Trummp, l’imperilista-spetttacolo

Di Robert Bibeau, 19 gennaio 2026

Di Khider Mesloub.

È quando l’imperialismo è in ritirata che fa molto rumore. È quando un impero abbandona la scena storica che mette in scena uno spettacolo. È quando sta morendo che schiera le sue forze armate senili per convincersi di poter perpetuare la sua egemonia, riconquistare il potere.

L’operazione americana del 3 gennaio in Venezuela non è una vittoria, ma una ritirata mascherata, messa in scena con l’intero arsenale dello spettacolo imperiale. Un’operazione senza guerra, un sintomo di debolezza.

Trump voleva apparire come un Cesare tropicale. Rapimento del presidente venezuelano, dichiarazioni fragorose, petrolio proclamato “americano”. Ma dove sono i classici indicatori di una dominazione imperialista vittoriosa? Nessun sanguinoso colpo di stato in stile cileno. Nessuno stadio trasformato in campi di detenzione. Nessuna dittatura militare instaurata. Nemmeno una finta opposizione “democratica” appoggiata e posta al potere.

Rispetto al Guatemala del 1954, al Cile del 1973, o ai classici episodi dell’imperialismo yankee conquistatore e trionfante, l’operazione, condotta di nascosto nel cuore della notte per non disturbare il sonno dei venezuelani, è deliberatamente limitata, quasi timida. Le uniche vittime sono mercenari di seconda categoria, stranieri sacrificati sull’altare della nuova alleanza tra Caracas e Washington. La prova: lo Stato venezuelano rimane intatto. Il regime rimane lo stesso. Il popolo, per fortuna, illeso.

Nel corso della storia, un imperialismo sicuro di sé non si accontenta di semplici simboli. Dispiega il suo potere con sicurezza. Proprio ieri, al suo indiscusso apice egemonico, l’impero americano non ha esitato a mobilitare 500.000 soldati americani per attaccare un paese sovrano, in particolare l’Iraq, e scatenare una valanga di bombe sulla popolazione civile senza scrupoli. Oggi, dopo il suo declino, per paura di una reazione interna ostile e insurrezionale, l’impero esternalizza le sue guerre, in particolare in Ucraina e Gaza. Le famigerate guerre per procura. Oppure vi si impegna con riluttanza, schierando una retorica più tonante e minacciosa di un esercito fiducioso nelle proprie capacità militari.

Il grande bluff di un impero morente
Per quanto riguarda il Venezuela, per salvare la faccia e accelerare il collasso totale del suo paese, Trump, di fronte a una rivolta quasi insurrezionale guidata da americani impoveriti e contrari a qualsiasi guerra, ha dovuto ricorrere a intimidazioni bellicose e negoziati segreti per costringere i leader venezuelani a fare marcia indietro. Il risultato? Lo stato venezuelano non ha opposto resistenza. Ha collaborato. Difese antiaeree “disconnesse”, nessuna ritorsione, continuità di regime: tutto fa pensare a un tacito accordo tra Washington e Caracas.

Per chi è sorpreso dal voltafaccia di Caracas, basti ricordare che il chavismo non è mai stato un movimento rivoluzionario. È un bonapartismo rentier, un peronismo tropicale sostenuto dalle entrate petrolifere. La sua occasionale collaborazione con varie potenze imperialiste (russa, cinese e ora americana) è coerente con la sua natura di classe borghese.

La mitologia “antimperialista” chavista crolla non appena le vendite di petrolio sono garantite.

A titolo di promemoria, il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere al mondo, stimate in circa 303 miliardi di barili (IEA, 2023). Queste riserve sono principalmente costituite da greggio pesante o extra-pesante, storicamente fondamentale per l’industria di raffinazione americana.

Gli Stati Uniti producono principalmente greggio leggero, mentre una parte significativa delle loro raffinerie, in particolare nella regione del Golfo del Messico, è specializzata nella lavorazione del greggio pesante, essenziale per la produzione di diesel, combustibili industriali e bitume.

Dall’embargo del 2019, Washington ha compensato questa carenza con le importazioni canadesi, che ora rappresentano quasi il 60% del greggio pesante importato. Questa soluzione, tuttavia, aumenta i costi e la dipendenza strategica.

In questo contesto, la revoca implicita dell’embargo venezuelano appare più come una risposta forzata a un’impasse energetica che come una vittoria imperialista.

Un trionfo delle apparenze: una crisi fondamentale
Le dichiarazioni di Trump secondo cui il petrolio venezuelano sarebbe ora “americano” sono più una questione di atteggiamento politico che di vera e propria conquista. In realtà, segnalano un cambiamento strategico: la necessità per gli Stati Uniti di reintegrare il Venezuela nelle proprie catene di approvvigionamento, nonostante il fallimento delle sanzioni.

