LE RAGIONI E GLI ERRORI DI KARL MARX – di Luigi Copertino

LE RAGIONI E GLI ERRORI DI KARL MARX

Una sorprendente, ma neanche tanto, ammissione

Maurizio Blondet ha aperto e chiuso uno dei suoi recenti articoli con questa franca ammissione: «E’ duro a 74 anni, dopo una vita di anticomunismo, riconoscere che aveva ragione Marx. (…). E’ dura, dopo una vita da anticomunista» (1).

In molti forse saranno rimasti meravigliati. Ma in realtà quella di Blondet non è una dichiarazione di passaggio al comunismo ma soltanto l’onesto riconoscimento delle ragioni di Marx. Perché, infatti, quale indagatore dei fatti economici e di quelli storici in prospettiva economica, Marx ha colto molte innegabili evidenze. Il suo errore, tipico della superbia ottocentesca, è stato quello, riduzionista, di voler assolutizzare la propria chiave di lettura della storia come l’unica possibile inventando una “filosofia della storia” che alla prova dei fatti si è rivelata soltanto l’immanentizzazione, quindi la falsificazione, della teologia della storia ebraico-cristiana.

L’Ordoliberismo ed il “patriottismo competitivo”

Maurizio Blondet è giunto a riconoscere a Marx quel che è di Marx a seguito della lettura dell’ultima opera di Sergio Cesaratto, docente di economia all’Università di Siena, di formazione di sinistra, sulla scia del pensiero di Piero Sfraffa (2).

Per quanto strano possa apparire – ma non lo è affatto – mentre Blondet ammette le ragioni di Marx, proprio Cesaratto, in un intervento di qualche anno fa sul quale anche noi abbiamo avuto modo di scrivere (3), ha ammesso quelle di List, il teorico tedesco dell’economia nazionale, autarchica e dirigista, critico del liberoscambismo smithiano.

Queste reciproche intersecazioni tra un Blondet ed un Cesaratto altro non sono che manifestazioni di un fenomeno già registrato a cavallo tra XIX e XX secolo ossia la convergenza delle correnti socialiste di sinistra e delle correnti nazionaliste (oggi diremmo “populiste”) di destra, che giungono ad un passo dallo stringersi la mano e, forse, un domani potrebbero persino abbracciarsi in inedite alleanze politiche.

Blondet fa sua l’analisi di Cesaratto sugli effettivi fondamenti ideologici, in termini di “patriottismo competitivo”, delle politiche ordoliberiste tedesche ossia, in altre parole, dell’uso strumentale e mercantilisticamente aggressivo da parte del Capitale dell’identità nazionale a scopo di egemonia interna sul Lavoro e sul Ceto Medio e di egemonia esterna per la conquista dei mercati internazionali.

L’Ordoliberismo è una filosofia economica elaborata nella prima parte del XX secolo nell’Università di Friburgo da alcuni economisti conservatori, sia cattolici che protestanti, di tradizione mengeriana e marginalista, ossia “austriaca”. In Italia ne sono attuali esponenti Rocco Buttiglione, l’amico di Helmut Kohl, l’iniziatore politico di Angela Merkel, e Flavio Felice nonché organizzazioni come l’Acton Institute”. L’Ordoliberismo è stato l’ideologia della ricostruzione della Germania post-bellica, quando si è presentato come una conciliazione tra una versione conservatrice della democrazia e l’eredità cristiana (senza troppe distinzioni – e questo è molto rivelatore – tra Cattolicesimo e protestantesimo). Ciò non toglie che alcuni suoi esponenti abbiano, a suo tempo, mantenuto contatti con i fiancheggiatori conservatori del regime nazista nel tentativo di condizionarlo da destra.

In sostanza l’Ordoliberismo riconosce sì allo Stato un ruolo ma soltanto quello di “cornice istituzionale” per garantire la concorrenza di mercato. Garanzia ottenuta  mediante la possibilità per tutti di accedere al mercato contro le posizioni dominanti degli oligopoli e dei monopoli. Lo Stato ha il suo unico fine, attraverso la “costituzione economica” ossia la costituzionalizzazione di alcuni principi cardini come appunto la libera concorrenza, il pareggio di bilancio, il divieto degli oligopoli e dei monopoli, quello della regolazione del mercato ma senza intervenire nei suoi spontanei meccanismi. Insomma lo Stato è soltanto il guardiano della concorrenza che deve evitare distorsioni nella formazione dei prezzi.

Secondo questa filosofia economica, pomposamente chiamata anche “economia sociale di mercato”, la concorrenza deve essere salvaguardata anche tra le nazioni intese come sistemi produttivi concorrenti sullo stesso mercato internazionale. Orbene, affinché una nazione possa vincere la concorrenza internazionale è necessario adottare politiche di contenimento salariale a scopo competitivo, ovvero tenere bassi i salari onde mantenere bassi i prezzi dei prodotti da esportazione e, soprattutto, non scoraggiare gli investimenti privati con eccessive richieste di adeguamenti salariali alla accresciuta produttività. Che è come assegnare al Capitale la quota maggiore del reddito nazionale. Viene, sì, ritenuto utile, anche quale strumento di politica antinflattiva, legare il salario ed i suoi aumenti alla produttività ma in un contesto di prevalenza delle esportazioni sulla domanda interna. Quest’ultima, proprio mantenendo basso il salario base, quello non legato alla produttività, viene artatamente depressa onde favorire l’espansione ed il predominio economico nazionale sul mercato internazionale, a danno delle nazioni concorrenti. Inoltre, nella concezione ordoliberista, la politica monetaria deve essere indipendente dalla politica fiscale e deve, soprattutto, avere carattere deflattivo. L’Ordoliberismo, infatti, si ricollega esplicitamente alla vecchia teoria quantitativa della moneta che la considera una merce espressione del mercato e, come tale, soggetta a svalutazione, appunto, quantitativa. La svalutazione monetaria, dovuta all’eccesso quantitativo di moneta, produrrebbe di conseguenza l’inflazione, ossia l’aumento patologico, dei prezzi. E’ esattamente questo l’attuale paradigma, arcaico, che sorregge l’euro e l’intera impalcatura dell’UE.

L’Ordoliberismo è una visione economica che guarda esclusivamente dal lato dell’offerta, ossia dal punto di vista del Capitale. Spesso viene presentato come una concezione “organicista” ma, in realtà, dell’organicismo, in particolare di quello di natura al quale guarda il Magistero Sociale Cattolico, è una evidente impostura conservatrice. Perché “organicità” significa, innanzitutto, secondo il modello classico di matrice romano-cristiana, paritetica complementarietà delle componenti sociali, dei fattori della produzione, che implica l’equa e giusta redistribuzione della ricchezza prodotta tra tutte le componenti, e non l’accaparramento di essa da parte di una sola componente produttiva. La pace sociale non esiste, se non come vuoto simulacro, senza la giustizia sociale. Per questo motivo l’autentico organicismo non si culla nei sogni romantici di una idilliaca armonia sociale a-conflittuale ma ha ben presente che, causa imperfezione ontologica contratta dalla natura umana all’alba della comparsa dell’uomo sulla scena di questo mondo, il conflitto è sempre attuale e latente nelle relazioni comunitarie umane sicché è necessario, nell’impossibilità di eliminarlo completamente, almeno attutirlo, ridurlo, affievolirlo. Ma a tale scopo non servono i “pannicelli caldi” della vuota retorica romantica, o il paternalismo farisaico che nasconde l’ingiustizia dietro il paravento dell’ipocrisia moralistica, essendo, invece, necessario pareggiare i conti tra le parti all’insegna della giustizia distributiva, in modo che ciascuno possa partecipare, non simbolicamente bensì congruamente, alla ripartizione della ricchezza sociale.

Maurizio Blondet, sulla scorta di Sergio Cesaratto, ricorda che uno dei maggiori esponenti dell’Ordoliberismo tedesco, Ludwig Erhard, l’artefice della rinascita della Germania nel secondo dopoguerra,  scriveva: «Se attraverso la disciplina interna siamo capaci di mantenere stabile il livello dei  prezzi [e salari] in misura superiore agli altri Paesi, la forza  delle nostre esportazioni crescerà». Mentre dal canto suo, il banchiere centrale tedesco dell’epoca, Willhelm Vocke, affermava: «Aumentare le esportazioni è per noi vitale, e questo dipende a sua volta dal mantenere un basso livello relativo dei  prezzi e dei salari […] al disotto degli altri Paesi» (4). Da qui l’esaltazione della frugalità e dell’austerità, con accenti quasi religiosi, che tanto inganna i cattolici conservatori. Il punto è che alla frugalità di consumi e costumi del popolo – romanticamente blandito con toni di nostalgia antimoderna – fa da contraltare l’accumulazione di ricchezza e di potere ai vertici della gerarchia sociale della nazione. Ed è questo che svela l’impostura dell’Ordoliberismo quando pretende di ergersi a teoria di matrice cattolico-sociale.

Quelli sopra ricordati, di Ludwig Erhard e di Willhelm Vocke, sono i concetti tipici dell’“imperialismo economico senza guerra” che, sin dai tempi della Germania Guglielmina, ha rappresentato, nei voti della Confindustria tedesca, una alternativa all’“imperialismo bellico” perseguito dalla casta militare di ascendenze prussiane. Benché, poi, a ben vedere sempre di guerra, sebbene economica, e quindi sempre di volontà di dominio coloniale, si tratta.

Potremmo, in proposito, persino dire che la differenza tra l’ipotesi di una governance mondiale costruita, come era nel sistema sei-settecentesco dello “jus publicum europaeum”, sugli Stati nazionali e/o sulle Confederazioni di Stati nazionali che implica il primato del Politico sull’Economico – ipotesi immediatamente scartata a priori perché non conveniente al Capitale – e la globalizzazione, realizzata mediante il libero scambio transfrontaliero di mercato, sta proprio nel riemergere, nella globalizzazione oggi realizzata, di una concezione “tribale”, in taluni casi addirittura “razzista”, della nazione, non più dallo Stato inquadrata, informata ed organizzata politicamente e giuridicamente, quindi nel rispetto delle leggi naturali e civili, anche internazionali, di convivenza. Le politiche mercantiliste – che nel XVII secolo lo “jus publicum europaeum” riuscì a contenere per quanto riguarda l’aspetto bellico e militare, evitando le “guerre totali”, “metafisiche” – sono espressione dell’imbarbarimento delle relazioni internazionali al quale hanno dato un potente contributo l’Ordoliberismo ed, in genere, le politiche neoliberiste.

