Roberto Jannuzzi
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L’attacco sferrato contro l’Iran da Israele e Stati Uniti il 28 febbraio ha scatenato un conflitto esteso all’intera regione mediorientale, spingendo il pianeta verso livelli di incertezza che non hanno precedenti nella storia recente. Come già accaduto con la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” dello scorso giugno, l’attacco è avvenuto a negoziato ancora in corso. Ciò ha reso ancor più ardua una via d’uscita diplomatica allo scontro militare, infliggendo un colpo durissimo alla fiducia iraniana nella reale disponibilità di Washington di risolvere la crisi attraverso il dialogo, e più in generale alla credibilità negoziale americana a livello mondiale. A differenza di quanto solitamente riferito dai media occidentali di grande diffusione, Teheran aveva mostrato un’inedita flessibilità nel negoziato nucleare. Le trattative si stavano sviluppando secondo linee guida condivise incentrate sull’arricchimento dell’uranio sul suolo iraniano, sulle ispezioni delle installazioni nucleari, sull’abrogazione delle sanzioni, e su una “pacifica coesistenza” tra Iran e Stati Uniti. Teheran aveva anche offerto alle compagnie americane di partecipare allo sviluppo del settore energetico iraniano. In cambio, i negoziatori iraniani chiedevano l’abrogazione delle sanzioni. Poche ore prima dell’inizio dei bombardamenti, il ministro degli esteri omanita Badr Albusaidi (il principale mediatore fra Washington e Teheran) aveva dichiarato che un accordo fra le parti era a portata di mano. Secondo Albusaidi, infatti, l’Iran aveva accettato misure ulteriori rispetto all’accordo nucleare siglato nel 2015 dall’allora presidente americano Barack Obama e unilateralmente abbandonato da Donald Trump. Tali misure comportavano non solo limiti al livello di arricchimento, ma anche che non venisse accumulata dall’Iran alcuna riserva di uranio arricchito, sotto il pieno controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). La notizia è stata confermata successivamente dagli inglesi. “Se non puoi accumulare materiale arricchito”, aveva spiegato Albusaidi, “non c’è modo di costruire una bomba”. Un attacco ingiustificatoDi lì a poco, una pioggia di missili avrebbe cominciato ad abbattersi sul territorio iraniano, segnando l’inizio di una violenta operazione militare israelo-americana congiunta. Nel discorso pronunciato per giustificare l’operazione, Trump ha accusato l’Iran di voler produrre l’arma atomica, di minacciare gli Stati Uniti e i loro alleati, ed ha invitato il popolo iraniano a sollevarsi per rovesciare il proprio governo sull’onda dei bombardamenti americani.
Le affermazioni di Trump non sono corroborate dalle valutazioni dell’intelligence USA e dell’AIEA. Il direttore del National Intelligence Tulsi Gabbard, presentando l’annuale rapporto nel marzo 2025, aveva affermato che “l’Iran non sta costruendo un’arma nucleare e non ha riavviato il programma di armi nucleari sospeso dalla Guida Suprema Ali Khamenei nel 2003”. Pochi giorni dopo l’inizio del conflitto, il direttore dell’AIEA Rafael Grossi ha ribadito di non avere alcuna prova dell’esistenza di un programma iraniano per costruire armi atomiche, malgrado le affermazioni americane ed israeliane. Ciò non ha impedito a Trump di sostenere, a guerra cominciata, che se gli USA non avessero colpito entro due settimane, l’Iran sarebbe entrato in possesso dell’arma nucleare. Malgrado simili affermazioni, anche la Arms Control Association, una delle principali organizzazioni americane specializzate nel controllo degli armamenti e della non-proliferazione, ha dichiarato che il programma nucleare iraniano non presenta una minaccia imminente, e che Teheran non sta sviluppando missili balistici in grado di colpire gli Stati Uniti. Le parole pronunciate da Trump pochi giorni prima dell’attacco, secondo cui l’Iran stava costruendo un missile per colpire il territorio americano, non sono supportate neanche dall’intelligence USA. Va ricordato che, per converso, sia