Se il virus merita di vivere quanto noi

Tratto, con alcune variazioni, da L’incubo di Foucault. La costruzione di una emergenza sanitaria

L’ultimo controverso libro di Paolo Becchi, pubblicato da Lastarìa editore, Roma.

Si potrebbe dire, in un senso ovviamente provocatorio, che le epidemie provocate da virus sono il mezzo con cui la natura si difende, difende la propria “vita”  naturale, contro l’uomo che la deturpa?

Sostengono questo, da decenni, alcuni esponenti della cosiddetta deep ecology (l’ecologia profonda) che attribuiscono all’ecosistema un valore superiore al valore delle singole componenti, e quindi anche di quella singola componente che è l’uomo.  E David Graber si era forse spinto anche oltre quando aveva scritto: “finché l’homo sapiens non si deciderà a tornare alla natura, alcuni di noi possono solo sperare che arrivi il giusto virus”.

Ci ha messo più di trent’anni, ma alla fine è arrivato. E ora siamo certi che se qualcuno non ci ha già pensato usciranno ben presto libri che porranno la questione in termini come si usa dire “biocentrici”: in fondo, il virus non è vita che si difende contro l’uomo che lo vuole uccidere? E, in modo meno paradossale, non è grazie alle politiche di contenimento del virus che l’aria nelle città è diventata più respirabile, il tasso di inquinamento diminuito e le polveri sottili sono in calo?

Il virus, dunque, come “vendetta” della natura che ha punito la nostra hybris? Beninteso, stiamo da tempo selvaggiamente saccheggiando la terra, dove vivevano animali e vegetali oggi c’è solo cemento, ma non possiamo augurarci una Dissipatio H.G., dove H.G. come nel romanzo di Guido Morselli sta per Humani Generis. Riflettere su tutto questo è importante. Non dobbiamo tuttavia lasciarci qui distogliere dal punto filosoficamente essenziale. L’inquinamento atmosferico è un problema ma quello mentale che sta provocando l’uso biopolitico del virus non non è da meno.

Il punto filosoficamente essenziale è il seguente: se il “valore” dipende dal fatto, se la condizione umana si riduce alla vita naturale, al restare in vita – e per “vita” non si intende altro che la sopravvivenza –, allora diventa a rigore impossibile discriminare, argomentare perché, tra la vita di un uomo e la vita di un virus, debba prevalere la prima. Non è l’essere in vita che ci rende uomini, ma l’”essere nel mondo” ed è il modo di esserci nel mondo diversamente da tutti gli altri esseri viventi che ci rende “superiori” a un virus.  Se, invece , ci riduciamo a questa vita naturale allora si crea un corto circuito.

 

Se siamo disposti a rinunciare – come abbiamo fatto – ad ogni nostra libertà, ad ogni diritto, alla nostra stessa dignità pur di sopravvivere, pur di vincere la nostra “guerra” contro il virus, se è il solo fatto di vivere  ciò che conta, se è solo questo, allora stiamo, al contempo, dicendo che non c’è nessuna ragione per cui si debba essere noi a “meritare” di vivere, di rimanere in vita, a scapito della vita del virus. Perché – ammesso che anche il virus sia vita – si tratta di vita che come noi vuole semplicemente continuare a vivere.

 

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