All’interno della zona euro, la Germania si mantiene competitiva col rigore interno. Come ricorda Blondet citando Cesaratto (p.53): «La Germania è un paese  che vive deliberatamente al disotto dei propri mezzi. Si tratta di una palese violazione delle regole del gioco in un sistema di cambi fissi». Infatti, con l’introduzione dell’euro «la Bundesbank – ancora Cesaratto citato da Blondet – ha svolto  il ruolo di guardiano della stabilità dei salari, minacciando i sindacati di generare disoccupazione attraverso politiche [monetarie] restrittive, qualora avessero presentato richieste salariali fuori linea» (p.55).

Orbene i sindacati tedeschi hanno  collaborato disciplinatamente alle politiche ordoliberiste in nome del “patriottismo competitivo”, pur nella consapevolezza che in tal modo il basso salario del lavoratore tedesco viene garantito dal licenziamento di un lavoratore estero il cui salario non è in linea con la politica mercantilista praticata dalla Germania. I sindacati teutonici non hanno chiesto aumenti nemmeno negli anni di forte espansione dell’economia tedesca. La Germania, grazie all’euro, ha accumulato un surplus delle esportazioni talmente squilibrato che rappresenta una violazione delle regole del gioco europee. Ma mentre nessuno nell’UE osa chiedere alla più forte il rispetto della regola che impone surplus non superiori al 6% del Pil, la Germania invece chiede ed impone ai Paesi euromediterranei politiche di austerità (i cd. “compiti a casa” che la nostra sinistra ha in questi anni sottoscritto ed adempiuto).

Il surplus tedesco è attualmente pari a 257 miliardi di euro. Ma – ecco il punto “marxiano” di Blondet –  una parte consistente di quei 257 miliardi sono gli aumenti negati ai lavoratori tedeschi. Sono la loro produttività donata alla Patria ma ad essi non restituita dalle classi dirigenti che la Patria hanno occupato a loro esclusivo uso e consumo.

«E dove è finito questo regalo dei lavoratori? – si chiede infatti Blondet – Non precisamente alla Patria. E’ finito nella “enorme concentrazione di ricchezza in mano alle elites tedesche”».

In proposito Blondet rammenta le conclusioni di un articolo scritto sotto pseudonimo da un manager di una  multinazionale (5). L’anonimo estensore dell’articolo citato da Blondet spiega molto bene le ragioni dell’estrema aggressività tedesca verso i partner europei, in particolare in questi anni di crisi. L’aggressività tedesca verso i periferici, dopo il 2008, è servita a spostare lavoro e ricchezza in Germania onde rimediare al disastro che stava travolgendo l’economia germanica con il possibile fallimento delle industrie principali (Opel, Porsche, Gruppo Merkle, ThyssenKrupp) e far pagare agli altri partner europei il costo salatissimo dei salvataggi bancari che, infatti, sono stati realizzati mediante il cd. “fondo salva Stati”. Questo fondo, a dispetto del nome, in realtà è nato da una operazione mirata a pubblicizzare le perdite delle banche tedesche, poste sul conto degli altri Stati che contribuiscono alla dotazione finanziaria del fondo, proprio mentre si negava, a fronte della speculazione sui titoli euromediterranei, qualsiasi condivisione dei debiti pubblici a mezzo di “eurobond”. La spoliazione  dei periferici (Italia, Irlanda, Spagna, Grecia, Portogallo) si spiega anche con la necessità per la Germania di garantire, costi quel che costi, le esportazioni e, quindi, il lavoro ed i salari dei lavoratori tedeschi. I quali, disciplinati da sindacati “patriottici”, accettano bassi stipendi mentre la minoritaria casta dei miliardari connazionali si accaparra l’80% della ricchezza prodotta.

In un contesto del genere il “patriottismo” è falso, strumentale, ad uso del solo Capitale che esclude il Lavoro dalla giusta ripartizione del prodotto e della ricchezza nazionale. E, appunto, un “patriottismo competitivo”, borghese, darwiniano, di classe e non autenticamente interclassista, sociale e nazionale. E’ esattamente quel “nazionalismo di destra”, liberal-conservatore, che usa a scopi egoistici ed offende l’inalienabile diritto di natura, per ogni uomo, all’appartenenza patria.

I lavoratori tedeschi, ricorda l’articolista citato da Blondet, sono addormentati, convinti dalla  stampa germanica – che anche recentemente abbiamo visto trasudare toni antitaliani fino alla truculenza – della loro superiorità produttiva e morale sui lavoratori esteri. I lavoratori tedeschi sono convinti che il loro relativo benessere sia frutto delle austere virtù di rigore nazionale, a tinte luterane e calviniste. Ma mentre i lavoratori tedeschi effondono con ammirevole abnegazione il loro patriottismo, i miliardari germanici, potentissimi e riservati, prelevano silenziosamente a proprio esclusivo vantaggio la quota più  grossa della ricchezza nazionale congiuntamente prodotta da capitale e lavoro.

Tuttavia il sistema ordoliberista tedesco è sempre, alla lunga, a rischio di insostenibilità e per questo che la classe dirigente, consapevole dei limiti delle sue stesse politiche, è aggressiva contro i partener europei. Ma, qui sta il punto, i Paesi impoveriti dalle politiche tedesche di austerità eurocratica sono i clienti della Germania. La quale quindi sta segando il ramo sul quale è seduta. Anche la campagna di ostilità tedesca verso Trump trova le sue ragioni nel fatto che i dazi americani – una difesa contro lo squilibrato surplus tedesco – mettono a rischio i posti di lavoro in Germania. Il patriottismo competitivo, infatti, funziona solo se i lavoratori non sono troppo pretensivi. Ma se essi, a causa della crisi e/o dei dazi che potrebbero produrre migliaia di disoccupati, dovessero svegliarsi l’Ordoliberismo tedesco imploderebbe su sé stesso.

Marxismo e patriottismo

In effetti – ed è qui che ora vogliamo introdurre considerazioni fondamentali in ordine ai limiti ed agli errori di Marx – il “patriottismo competitivo”, che le borghesie nazionali utilizzavano già dal XIX secolo, con la sua negazione, in re ipsa, della giustizia redistributiva, negazione giustificata con la dura legge darwiniana della concorrenza economica tra nazioni, sembra dare ragione al filosofo di Treviri quando affermava che gli interessi dei lavoratori sono comuni al di là delle frontiere e che per loro il patriottismo è un inganno indotto dagli sfruttatori, sicché il Lavoro non avrebbe patria ma solo un nemico di classe dentro e fuori la nazione. Questo è il paradigma ideologico che sta alla base del noto slogan “Lavoratori di tutto il mondo unitevi, non avete nulla da perdere se non le vostre catene”.

Maurizio Blondet è rimasto chiaramente “spiazzato” dal dover verificare che, in effetti, il Capitale usa realtà nobili come la Patria per scopi mercantili. A sua consolazione, ed a quella di altri, è, tuttavia, il caso di non dimenticare che per quanto, nell’analisi economica, Marx cogliesse molte evidenze fattuali, sotto altri profili egli è andato a sbattere contro il muro della realtà. E nella realtà c’è anche la Nazione che non è il “patriottismo competitivo” del Capitale ma la concretezza comunitaria e sociologica nella quale gli uomini nascono e vivono e senza della quale essi, indifesi, diventano vieppiù le vittime del Capitale che, come lo stesso Marx riconosceva, è naturalmente Apolide e Transnazionale.

Non a caso nel “Manifesto”, laddove si loda la funzione rivoluzionaria della borghesia, che raffredda i fervori mistici, scioglie i variopinti legami comunitari tra gli uomini, tutto riconduce al freddo e nudo calcolo economico, allo “spietato pagamenti in contanti”, Marx fa anche l’elogio della globalizzazione imposta dal capitale transnazionale ed apolide:

«Spinta dal bisogno di sempre nuovi sbocchi per le proprie merci, la borghesia si spinge su tutto il globo terrestre per invaderlo. Dappertutto essa deve stabilirsi, dappertutto essa ha bisogno di estende re le linee del commercio. Sfruttando il mercato mondiale, la borghesia ha reso cosmopolite la produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere di tutti i reazionari, essa ha tolto all’industria il suo carattere nazionale. Le antiche ed antichissime industrie nazionali furono, o sono, di giorno in giorno distrutte; esse vengono sostituite da industrie nuove, la cui introduzione è questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili; le nuove industrie non impiegano più le materie prime indigene, ma quelle provenienti dalle zone più remote, e i cui prodotti si consumano non soltanto nel paese stesso, ma in tutte le parti del mondo. Ai vecchi bisogni, a soddisfare i quali bastavano un tempo i prodotti nazionali, ne succedono ora dei nuovi che esigono i prodotti dei climi e paesi più remoti. Al posto dell’isolamento locale e nazionale, per cui ciascun paese si accontentava di se stesso, subentra un commercio universale, per cui le nazioni entrano in una condizione di interdipendenza. E come per i prodotti materiali, così accade anche per quelli intellettuali. I prodotti intellettuali di ogni singola nazione divengono proprietà comune di tutte. La connotazione nazionale diviene sempre più impossibile, e dalle molte letterature nazionali e locali nasce una nuova letteratura mondiale. A causa del rapido perfezionamento di tutti gli strumenti della produzione e delle comunicazioni divenute infinitamente più facili, la borghesia trascina per forza nella corrente della civiltà anche le nazioni più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con cui essa abbatte tutte le muraglie cinesi e con cui ha fatto capitolare i barbari più induriti nell’odio contro lo straniero; essa costringe tutte le nazioni ad adottare le forme della produzione borghese se non vogliono morire, e le costringe a ricevere ciò che chiama civilizzazione, ossia a farsi borghesi. A dirla in una sola espressione, crea un mondo a propria immagine e somiglianza».

Marx pensava all’interno della tradizione filosofica liberale dell’Occidente postcristiano, fuoriuscito dalle Rivoluzioni umanistico-rinascimentale, protestante ed illuminista. Adam Smith e David Ricardo – dai quali, oltre che da Hegel, Marx ha ereditato i fondamenti del suo pensiero – guardavano alle nazioni come ad una impostura e ritenevano che il Capitale dovesse violare le frontiere per realizzare il mercato mondiale. Marx era d’accordo perché credeva che, poi, sarebbe arrivata la rivoluzione proletaria mondiale e, dopo la transeunte dittatura politica, finalmente la società comunista autogestita, senza Stato e senza Dio, dall’uomo nuovo. Autogestita esattamente come il mercato perfetto dei liberisti, affidato alla “mano invisibile”, privo di Stato e secolarizzato.

