Con la storia politica che si ritrova, il vostro scrivano dovrebbe essere felice per il blitz americano a Caracas che ha portato all’arresto – o al rapimento- del presidente venezuelano Nicolàs Maduro e di sua moglie Cilia, considerata la mente del regime. Invece non ci riesce. Non certo per simpatia verso l’ex autista successore di Hugo Chàvez.
Neppure per antiamericanismo da riflesso pavloviano. Il fatto è che se uno è sovranista – ossia ritiene che ogni popolo sia padrone di se stesso- e se non ama gli sceriffi autoproclamati, non può applaudire o dissentire sulla base delle preferenze politiche.
Maduro e il suo regime corrotto e incapace dovevano essere deposti dal popolo venezuelano, magari con le cattive, giacché con le buone (ossia attraverso elezioni oneste) non è stato possibile. Lo sceriffo di Tombstone (pietra tombale…) ha applicato la dottrina Monroe rivista al modo di Donald Trump: dottrina “Donroe” . Il Venezuela è in America, cortile di casa degli Usa e la cricca neocons- trasversale nei due partiti politici statunitensi ed influentissima nel Deep State- ha voluto la resa dei conti.
Molte cose non tornano nell’operazione militare e nelle risposte immediate. Evidente che pezzi del regime, della politica e dell’esercito abbiano giocato un ruolo nell’assalto a Maduro. Non stupiscono le reazioni assai caute di Cina e Russia. Nessuno si immolerà per Caracas e chissà quali contatti e scambi geopolitici saranno avvenuti nell’ombra. Colpisce ad un primo sguardo la prudenza della stampa venezuelana e il fatto che non vi siano ancora, a parte le roboanti, ma scontate dichiarazioni dei gerarchi di Caracas, significative mobilitazioni della piazza, dell’esercito e delle potenti organizzazioni paramilitari bolivariane. La stessa vice presidente, Delcy Rodrìguez, ha avuto un lungo colloquio con Washington. Nessuna meraviglia se fosse ricattata : il suo ruolo è in bilico tra affari e politica, come sa molto bene il governo spagnolo e il suo vero dominus, l’ex primo ministro Zapatero, patrono internazionale (e forse rappresentante-ombra) del Venezuela socialista.
Di certo il bilancio del lungo esperimento marxista in salsa bolivariana è pesante: quasi otto milioni di venezuelani sono emigrati per paura, povertà e persecuzione su una popolazione di 28 milioni; il PIL è crollato dell’ ottanta per cento da quando è al potere Maduro, il cui livello di competenza e intelligenza politica è imparagonabile rispetto a Hugo Chàvez, il predecessore morto tra vari sospetti. Molto è dovuto al pesante embargo Usa, ma l’economia venezuelana è ostaggio di ras locali, capibastone e sindacalisti senz’arte né parte, capaci solo di beneficare i sostenitori del regime. Maduro è stato eletto presidente per tre volte. In tutte le circostanze il risultato fu contestato con accuse di brogli e violenze. La magistratura tentò invano di metterlo sotto accusa e l’ opposizione è stata duramente repressa anche con l’uso di gruppi para militari, sino a incarcerazioni e forse esecuzioni sommarie. Gli Stati Uniti posero taglie sul capo di Maduro e di altri vertici bolivariani sin dal 2015 (amministrazione Biden). L’ONU – per quel che vale in termini di obiettività- accusa Maduro di crimini contro l’umanità; la vicinanza al narcotraffico colombiano non è solo geografica.