gli Stati Uniti che Israele possiedono missili nucleari in grado di colpire l’Iran. Esponenti del Pentagono hanno riconosciuto davanti al Congresso che l’Iran non stava nemmeno pianificando di attaccare preventivamente le basi USA in Medio Oriente. Teheran aveva infatti dichiarato che avrebbe colpito tali basi solo in risposta a un eventuale offensiva militare ai suoi danni. Ristabilire il primato a qualsiasi prezzoL’attacco congiunto israelo-americano contro l’Iran si configura dunque come una guerra di aggressione, in violazione della Carta delle Nazioni Unite e della legge americana la quale prevede che un atto di guerra debba essere approvato dal Congresso. A giudizio di numerosi esperti internazionali, tale aggressione costituisce un ulteriore atto di delegittimazione di quell’ordine internazionale che gli Stati Uniti hanno sempre preteso di difendere e incarnare. Essa si pone sulla scia di azioni altrettanto gravi compiute recentemente da Washington, come il sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro, il brutale assedio imposto a Cuba, la requisizione di petroliere di varie nazionalità in acque internazionali, e la complicità nella campagna genocidaria condotta da Israele a Gaza. Tale attacco rappresenta il culmine di una campagna volta a ristabilire l’egemonia americana a livello mondiale, in particolare espellendo la Cina dal continente sudamericano, e privandola progressivamente dell’accesso alle risorse energetiche e ai mercati internazionali. Le aggressioni al Venezuela e all’Iran, e la pressione nei confronti della Cina non costituiscono crisi separate, ma elementi di una singola strategia finalizzata a ripristinare la vacillante supremazia statunitense assicurando agli USA un ruolo dominante nei mercati energetici internazionali e garantendo la sopravvivenza del sistema dei petrodollari. Importanza strategica dell’Iran e del GolfoSebbene isolato da un embargo economico pluridecennale, l’Iran è un paese sistemico a livello mediorientale e degli equilibri mondiali. Esso occupa una posizione unica dal punto di vista geostrategico. Oltre a possedere immense ricchezze di gas e petrolio, questo paese costituisce uno straordinario crocevia per le rotte energetiche e commerciali della regione, estendendosi dal Caspio al Golfo Persico e all’Oceano Indiano. L’influenza dell’Iran si sviluppa su piani molteplici, come scrissi nel libro “Geopolitica del collasso” (2014):
La regione del Golfo Persico ha a sua volta un valore strategico per gli Stati Uniti, che va al di là delle sue ricchezze energetiche (dalle quali peraltro Washington non dipende direttamente). Tali ricchezze costituiscono infatti il fondamento strutturale del citato sistema dei petrodollari, attraverso il quale la vendita del greggio avviene nella valuta americana, e i suoi introiti vengono riciclati nei mercati finanziari statunitensi e utilizzati per sostenere il debito e le spese militari degli USA. Tale sistema a sua volta garantisce la supremazia del dollaro in qualità di valuta di riserva internazionale. Una supremazia minacciata dal declino americano, che l’amministrazione Trump intende preservare con ogni mezzo. Convergenza di interessi fra USA e IsraeleFin dalla sua nascita nel 1979, la Repubblica Islamica ha rappresentato una sfida al predominio statunitense, in qualità di paese non integrato nell’architettura di sicurezza regionale americana e nel sistema economico del Golfo dominato dagli USA. Come ho accennato più volte in passato, l’obiettivo di un cambio di regime è stato perciò lungamente perseguito da numerose amministrazioni statunitensi. I tragici eventi mediorientali seguiti all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, i quali hanno portato all’indebolimento del sistema di alleanze regionali dell’Iran, e la volontà dell’amministrazione Trump di ristabilire il traballante primato americano, hanno rafforzato la convergenza di interessi fra Washington e Tel Aviv. La rivalità fra Israele e Iran è emersa progressivamente negli anni successivi alla