Forse proprio perché ha intuito questo sfondo “borghese” e “globalista” di Marx, che espone la sinistra intera a diventare quel che essa è oggi nella sua forma radical-chic, neoborghese e cosmopolita, Sergio Cesaratto, nel suo saggio citato in nota 3, ha proposto una correzione di Marx attraverso il pensiero nazionale ed antiglobalista di Friedrich List, il padre dell’economia nazionale protetta. Probabilmente Cesaratto potrebbe scoprirsi persino in sintonia con un reazionario come Joseph De Maistre che, contro l’Umanitarismo dei Lumi, soleva affermare provocatoriamente: «Conosco il francese, l’inglese, il tedesco, il russo. Grazie a Montesquieu so che si può essere anche persiani. Ma l’Uomo, questa astrazione, non l’ho mai incontrato».

Se non è stato affatto il comunismo a realizzare la globalizzazione ma il Capitale vi è un motivo tanto palpabile quanto realistico che lo stesso Marx non ha compreso: l’essere umano è, per natura, radicato, appartenente, identitario. Solo sul piano dello Spirito, nel senso metafisico tradizionale e non hegeliano del termine, l’uomo conosce l’universalità. Ma sul piano storico e naturale esso rimane sempre un essere appartenente, magari con molteplici appartenenze – dalla famiglia al comune, dal comune alla regione, dalla regione alla nazione –, ma mai solipsisticamente irrelato, o relato contrattualisticamente ossia volontaristicamente, come lo volevano, contro natura, Adam Smith e, sulla sua scorta, Karl Marx.

Per questo anche l’operaio, anche il lavoratore, si sente profondamente legato alla sua terra, alla sua Patria. La prima internazionale fallì, nel 1914, proprio perché i partiti socialisti di tutt’Europa, salvo quello italiano, si schierarono con le rispettive nazioni in guerra. Mussolini fu tra i pochi “eretici” del socialismo italiano a comprendere quanto l’internazionalismo fosse utopico e fallimentare, che la Nazione unisce più della Classe e che la Classe doveva essere ripensata all’interno della Nazione, non contro di essa o ad essa trasversalmente. Per tale motivo Mussolini arrivò alla rottura con il Psi che, come detto, fu il solo partito socialista ad assumere, in quel tragico anno, posizioni neutraliste.

Certo in questo passaggio dal socialismo ufficiale al produttivismo – che era, non va dimenticato, anche la base programmatica della CGT, il maggior sindacato operaio francese dell’epoca – Mussolini, non avendo trovato immediati spazi a sinistra, finì, inizialmente e provvisoriamente, per deviare verso destra, con l’appoggio dei nazionalisti italiani corifei dello strumentale “patriottismo competitivo” (anche se fra essi ve ne erano alcuni molto modernizzanti ed aperti socialmente verso la classe lavoratrice, come Enrico Corradini e Filippo Carli), per poi, negli anni ’30, con la creazione dell’Iri e dello Stato imprenditore, tornare gradualmente verso sinistra, una sinistra nazionale se non proprio socialista, fino al canto del cigno di Salò che avrebbe dovuto porre le basi, con le leggi sulla socializzazione delle imprese, della  “forma realizzabile, italiana, nazionale, nostra del socialismo”, secondo le sue parole.

Quel che Marx non ha capito è che non esiste l’uomo apolide, come non esiste l’uomo ateo. Anche il più cosmopolita tra gli uomini non potrà mai sfuggire alla sua nativa appartenenza comunitaria, locale o nazionale. Essendo il sacro una evidenza strutturale della coscienza umana, come ha dimostrato Mircea Eliade ma già aveva compreso Aurelio Agostino, anche l’ateo rifiutando il vero Dio finisce per autocostruirsi “idoli”, siano essi politici ed ideologici oppure siano essi il risultato del marxiano “feticismo” delle merci e del denaro.

La Patria non è il “patriottismo competitivo” ad uso del Capitale

Detto questo, però, non bisogna mai sottovalutare, come troppo spesso sembrano fare i “sovranisti” attuali nelle loro ambigue alleanze con i partiti conservatori, il fatto che le classi egemoni, il Capitale, spesso usano strumentalmente il sincero patriottismo dei lavoratori per imporre, con la scusa della competizione sui mercati internazionali, una disciplina, fatta di bassi salari e di austerità della domanda interna, tutta a loro vantaggio.

Il Capitale Apolide, che si nasconde dietro il “patriottismo competitivo”, a meno che non vi sia costretto dalle circostanze o meglio ancora dallo Stato, oppone resistenza alla condivisione con i ceti medi e la working class dell’aumento di produttività e quindi della ricchezza nazionale. Il Capitale è sempre pronto, all’occorrenza, a gettare la maschera del “patriottismo” ed a svelare il suo vero volto globalista. Questo accade immancabilmente quando si tratta di provvedere alla giusta redistribuzione della ricchezza nazionale, ovvero prodotta in sede nazionale, ed, in assenza di un forte Stato nazionale – che non è la Nazione ma l’Autorità politica che sovrintende alla Nazione – capace di costringere il Capitale al vincolo del territorio e della conseguente responsabilità sociale e nazionale che ne deriva, l’alta borghesia sposta a proprio vantaggio la quota più grande della ricchezza prodotta minacciando delocalizzazioni industriali, ricattando con la non appetibilità ad investire, imponendo la compressione dei salari, riducendo la quota del salario di produttività laddove vigente tale forma di retribuzione, scaricando esclusivamente sul ceto medio (la piccola borghesia) e sulla working class, mediante la delocalizzazione transnazionale dei propri obblighi fiscali, il peso tributario degli interessi sul debito pubblico e del costo del welfare.

Ma la ricchezza di una nazione è, per l’appunto, NAZIONALE ossia è prodotta non solo dal Capitale ma anche, e soprattutto, dal Lavoro Intellettuale del Ceto Medio e dal Lavoro Manuale della Working Class. Sicché, in quanto nazionale, tale ricchezza DEVE  essere redistribuita assegnandone una congrua quota, quella che eticamente e di diritto ad essi spetta, ai ceti medi ed ai lavoratori.

Marx, a causa dell’impostazione “dualista” della dialettica hegeliana, non comprese l’esistenza, tra borghesia e proletariato, di una vasta gamma di ceti medi che, lungi dallo scomparire, come egli credeva, falcidiati dal processo di pauperizzazione imposto dal capitalismo, proprio lo Stato nazionale nel corso del XX secolo, sotto diversi regimi, sia democratici che “fascisti”, da un lato ha contribuito a far nascere, sulle ceneri degli analoghi ceti premoderni effettivamente dissolti dall’industrializzazione, e dall’altro ha tutelato quale propria struttura sociale portante. Per questo egli denunciava la cupidigia del Capitale nei termini tipici della dialettica hegeliana: «L’accumulazione di ricchezza ad un polo corrisponde all’accumulazione di miseria, fatica del lavoro, ignoranza, brutalità, degrado mentale dall’altro polo».

Pio XI, nella “Quadragesimo Anno” (1931), benché su basi filosofiche di tipo teologico e non certo hegeliane, bollava in termini analoghi i capitalisti colpevoli di essersi sempre assegnati molto di più di quanto loro spetta della ricchezza nazionale: «“Non può sussistere capitale senza lavoro, né lavoro senza capitale” (Leone XIII). (…) è del tutto falso ascrivere o al solo capitale o al solo lavoro ciò che si ottiene con l’opera unita dell’uno e dell’altro; ed è affatto ingiusto che l’uno arroghi a sé quel che si fa, negando l’efficacia dell’altro (…). Per lungo tempo certamente il capitale troppo aggiudicò a sé stesso. Quanto veniva prodotto e i frutti che se ne ricavavano, ogni cosa il capitale pretendeva per sé, lasciando appena all’operaio tanto che bastasse a ristorare le forze e a riprodurre. Giacché andavano dicendo che per una legge economica … ineluttabile, tutta la somma del capitale apparteneva ai ricchi, e per la stessa legge gli operai dovevano rimanere in perpetuo nella condizione di proletari, costretti cioè a un tenore di vita precario e meschino. E’ bensì vero che … questi principi dei liberali, che volgarmente si denominano di Manchester …, siano … fortemente combattuti … da coloro che per essi venivano privati del naturale diritto di procurarsi una migliore condizione di vita (…). (…) non ogni distribuzione di beni è tale da ottenere il fine inteso da Dio o pienamente o con quella perfezione che si deve. Onde è necessario che le ricchezze le quali si amplificano di continuo grazie ai progressi economici e sociali, vengano attribuite ai singoli … e alle classi in modo che resti salva (…)la comune utilità di tutti (…). Per questa legge di giustizia sociale non può una classe escludere l’altra dalla partecipazione degli utili. (…) è violata questa legge dalla classe dei ricchi, quando spensierati nell’abbondanza dei loro beni stimano naturale quell’ordine di cose, che riesce tutto a loro favore e niente a favore dell’operaio (…). A ciascuno dunque si deve attribuire la sua parte di beni e bisogna procurare che la distribuzione dei beni creati, la quale ognuno vede quanto ora sia causa di disagio, per il grande squilibrio fra i pochi straricchi e gli innumerevoli indigenti, venga ricondotta alla conformità con le norme del bene comune e della giustizia sociale» (“Quadragesimo Anno” paragrafi 54, 55, 58, 60).

Le conseguenze sociali della scomparsa delle Patrie organizzate in Stati nazionali

Parole, queste di Pio XI, che sebbene scritte nel 1931 sono di estrema attualità e si adattano perfettamente al panorama contemporaneo, come uscito dalla “rivoluzione (neo)conservatrice” inaugurata da Reagan e dalla Thatcher negli anni ’80 del secolo scorso e sboccata nella globalizzazione con la destrutturazione degli Stati nazionali e della loro presa e controllo sul Capitale. Il quale, oggi libero nel suo assoluto dinamismo accumulativo autocentrico, sta riportando in auge la stessa profezia marxiana sulla proletarizzazione dei ceti medi, non più protetti dallo Stato nazionale ed incapaci di strappare al Capitale avanzamenti sociali per sé e per la working class. Come i ceti medi hanno fatto nel corso del XX secolo, quando il Capitale era costretto e sottomesso al Politico nella sua forma moderna di Stato nazionale. E’ infatti innegabile che i lavoratori ed i ceti medi hanno conquistato i propri diritti politici e sociali nella cornice storica dello Stato nazionale e che li stanno oggi perdendo per via dell’apertura globale dei mercati che mette in concorrenza i salari occidentali con quelli asiatici ed africani senza – si badi molto bene a questo particolare! – che questi ultimi crescano ai livelli occidentali, come promesso dai corifei del globalismo. Infatti anche nella Cina postcomunista e dirigista, attuale, è in atto una divaricazione sociale che vede larghi strati della popolazione vivere con tenore di vita molto basso rispetto alla “nomenklatura” del Partito alleata con il Capitale Apolide e Transnazionale, sempre pronto, perché non vincolato al territorio, a spostarsi altrove se le condizioni da esso pretese, per investire, non fossero mantenute. In Cina si sta ripetendo la stessa cosa che, dopo la decolonizzazione, è accaduta in Africa. Le classi dirigenti locali alleate al Capitale Globale si arricchiscono a scapito del resto della popolazione, vessata dagli alti tassi di interesse dei prestiti del FMI vincolati a politiche di apertura del mercato locale agli investimenti delle multinazionali ed al mantenimento di bassi salari, alla contrazione della domanda interna e della spesa pubblica di investimento. La differenza sta solo nel fatto che la Cina, retta dirigisticamente da un Partito Unico, è una potenza nello scacchiere geopolitico mondiale, avendo oltretutto comprato il debito pubblico americano ed approfittato dell’opportunità concessale dal WTO di fare dumping asimmetrico nel commercio internazionale, mentre gli Stati africani, privi di vera organizzazione politica che non va oltre un atavico tribalismo mascherato da Stato moderno, sono mere prede delle Multinazionali assetate di materie prime e di manodopera a basso costo.

