Roberto PECCHIOLI
Da bambini, a ricreazione, noi maschietti facevamo qualche gioco poco pacifico, di quelli
che oggi psicologhe, maestre ed assistenti sociali vietano con orrore. In uno ci alternavamo
nel ruolo di prepotente e di vittima. Finiva con il gradasso che schiacciava il piede
dell’avversario, il quale doveva gemere, umiliato: scusa se ho messo il mio piede sotto il
tuo. In questo trapasso tra il vecchio e il nuovo anno ci è parso di essere tornati all’infanzia,
ma non si tratta di un gioco che termina con la campanella del rientro in classe. Il
presidente della repubblica ha graziato uno scafista condannato a trent’anni di carcere per
la sua attività che ha causato decine di morti, oltreché l’invasione del territorio. Un
benemerito, così la pensa una parte, piccola ma significativa, dell’opinione pubblica e
buona parte della Chiesa. Un commerciante che nel corso di una violenta rapina ai suoi
danni uccise dei criminali è stato condannato in via definitiva a quindici anni di carcere.
Siamo certi che per lui non ci sarà grazia, esattamente come non c’è stata giustizia. Al
danno si aggiunge la beffa, giacché dovrà pagare mezzo milione di risarcimento alle
famiglie dei gentiluomini che hanno assaltato la sua attività.
Un predicatore islamista i cui sermoni incitano alla violenza non può essere espulso: la
giustizia (minuscola e non per trascuratezza dello scrivano) ha sentenziato che potrebbe
chiedere asilo politico. Sarebbe un rifugiato, una figura intoccabile, pressoché sacrale. La
consulta – la corte strapagata di quindici insigni difensori della Sacra Costituzione Più
Bella Del Mondo ( qui ci vogliono le maiuscole) ha rigettato un ricorso contro le
vaccinazioni e le norme anti Covid in nome della Scienza ( come sopra). Dunque non siamo
padroni del nostro corpo. Come non siamo legittimi titolari dell’educazione e della vita dei
nostri figli minori, che ci possono essere sottratti dalla spada della legge se vivono nel
bosco anziché in un casermone popolare o in una villetta a schiera.
I carabinieri che inseguirono alcuni giovinastri nordafricani fuggiti da un posto di blocco
dovranno affrontare l’accusa di omicidio stradale. Consiglio non richiesto alle forze
dell’ordine: limitatevi a fare la multa a cittadini italiani per modeste infrazioni.
Pagheranno sacramentando ma non dovrete assumere avvocati e non vi rovinerete vita e
carriera. L’accusa di eccesso di legittima difesa pende sul capo di chiunque protegga se
stesso, la sua famiglia, la casa, gli averi e il lavoro da bande multietniche. Intanto Gianni
Alemanno, un politico che ha mollato il sistema di cui fu parte, è da un intero anno in
carcere – e non è finita- per un reato evanescente recentemente affievolito, il traffico di
influenze. Le porte del carcere si chiudono per gente normale , si aprono per legioni di
farabutti che fanno benissimo a delinquere, tanto non pagheranno granché per i loro reati.
Si insiste con il femminicidio – l’omicidio aggravato dal sesso della vittima in spregio alla
generalità della legge- ma se reati sessuali sono commessi da stranieri stranamente la
mano della giustizia diventa morbida, nel silenzio del coro femminista. Ciascuno ha
esperienze che dimostrano l’evidenza: dobbiamo chiedere scusa per essere vittime. Ci
schiacciano i piedi e molto altro, ma che sarà mai. Colpa nostra: abbiamo incautamente
attraversato la strada di prepotenti, violenti, arroganti. Scontato concludere che viviamo
nel mondo al contrario . Più serio domandarci perché e fare anche autocritica. Il potere ci
vuole inermi, per non dire schiavi. Inermi, flaccidi, senza la volontà e la possibilità di
difendere ciò che è nostro e coloro che amiamo. Dicono che altrimenti ci sarebbe il Far
West. Argomento risibile in sé e nello specifico. Non è chi si difende ad avere invaso il
perimetro ( sacro!) della casa, della famiglia, del lavoro e della “roba” conquistata
onestamente. Ladri, rapinatori, violenti devono temere che, prima delle istituzioni,
esistono padri, capifamiglia, commercianti, uomini e donne d’onore pronti a difendere ciò
che è loro. La cassa mutua dei mascalzoni la alimentino con il denaro delle mafie, non con i
risparmi di chi ha premuto il grilletto per necessità, non per sporco mestiere.