Questo tipo di retorica aggressiva serve solo a mascherare un declino economico sotto una parvenza di dominio.

Detto questo, in questa operazione teatrale in Venezuela, il vero avversario è la Cina. Il nocciolo della questione

LA DEBOLE ARMADA: L’INGANNO DI TRUMP

Quasi tutti, a destra come a sinistra, pensano che dietro le sparate di Trump contro mezzo mondo ci sia una macchina militare invincibile, impareggiabile e senza precedenti nella storia del pianeta.
Essa conferisce al presidente americano una pretesa di potenza pressoché illimitata. Trump può violare impunemente diritti, valori e interessi di popoli e nazioni in base al principio atavico che è la forza più bruta, la violenza delle armi, che dà ordine al mondo. A discapito delle risorse a disposizione delle vittime, che possono contare solo sull’energia immateriale generata dal senso, anch’esso atavico ma perdente, della giustizia.
Questa è la visione della potenza americana oggi prevalente. Una visione sbagliata e fuorviante. E ciò per due ragioni. Perché è il frutto di una mistificazione ben costruita, e perché è la realtà dei fatti a dimostrare l’esatto opposto. Le menzogne e le violenze di Trump non sono il frutto di una forza militare soverchiante ma, al contrario, derivano da una debolezza profonda, rimasta nascosta per mezzo secolo dopo essere venuta alla luce con la sconfitta del Vietnam.
Seppellita sotto il trionfo americano della Guerra fredda e continuata sottotraccia durante la Bell’Époque clintoniana, questa magagna di fondo è riemersa su scala più vasta nel nuovo secolo con la serie di sconfitte militari e politiche del Medioriente (Iraq, Afghanistan, Yemen) e dell’Ucraina, ed è la vera base da cui partono le raffiche trumpiane di aggressione solitaria a tutto e tutti. Dietro di esse non c’è la gravitas di un potere sicuro di sé, che non ha bisogno di minacciare, di lanciare insulti e attacchi che sanno di insicurezza e di ossessività. Dietro di esse si intravede l’angoscia di una forza perduta, il rancore sconfinato di un infausto tramonto.
Le minacce di Trump sono patetiche, quasi tutte prive di credibilità. Chi può scambiare la riconquista del Messico, l’annessione del Canada, la riduzione a colonia di sfruttamento del Venezuela e lo stesso restauro della Dottrina Monroe come progetti che stanno nel campo della fattibilità piuttosto che in quello del delirio? Oppure come idee su cui fondare un rilancio dell’egemonia passata, magari attraverso una replica farsesca, assieme a Cina e Russia, del patto di Yalta del 1945?
Il verdetto del Vietnam e dei fiaschi mediorientali è stato amplificato, di recente, dalla rivoluzione della tecnologia militare. Un passaggio epocale ignorato consapevolmente dagli Usa, ma cavalcato dalla Cina da un decennio, praticato dall’Iran e adottato rapidamente dalla Russia dopo i rovesci subiti dal suo obsoleto apparato bellico nei primi tempi della guerra ucraina. Intendo la rivoluzione dei droni e dei missili a costo irrisorio che hanno messo alla portata di qualunque Davide la fionda che gli ha consentito di uccidere Golia.
Un paio di droni da mille euro l’uno possono danneggiare seriamente un carro armato, una pista d’atterraggio e una infrastruttura militare e civile. Uno sciame di droni da 100 mila euro può disabilitare la proiezione di potenza più micidiale, una portaerei da 13 miliardi. Se affiancato da un paio di missili antinave da 2-5 milioni ciascuno, questo sciame può colare a picco qualsiasi imbarcazione spendendo lo 0,03 – 0.1 per cento del valore distrutto. Per non parlare, poi, dell’effetto devastante che gli stessi droni e missili possono avere sull’altra maggiore proiezione di potenza globale: le 750 basi americane sparse nel pianeta, diventate degli eccellenti bersagli fissi, come dimostrato nel giugno dell’anno scorso dalla difesa dell’Iran contro l’attacco Usa. Un missile antiaereo HQ-9 da 3 milioni di dollari può abbattere un F-35 da 100 milioni.
Il punto di debolezza cruciale è che l’armamento convenzionale statunitense è rimasto quello, irrimediabilmente obsoleto, della Seconda guerra mondiale e della Guerra fredda: navi, aerei, cannoni, basi militari e carri armati tanto costosi quanto vulnerabili a droni, missili, satelliti, sensori e radar avanzati. Questi sviluppi della tecnologia militare hanno svuotato di significato qualunque cifra sui budget militari nazionali. Il valore economico non corrisponde più alla potenza di fuoco, e ciò ha stroncato le restanti ambizioni belliche dello Zio Sam. A tutto ciò occorre aggiungere la corruzione e lo spreco fuori controllo che minano il Pentagono da decenni. Il mio calcolo è che tra l’80 e il 90% della spesa militare Usa è inutile a fini bellici, sia di difesa che di attacco.