Una novità economico-finanziaria fu, nel 2018, l’esperimento del petro, la prima cripto valuta di Stato, ancorata alle riserve petrolifere. La moneta ufficiale, il bolìvar, non vale nulla, non viene accettata da nessuno e il mercato nero del dollaro è una delle poche attività redditizie del paese. Non sorprende l’entusiasmo dei venezuelani espatriati , tra i quali molti sono soggetti professionalmente qualificati, all’annuncio dell’operazione statunitense. Maduro non era un santo e neppure un buon amministratore; il suo bolivarismo demagogico, violento, incapace di risolvere i problemi della nazione, non lascerà rimpianti tra milioni di connazionali. Vedremo presto se i sostenitori del regime – ancora numerosi- resisteranno all’azione americana con disordini, lutti, confronto civile.
Quando eventi tanto grandi scuotono una nazione, occorre pensare alla sua gente, al suo futuro. Dovrebbe essere roseo per chi possiede un quinto delle riserve petrolifere del pianeta, oro, diamanti, bauxite , ferro e terre rare, chiavi dell’economia digitale. Qui sta il punto: il mondo, compreso il sedicente giardino occidentale, è pieno di governi inetti o corrotti, ingiustizie, violenze e repressione dei dissidenti. Perché lo sceriffo di Tombstone esportatore di libertà, democrazia, diritti umani, ricchezza e american way of life, interviene a Caracas e non altrove? Risposta elementare: le immense risorse fanno gola a nord del Rio Grande. Arriva la cavalleria per conquistare con le solite modalità le ricchezze altrui. Nessuno crede alla favola dei diritti umani e del ripristino della democrazia, benché le colpe di Maduro siano immense. Arrivano i Nostri – cari a Meloni, Von der Leyen, Macron e compagnia brutta- e si mettono sotto i piedi il più ridicolo dei cartigli, il sedicente diritto internazionale. Il quale, inutile fingere, è la legge del più forte. Come nell’attacco occidentale a Gheddafi nel 2011 e la sua uccisione. Il controllo delle risorse energetiche libiche e il temuto progetto di una valuta africana da impiegare negli scambi petroliferi armò la mano degli sceriffi occidentali, non certo vaghe motivazioni umanitarie.
Sarà difficile dal 3 gennaio 2026 raccontare al mondo la storia dell’aggredito e dell’aggressore nel conflitto tra Russia e Ucraina e sostenere il diritto all’autodifesa di un altro sceriffo, con la stella di Davide sul petto. Inoltre vi è l’impatto- francamente ripugnante- delle immagini di Maduro ammanettato, con gli occhi nascosti da occhialoni, in ciabatte, forse sedato o narcotizzato, diffuse dallo Sceriffo globale. Le accuse sono almeno in parte fondate, ma il processo penale negli Usa – se si farà, l’esempio di Guantànamo pesa come un macigno – è un ulteriore elemento che mostra la fine del diritto internazionale. Non ci piace la Norimberga di Maduro, come non ci piacque la fine di Milosevic all’Aja. L’Occidente a trazione Usa processa e ammazza, ma secondo le regole. Le sue. Il nemico sconfitto può essere ucciso- è la storia del mondo- o esiliato, ma non processato secondo l’arbitrio del vincitore. Altro sarebbe se il processo – dopo una rivolta o un cambiamento di governo – avvenisse presso un tribunale venezuelano. Sarà enorme l’impatto politico e storico del precedente stabilito dalla dottrina “Donroe”.
Il tuo presidente non mi piace e, poiché sono più forte, ti attacco, lo rapisco e cambio il governo. Prendo il controllo della tua economia, sfrutto le tue risorse secondo i miei interessi e metto al vertice del tuo paese un mio burattino, magari un esponente del vecchio regime ripulito opportunamente dalle sue passate responsabilità. Tutto questo l’occidente collettivo e terminale lo chiama democrazia. Davvero strano che non piaccia a gran parte del mondo.
Bisogna rieducarli: Hollywood, Netflix, Disneyland, Pornhub sono pronte. E in quanto al traffico di droga, è proprio sicuro Donald che i massimi beneficiari, i livelli apicali, non siano in casa sua, in certe cupole finanziarie ed all’ombra degli angoli più sporchi del deep State?