Lo Stato –maiuscolo per non confonderlo con un participio passato- vuole il monopolio di
tutto: coadiuvato da un esercito a stipendio di psicologi, terapeuti, sociologi ed “esperti “ (
vil razza dannata più dei cortigiani di Rigoletto) ci spiega come qualmente allevare i figli;
ci intima divieti, ci impone obblighi sanitari non a scienza certa . La stessa consulta ha
parlato, a proposito della pandemia, di conoscenze disponibili al momento. Lo Stato ci
processa se ci difendiamo e sempre più spesso per lesa maestà, se non siamo d’accordo con
i suoi decreti. Ci disarma innanzitutto culturalmente, ci rende dipendenti da graziose
concessioni, sostitute degli obsoleti diritti sociali. Con l’indice accusatore e fiero cipiglio
nega finanche i pannoloni a chi ha subito l’ablazione della prostata poiché l’incontinenza
non è “stabilizzata”, ossia li fornirà quando il problema sarà in via di soluzione. E’ capitato
di recente a un familiare di chi scrive.
Che ci volete fare, sono le “regole”, sibilano al di là dello sportello gli impiegati d’ordine del
potere. Appunto, ne abbiamo abbastanza delle regole. Molte sono sbagliate in radice: è la
conseguenza del diritto positivo, per cui diventa legale qualunque cosa piaccia qui e adesso
al sistema dominante, purché siano state rispettate le procedure. Altre sono giuste ma
formulate in modo che possano essere interpretate nelle maniere più disparate e perfino
opposte. Eppure ci insegnano che le leggi sono nate per tutelare i deboli. Lo stesso padre
del liberalismo, Adam Smith, richiedeva norme chiare , scritte in linguaggio accessibile,
non astruserie per addetti ai lavori, pensate per fornire argomenti ai cavilli di una
numerosa casta di periti del diritto litigiosa per interesse.
C’è chi incolpa le toghe rosse. Un’altra banalità. Se le leggi non fossero in numero
esorbitante e spesso contrastante , se non avessero una selva di eccezioni e riferimenti ad
altre norme, se il sacrosanto garantismo non fosse impugnato come arma ideologica o
scappatoia furbesca (fatta la legge trovato l’inganno, recita la saggezza popolare) l’ordine
giudiziario non avrebbe la clamorosa discrezionalità che giustamente fa paura agli onesti.
Di più: finiamola di credere alla trappola buonista diffusa dal potere. La magistratura è il
principale cane da guardia del sistema sotto ogni regime. Se viene graziato uno scafista
assassino mentre è gettato in gattabuia e rovinato economicamente un commerciante
rapinato è perché “vuolsi così dove si puote ciò che si vuole”. Colpirne uno per educarne
cento. Il verso dantesco finisce con “ e più non dimandare”, ovvero taci e ubbidisci. La
differenza è che nella Commedia la volontà evocata è quella divina. Noi abbiamo il dovere
di “dimandare” (viviamo in democrazia, dicono) e cambiare le cose. Soprattutto dovremmo
sostituire con la nostra – noi, il popolo- la volontà maligna di chi opprime.
Qui casca l’asino, anzi la pecora. Ci hanno resi inermi, adattivi, deboli, esausti moralmente,
fisicamente, culturalmente, portati a credere che il potere ( sempre più spesso non è lo
Stato, braccio secolare di cupole estranee) persegua, indipendentemente dalle ideologie, il
bene comune. Non è così, e tutte le credenze su libertà democrazia, tolleranza, giustizia ,
legalità sono auto inganni. Una vecchia battuta suggerisce che non per caso la scritta “ la
legge è uguale per tutti” nei tribunali sia alle spalle dei giudici e non di fronte a loro. In
mille modi ci hanno trasformati in gregge dilaniato da lupi senza che possa – e voglia, e
sappia !- difendersi. Chiediamo scusa ogni dì per avere messo i piedi sotto gli stivaloni di
chi comanda. Nel gioco noi bambini ci scambiavamo i ruoli. E nella realtà