Roberto Pecchioli
Una tantum lo scrivano fa pubblicità a se stesso. E’ uscito un mio libro dal titolo La società
delle dipendenze, che è anche il benvenuto a una nuova, coraggiosa, casa editrice,
Imprimere, un nome suggestivo che evoca insieme il lavoro artigiano e il gusto di stampare
su carta, lasciare un segno. Giovane il marchio, giovani Violante e Valerio Savioli,
entusiasti quanto basta per tuffarsi in un’avventura difficile nella crisi dell’editoria. La
società delle dipendenze è un testo con una tesi forte: viviamo in una società in cui
imperano le dipendenze – da sostanze, condotte di vita, gusti, atteggiamenti- indotte,
provocate e diffuse dal sistema liberalcapitalistico. Nulla di naturale, benché le dipendenze
non siano novità: il potere le ha abilmente sfruttate, industrializzate, rese parte integrante
della vita a fini di dominio, creando l’insaziabile esigenza di soddisfazione immediata. Una
sequela infinita di desideri che, concedendo virtualmente tutto e subito, crea la volontà
inesausta di desideri che ne anticipano altri: senza fine, senza limite. Sentimenti, valori,
idee sono sostituiti da comportamenti portatori di un’illusoria, istantanea felicità,
immediatamente seguita dal vuoto. La mente umana non sopporta il vuoto e- lasciata a se
stessa nel mondo di cartapesta – si riempie di ansia e depressione, sintomi di infelicità. In
occidente la seconda causa di morte dei giovani è il suicidio e la quinta l’uso di sostanze
stupefacenti. La dipendenza del piacere immediato, l’ invidia verso modelli irraggiungibili
sviluppa l’insoddisfazione perpetua sino alla prigione dell’anima.
Il sistema delle dipendenze è un prodotto del liberalcapitalismo, della sua visione
strumentale dell’essere umano, di cui cattura e disciplina, per assoggettarlo alle sue leggi, il
desiderio, trasformato in dipendenza nella logica del dominio. La categoria di desiderio–
alla base di ogni dipendenza- è stata tematizzata da Gilles Deleuze e Félix Guattari in Anti-
Edipo, l’opera che riscrive il rapporto tra capitalismo e marxismo alla luce della
“rivoluzione desiderante” del Sessantotto. Il progresso diventa un percorso di liberazione
del desiderio dalle catene che lo intrappolano, famiglia, scuola, religione, tradizione,
morale, che impediscono di dispiegare la capacità soggettiva di produrre il desiderio.
L’offensiva neoliberale fece crollare le ideologie di ascendenza marxista, instaurando un
modello socioeconomico capace di intercettare i flussi libidinali liberati dal Sessantotto,
incoraggiando l’abbattimento di tutti i vincoli individuali, sociali, morali.
Il capitalismo è il motore di una politica del desiderio che oltrepassa le frontiere intime,
viola la coscienza sino a penetrare nel movente che guida le azioni umane: il desiderio del
piacere. Raggiunge il cuore e diventa dispositivo. Si impadronisce dei corpi, si inserisce
negli atti, nei discorsi, nei processi di apprendimento, nelle vite quotidiane. Lo Zelig
neocapitalista ha la straordinaria capacità di nutrirsi degli apporti più contrastanti per
portare a termine un progetto totalizzante. Deleuze e Foucault instaurarono l’idea di un
mondo formato da soggetti costituiti dal desiderio. Il capitalismo trionfante è andato oltre,
riuscendo ad assoggettare il desiderio ai propri fini. Il liberalcapitalismo si infiltra nelle
condotte individuali, le indirizza, manipola, prevede e determina con la forza della
comunicazione, della pubblicità, della coazione a ripetere. La coercizione è stata sostituita
da manipolazioni prive di costrizione fisica- mode, abbigliamento, droghe, serie
televisive, reti sociali, generi musicali, le forme più bizzarre di capriccio e creatività, la
fascinazione per gli apparati tecnologici- che plasmano gli uomini per mezzo di una
modulazione flessibile, onnipresente.
Il potere esige subordinazione al consumo; gli umani devono essere disposti a trasformare
in merce – cosa, oggetto compravendibile – il corpo, la sessualità, le pulsioni, i desideri, le
paure e gli istinti più inconfessabili, consegnati alla dipendenza dal mercato. Il desiderio
divenuto dipendenza conquista la vita. Affranca dallo Stato, dalla religione, dalla famiglia,
dai principi ricevuti, lascia all’apparenza liberi ( o piuttosto nudi di fronte a se stessi)
assicurandosi che il desiderio sia presto rioccupato , trasformando l’umanità in prodotto
adattato alle mutevoli esigenze del mercato, dall’abbigliamento alla cosmetica, alla
chirurgia estetica, alla farmacologia, alle dipendenze più dure, droghe, sesso, gioco, alcool,
tecnologia. Conquista l’egemonia su corpo e anima generalizzando un desiderio sciolto da
ogni ordine, ribelle a qualunque limitazione posta dalla natura o dall’etica. Deforma e
mette in vendita la nostra identità, un prodotto in più, fungibile e momentaneo, sino al
prossimo, più acuto desiderio. Che si insinua, prende il comando, decide per noi e scaccia
ogni altro pensiero. Se soddisfatto, vuole di più; se è frustrato, ricomincia con lena
maggiore.