Se Warren Buffet, finanziere miliardario americano, ha potuto pubblicamente dichiarare nel 2011 «C’è stata una guerra di classe negli ultimi vent’anni e la mia classe ha vinto» questo è stato possibile proprio a partire dalla destrutturazione degli Stati nazionali che, a suo tempo, nel XX secolo, onde assicurare la coesione e l’esistenza stessa della nazione, avevano imbrigliato il Capitale, costringendolo ad investire senza altra prospettiva prevalente che la domanda interna e quindi ad addivenire a patti socialmente equi e redistributivi con i ceti medi e la classe lavoratrice in un interclassismo avanzato che, senza cadere nel baratro dell’utopia, consentiva al mercato di funzionare ma all’interno di uno spazio socialmente controllato e guidato dal primato del Politico sull’Economico. La società corrispondente era certamente più “chiusa”, diametralmente opposta alla “open society” di Popper e di Soros, ma più coesa, non liquida, più solidale, più comunitaria e felice, senza che si registrassero fenomeni di xenofobia dato che ciascuno viaggiava ma prevalentemente per turismo e per cultura, uniche dimensioni davvero universali insieme a quelle spirituali, e non per bisogno. Società non liquida, stabile e con mobilità sociale a ritmi generazionali (i figli conquistavano posizioni migliori grazie al sacrificio dei padri), significava anche società più austera ma non nel senso del “patriottismo competitivo” perché il minor accumulo di ricchezza, la minor produttività, rispetto alle performance delle società aperte (che sono certo maggiori ma solo fino a che non arriva il collasso finanziario, come nel 2008), riguardava tutti ossia il Capitale come il Lavoro.

La globalizzazione, aprendo i mercati e destrutturando gli Stati nazionali, ha restituito il coltello dalla parte del manico al Capitale perché mentre il Lavoro è territorializzato, per il semplice fatto che l’uomo è territorializzato (ed infatti la migrazione è un fenomeno connesso a situazioni di sofferenza sociale e quasi mai una libera scelta delle popolazioni), il Capitale, che oggi ha assunto un volto prevalentemente finanziario e non più patrimoniale come nelle precedenti fasi del capitalismo (6), è diventato volatile, transnazionale, finanziario, anche grazie alla nuova tecnologia cibernetica che consente lo spostamento in tempo reale di ingenti masse di liquidità monetaria – in genere non più corrispondenti neanche alla vecchia cartamoneta ma ormai a flussi virtuali di cifre sulla rete del web sovente senza più connessione con l’economia reale, dato che agli azionisti importa molto più la quotazione borsistica delle azioni, ottenibile speculando, che la reale reddittività dell’impresa – e quindi una mobilità dei capitali che avanza in modo abissale quella per natura più contenuta dei lavoratori e delle merci.

Il risultato è appunto il “dispotismo assoluto del Capitale” come è evidente ad ogni tentativo dei governi di porre argini a tale strapotere. Ne abbiamo avuto un chiaro esempio in questi giorni. Al governo Lega-M5S, che ha approva il cd. “Decreto dignità”, prevedendo pur blande tutele per i lavoratori precari, è arrivata, immediata, la risposta della Confindustria secondo la quale, ponendo nuovamente argini normativi alla libertà di usare a piacimento dell’imprenditore il lavoro precario e il facile licenziamento, che il Job Act del precedente governo Pd, sedicente di sinistra, stravolgendo lo “Statuto dei lavoratori”, aveva consentito al Capitale, si ottiene l’effetto contrario all’auspicato aumento dell’occupazione, perché le imprese, soggette all’instabilità della domanda dei mercati aperti, possono attualmente programmare solo nel breve periodo e quindi hanno bisogno di lavoro a termine – a breve termine – e di potersi sbarazzare dei dipendenti senza remore normative allorché al domanda volgesse al ribasso. Le imprese, quindi, dicono a Confindustria, ma anche presso le organizzazioni delle piccole e medie imprese, molto vicine ad una delle due componenti dell’attuale governo, ossia la Lega, saranno costrette a non assumere ed a ricorrere a forme atipiche, ancor più precarie, di lavoro.

Il ragionamento da parte datoriale – che è chiaramente tutto dal lato dell’offerta senza neanche porsi il problema che la precarizzazione del lavoro porta, essa, al raffreddamento della domanda e quindi al fallimento delle imprese – ha tuttavia una sua logica nello scenario globalizzato ed a-statuale nel quale il governo Lega-M5S si muove. Il punto, infatti, sta tutto nel fatto che mercati globalmente aperti sono insicuri, instabili, soggetti a repentini cambiamenti, che si riflettono inevitabilmente sui rapporti di lavoro e sulle relazioni Capitale-Lavoro. Affinché il Lavoro possa essere tutelato da norme che garantiscano la sua stabilità sarebbe necessario uno scenario deglobalizzato, con ampio ritorno alla prevalenza della domanda interna (7), ed ad un protezionismo selettivo inteso a proteggere i settori strategici ed a regolare bilateralmente, o plurilateralmente, quelli non strategici.

Ipotetiche soluzioni

Dalla riaffermazione del ruolo e del potere degli Stati nazionali non si può prescindere neanche se si volesse perseguire ipotesi come il cosiddetto “salario minimo” – un minimo salariale imposto per legge – o il cosiddetto “General Aggreement on wages, pay and salary” – un accordo come quello sul commercio internazionale ma inteso a stabilire minimi salariali uguali tra tutti i Paesi contraenti – onde scoraggiare le delocalizzazioni ed il dumping salariale. Infatti, si tratterebbe di provvedimenti normativi che solo una ferma volontà di primato del Politico sull’Economico potrebbe imporre al riluttante Capitale Apolide che farebbe di tutto per opporvisi o sabotarli. Oltretutto l’ipotesi di un Accordo globale sui salari, redditi e stipendi dovrebbe confrontarsi con le inevitabili differenze – e quindi le necessarie e lunghe dinamiche di avvicinamento – tra le diverse aree economiche del mondo, non essendo esse tutte uniformi e non potendo dunque applicarsi sic et simpliciter una normativa del genere in modo automatico ovunque. Cosa che richiede, appunto, la via diplomatica, e non quella mercantile, di convergenza graduale che solo gli Stati possono mettere in campo, non i mercati. Ancora una volta torna l’esempio storico dello “jus publicum europaeum”, in ambito gius-internazionalista e militare, che era fondato su un accordo inter-statuale e non trans-statuale. Ma si trattava di Stati che si riconoscevano affini per storia, civiltà, cultura. Sicché qualunque ipotesi di Accordo generale sui salari non potrebbe, realisticamente, che realizzarsi in una cornice “regionale”, tra Stati ed economie affini, riportando in auge il concetto schmittiano di “Grossraum”, “Grande Spazio” (purché senza egemonie interne ma su base egalitaria).

Il Capitale, con la globalizzazione, è diventato transnazionale. In tal modo esso opera contro la realtà, violando i limiti ontologici naturali per i quali l’umanità, una per natura, è tuttavia divisa – e così deve essere nell’immanenza – per appartenenze comunitarie, variamente e culturalmente diversificate. Il Capitale svela così le sue tendenze contro natura. Fatto sta che, essendo riuscito ad attuare la sua intrinseca tendenza innaturale, antinaturale, attualmente il Capitale è multinazionale, transnazionale, e quindi gioca contemporaneamente su più tavoli nazionali sparpagliando le difese del Lavoro che è rimasto territorializzato, come natura comanda. Una multinazionale, ad esempio, operando in diversi contesti nazionali possiede una flessibilità contrattuale tale da volgerla contro ogni rivendicazione del Lavoro, ricattando la controparte mediante la competizione al ribasso che riesce ad innescare tra lavoratori di diverse nazionalità oppure usando la divisione del lavoro in modo da spostare la produzione dove i salari sono più bassi mantenendo altrove solo le specializzazioni a basso contenuto di lavoro manuale che seppur maggiormente pagate sono quantitativamente minori. Oltretutto, oggi, il lavoro specializzato ed intellettuale è cresciuto anche in aree extra-occidentali, sicché neanche i tecnici possono stare tranquilli di evitare il ricatto capitalista.

Ma la risposta alla globalizzazione del Capitale non è nella globalizzazione del Lavoro, come illusoriamente ha pensato Marx, per il semplice motivo che se il Capitale è anonimo, senza volto, perché azionario e finanziario, i lavoratori invece sono uomini con un volto ed un nome ossia una appartenenza nazionale ed un legame al territorio natio o di stanziamento. L’internazionalismo del Lavoro non si è mai realizzato per il semplice motivo che non è realizzabile. Il Capitale può operare contro natura perché a-umano, i lavoratori, in quanto uomini, anche laddove volessero o provassero, alla fine sono intimamente richiamati dalla vocazione naturale della cultura di appartenenza. Ed allora l’unica possibile soluzione è quella di ri-nazionalizzare il Capitale mediante accordi tra Stati per imporre regole uniformi, almeno in aree omogenee, tali da costringerlo a operare senza svincolarsi, con atteggiamenti ricattatori, dai rispettivi territorio. Non un Governo Mondiale, che è irraggiungibile e contro natura, ma accordi quasi-confederali tra Stati per regolare e gestire le rispettive economie secondo parametri di tutela del Lavoro e di responsabilizzazione nazionale del Capitale.