nascita della Repubblica Islamica, in particolare dopo il ridimensionamento dell’Iraq di Saddam Hussein a seguito della prima guerra del Golfo. Per oltre trent’anni, Netanyahu (il premier più longevo nella storia di Israele) è stato ossessionato dall’antagonismo con l’Iran, ammonendo sulla presunta imminente costruzione di un ordigno nucleare da parte di Teheran (monito sempre smentito fino ad oggi). Il suo governo aveva interpretato i drammatici fatti del 7 ottobre come un’occasione unica per regolare i conti con gli avversari regionali di Israele (al vertice dei quali era certamente l’Iran), in quella che aveva definito una “guerra su sette fronti”. Un conflitto lungamente pianificatoLo scorso settembre, Netanyahu aveva affermato che il 2026 sarebbe stato un anno di importanza storica in quanto Israele avrebbe portato a termine la “distruzione dell’asse iraniano”. Quando il premier israeliano pronunciò queste parole, si era già consumata la citata “guerra dei dodici giorni”, il pericoloso primo scontro militare a distanza fra Israele e Iran dello scorso giugno. Allora avevo scritto che il cessate il fuoco con cui si era chiuso quel conflitto non segnava “la fine delle ostilità bensì l’inizio di un più ampio e pericoloso scontro per l’egemonia in Medio Oriente, con possibili ramificazioni globali”. Il secondo round di quello scontro è stato pianificato per mesi, e la data dell’attacco è stata fissata con settimane di anticipo – hanno riferito fonti militari e giornalistiche in Israele. In una recente intervista, il ministro della difesa israeliano Israel Katz ha sostenuto che l’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei era stato deciso a novembre da Netanyahu. Lo scoppio delle proteste in Iran a fine dicembre avrebbe accelerato i tempi dell’intervento militare, inizialmente previsto intorno a metà 2026. Va ricordato che le proteste sono state favorite dalle politiche americane. Al World Economic Forum di Davos, il segretario al Tesoro Scott Bessent si è vantato del fatto che l’inasprimento delle sanzioni ha portato a una carenza di dollari in Iran, al crollo del rial (la valuta iraniana), e all’impossibilità di pagare le importazioni. Ciò, secondo Bessent, ha spinto gli iraniani e scendere in piazza. Egli ha ripetuto questa tesi nel corso di un’audizione al Congresso. Come ho descritto in un precedente articolo, inoltre, le proteste sono state infiltrate e manipolate dai servizi israeliani e americani, inasprendo la repressione del regime. In Iran si è dunque assistito a una destabilizzazione pianificata del paese, seguita dall’intervento militare del 28 febbraio. Un intervento fallimentareQuest’ultimo è stato tuttavia concepito con estrema approssimazione. Numerosi elementi emersi prima e dopo l’attacco fanno capire che l’amministrazione Trump intendeva ripetere essenzialmente lo scenario che in Venezuela aveva portato al sequestro del presidente Nicolás Maduro. L’idea era, in sostanza, di “decapitare” il regime e imporre una nuova leadership che sarebbe scesa a patti con gli Stati Uniti. Lo stesso Trump, nei primissimi giorni dopo l’attacco, aveva dichiarato che “ciò che abbiamo fatto in Venezuela credo sia lo scenario perfetto”, aggiungendo che “i leader possono essere scelti”. Coerentemente con l’idea di un’operazione lampo, il presidente americano ha inizialmente schierato in Medio Oriente una forza militare limitata (a dispetto della propaganda sull’imponente “armada” inviata contro l’Iran). Essa era composta da 2 portaerei e 16 navi di superficie, e non comprendeva né marines né forze speciali per incursioni o eventuali operazioni di terra. Complessivamente, tale forza era molto più esigua rispetto a quelle schierate nel 1991 e nel 2003 durante la prima e la seconda guerra del Golfo, rispettivamente. Nel corso dell’operazione “Desert Storm” (1991), Washington aveva dispiegato ben 71 navi, fra cui 6 portaerei. Nell’operazione “Iraqi Freedom” (2003) ne aveva inviate 55, incluse 5 portaerei. Nel 1991, gli USA avevano schierato oltre 500 caccia e più