L’uomo-macchina desiderante è un barbaro che rifiuta la disciplina e non pensa che alla
soddisfazione momentanea, provvisoria, dalla quale nulla lo distoglie: un naufrago che non
vuole essere salvato. Il desiderio è individualista: non posso godere del piacere altrui.
Incorpora l’uomo nella forma merce, lo pone alla mercé dell’invidia e dell’imitazione,
essenziali all’ideologia del consumo. Soddisfazione immediata ma di breve durata.
Dipendente è chi agisce in base a decisioni, sollecitazioni esterne, alterazioni del
comportamento caratterizzate dalla ricerca costante di sostanze o attività, nonostante
l'evidenza che sono dannose. Malattie individuali e sociali che espropriano della libertà,
consegnata al desiderio compulsivo, al pensiero concentrato al soddisfacimento del
bisogno -prigione. La libertà è declinata in senso negativo: libertà “da”, scioglimento di
ogni vincolo. La conseguenza è il vuoto esistenziale, l’incapacità di rintracciare senso e
significato. La tappa successiva è l’ansia di chi avverte pericolo, timore, mancanza. Serve
compensazione: sensazioni o comportamenti che ne scaccino il peso.
La compensazione diventa bisogno e avvicina alla dipendenza, la necessità di qualcosa –
farmaco, sostanza, condotta, gratificazione- di cui non riusciamo fare a meno. Dipendenza
uguale dittatura del desiderio. E desideriamo ciò che un dispositivo di condizionamento e
sfruttamento economico, finanziario, politico, culturale, mediatico ci fa desiderare. Diventa
bisogno da soddisfare, diritto da rivendicare, carcere da cui è difficilissimo evadere. Siamo
schiavi di una libertà vuota, da riempire con qualcosa che si impadronisce di noi. La
dipendenza è l’ incoercibile bisogno di un prodotto, di una sostanza, di una modalità di vita
la cui astinenza provoca malessere, angoscia, subordinazione . Per sfuggire agli inferni di
un’esistenza disumanizzata, si cerca ansiosamente qualcosa che faccia star bene.
Apparentemente e temporaneamente, ma la chiave del successo è questa.
Il concetto di dipendenza nasce in relazione all’utilizzo di sostanze stupefacenti, eroina,
cocaina, cannabinoidi, allucinogeni che producono assuefazione. Si è esteso a una serie di
altri comportamenti: il gioco d’azzardo per il quale è stato coniato il neologismo ludopatia ;
la dipendenza da Internet, dalle reti sociali e dalla tecnologia, dal sesso e dalla pornografia;
dall’assunzione di alcool, spesso unito a cocktail di sostanze chimiche ed oppiacei. La
società competitiva ha prodotto la dipendenza dalla prestazione, che induce il consumo di
farmaci e della cocaina, stimolante del sistema nervoso. Recente è l’ insidiosa dipendenza
da antidolorifici, antidepressivi, ansiolitici, sonniferi. Un’altra dipendenza riguarda i
disturbi connessi al cibo, l’ anoressia e il suo contrario, la bulimia. Sempre più diffusa è la
dipendenza da videogiochi e dalla connessione alla rete. Particolarmente significativa è l’
oniomania ( le nuove dipendenze hanno richiesto nuove parole …) , l’ acquisto compulsivo,
l’ impulso a comperare prodotti superflui. L’impulso irresistibile e la coazione a ripetere ciò
che placa il desiderio sono caratteristiche di ogni dipendenza, rilanciata
dall’impressionante mole di pubblicità e propaganda che assorbiamo senza accorgercene, l’
apparato che colonizza l’immaginario. La dipendenza alla quale è pressoché impossibile
sfuggire è il consumo. Di merci, cose, esperienze, sino all’esaurimento di se stessi e
all’indifferenza per l’Altro, semplice strumento, oggetto di sfruttamento o di piacere.