In un contesto globale, al contrario, anche proposte come la flat tax, o “tassa piatta”, si risolvono in un favore per il Capitale dato che lo Stato sarà costretto a esternalizzare anche i residuali servizi pubblici che cadranno in mano ai privati sicché proprio il ceto medio, già in via di pauperizzazione, che è la base elettorale delle cosiddette forze sovraniste, dovrà ancor di più indebitarsi con la finanza privata onde continuare a mantenere, però a credito, il precedente tenore di vita prima garantito dalla mano pubblica attraverso il prelievo fiscale. I sostenitori della flat tax non si rendono conto di fare un danno per il loro referente sociale, perché lo stesso obiettivo di riduzione della pressione fiscale si potrebbe raggiungere ripubblicizzando la Banca Centrale in modo da assoggettarla, come un tempo, al dovere di monetizzazione della spesa dello Stato, il quale così non sarebbe soggetto, come ora, al fine di procacciarsi risorse, al pagamento degli alti tassi di interesse sul debito sovrano ai mercati finanziari. Il venir meno degli alti interessi sul debito pubblico consentirebbe di tagliare le tasse senza incidere sui servizi pubblici e, quindi, sul tenore di vita del Ceto Medio e della Working Class.

Le radici spirituali e filosofiche degli errori di Marx

Nel XX secolo è stato lo Stato ad assicurare che la redistribuzione della ricchezza nazionale fosse garantita in modo più equo, piegando la resistente volontà del Capitale. Certo, questo è avvenuto in una congiuntura storica favorevole, nella quale il Capitale era ancora territorializzato e spaventato dalla minaccia comunista. Ma è indubitabile che non si può garantire una giusta redistribuzione della ricchezza in assenza dello Stato. Ed è qui che viene a galla un altro errore di Marx. L’antistatualismo marxista – Marx, infatti, profetizzava la scomparsa dello Stato, inteso come sovrastruttura egemonica, nel momento del formarsi della compiuta società comunista – è non solo utopico ma anche contraddittorio con le aspirazioni di giustizia sociale.

La questione sta nella radice stessa della filosofia marxiana e non solo nel senso che essa è erede dell’hegelismo e del pensiero economico della scuola classica di Adam Smith e David Ricardo, della quale non contesta gli assunti della ineticità del calcolo economico ma solo intende applicarli ai rapporti di forza tra classi sociali in una visione teleologica della storia che prospetta un approdo escatologico immanentizzato, ma soprattutto nel senso che quella radice affonda nel terreno del luciferinismo prometeico. Marx – nonostante la realistica della denuncia dello sfruttamento sociale e l’intrinseca messa in evidenza della sofferenza umana, contro le copertura retoriche della falsa coscienza moralistica (che per lui era falsa in quanto coscienza sovrastrutturale di classe e non, cristianamente, in quanto deviazione della coscienza dal suo legame ontologico e primordiale con l’Amore Divino), non ha veramente a cuore le sorti dei proletari, dei poveri, ma soltanto l’esaltazione del potere autodeificatorio dell’uomo “alienato” nelle credenze religiose, ossia proiettato oltre sé stesso in enti da lui stesso inconsapevolmente costruiti – Dio, la Famiglia, lo Stato, la Patria – e del quale l’uomo deve tornare, in un processo di emancipazione, a riappropriarsi onde finalmente imporsi al mondo, umanizzarlo, farlo ad immagine dell’uomo medesimo. Ecco perché Marx, nel “Manifesto”, esalta la borghesia, il cui ruolo rivoluzionario è evidenziato da quelle meraviglie che la tecnica moderna, frutto dell’accumulazione capitalista, ha ad essa permesso di realizzare e che sono, a suo giudizio, di gran lunga superiori alle antiche piramidi, al partenone, alle cattedrali medioevali.

In Marx c’è lo stesso tema della Autonoma Potenza Umana che prima di lui era già comparso nell’idealismo fichtiano ed hegeliano, ancora prima nel soggettivismo kantiano, cartesiano, spinoziano, luterano, ficiniano e pichiano, e contemporaneamente e dopo di lui ritroviamo nel Nietzsche di “Così parlò Zarathustra”, nel Giovanni Gentile de “La filosofia di Marx” e di “Genesi e struttura della società” e nell’Evola dei “Saggi sull’idealismo magico”, di “Teoria e Fenomenologia dell’Individuo Assoluto”, dell’“Uomo come Potenza”. Marx non è “ateo” ma un adoratore dell’Uomo al posto di Dio, presunta alienazione dell’autopotenza umana. In questo Marx si rivela uno gnostico. La sua critica “dissolvente” dello Spirito (non quello hegeliano ma quello della Metafisica Tradizionale) tenta di ridurre all’ambito della mitologia la Tradizione Sapienziale dell’umanità. Ma in questo tentativo egli sbatte il muso contro l’incancellabilità dal cuore umano del Fondamento Ontologico e, di conseguenza, del radicamento culturale – appartenenza nativa ed identità storica – che dallo Spirito discende nell’immanenza della creazione partecipata dall’Essere.

Mentre il sogno marxiano della “Rivoluzione Mondiale” perseguito da Lev Trotsky naufragava, Iosif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin,  un georgiano apostata – era stato in gioventù allievo in un seminario della Chiesa ortodossa – ma fortemente impregnato dell’eredità autocratica dello zarismo russo, e quindi di un forte senso di identità nazionale, per quanto in un contesto ideologico ed esistenziale completamente ateo ed ateizzato (nel senso del luciferino Culto dell’Uomo), comprese bene che la Rivoluzione era possibile soltanto nel quadro antropologico e storico dello Stato imperial-nazionale russo e che, quindi, lo Stato-Guida, nel quale il comunismo si era imposto, avrebbe potuto, poi, diventare riferimento per gli altri partiti comunisti nazionali (8). Lo stalinismo fu una forma di nazional-bolscevismo euroasiatico.

Quando, nell’estate del 1940, le armate tedesche di Adolf Hitler, il suo amico/nemico nazional-socialista, invasero l’Urss, giungendo a pochi chilometri da Mosca, Stalin, in un famoso discorso radiofonico, esortò il popolo russo a resistere facendo appello non alle presunte, che tali erano e lui lo sapeva molto bene, glorie della Rivoluzione d’Ottobre ma alla Santa Madre Russia ed alla atavica tradizione nazionale e religiosa russa. Stalin aveva perfettamente compreso il carattere sovrastrutturale dell’ideologia comunista e dell’ateismo ufficiale rispetto alla base strutturale dell’identità storica, religiosa e nazionale dell’animo russo.

Marx si è rivelato il più grande Utile Idiota del Capitale. Egli non ha capito che quest’ultimo ha necessità, per affermarsi globalmente, di tranciare i legami dell’uomo con la Tradizione, con lo Spirito, per spingerlo all’illusoria conquista umanizzante del mondo. «Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?» (Mc. 8,36). Il marxismo serve strumentalmente questo scopo ultimo del Capitale, il quale prima lo ha appoggiato (sono ormai noti agli storici gli stretti legami del comunismo, sin dai tempi di Lenin, al pari del nazismo, con il mondo finanziario) e poi, quando ha svolto il suo compito di allontanamento dell’uomo della Via dello Spirito, se lo è lasciato alle spalle, quale vecchio arnese ormai inservibile  nel passaggio dalla fase moderna del capitalismo a quella post-moderna e, probabilmente, terminale.

Una domanda a Matteo Salvini e Giorgia Meloni: quale patriottismo?

D’altro canto, messa in luce, anche grazie alle osservazioni storico-economiche di Marx, la ingannevole prospettiva del “patriottismo competitivo”, diventa assolutamente necessario per le forze politiche che, oggi, si definiscono “sovraniste” o “populiste” chiarire se il loro patriottismo è la bandiera di una Patria di Popolo oppure il puntello delle strategie neoliberiste. Dette forze devono prima o poi risolvere la contraddizione del definirsi di “destra” – categoria ambigua come del resto quella di “sinistra” – per rimarcare la sostanziale ed incolmabile differenza tra l’ideale di una nazione sociale (anche socialista, se si vuole) ed il conservatorismo liberale o nazionale che sia.

Tra le esperienze politiche di Reagan e della Thatcher, le prospettive liberiste in salsa pseudo-tradizionalista e pseudo-nazionalista di un Jean Marie Le Pen padre, le piattaforme liberiste di certi nazionalismi attuali, come quello dell’AFD tedesca di Frauke Petry, ed il Patriottismo Sociale, che attraversa l’intera storia politica europea ed extraeuropea a partire dal XIX secolo, ci sono incolmabili distanze e prima o poi certi nodi devono venire al pettine, al di là delle strategie e delle opportunità elettorali.

L’idea di una Patria Sociale si avvicina piuttosto alle esperienze storiche del fascismo di sinistra, del nasserismo, del falangismo joseantoniano (del tutto diverso dal suo annacquamento nazional-conservatore franchista), del peronismo, del primo castrismo nazionalpopolare. Ma anche – in un contesto diverso, aperto a dimensioni altre, nelle quali però l’appartenenza patria più che silenziata è soltanto non indebitamente assolutizzata come nelle altre suddette esperienze – al cattolicesimo sociale prima che esso da popolare diventasse conservatore.

Insufficienza del Politico

Senza dubbio anche le ricordate esperienze, come tutte le cose umane, dopo aver conseguito alcuni importanti successi sono, poi, sostanzialmente fallite. Il fallimento è stato dovuto soprattutto alla mancanza di una chiara fondazione teologica che sorreggesse ed ispirasse l’azione politica. Non si deve, infatti, dimenticare che, oltre il Politico, l’intimo ed ultimo, definitivo, desiderio del cuore dell’uomo è il Cielo. Per i cristiani Cielo è sinonimo di Gesù Cristo, la Vite/Vita staccati dalla Quale i tralci umani seccano.

E’ necessario tornare all’antico concetto per il quale il Politico è una sfera superiore alla società civile, quindi al mercato, e che chi lo incarna dovrebbe essere, per quanto possibile, indipendente dalle pressioni dei corpi intermedi, i quali a loro volta devono avere diritto di partecipazione ma non quello di condizionamento della decisione finale rimessa all’Istanza Superiore che, dall’“alto” della sua indipendenza, deve guardare all’intero corpo sociale, coordinando e se necessario limitando gli interessi particolari. Nella “Quadragesimo Anno”, citata, Pio XI deplora «l’abbassarsi della dignità dello Stato, che si fa servo e docile strumento delle passioni e ambizioni umane, mentre dovrebbe assidersi quale sovrano e arbitro delle cose, libero da ogni passione di partito ed intento al solo bene comune e alla giustizia» (paragrafo n. 109). Insomma uno “Stato sovrano assiso sui corpi intermedi”.

