Roberto Pecchioli
Esterno giorno, una città qualunque, otto e venti del mattino, dodici agosto. Mentre il
termometro digitale della superstite tripperia – unica concessione alla modernità di un
negozio sopravvissuto al passato- segna trentadue gradi, l’amico edicolante allarga le
braccia. Il quotidiano locale è già esaurito: offriva gli occhialini per osservare l’eclissi senza
danni. Altrove qualche bagarino dell’astronomia coglie l’occasione vendendo gli stessi
visori procurati chissà dove, presumibilmente assai poco adatti a proteggere la retina.
Vince sempre la forma merce, giudizio su se stessa ( Gunther Anders, L’uomo è antiquato).
La stessa città, esterno sera. In ogni punto considerato favorevole all’avvistamento
dell’eclissi , si affollano persone accaldate di ogni età; quasi tutti inforcano le strane lenti
colorate, fotografano se stessi con il telefonino, inviano orgogliosi alle reti sociali le
immagini, in attesa del posizionamento della luna dinanzi al sole. Pochi autentici
appassionati, con cannocchiali e altri strumenti, attendono il fenomeno astronomico con
vero interesse, probabilmente infastiditi dalla folla. Anzi, dalla massa. In realtà non
succede quasi nulla, il cielo non diventa nero e pochi hanno visto qualcosa di memorabile.
Molti saranno rimasti delusi : lo spettacolo non è stato all’altezza delle aspettative. Assai
meglio gli effetti speciali cinematografici. Che importa: potranno dire “io c’ero”, tutto
documentato- salvo backup- dalle foto scattate con lo smartphone.
Fenomeni come le eclissi non destano il mio interesse – lo confesso con una certa
vergogna- e non sono stato mai attratto dalle stelle cadenti che la fantasia popolare
chiamava lacrime di San Lorenzo. Forse perché quei brevi momenti cosmici portano alla
riflessione che sgomenta : l’immensità del creato, le sue leggi immutabili, la risibile
piccolezza e caducità dell’ homo sapiens. Non penso siano stati molti a pensare in termini
analoghi: meglio così, meglio non sfogliare il libro dell’inquietudine e lasciarsi vivere. Un
numero incalcolabile di contemporanei – gli altri sono una trascurabile minoranza – ha la
sindrome più ridicola dell’uomo ridicolo. E’ la paura di perdersi qualcosa- l’acronimo
FOMO in americanese ( fear of missing out). Dilaga tra i più giovani, ma avanza
inesorabile anche tra gli adulti. Anche l’eclissi, fenomeno cosmico, è un’occasione di
presenza, l’ illusione di vivere un’esperienza, un’emozione ( parole svuotate di significato) o
semplicemente di “esserci”, grottesca banalizzazione del dasein di Heidegger .
Non più protagonista e nemmeno comparsa, l’uomo-massa si accontenta di essere
spettatore, con il naso all’insù e gli occhialini da esibire sulle reti sociali in attesa del “mi
piace” e dell’invidia degli assenti. Massa, non folla. La prima si forma quasi casualmente,
non ha nulla in comune, è formata da atomi solitari temporaneamente riuniti nella stesso
luogo, come a Ferragosto sulle spiagge o in autostrada sotto il sole. La folla, al contrario,
nasce, si riunisce, ha una sua psicologia, non è massa casuale, informe carnaio. Le
immagini spiegano tutto con immediatezza perfino quando sono un prodotto
dell’intelligenza artificiale. Circola una rappresentazione in due quadri. Il primo mostra ,
nel giorno dell’eclissi, una massa umana con il volto all’insù e gli occhiali mentre indica
l’eclissi. Nel secondo , con la didascalia “la gente ogni giorno”, la stessa massa ha le spalle
curve e gli occhi sul telefonino ; ignora il cielo pieno di aerei che producono scie chimiche.
Sono gli stessi, colti in due momenti dell’esistenza gregaria , omologata, programmata dal
potere. In un'epoca dominata dalla feroce competizione tra immagini e suoni, nonché
dalla saturazione di stimoli visivi, perfino un’ eclissi appare deludente. Tutto qui? ci
chiediamo. Eppure, la gente si sente dire che deve assolutamente vederla; così affronta
code per procurarsi quegli occhialini ridicoli, suda e soffre sotto il sole implacabile,
parzialmente e momentaneamente nascosto dalla bianca luna.
L’eclissi finisce per diventare uno di quei romanzi “assolutamente da leggere” o film
“imperdibili”, che risultano poi deludenti. Eppure la massa corre verso i luoghi più
spettacolari non per contemplarli, ma per immortalare se stessa col telefonino e postarli
come fondali su Instagram (esiste qualcosa che rovini una meraviglia più del banalizzarla
in un reel?) ed accetta disciplinata l'impellente necessità di assistere a un fenomeno che la
farebbe sbadigliare se trasmesso su uno schermo. Non posso fare a meno di pensare alle
code per vaccinarsi. Leggo post furibondi che chiedono che cosa aspettiamo a ribellarci,
agire e reagire contro un potere che fa ciò che vuole con disprezzo per la gente comune.
Come può una massa ribellarsi , quando si mette in fila per comprare occhialini di cartone
per vedere qualcosa di cui non le importerebbe granché, se non glielo avessero imposto per
giorni ? Coazione per ripetizione del messaggio, l’abc della comunicazione.
Perché ci tengono così tanto a farci vedere questa benedetta eclissi? Sembra strano che
insistano per uno spettacolo gratuito. Oscar Wilde diceva che nessuno dà valore a un
tramonto perché nessuno paga per vederlo. Le eclissi sono come i tramonti: non si fa il
biglietto. Si paga, però, per proteggersi da potenziali danni agli occhi; un rischio che si
potrebbe evitare gratuitamente guardando per terra. Molti incauti sono finiti dall’oculista.
La parte più bella è il momento in cui il giorno si trasforma brevemente, improvvisamente,
in notte; la cosa interessante da fare, in quel frangente, sarebbe guardarsi intorno, eppure
nessuno lo fa: non sono le istruzioni della TV e tutti vogliono sfruttare quegli occhialini che
non resisteranno fino alla prossima eclissi.
Semplicemente, il potere si accerta – guadagnandoci sopra- che i popoli si siano
trasformati in masse addomesticate, dopo essere state provvisoriamente folle. Lo capì per
primo Gustave Le Bon, prontamente imitato da Walter Lippman ( “ L’ opinione pubblica”),
Edward Bernays ( “Propaganda”) e oggi dal possente apparato di psicologia sociale al
servizio del potere. Ecco l’ultimo capoverso di Psicologia delle folle di Le Bon: [ Il popolo]
diventa nient’altro che un pulviscolo di individui isolati e ritorna a ciò che era al punto di
partenza: una folla, senza consistenza e senza futuro. La plebe è sovrana e i barbari
avanzano. La civiltà può sembrare ancora splendente perché conserva la facciata esterna
creata da un lungo passato, ma in realtà è un edificio mangiato dai vermi che nulla sostiene
più e che crollerà alla prima tempesta. Passare dalla barbarie alla civiltà inseguendo un
sogno, per poi declinare e morire non appena quel sogno ha perduto la sua consistenza:
questo è il ciclo di vita di un popolo”. Eclissi definitiva.