di 60 bombardieri. Contro l’Iran hanno inizialmente dispiegato meno di 150 caccia e nessun bombardiere. Secondo responsabili del Pentagono, tali forze avrebbero consentito una campagna di bombardamenti di elevata intensità solo per una durata di 7-10 giorni. Le 18 navi schierate inizialmente contro l’Iran rappresentavano tuttavia uno sforzo non trascurabile per le attuali capacità della marina militare americana. Delle 292 navi che la compongono, la maggior parte sono infatti in porto per manutenzione o addestramento. Solo 51 sono immediatamente disponibili per operazioni in mare. Washington ha dunque schierato contro l’Iran il 35% delle forze navali a disposizione. L’attacco del 28 febbraio ha inoltre rappresentato per gli USA la prima operazione militare condotta e pianificata fin dall’inizio in maniera congiunta con Israele. Paradossalmente, tuttavia, a dividere i due paesi vi è il differente orientamento delle rispettive popolazioni. Mentre all’inizio del conflitto quasi il 60% dei cittadini statunitensi si opponeva all’operazione israelo-americana, il 93% degli ebrei israeliani l’appoggiava. Dai primissimi giorni di guerra è poi emerso che l’amministrazione Trump non aveva una chiara visione strategica su come portare avanti l’operazione militare e cosa fare a operazione conclusa. Prima dell’attacco, la CIA aveva stimato che, se Khamenei fosse stato ucciso, sarebbe stato rimpiazzato da figure intransigenti della Guardia rivoluzionaria iraniana. Complessivamente, l’intelligence americana riteneva che anche una guerra su vasta scala difficilmente avrebbe rovesciato la Repubblica Islamica. Per non parlare del fatto storicamente assodato che una campagna di bombardamenti aerei da sola non ha mai portato a un cambio di regime. Questi elementi non sono stati presi in considerazione. Né la Casa Bianca aveva pianificato cosa fare nel caso in cui le masse iraniane non fossero scese in piazza per contribuire al rovesciamento della Repubblica Islamica dall’interno, e qualora il governo iraniano non si fosse arreso offrendo drammatiche concessioni al tavolo negoziale. Secondo il New York Times, inoltre, prima di lanciare l’attacco Trump e i suoi consiglieri ritenevano che esso non avrebbe turbato seriamente i mercati energetici. La Casa Bianca aveva previsto un aumento dei prezzi di breve durata e una reazione militare iraniana limitata (sebbene Teheran avesse chiaramente avvertito che, anche in caso di un attacco circoscritto, avrebbe risposto colpendo gli interessi americani in tutta la regione). Va poi ricordato che la possibilità che l’Iran chiudesse lo Stretto di Hormuz ha sempre fatto parte di tutte le simulazioni di conflitto militare nel Golfo sviluppate dal Pentagono. Inspiegabilmente, la Casa Bianca non ne ha tenuto conto. Fonti turche riferiscono che Washington aveva comunicato ad Ankara, attraverso canali ufficiali, che la guerra sarebbe durata quattro giorni. Morte da martire per KhameneiL’assassinio di Khamenei, in conseguenza di un bombardamento israeliano mirato, è avvenuto il 28 febbraio, nel primo giorno dell’attacco. Al netto dei resoconti della stampa occidentale sulle complesse operazioni di sorveglianza e spionaggio che avrebbero portato all’individuazione del luogo in cui si trovava la Guida Suprema, la prosaica realtà è che egli era nella propria residenza abituale a Teheran, da cui non aveva voluto andarsene. Non era nascosto in un bunker segreto. Khamenei è così divenuto la prima Guida Suprema dell’Iran a morire da martire, ucciso per di più durante il sacro mese di Ramadan, insieme alla sua famiglia. La sua fine cruenta in simili circostanze lo ha immediatamente reso un simbolo per gli sciiti in particolare, e in generale per i musulmani di tutto il mondo. Nello sciismo, il martirio riveste un significato speciale, essendo legato al sacrificio dell’Imam Hussain nella battaglia di Karbala (680 d.C.). La memoria di quell’episodio rimane viva tutt’oggi nel linguaggio politico e nella pratica religiosa sciita. L’azione condotta da Israele ha suscitato