Il cortocircuito tra scontentezza, desiderio, soddisfazione e delusione induce ad alzare
continuamente l’asticella della dipendenza, trasformata in ossessione e compulsione. Il
piano inclinato è facile da percorrere quando non esistono più identità, memoria,
comunità, principi condivisi. La vita diventa un fardello, un’angosciante sequenza di azioni
destituite di senso. Il nichilismo fa parte dell’aria che respiriamo: affligge specialmente i
giovani, penetra nei sentimenti, fiacca l’ anima. Molte dipendenze sono figlie del
nichilismo in quanto meccanismi tesi ad alleviare la sofferenza della condizione umana,
senza speranza dopo il tramonto della prospettiva trascendente . Dinanzi al nulla che
dilaga, travolti dalla mancanza di senso, cerchiamo palliativi, terapie analgesiche o
euforizzanti. Le dipendenze rappresentano la realizzazione artificiale di desideri, l’ effimera
sensazione di “stare bene”, la ricerca della comfort zone in cui sentirsi al riparo dal male di
vivere, meccanismi per riempire il deserto interiore, lenire le paure, comprare squarci di
felicità. Al prezzo di diventare ragioni di vita, distruggere le relazioni, rovinare
economicamente, compromettere la salute sino alla perdita della vita.
Produrre dipendenze sempre nuove è un ambito della biopolitica, gestisce e regola la vita
intera e genera depoliticizzazione: non si occupa di questioni pubbliche, non contesta il
potere chi deve cercare i mezzi per soddisfare le dipendenze. Una società disumanizzata
che rende atomi solitari, separa dalla comunità, revoca ogni principio è facile preda delle
dipendenze, scorciatoie che alleviano temporaneamente – con altissimi costi morali,
materiali, sociali, esistenziali- il male di vivere. Tutte sono organizzate dal potere. Non
poche sono autentici vizi, ma affermarlo, nella società che aborre il giudizio, è pericoloso.
L’umanità invertita riconosce solo il piacere immediato, il soddisfacimento del desiderio,
senza riguardo al contenuto morale. Una società malata è dipendente dai palliativi di cui si
serve per esorcizzare le paure; da chi li consiglia, prescrive, somministra; dalla convinzione
più falsa: smetto quando voglio.
Le dipendenze servono a controllare i cittadini-sudditi, renderli schiavi, incapaci di
pensare, reagire. E’ accertato il ruolo dello Stato profondo americano nella diffusione di
droghe sintetiche come l’acido lisergico (LSD) nei fatidici anni Sessanta e Settanta che
capovolsero la tavola dei valori dell’Occidente. Dicevamo che le dipendenze inizialmente
fanno stare bene. Nessun’altra spiegazione della loro diffusione regge a un esame obiettivo.
Paradisi artificiali che apparentemente permettono di sfuggire alle criticità della società
decomposta. Purtroppo non sorge dalla coscienza collettiva la richiesta di lottare contro le
dipendenze. Troppo estesa è l’infezione, mancano gli anticorpi, tra alcolismo, gioco,
scommesse, pornografia alla portata di un clic, erotizzazione compulsiva, iperconnessione
agli apparati tecnologici, esplosione dei social media , con esibizionismo di massa e la
richiesta di approvazione, la dipendenza dal “mi piace”.
Le droghe, il gioco d’azzardo, l’ industria pornografica, il sistema di intrattenimento che ha
occupato l’ immaginario, l’apparato tecnologico, sono sovrastrutture al servizio della
struttura, cioè l'economia e la finanza, le prove dei cui crimini sono nascoste nei paradisi
fiscali. Senza questo salto nel giudizio non si può spiegare l’enorme portata del fenomeno,
l’incapacità di debellarlo e la facilità con cui milioni di persone di ogni età , cultura e
condizione cadono nel buco nero delle dipendenze. Aumentano il consumo di amfetamine
e oppioidi, avanza la medicalizzazione della vita: una civilizzazione drogata. Ogni potere ha
interesse a dominare masse incapaci di capire e reagire. L’uomo ha sempre consumato
prodotti che danno dipendenza, a cominciare da alcool e tabacco. Mai, tuttavia, si era
arrivati a questi livelli.
I popoli si sono unificati nelle dipendenze,ossia nei vizi. Le droghe chimiche si sono saldate
in un orrendo meticciato con le droghe culturali, visive e musicali, determinando la
dipendenza di massa da luci, suoni, stimoli artificiali organizzati per dominare una plebe
degradata a gregge. Le dipendenze sono causate dal mancato dominio degli impulsi; il
capitalismo ultimo non si limita a sfruttare le risorse materiali e umane, ma cattura e
riconfigura il desiderio, non più represso ma incanalato e codificato. La produzione di
nuovi desideri alimenta i consumi, mantiene in funzione il sistema e diventa dipendenza di
massa attraverso la riproduzione del consenso prodotta da propaganda e pubblicità,
padrone di neuroschiavi colonizzati nell’anima e fiaccati nel corpo per volontà di potenza.