorcismo, il pensiero binario
elevato a rango storico. La semplificazione può talora avere valore pedagogico ma occorre
poi spiegare, motivare; non possiamo restringere temi di enorme importanza alla retorica
riduzionista moraleggiante . Chiunque si arroga il diritto di definire il bene, si intesta
anche il diritto di indicare il male. E di trattare di conseguenza chi lo afferma o
rappresenta. La storia dell’ultimo secolo, malato di ideologie, è piena di soggetti
assolutamente convinti- con una fede che fa invidia ai teologi- di essere dalla parte giusta.
Dunque anche la pulsione di morte– rivestita di appelli alla dignità,
all’autodeterminazione, al soggettivismo radicale, ai “diritti”- è un elemento della pretesa
di appartenere al lato giusto della storia, un sistema di pensiero che unisce il liberalismo
trionfante ai cascami del marxismo. E’ l’esito di quella che il filosofo Andrea Zhok definisce
“ragione liberale”, in cui non è più riconosciuta una sfera normativa sovraindividuiale. La
società non esiste, quindi la dimensione pubblica, politica, non può occuparsi se non di ciò
che appartiene alle scelte soggettive. Potrebbe apparire un’invasione “etica”, ma così non è
per mancanza del soggetto, l’etica stessa, necessariamente fondata su costumi sociali
condivisi. Tutto si riduce a giudizi, idiosincrasie, comodità, preferenza e capricci
individuali, immersi in un moralismo senza morale, fondato su un’autodeterminazione il
cui centro è la pretesa che le scelte soggettive diventino pubblicamente normative.
Di qui la volontà di definire l’aborto non una scelta ma un diritto, l’eutanasia un atto di
dignità in nome di un’equivoca “qualità della vita”, la decisione di interrompere la
trasmissione delle generazioni e della civiltà in nome del giudizio di condanna del passato
con i criteri del presente. Tutto nella cornice della rimozione di ogni limite, frontiera
materiale e morale, di ogni diversità, anche biologica, di ogni distinzione, diventata
discriminazione, offesa. Poiché tutto è individualizzato, solo il soggetto e la sua volontà-
anche di morte, di perversione o autodistruzione- diventano normativi . Leggi e società
devono conformarsi: è il lato giusto della storia, in cui è ininfluente la corsa verso il baratro
simboleggiata dall’auto lanciata nel vuoto da Thelma e Louise, le eroine cinematografiche
della soggettività delusa dalle esperienze, non disposte a tornare sui propri passi.
L’identità soggettiva creata dalla postmodernità è in crisi per voluta assenza di modelli,
una tabula rasa che abborda il nichilismo e tende all’esaurimento per rifiuto di fini non
individuali. Avere figli si trasforma in responsabilità impossibile da reggere oltreché
privazione della libertà di realizzarsi, qualsiasi cosa voglia dire, e posto che educare figli
non sia uno scopo ! In questo deserto di fonti disseccate, la libertà lascia spazio alla ragione
calcolante, alla tecnologia padrona, al nudo potere diventato dispositivo omologante che ,
esaurite le pulsioni dopo averne decretato la sovranità, non trova altro rifugio che la
rinuncia. Alla trasmissione della vita, della civiltà, alla stessa esistenza individuale, che
pure aveva anteposto a ogni altro principio. Dall'alba dei tempi è sempre esistita la
tentazione di allontanarsi dai limiti della natura. C’è negli esseri umani un desiderio di
assoluto, intrappolato nelle proprie illusioni e limitazioni, che finisce per generare mostri.
La creazione di creature aberranti ha alimentato l'immaginazione degli scrittori. In
Frankenstein di Mary Shelley, parti di vari cadaveri vengono assemblati per formare un
nuovo essere. Ne L'isola del dottor Moreau di H. G. Wells gli animali vengono trasformati
in creature parzialmente umane. Romanzi dal tono amaramente pessimista che mettono in
guardia dal pericolo di giocare a fare Dio. Moreau e Frankenstein sono emblemi della
scienza squilibrata che, nella smania di "migliorare" l'umanità crea mostri pericolosi.
Entrambi i testi possono essere letti oggi come precoci critiche all'ingegneria biologica, che
rivela il suo volto sinistro e che in tempi democratici, si presenta sotto una maschera
gioiosa, progressista, dalle terapie di conversione per il cambio di sesso (che richiedono
mutilazioni o innesti chirurgici) al transumanesimo. Un travestimento allegro, umanitario,
presentato come miglioramento o deificazione dell'umanità, che cela l'orrore della
disumanizzazione, sino alla mostruosità.
Questa involuzione era stata prevista da Wells ne La macchina del tempo, dove la scienza
alla fine distrugge la civiltà, creando una razza di ominidi regrediti alla pura animalità.
Aldous Huxley offrì una visione profetica del postumano. Nel Mondo nuovo gli embrioni
creati in uteri artificiali e geneticamente modificati diventano- come nelle società
democratiche i bambini generati tramite maternità surrogata- prodotti di serie progettati
con determinate capacità per occupare un posto nella società secondo le esigenze del
potere. La biotecnologia produce una società disumanizzata, totalitaria al di là delle
apparenze, in cui prevale quella che Habermas, l’ultimo francofortese, chiamava
eugenetica liberale: un modello basato sulla libertà di scelta degli individui, che possono
decidere il proprio sesso/genere o le caratteristiche genetiche dei figli. Questi sedicenti
miglioramenti sono giustificati con pretesti umanitari: il desiderio di felicità, di sentirsi a
proprio agio nel corpo (come se fosse una dimora da sottoporre a successive
ristrutturazioni), l’ ottimizzazione delle capacità e dell'aspetto fisico, pretesto per un
consumismo capriccioso. Nulla di nuovo: è la promessa sempre infranta sussurrata a Eva
nell'Eden: sarete come dèi. O mostri votati alla gaia morte.