Sovranità monetaria

Ma affinché uno Stato possa essere sovrano deve conservare innanzitutto il libero esercizio della propria “sovranità monetaria”. Non va mai dimenticato che il Welfare State fu possibile perché gli Stati avevano sovranità monetaria. Non avevano più, dopo la seconda guerra mondiale, quella politica e militare, cosa verissima e tristissima, ma conservavano ancora la sovranità monetaria e per questo hanno potuto regolare il conflitto sociale in modo che il Capitale non vincesse e che il Ceto Medio ed il Lavoro conquistassero sacrosanti diritti. A partire dal 1981 agli Stati è stata gradualmente tolta anche la sovranità monetaria con le conseguenze che oggi conosciamo in termini di pauperizzazione e di regressione sociale dei ceti medi e delle classi lavoratrici. Gli Stati devono riconquistare sovranità a tutto tondo, politica, militare e monetaria. Poi, in una sorta di nuovo “jus publicum” inter-statuale si potrà pensare a riedizioni confederali, su basi paritarie, dell’Europa che oggi è ormai fallita nella sua esperienza eurocratica forgiata a Maastricht nel 1992.

«La verità, in fondo, – scrive lo storico Franco Cardini – la dice il giovane storico ed economista Emanuele Felice, quello che con una buona dose di humour ha di recente scherzato col suo cognome pubblicando presso il Mulino una “Storia economica della felicità”. Forse, nell’orgia neoliberistica degli ultimi lustri, troppo ci siamo dimenticati di Bretton Woods, del vecchio Keynes, del “welfare state” e in fondo di quello “stato sociale” ch’è stata la grande conquista del XX secolo e che, dopo la prima guerra mondiale e prima della caduta dell’Unione Sovietica, è stato il lievito del benessere e della sicurezza sia pur relativi di buona parte del mondo. Oggi, la forbice sociale tra i pochi ricchissimi e i troppi poverissimi si sta allargando: e, se tale è il trend internazionale da combattere, in Italia sta diventando sempre più evidente e sempre meno tollerabile» (9).

Marx il «sovranista»

Abbiamo visto come tra gli errori imperdonabili di Marx ci sia anche quello di confinare il senso di appartenenza patrio nell’alveo delle mistificazioni borghesi finalizzate a defraudare il proletariato. Eppure c’è un altro, poco conosciuto, Marx che è possibile definire, con terminologia attuale, “sovranista”. Esiste, infatti, un Marx minore che, per molti versi può essere fatto proprio dal “sovranismo”, sia che esso si presenti quale “destra sociale” sia che invece si presenti come “sinistra nazionale” (11).

Se alcune pagine del Marx maturo, quello de “Il Capitale”, possono essere ampiamente usate per una critica di tipo sovranista al potere della finanza apolide che svuota le sovranità nazionali (12), è però l’altro Marx, quello più sconosciuto, che può essere legittimamente riletto in chiave socialmente interclassista, dunque ascrivibile ad un ambito «fascista» di socialismo nazionale. Si tratta di un Marx che fa riferimento non tanto alla lotta di classe tra imprenditori e lavoratori, che pure già egli sottolineava, ma all’altra lotta di classe, per molti aspetti più vera, tra aristocrazia finanziaria e classi produttive. Ovvero tra l’economia finanziaria e l’economia reale.

Stiamo facendo riferimento al giovane Marx autore de «Le lotte di classe del 1848 in Francia». In quest’opera, dimenticata, il Marx giornalista, cronista della realtà del suo tempo, è più pragmatico, e forse proprio per questo più realista, del Marx teorico de «Il Capitale». Ebbene questo Marx, giovane e pragmatico, ci si presenta insospettatamente interclassista, al modo stesso in cui più tardi il giovane socialista Benito Mussolini, all’atto dell’abbandono del dogmatismo del socialismo ufficiale, si volgerà al «produttivismo». Come chiarì la denominazione de «Il Popolo d’Italia» che da iniziale «quotidiano socialista» diventò, ad indicare la via di un socialismo nazionale temprato dall’esperienza bellica ma radicato nel pensiero democratico e socialista del XIX secolo, «quotidiano dei produttori».

Il Marx del quale stiamo trattando, piuttosto differente da quello de «Il Manifesto», descrive la vicenda della rivoluzione antiorleanista come una lotta di classe, sì, ma nell’alleanza della «borghesia produttiva» e del «proletariato» contro l’«aristocrazia finanziaria» che dominava nel regno costituzionale, a base censitaria, di Luigi Filippo. Non si va molto lontano dal vero nell’accostare questo Marx ad Ezra Pound di «Lavoro ed Usura» che canta la «perenne lotta tra chi vuol fare un onesto lavoro e chi, padroneggiando il denaro ad usura, vive alle sue spalle». Lavoratore – categoria sociale nella quale sono ricompresi sia l’imprenditore che l’operaio – contro banchiere è questa la lotta di classe alla quale tanto il giovane Karl Marx che il vecchio Ezra Pound fanno riferimento. Appunto «Lavoro contro Usura».

«Sotto Luigi Filippo – scrive Marx nella citata opera giovanile – non regnava la borghesia francese, ma una frazione di essa, i banchieri, i re della Borsa, i re delle ferrovie, i proprietari delle miniere di carbone e di ferro e delle foreste, e una parte della proprietà fondiaria venuta con essa in accordo: la cosiddetta aristocrazia finanziaria. Essa sedeva sul trono, essa dettava leggi nelle Camere… La borghesia industriale propriamente detta formava una parte dell’opposizione ufficiale… L’indebitamento dello Stato era… l’interesse diretto della frazione della borghesia che governava e legiferava per mezzo delle Camere (ossia l’aristocrazia finanziaria)… Il disavanzo dello Stato era il vero e proprio oggetto della sua speculazione e la fonte principale del suo arricchimento. Ogni nuovo anno un nuovo disavanzo. Dopo 4 o 5 anni un nuovo prestito offriva all’aristocrazia finanziaria una nuova occasione di truffare lo Stato che, mantenuto artificialmente sull’orlo della bancarotta, era costretto a contrattare coi banchieri alle condizioni più sfavorevoli. Ogni nuovo prestito era una nuova occasione di svaligiare il pubblico, che investe i suoi capitali in rendita dello Stato, mediante operazioni di Borsa… Poiché il disavanzo dello Stato era nell’interesse diretto della frazione borghese dominante, si spiega come le  “spese straordinarie” dello Stato negli ultimi anni del governo di Luigi Filippo superassero di molto il doppio delle spese straordinarie dello Stato sotto Napoleone … Le enormi somme che in tal modo passavano per le mani dello Stato davano inoltre l’occasione a contratti di appalto fraudolenti, a corruzioni, a malversazioni, a bricconate … La più piccola riforma finanziaria, invece, naufragava davanti alla influenza dei banchieri … La monarchia di luglio non era altro che una società per azioni per lo sfruttamento della ricchezza nazionale francese, società i cui dividendi si ripartivano fra i ministri, i banchieri, 240mila elettori e il loro seguito. Luigi Filippo era il direttore di questa società … Gli interessi della borghesia industriale dovevano sotto questo sistema essere continuamente minacciati e compromessi».

Naturalmente, un marxista dogmatico leggerebbe queste pagine del suo «idolo filosofico» nel senso dell’ortodossia hegeliano-dialettica: qui Marx avrebbe solo inteso dire che il proletariato è l’alleato della borghesia nella lotta contro l’aristocrazia, anche contro quella finanziaria, in attesa di regolare i conti con la borghesia stessa una volta vinta la lotta contro l’aristocrazia.

Ma, in realtà, quel che sfugge al dogmatismo marxista è che il Marx interclassista, che abbiamo citato, coglie il «mistero d’iniquità finanziario» che si manifesta nella nullificazione speculativa a danno dell’economia reale, produttiva, perpetrata e perpetuata dal potere finanziario, appunto speculativo, ossia dal potere di pochi uomini, che, come avrebbe più tardi insegnato Pio XI ancora nella “Quadragesimo Anno”, padroneggiando il denaro dominando sui loro simili. Sicché l’umanità del Lavoro, mentre produce, beni concreti di utilità sociale per le necessità comuni, resta schiava dei banchieri in quanto perpetua debitrice del sistema bancario globale. L’aristocrazia finanziaria della monarchia orleanista, non meno di quella globalista attuale, pervertiva a scopi speculativi la creazione ex nihilo di moneta, che ha rappresentato un sicuro progresso economico per l’umanità fino ad allora costretta nella atavica deflazione aurea, trasformando quella che, in quanto invenzione dell’intelligenza umana, avrebbe potuto essere un dono di Dio, se fosse stata volta al bene comune, in una prometeica scimmiottatura, da parte dell’uomo “emancipato” dei Lumi, del potere creativo divino.

Certo questo Marx minore è stato quasi subito sostituito dal Marx della dialettica materialista di matrice hegeliana, con i suoi contraddittori caratteri, proprio perché materialista, di millenarismo secolarizzato. Tuttavia è un Marx che andrebbe riscoperto e riletto in una giusta chiave, depurandolo dalle tracce già presenti di gnosi spuria.

Il capitale produttivo, immobiliare, è per sua natura connesso alla produzione ed è stata una forzatura etimologica aver desunto dal latino «pecus» il termine «pecunia» per indicare l’aspetto monetario del capitale e distinguerlo da quello patrimoniale. Un pericolo, che il dogmatismo marxista ha sempre sottovalutato, è quello del tendenziale divaricarsi del capitale finanziario, lo pseudo-capitale, dal capitale patrimonio. Il primo parassitario, nella misura in cui si pone come autoreferenziale, ed il secondo produttivo.

Il mettere in evidenza una comunanza di natura e di destino tra imprenditore e lavoratore nella loro alleanza contro il banchiere non deve essere un pretesto – sia ben chiaro – per sminuire il contrasto che pur sussiste anche tra imprenditore e lavoratore. Ma questo contrasto è sempre componibile, come la storia del XX secolo ha dimostrato, ed a tale composizione hanno teso le diverse culture sociali di destra, di sinistra e cattoliche e le diverse vie di conciliazione sperimentate, dalla contrattazione collettiva alla codeterminazione, dalla cogestione alla partecipazione sindacale, dall’azionariato operaio alla partecipazione agli utili e via dicendo. Invece il contrasto tra economia reale ed economia finanziaria ha qualcosa di «preternaturale», di «misterioso» dal momento che intorno alla moneta si svolge un dramma dagli echi primordiali, che il materialismo marxista, nella sua povertà esegetica della vicenda storica dell’umanità, non è in grado di cogliere.

Un interprete attuale del Marx sovranista: Diego Fusaro

Al Marx “sovranista”, se vogliamo persino “fascista”, si richiama l’enfant prodige del pensiero politicamente scorretto odierno ossia il giovane filosofo Diego Fusaro, che piace a tanti “eretici” di destra e di sinistra.