controversie all’interno della stessa amministrazione Trump. Nel corso di un’audizione al Senato, il sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby (uno dei principali strateghi della Casa Bianca) ci ha tenuto a distinguere gli obiettivi della campagna militare americana da quelle che ha definito “operazioni israeliane”. L’illusione che l’eliminazione di Khamenei avrebbe portato al crollo della Repubblica Islamica è presto svanita. Un sistema concepito per resistereCome ha scritto Eskandar Sadeghi-Boroujerdi (professore all’Università di St Andrews) , sebbene presenti divisioni al suo interno e la sua legittimità sia messa in discussione da una parte della popolazione, la Repubblica Islamica è ben lontana dall’essere un regime personalistico come quelli di Saddam Hussein in Iraq o di Muammar Gheddafi in Libia. Essa si è formata negli otto anni di guerra con l’Iraq, si è consolidata nel corso di decenni di assedio economico internazionale, ha creato strutture di comando decentralizzate, ha costruito un imponente arsenale di droni e missili, e una rete di alleanze regionali proprio in vista di uno scontro con avversari militarmente superiori da un punto di vista convenzionale. Già nel corso della guerra dello scorso giugno, lo Stato e l’esercito erano sopravvissuti alla totale decapitazione dei vertici militari. Ogni posizione militare e politica di rilievo prevede diversi sostituti. I piani militari sono stati perfezionati per anni. I comandi regionali non hanno necessariamente bisogno di ordini dal centro, ma possono agire in autonomia in base a un sistema preordinato a “mosaico”. La strategia di sicurezza iraniana si fonda su un concetto di asimmetria articolato su più livelli. A livello strategico, questa dottrina è associata alla deterrenza missilistica, alla rete regionale di alleanze e alle capacità marittime progettate per paralizzare le operazioni di forze convenzionali superiori. A livello tattico, la strategia asimmetrica richiede unità terrestri d’élite capaci di operare silenziosamente, muoversi rapidamente e ottenere risultati con un’impronta operativa ridotta. La rappresaglia asimmetrica di TeheranIn base a questa dottrina asimmetrica, l’Iran ha esteso lo scontro al Golfo Persico e al resto della regione puntando in primo luogo ad “accecare” i radar statunitensi ed israeliani, e a paralizzare la logistica dell’operazione israelo-americana colpendo basi, porti, ed aerei per il rifornimento in volo, e danneggiando i sistemi di comunicazione. Teheran ha infine puntato ad allargare lo scontro al piano economico paralizzando la navigazione nel Golfo, una delle principali arterie commerciali ed energetiche del mondo. Le monarchie del Golfo e altri paesi arabi della regione sono stati oggetto della rappresaglia iraniana per la semplice ragione che ospitano le basi americane che hanno preso parte all’offensiva contro l’Iran: Al Udeid (Qatar), Al Dhafra (Emirati Arabi Uniti), NSA Juffair (Bahrein), Ali Al Salem e Camp Arifjan (Kuwait), Prince Sultan (Arabia Saudita), Muwaffaq Salti (Giordania), solo per citare le principali. L’efficacia della rappresaglia iraniana ha messo in discussione l’intera architettura di sicurezza americana nella regione, e il modello su cui si fondano le monarchie del Golfo. Tale modello è basato sulla persuasione che la presenza delle basi americane garantisca a queste monarchie la protezione necessaria per prosperare. Invece, è proprio a causa delle basi impiegate nell’offensiva americana che questi paesi sono stati messi in pericolo. Analogamente, gli USA non si sono dimostrati in grado di garantire la navigazione del Golfo. Per chiudere lo Stretto di Hormuz, all’Iran è sufficiente ricorrere a strumenti relativamente poco costosi come mine, droni marini e missili antinave. In presenza di simili rischi, il primo elemento a rendere impossibile la navigazione è l’esplosione dei costi assicurativi. Il sofisticato esercito americano non dispone di contromisure adeguate.
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