Il deep state è perfettamente consapevole della principale conseguenza di tutto questo: le forze armate americane non possono più vincere alcuna guerra vera e propria. L’ultima cosa cui pensa il Pentagono è di imbarcarsi in una nuova guerra, perché è certo di perderla. Come una voce dal sen fuggita, è stato proprio il Segretario alla Difesa, Robert Gates, che già nel 2011 dichiarò di fronte ai cadetti dell’Accademia di West Point che “qualsiasi futuro Segretario alla Difesa che consigliasse di inviare un grande esercito in Asia, Medio Oriente o Africa avrebbe dovuto farsi esaminare la testa”.
I raid, le invettive ad alto carico di menzogna di Trump servono solo a coprire il fatto che il Re è nudo, e che l’apparato militare degli Stati Uniti non è in grado di prevalere, in forma stabile e senza perdite insostenibili, contro alcuno Stato che possa disporre di un armamento avanzato del costo di pochi miliardi di euro. Nel 2020 i droni armati come il turco Bayraktar usati dagli azeri nel Nagorno-Karabakh hanno distrutto circa 200 carri armati armeni e numerosi sistemi di difesa aerea. L’esito dell’aggressione saudita del 2015 allo Yemen, eseguita contando su un armamento convenzionale quattro volte superiore a quello dell’Italia, e con pieno supporto logistico e d’intelligence a stelle e strisce, è stato capovolto dall’entrata in scena dei droni e dei missili.
Bene, si potrà obiettare a questo punto. Se le cose stanno così, che cosa impedisce agli Stati Uniti di riconvertire e aggiornare la propria industria militare? Lo ha fatto la Russia dopo le prime batoste subite dalla sua flotta nel Mar Nero, e il conflitto ucraino è passato da una guerra di posizione a una di missili e droni, dove la supremazia russa è schiacciante.
La risposta non è ardua. Non esiste in Russia un complesso militare industriale. Le fabbriche di armi russe sono proprietà di uno Stato un tempo socialista. Le industrie militari americane sono la quintessenza del capitalismo privato, e tutta l’America è una plutocrazia finanziaria e militare che si regge grazie a un trilione di dollari di spese per la difesa che sostengono l’economia di interi Stati, eleggono parlamentari, finanziano processi elettorali, ricattano e controllano presidenti, animano il deep state. È un capitalismo militare impossibile da smantellare in poco tempo, anche se palesemente inutile. La baracca si regge su un mito fasullo ma efficace, e che occorre perpetuare a ogni costo, evitando prove impegnative.
I cittadini americani sono vittime di una truffa cognitiva. Sono certi di vivere nel Paese più sicuro del mondo perché l’élite del potere li ha convinti che ciò è dovuto al possesso delle forze armate più forti del pianeta e non a un duplice dono della geografia e della storia: i due oceani che circondano il Paese e che lo rendono immune da guerre e invasioni, e il genocidio dei nativi americani che ha fondato la nazione eliminando rischi di sovvertimento interno.
Il grande inganno della supremazia militare americana si è esteso al resto del mondo, ma sono proprio i deliri di Trump che ne rivelano la fragilità. Sono convulsioni di un organismo pervenuto alla sua fase terminale, ma che proprio per questo non è meno pericoloso di prima. La somma di devastazioni, bombardamenti e atrocità che nascondono l’impotenza incurabile di un impero che muore può comunque diventare un costo immenso per l’intera umanità.
(di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 15 gennaio 2026)
Commento di Francesco Neri su Facebook
Se è  per questo,  la vulnerabilità delle navi o dei carri armati non è  affatto una novità  di adesso. Un esempio eclatante fu durante la seconda guerra mondiale, nella battaglia di Midway, dove furono affondate ben 5 portaerei, una americana e quattro giapponesi da parte di  aerosiluranti, e bombe di precisione  che anche queste avevano complessivamente un valore irrisorio rispetto alle 5 portaerei e tutti gli aerei che trasportavano. Da dire oltretutto che la battaglia di Midway fu vinta dagli americani per circostanze del tutto casuali,  e per l’incompetenza dell’ammiraglio giapponese Nagumo, che generò confusione fra gli aviatori, incompetenza  che fece sì che  i giapponesi   che avevano tutto a favore, invece andarono incontro ad una catastrofe che ribaltò le sorti della guerra.
Adesso le cose sono un pò diverse e i sistemi di difesa non sono minimamente paragonabili a quelli di allora, ma una cosa i due scenari hanno in comune: l’incompetenza del capo, che non vuole sentire nessuno, schiavo del suo narcisismo psicopatico.  Chissà,  potrebbe essere la variabile decisiva.
Ma una cosa non posso fare a meno di chiedermi: sì….e dopo??