Intervistato da Le Figaro il giovane intellettuale ha così descritto il nuovo conflitto sociale globale che vede borghesia produttrice e ceti popolari dalla stessa parte contro la nuova aristocrazia della Finanza apolide istituitasi in Establishment: «È il nuovo “precariato”: la vecchia borghesia borghese e la vecchia classe operaia, un tempo nemici, sono oggi oppressi e insicuri, formano una nuova plebe povera e priva di diritti in balia dei predatori finanziari e dell’usura bancaria. La classe dominante è questa volta l’aristocrazia finanziaria, una classe cosmopolita di banchieri e delocalizzatori, signori dei grandi affari e del dumping. Marx lo dice molto bene nel terzo libro del “Capitale”: il capitalismo supera la sua fase borghese e accede a quella finanziaria, basata sulla rendita finanziaria e sui furti della bancocrazia. Questo è il nostro destino» (10).

E’ evidente che Fusaro quando parla di “vecchia borghesia” fa riferimento a quella borghesia imprenditoriale che produce fianco a fianco dei lavoratori piuttosto che alla borghesia, esistente anche un tempo, dedita esclusivamente all’amministrazione borsistica del capitale finanziario ed azionario e, quindi, avulsa da reali interessi produttivi. Orbene, anche questa “vecchia borghesia” era in realtà, insieme alla piccola borghesia intellettuale, uno dei ceti medi della società industriale moderna. Oggi anch’essa è a rischio pauperizzazione nel contesto della globalizzazione del Capitale finanziarizzatosi.

Forse Fusaro non se ne rende conto ma il suo approccio verso l’interclassismo produttivistico borghesia-proletariato è, in senso pieno, un approccio fascista, del più genuino fascismo di sinistra corrispondente a quello diciannovista del programma sansepolcrista ed a quello repubblicano del 1943-45 dei cosiddetti “Diciotto punti di Verona”, piattaforma politica per le successive leggi sulla socializzazione delle imprese.

Nel primo di detti documenti, quello del 1919, si chiedeva «La formazione di Consigli Nazionali tecnici del lavoro, dell’industria, dei trasporti, dell’igiene sociale, delle comunicazioni, ecc. eletti dalle collettività professionali o di mestiere, con poteri legislativi, e diritto di eleggere un Commissario Generale con poteri di Ministro; la sollecita promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti i lavoratori la giornata legale di otto ore di lavoro; minimi di paga; la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell’industria; l’affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie e servizi pubblici; una necessaria modificazione del progetto di legge di assicurazione sulla invalidità e sulla vecchiaia abbassando il limite di età, proposto attualmente a 65 anni, a 55 anni; una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo, che abbia forma di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze; la gestione cooperativa della produzione agricola e la concessione della terra ai contadini».

Nel secondo documento, quello del 1943, invece è scritto: «In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai cooperano intimamente (attraverso una conoscenza diretta della gestione) all’equa fissazione dei salari, nonché all’equa ripartizione degli utili, tra il fondo di riserva, il frutto di capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori. In alcune imprese ciò potrà avvenire con una estensione delle prerogative delle attuali commissioni di fabbrica. In altre, sostituendo i consigli d’amministrazione con consigli di gestione, composti di tecnici e di operai, con un rappresentante dello Stato; in altre ancora, in forma di cooperativa parasindacale; i Sindacati convergono in un’unica Confederazione che comprende tutti i lavoratori, i tecnici, i professionisti, con esclusione dei proprietari che non siano dirigenti o tecnici. Essa si denomina Confederazione generale del lavoro, della tecnica e delle arti».

E’ da notare che dall’organizzazione della produzione per “ceti funzionali”, costituiti in sindacati che cogestiscono le aziende e ripartiscono tra tutte le componenti aziendali gli utili dell’attività imprenditoriale, come prospettata da detti programmi politici, sono esclusi, o almeno marginalizzati, i “proprietari che non siano dirigenti o tecnici” ossia i capitalisti quando sono avulsi dalla produzione. Ad essi spetta soltanto una quota di utili – “il frutto del capitale azionario” – ma non anche la gestione proprio perché sono considerati come meri apportatori di capitale finanziario ma non anche “produttori”.

Tra gli stessi fascisti repubblicani del 1943 ci fu chi, come Angelo Tarchi, il ministro dell’economia corporativa, fece notare che una eccessiva deresponsabilizzazione del capitale azionario avrebbe potuto avere conseguenze antiproduttive. Ma, al di là di queste critiche, che magari non erano del tutto campate per aria, è estremante indicativo, dello spirito del programma di Verona, le cui radici risalgono indubbiamente al primo documento del 1919, il fatto che si volesse marginalizzare il capitale azionario proprio perché mero capitale finanziario e che, come tale, doveva essere solo uno strumento della produzione, doveva cioè apportare le risorse monetarie necessarie, senza accampare diritti gestionali. Insomma si guardava al Capitale finanziario con estrema diffidenza e sospetto, avendone colto la tendenza inevitabile all’autorefenzialità anti-sociale ed al mero profitto speculativo.

Quando Fusaro parla di alleanza tra borghesia e lavoratori contro l’aristocrazia finanziaria, ne sia cosciente o meno, è ad uno scenario come quello delineato dalle piattaforme politiche del fascismo di sinistra che egli si richiama. Noi crediamo che Fusaro, viste le sue posizioni, non possa non sottoscrivere lo spirito sotteso a quei documenti del cosiddetto “socialismo fascista”.

Infatti già all’epoca nella quale quei documenti erano redatti era chiara, ai loro elaboratori, che dietro il conflitto economico tra Stati si celava lo scontro di classe tra creditori e debitori. Attraverso l’ingannevole “patriottismo competitivo”, in realtà, l’aristocrazia finanziaria dell’economia internazionale, ossia l’alleanza transnazionale del Capitale Apolide, coperta da tecnocrazie globali, quelle dell’UE, del FMI, delle Banche Centrali Indipendenti, afferma la propria egemonia, miope e feroce, sulle classi medie e sul popolo del lavoro, dipendente o autonomo, stabile o precarizzato. A questa alleanza transnazionale del Capitale non si può rispondere con il marxiano “Proletari di tutto il mondo unitevi” perché, come si è visto, l’appartenenza nazionale caratterizza, per diritto di natura, il mondo del Lavoro più di quello del Capitale e perché un mondo globale pur proletario sarebbe sentito dagli uomini come una privazione di qualcosa, la Patria, che è iscritta nel loro cuore, appunto per diritto di natura, come vi è soprannaturalmente iscritto l’Amore di Dio (il cuore, per la Metafisica Tradizionale, è la sede di Dio nell’uomo). E’ necessario, pertanto, un programma politico su basi tipicamente social-nazionali la cui dichiarazione di principio dovrebbe essere “Lavoratori di tutte le classi della Nazione unitevi”.

Con il recente avanzare, ovunque, dei movimenti populisti e sovranisti, che fa preludere ad un prossima loro egemonia persino nel Parlamento Europeo alle prossime votazioni del 2019, l’establishment transnazionale è preoccupato per lo smascheramento in atto degli interessi forti che stanno dietro l’ideologia globalista finora presentata come pensiero unico. Preoccupa, la Casta Globale, il ritorno attivo del primato del Politico sull’economia e dell’economia reale su quella finanziaria. La Casta Globale sa molto bene che un eventuale nuovo corso sovranista metterà in discussione proprio i caposaldi del suo potere decennale ad iniziare dalla narrazione del mondo dell’economia come luogo a-politico, guidato da presunte leggi oggettive, avulso dalla volontà delle identità comunitarie. Il ritorno del Politico sarà la fine delle autorità “indipendenti” di politica monetaria, degli algoritmi “neutri” per la finanza pubblica, dell’autoregolazione per la finanza privata e della deregolamentazione dei movimenti di capitali e degli scambi di merci e servizi.

Ma non bisogna dimenticare che il male viene dal cuore dell’uomo

Qui in chiusura accenniamo ad un problema che lasciamo aperto per successivi contributi. Il ritorno del Politico deve, tuttavia, guardarsi da ogni auto-assolutizzazione. Perché se è vero che lo Stato racchiude, nel suo perimetro normativo e spaziale, i corpi intermedi della società civile e anche vero che esso non può fagocitarli, ma deve piuttosto coordinarli al Bene Comune. Al di sopra del Politico, quale suo limite dall’Alto, vi è la sfera, inalienabile, del Santo/Sacro che è superiore al Politico medesimo.

Il Dio cristiano conosce la sofferenza dell’uomo. La sua non è solo una conoscenza, per così dire distaccata, teoretica, ma, data la relazione ontologica di partecipazione sussistente tra Lui e la creazione, è una conoscenza partecipe, “sperimentale”. Egli siede nel cuore di ciascun uomo, ossia nel centro dell’essere creato per partecipazione, e pertanto non solo ha l’Onniscienza di ciò che si muove nell’intimo di ognuno ma “sperimenta” quanto l’uomo prova “in interiore”. Quindi, cristianamente, può dirsi che Dio, pur essendo immutabile nella Sua Essenza, “gioisce” e “soffre” ovvero “sperimenta” tanto le gioie naturali che le sofferenze dell’uomo. La sofferenza e la gioia umane sono diverse da quelle animali perché questi, gli animali, non hanno coscienza di sé, sono certo senzienti ed emozionali ma non hanno coscienza della distanza tra sé ed il mondo, dal quale non percepiscono separazione restando psicologicamente confusi con il flusso del ciclico divenire, perché non hanno il ruach, lo spirito infuso.

Dio, nel centro dell’essere umano, conosce “sperimentalmente”, approvandolo, il bene che l’uomo fa come anche, disapprovandolo, e senza rimanerne affatto implicato, il male che l’uomo è capace di compiere. Si tratta dell’inedito aspetto kenotico del Dio abramitico, che vuole entrare nello spazio ontologico, quindi anche nella storia, della sua creatura, piegandosi amorevolmente su di essa. Aspetto inedito perché in nessun altro contesto religioso esso è dato. In quello abramitico la kenosi di Dio è un elemento rivelato del tutto fondamentale che, poi, nel Cristianesimo giunge al suo apice in quanto Dio si fa Uomo, accettando in tutto la natura umana, fuorché il peccato, perché così ab origine Egli aveva previsto. L’Incarnazione del Verbo, infatti, secondo la Rivelazione, non è stata causata dal peccato, che ha reso necessaria soltanto la Passione riparatrice, ma è stata ab Aeterno  il Fatto Centrale del Disegno d’Amore che rende ragione anche della stessa Creazione. Dio ha creato il mondo, in statu viae, affinché il Verbo, incarnandosi nella creatura voluta a Sua Immagine e Somiglianza, potesse sublimarlo in una trasfigurazione gloriosa.

Orbene, nell’Incarnazione vi è anche la massima espressione della partecipazione, della sperimentazione, da parte di Dio, senza che per questo venga meno la Sua Immutabilità ed Inamovibilità, della sofferenza umana. Alla fine della storia, quella universale e quella particolare di ciascuno di noi, ci sarà la resa dei conti – sappiamo che molti concetti economici devono la loro radice prima all’ambito del Sacro – ed ad ognuno sarà chiesto motivo delle sofferenze inflitte al prossimo ed ad ognuno sarà data ricompensa di quelle ingiustamente subite e patite. Perché come ci ha assicurato lo stesso Verbo Incarnato «Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro … Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male» (Mc. 7,14-15; 20-21).

Quel che dimenticano gli uomini, gli intellettuali, i filosofi, gli ideologi, i politici, gli economisti è esattamente questa radice interiore del male, della quale l’ingiustizia sociale è soltanto la manifestazione esteriore. Sicché qualsiasi riforma, qualsiasi rivoluzione, per quanto giuste e financo necessarie, a seconda delle concrete circostanze storiche, sociali ed economiche, non riusciranno mai, anche nel caso in cui migliorassero la vita umana, a soddisfare l’esigenza più alta e profonda della giustizia. Spesso, anzi, le rivoluzioni producono nuove ingiustizie. Perché la Giustizia senza l’Amore è manchevole.

«Ciò di cui l’uomo ha più bisogno –  spiega Benedetto XVI alla luce di questa verità – non può essergli garantito per legge. Per godere di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che gli può essere accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza. Sono certamente utili e necessari i beni materiali … ma la giustizia “distributiva” non rende all’essere umano tutto il “suo” che gli è dovuto. Come e più del pane egli ha infatti bisogno di Dio. Nota sant’Agostino: se “la giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo … non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio” (De Civitate Dei XIX, 21). (…) possiamo scorgere … una tentazione permanente dell’uomo: quella di individuare l’origine del male in una causa esteriore. Molte delle moderne ideologie hanno, a ben vedere, questo presupposto: poiché l’ingiustizia viene “da fuori”, affinché regni la giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che ne impediscono l’attuazione. Questo modo di pensare – ammonisce Gesù – è ingenuo e miope. L’ingiustizia, frutto del male, non ha radici esclusivamente esterne; ha origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa connivenza col male. Lo riconosce amaramente il Salmista: “Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre” (Sal 51,7). Sì, l’uomo è reso fragile da una spinta profonda, che lo mortifica nella capacità di entrare in comunione con l’altro. Aperto per natura al libero flusso della condivisione, avverte dentro di sé una strana forza di gravità che lo porta a ripiegarsi su sé stesso, ad affermarsi sopra e contro gli altri: è l’egoismo, conseguenza della colpa originale. Adamo ed Eva, sedotti dalla menzogna di Satana, afferrando il misterioso frutto contro il comando divino, hanno sostituito alla logica del confidare nell’Amore quella del sospetto e della competizione; alla logica del ricevere, dell’attendere fiducioso dall’Altro, quella ansiosa dell’afferrare e del fare da sé (cfr. Gen. 3,1-6), sperimentando come risultato un senso di inquietudine e di incertezza. Come può l’uomo liberarsi da questa spinta egoistica e aprirsi all’amore? (…). Nel cuore della saggezza di Israele troviamo un legame profondo tra fede nel Dio che “solleva dalla polvere il debole” (Sal 113,7) e giustizia verso il prossimo. La parola stessa con cui in ebraico si indica la virtù della giustizia, sedaqah, ben lo esprime. Sedaqah infatti significa, da una parte, accettazione piena della volontà del Dio di Israele; dall’altra, equità nei confronti del prossimo (Es 20,12-17), in modo speciale del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova (cfr. Dt. 10,18-19). Ma i due significati sono legati, perché il dare al povero, per l’israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo. Non a caso il dono delle tavole della Legge a Mosé, sul monte Sinai, avviene dopo il passaggio del Mar Rosso. L’ascolto della Legge, cioè, presuppone la fede nel Dio che per primo ha “ascoltato il lamento” del suo popolo ed è “sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto” (cfr. Es 3,8). Dio è attento al grido del misero e in risposta chiede di essere ascoltato: chiede giustizia verso il povero (cfr. Sir 4,4-5; 8-9), il forestiero (cfr. Es 22,20), lo schiavo (cfr. Dt. 15,12-18). Per entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da quell’illusione di auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa dell’ingiustizia. Occorre, in altre parole, un “esodo” più profondo di quello che Dio ha operato con Mosé, una liberazione del cuore, che la sola parola della Legge è impotente a realizzare. C’è dunque per l’uomo speranza di giustizia? (…). L’annuncio cristiano risponde positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, come afferma l’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani: “Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio … per mezzo delle fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. E’ lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue” (3,21-25). Quale è dunque la giustizia di Dio? E’ anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri. Il fatto che l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a Dio (cfr. Gal 3,13-14). Ma ciò solleva subito un’obiezione: quale giustizia vi è là dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la benedizione che spetta la giusto? Ciascuno non viene così a ricevere il contrario del “suo”? In realtà, qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante. Di fronte alla giustizia della Croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza – indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia. Si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio: occorre umiltà per accettare di ave bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr. Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare. Proprio forte di questa esperienza, il cristiano è spinto a contribuire a formare società più giuste, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità e dove la giustizia è vivificata dall’amore» (13).   

Qui è spiegato il motivo fondamentale perché tanto il comunismo quanto il fascismo hanno fallito nella loro prospettazione di un “mondo nuovo” e perché fallimentare è lo stesso capitalismo che farisaicamente promette pace e ricchezza universale ma provoca soltanto lotte di classe come risposta alle sue connaturate ingiustizie.

Luigi Copertino

NOTE

  1. Cfr. M. Blondet “L’ultraricca Casta tedesca che ruba i salari ai suoi operai” in Blondet&Friends, 29 giugno 2018
  2. Cfr. S. Cesaratto “Chi non rispetta le regole? Italia e Germania le doppie morali dell’euro”, edizioni Imprimatur, 2018.
  3. Cfr. S. Cesaratto “Fra Marx e List – sinistra, nazione, solidarietà internazionale” sul blog personale dell’autore “Politica&EconomiaBlog” ora disponibile anche sul sito www.sinistrainrete.it.. Si veda anche L. Copertino “Sovranisti ed europeisti. Dibattito a sinistra” in Blondet&Friends 15.05.2015.
  4. Cfr. M. Blondet, op. cit.
  5. Cfr. “Mitt Dolcino” “L’enorme concentrazione di ricchezza delle elites tedesche è alla base degli indirizzi EU pro-austerity a vantaggio del proprio paese (e a scapito dei periferici): la ricchezza privata in EU”, in Scenari Economici  2 dicembre 2014.
  6. Si può dire che, in un certo senso, il capitalismo finanziario attuale stia tornando alle origini del capitalismo. Tali origini devono essere storicamente poste tra XIV e XVI secolo in coincidenza con la crisi di civiltà della Cristianità medioevale. Dissolvendosi l’etica anti-usuraia, fino ad allora normativa, l’elemento finanziario prese il sopravvento sull’economia produttiva ed i mercanti-banchieri organizzarono le prime forme protocapitaliste di produzione. La divisione del lavoro in distinte fasi sotto il coordinamento unico del mercante-imprenditore-banchiere fu l’aspetto decisivo di questa trasformazione del modo di produrre. Per realizzare un prodotto finito, ad esempio un arazzo, era necessario coordinare artigiani di diversa professionalità, nell’esempio setaioli, lanaioli, tintori, cardatori, etc., ai quali il mercante imprenditore, che era in genere anche un banchiere, forniva i mezzi finanziari, le materie prime e sovente gli stessi mezzi di produzione quali immobilizzazioni del capitale finanziario. In cambio gli artigiani, anche se maestri e non semplici apprendisti o garzoni, dovevano lavorare in esclusiva per il mercante. Per tale via, il mercante ridusse gli artigiani a salariati, a tempo o a cottimo, proletarizzò i liberi “artifices” e “laboratores”, negando loro la possibilità di unirsi corporativamente per difendere i propri interessi. Comparvero, così, nuove forme di conflitto sociale, mercanti/banchieri contro artigiani/salariati, al luogo di quelle più antiche, ma anche meno evidenti per via della cornice familiare della bottega e del laboratorio, che in precedenza sussistevano, nell’ambito della medesima corporazione di artigiani liberi, tra maestri, apprendisti, lavoranti e tutta una schiera di altre figure socialmente minori che, in genere, erano lavoratori precari, a giornata, la cui posizione spesso si confondeva con la servitù.
  7. Salvo, ovviamente, per gli scambi di materie prime e di tecnologia tra Paesi dotati per natura delle prime e Paesi dotati per inventiva della seconda, da attuare secondo il modello che l’ENI di Enrico Mattei propose ai Paesi produttori di petrolio ossia mediante join-venture alla pari, al 50%, tra l’industria occidentale detentrice del know how tecnologico e le nazioni detentrici delle risorse naturali.
  8. Una lezione che fece sua anche l’italiano Palmiro Togliatti che, obbediente a Mosca, nel dopoguerra, in una tacita accettazione dell’appartenenza dell’Italia all’area di influenza americana, tratteggiò il quadro di una via nazionale al socialismo, nel quale vi erano forti anche se inconfessati echi “fascisti” dato che lo stesso Togliatti, nel 1936, si era appellato ai fascisti di sinistra dalla rivista parigina “Lo Stato Operaio” per combattere insieme la “sacrosanta battaglia del pane e del lavoro”.
  9. F. Cardini in “Minima Cardiniana” n. 208/2 dell’8 aprile 2018, sul blog personale del noto storico.
  10. L’intervista a Diego Fusaro è reperibile sul sito Blondet&Friends con il titolo redazionale “Le Figaro intervista Diego Fusaro. L’uomo che sussurra all’orecchio di Salvini e di Di Maio. Il quotidiano francese intervista il giovane filosofo italiano dal pensiero politico dissonante, molto ostile all’euro e al capitalismo finanziario”.
  11. Naturalmente diciamo questo astraendo dalla sua impostazione di filosofia della storia. Contraddittoria, storicamente oltre che antropologicamente errata, palesemente debitrice di un millenarismo secolarizzato in salsa materialista e dialettico-hegeliana con forti influssi platonico-gnostici.
  12. Si tratta delle pagine del I° Libro de “Il Capitale” nelle quali Marx descrive i derivati finanziari e l’attività speculatrice della “Banche nazionali”, antesignane delle moderne Banche Centrali, come fonti dell’accumulazione originaria del capitale. Marx, dunque, benché in seguito sottovaluta questo aspetto, è cosciente della natura ab origine finanziaria del capitale e solo successivamente anche immobiliare ossia patrimoniale. Oggi, come detto, la natura finanziaria, volatile, del capitale sta tornando in primo piano.
  13. Benedetto XVI “Messaggio per la Quaresima 2010 – L’ingiustizia viene dal cuore degli uomini”, in Avvenire, 05.02.2010.

 

 

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